Tra le molteplici cause, la principale resta il salario, da troppo tempo slegato dal reale costo della vita nel nostro Paese. È ormai chiaro che, alla luce delle trasformazioni strutturali della nostra società e della politica economica, la casa non possa più essere considerata un tema isolato dal lavoro. Esiste un divario crescente tra l’andamento dei valori immobiliari e dei canoni di locazione rispetto alle retribuzioni: la questione abitativa è diventata, a tutti gli effetti, una questione salariale e di qualità dell'occupazione, che determina la reale vivibilità di un territorio.
Oggi il problema della casa non riguarda più solo le fasce di povertà estrema; colpisce direttamente chi lavora. Anche con un impiego a tempo pieno, molti faticano a sostenere il peso di affitti, mutui e spese condominiali, trasformando l'abitare in un lusso proibitivo.
Sebbene il mercato locale non raggiunga i picchi estremi di Milano, anche nel comasco la situazione è critica. Se nel capoluogo si superano i 3.000 euro al metro quadrato per la vendita e i 15 euro per l’affitto, la provincia – pur essendo mediamente più economica di circa un terzo – presenta costi ormai fuori controllo. Prendendo ad esempio un appartamento di 70 metri quadrati, un canone di oltre 900 euro nelle aree periferiche o superiore ai mille nel valore medio cittadino risulta insostenibile per chi percepisce uno stipendio mensile compreso tra i 1.300 e i 1.700 euro.
Questa pressione abitativa alimenta inoltre un "sistema" di pendolarismo forzato: molte persone sono spinte a risiedere sempre più lontano dal luogo di lavoro per intercettare affitti più accessibili. Tuttavia, tale scelta comporta costi aggiuntivi – economici e umani – che annullano spesso il presunto risparmio, rendendo il bilancio finale, in termini di qualità della vita, tutt'altro che conveniente.
Analizzando i dati della ricerca 'Lavorare e abitare in Lombardia', elaborata dal DAStU del Politecnico di Milano per Regione Lombardia, emerge un quadro preoccupante: una fetta consistente di lavoratori dipendenti si colloca in fasce retributive medio-basse. Nello specifico:
- meno di 1.000 euro netti: 8,9%
- tra 1.000 e 1.500 euro: 25,7%
- tra 1.500 e 2.000 euro: 38,5%
- tra 2.000 e 2.500 euro: 13,4%
- oltre 2.500 euro: 13,6%
Considerati questi numeri, è evidente come l’impennata dei canoni di locazione e dei prezzi degli immobili incida pesantemente sul bilancio familiare, comprimendo di fatto la libertà di scegliere dove vivere e lavorare. Tale condizione di disagio alimenta, tra le altre conseguenze, il fenomeno del pendolarismo forzato che porta anche a lavorare all'estero.
Si potrebbero proporre molte soluzioni che non sto ad elencare che potrebbero coinvolgere enti locali, aziende, proprietari di immobili tese a rendere più semplice la vita dei lavoratori e fornendo più maestranze alle aziende in modo di contrastare la fuga verso l'estero e la dispersione professionale.
Ma una cosa è certa, non c'è autonomia del Nord se chi lavora nel Nord non può permettersi di viverci. Il Patto per il Nord chiede che il valore creato nelle nostre fabbriche e botteghe torni a sostenere chi quelle stesse realtà le fa vivere ogni giorno: la casa non deve essere il freno al lavoro, ma la sua base più solida.
Volessimo parlare di Salario Abitativo di Distretto, di Rigenerazione a Canone Agevolato, di Agenzia Territoriale per l'Abitare non si tratterebbe di assistenzialismo, ma un investimento per la competitività. Se il lavoratore non riesce ad abitare vicino alla sua azienda, il territorio perde produttività, le strade si intasano e il capitale umano migra.
Giorgio Bargna

Nessun commento:
Posta un commento