Devo ammettere che la mia sensibilità è più autonomista che secessionista, pur senza escludere a prescindere la seconda strada. In queste ore, una notizia cruciale arriva dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea: i giudici di Lussemburgo hanno ritenuto l'amnistia spagnola per gli indipendentisti catalani compatibile con il diritto dell'Unione. Si tratta di una pronuncia che stabilisce un principio cardine, capace di andare ben oltre il caso specifico e di toccare da vicino tutte le istanze autonomiste e indipendentiste del continente.
Se non interpreto male, la sentenza europea sancisce due punti fondamentali. Il primo è che la concessione dell’amnistia per la responsabilità contabile (legata alle spese per il referendum) non compromette le finanze europee né lede gli interessi finanziari dell’Unione. Il secondo, ancora più dirompente, è che un'eventuale diminuzione del Reddito Nazionale Lordo (RNL) derivante dalla secessione di una parte del territorio non si pone in contrasto con il diritto europeo.
Senza cedere a facili entusiasmi, dobbiamo ricordare che il dossier catalano è da oltre dieci anni uno dei più delicati della politica comunitaria. Tra referendum, dichiarazioni unilaterali, processi e colpi di spugna normativi, la Spagna ha fatto da laboratorio: ha dimostrato che l’Unione deve gestire al proprio interno pulsioni identitarie profonde, che non possono più essere liquidate come mere questioni di ordine pubblico.
Analizziamo la portata economica e giuridica di questo passaggio. Sostenere che il calo del reddito nazionale a seguito di una separazione non violi il diritto Ue significa sgonfiare un grande spauracchio. Il diritto dell’Unione, infatti, non impone agli Stati membri di mantenere invariato il proprio PIL. Non esiste una norma europea che vieti a una regione di staccarsi sol perché questo ridurrebbe la ricchezza dello Stato centrale. Per anni, nei dibattiti su Catalogna, Scozia e sullo stesso Nord Italia, si è gridato all'incompatibilità della secessione con i trattati Ue per via dei rischi sulla stabilità economica e sul bilancio comunitario. La Corte ha chiarito che il mero calo del reddito non è un parametro di illegittimità europea.
Intendiamoci: l’Unione non ha legittimato le secessioni unilaterali né le incoraggia. Semplicemente, non le vieta con strumenti di diritto comunitario, considerandole fatti interni da gestire secondo le rispettive Costituzioni nazionali.
Ed è qui che il discorso si allarga e tocca un tema a me particolarmente caro: il residuo fiscale, ovvero la differenza tra quanto i cittadini e le imprese di un territorio versano allo Stato sotto forma di tasse e quanto ricevono indietro in termini di spesa pubblica e servizi.
Se la secessione – che abbatte il reddito di uno Stato – non contrasta con il diritto Ue, a maggior ragione non può contrastarlo la richiesta di trattenere sul territorio il proprio residuo fiscale. Le regioni del Nord – Lombardia, Veneto, Piemonte ed Emilia-Romagna – rivendicano da anni una maggiore autonomia fiscale basandosi sull’articolo 116, terzo comma, della nostra Costituzione. Alla luce del pronunciamento europeo, questa battaglia non può più essere bollata come anti-europea o incompatibile con i vincoli di Bruxelles.
Trattenere risorse sul territorio e gestire direttamente una quota consistente del gettito non lede gli interessi finanziari dell’Unione. Al contrario, l'Europa ci offre oggi lo scudo giuridico per dimostrare che l'autonomia non è un atto di egoismo, ma una scelta di efficienza.
Da questo laboratorio europeo non dobbiamo quindi trarre un incentivo alla frammentazione fine a se stessa, quanto piuttosto la spinta a rifondare il rapporto tra territori e Stati centrali su basi nuove e più mature. La sentenza della Corte UE ci dice che l’architettura comunitaria è abbastanza flessibile da accogliere geometrie istituzionali diverse, purché orientate alla stabilità e alla responsabilità.
La sfida per il Nord Italia non è quella di inseguire strappi unilaterali logoranti, ma di fare dell'autonomia differenziata il motore di una modernizzazione complessiva. Gestire le proprie risorse non significa voltare le spalle all'Europa, ma interpretarne al meglio il principio fondante della sussidiarietà: fare a livello locale ciò che il centro non riesce più a fare con efficienza. Diventare padroni del proprio residuo fiscale si traduce nella possibilità di investire in infrastrutture strategiche, innovazione e welfare a chilometro zero, trasformando il blocco padano in una macro-regione europea iper-competitiva. L'Europa ha aperto una strada giuridica; ora sta alla politica italiana percorrere quella della responsabilità, dimostrando che un territorio più autonomo non indebolisce l'Unione, ma la arricchisce di nuove energie.
Giorgio Bargna

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