Il "problema della politica" ha molte sfaccettature, ma una è più radicale e originaria di tutte.
Nel suo senso più autentico ed etimologico, la politica è l'azione all'interno della società (polis) finalizzata a un bene comune. Fare politica significa proporre un'azione collettiva. Questa può esprimersi in forme diverse: dalle proteste spontanee e poco coordinate di una rivolta, fino alle strutture altamente organizzate di un partito o di uno Stato.
La politica si fonda sulla persuasione: senza di essa, restano solo i rapporti di forza.
Tuttavia, l'esistenza stessa della politica presuppone una comunità di riferimento, che sia una società, un popolo o, più originariamente, una patria locale dotata di una specifica identità culturale e territoriale. È proprio su questo legame organico che la "rivoluzione neoliberale e globalista", avviata alla fine degli anni '70, ha impresso danni antropologici irreparabili attraverso due fasi: una distruttiva e una affermativa.
Sul piano distruttivo, si è alimentata una frammentazione sociale orizzontale, coltivata in modo scientifico e sistematico per sradicare i popoli dalle loro radici storiche e geografiche e trasformarli in atomi isolati:
Guerra generazionale: rompendo la trasmissione della memoria e della tradizione tra anziani e giovani.
Guerra professionale e territoriale: mettendo i lavoratori gli uni contro gli altri, desertificando le economie locali a favore delle grandi catene globali.
Guerra culturale e di genere: i media hanno alimentato un discorso d'odio costante, frammentando la società in micro-identità artificiali e fluide (donne contro uomini, minoranze contro maggioranze) per distruggere l'identità autentica e condivisa di un popolo.
Il paradosso finale è che, dopo aver svuotato le culture locali e fomentato questi conflitti, lo stesso sistema globale si erge a giudice, mettendo in guardia la popolazione dai "discorsi d'odio" che esso stesso ha creato.
Anche la "lotta di classe" ha subito una profonda metamorfosi. Nata come difesa del lavoro e del territorio contro i meccanismi del grande potere economico, è stata degradata a una generica invidia sociale, orizzontale e individuale. Al contempo, la difesa sacrosanta delle proprie radici e della propria identità è stata criminalizzata come anacronistica.
Sul piano affermativo, questo processo si è tradotto in una forma di autoaffermazione individualista e apolide, in cui l'unico fondamento dell'identità non sono più la storia, la terra o la comunità, ma la percezione soggettiva e fluida di sé. Un vero e proprio delirio trasformato in senso comune: "come mi immagino, così sono". Di conseguenza, se la realtà del territorio e della natura non asseconda i desideri momentanei del singolo, è la realtà a essere sbagliata.
I media e l'industria culturale incarnano perfettamente questa logica. Ogni film e prodotto globale ripete lo slogan sradicato "puoi essere qualunque cosa tu voglia essere", purché tu sia un consumatore standardizzato. Si tratta di un rifiuto del "principio di realtà" (fatto di legami, doveri e appartenenze) a favore di un "principio di piacere", da soddisfare esclusivamente attraverso il mercato globale e gli atti di consumo.
L'esito di questo processo è oggi sotto gli occhi di tutti. Si manifesta in modo acuto sui social network, dove regna il trionfo della Schadenfreude: il piacere cinico per le disgrazie altrui. Nessuna epoca ha mai abusato così tanto della parola "empatia", usata come arma virtuale da individui incapaci di amare il proprio vicino e la propria comunità reale. Il meccanismo psicologico è diventato distruttivo: ogni altra persona ha la colpa di essere un ostacolo alla mia autoaffermazione, mentre io soffro perché non riesco a raggiungere gli standard fittizi del modello globale.
Su un retroterra culturale di questo tipo, l'azione politica collettiva su grande scala sembra paralizzata. Ci hanno fottuto per bene, sradicandoci.
La Soluzione: Ripartire dal Locale e dall'Identità
Se risalire la cascata a nuoto è impossibile, la soluzione non è arrendersi, ma cambiare il terreno di gioco. Se lo Stato-nazione è stato svuotato dal globalismo, la vera resistenza politica ed esistenziale nasce oggi dal basso.
Il Comunitarismo di Prossimità: Ricostruire il legame sociale partendo dai territori, dai quartieri, dai piccoli comuni. Laddove le persone si guardano in faccia, la manipolazione mediatica perde potere.
Sovranità Economica e Culturale Locale: Sostenere le economie di prossimità, l'artigianato, i prodotti della terra e la filiera corta. Difendere la trasmissione della storia locale, dei dialetti e delle tradizioni comunitarie come scudo contro l'omologazione di massa.
Dal Consumatore all'Uomo Radicato: Rifiutare il modello dell'individuo "fluido" e ritrovare la stabilità delle appartenenze condivise.
La vera azione politica oggi non si fa nei palazzi della finanza globale o nei talk show, ma ricolti-vando la terra e i legami che il neoliberismo ha cercato di recidere. Per ritrovare un popolo, dobbiamo ripartire dai luoghi.
Giorgio Bargna

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