Abbiamo espresso qualche giorno fa delle critiche alla sinistra italiana nel testo dedicato al "Climunismo".
Facciamo un'ulteriore analisi sulla situazione politica, partendo dal presupposto che negli ultimi decenni la scena è radicalmente mutata dai primi successi leghisti e dalla discesa in campo di Berlusconi. Tali eventi hanno scompaginato gli equilibri, messo in crisi una parte politica incapace di rinnovarsi e portato gradualmente molti italiani ad allontanarsi dalle urne e dalla militanza attenta.
In passato, argomenti come lavoro, reddito, classe e territorio tracciavano la linea di demarcazione tra la sinistra e gli altri schieramenti. Oggi raramente ne sentiamo discutere: il dibattito si è spostato su temi eterei e verticistici. Con una narrativa paternalista, la sinistra suggerisce che votare da una parte significhi essere colti e consapevoli, mentre sostenere l'altra sponda equivalga a essere gretti, condizionabili o risentiti.
Scomparsa la vecchia scuola politica, si è persa anche la capacità di offrire risposte tecniche ed efficaci ai problemi reali. Questo spinge la classe dirigente di sinistra — spesso emulata anche a destra — a liquidare i risultati elettorali sgraditi sostenendo che milioni di cittadini "non abbiano capito". Le recenti dichiarazioni di Bonaccini ne sono una conferma: il dissenso politico viene derubricato a deficit culturale.
Un tempo, a destra come a sinistra, le masse si cercava di comprenderle e servirle; oggi ci si limita a giudicarle e denigrarle. Questo perverso meccanismo finisce purtroppo per risucchiare anche il centrodestra. Sebbene quest'ultimo si sia fatto portavoce di battaglie su immigrazione, taglio delle tasse, difesa del lavoro autonomo e identità, lo ha fatto spesso in modo sterile e programmatico — promesse elettorali a cui non è seguito un reale cambio di passo strutturale.
Occorre superare questo teatrino formale attraverso soluzioni radicate nel territorio, capaci di restituire centralità alla sovranità locale e alla tutela delle comunità.
Le proposte per un’alternativa localista e identitaria
Fiscalità di distretto e sovranità economica locale: Trattenere nei territori la maggior parte del gettito fiscale generato dalle imprese e dai lavoratori locali. Introdurre incentivi a chilometro zero per le filiere produttive e artigianali, svincolando la piccola impresa dal giogo delle multinazionali e della burocrazia centrale.
Tutela del territorio e ripopolamento delle aree interne: Favorire il ritorno alla terra e la permanenza nei borghi attraverso sgravi fiscali per chi apre un'attività nei comuni montani o rurali. Valorizzare l'agricoltura tradizionale e l'autonomia energetica di distretto come argine allo spopolamento e al dissesto idrogeologico.
Difesa dell'identità e del patrimonio culturale: Promuovere programmi scolastici e iniziative civiche orientati alla riscoperta della storia, della lingua e delle tradizioni locali, per contrastare l'omologazione culturale globale e ridare senso di appartenenza ai giovani.
Ritorno alla democrazia partecipata e di prossimità: Ridare potere reale alle comunità di quartiere e ai municipi tramite referendum consultivi vincolanti sui progetti che impattano il territorio, ricucendo il frattura tra cittadini e istituzioni con una presenza politica costante e non elettorale.
Politiche per la famiglia e continuità generazionale: Sostegno economico diretto alle giovani coppie del luogo e preferenza nazionale/regionale nell'accesso ai servizi sociali ed abitativi, garantendo che le risorse locali servano prima di tutto a far crescere le comunità che le hanno generate.
Giorgio Bargna

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