venerdì 21 agosto 2026

Sotto la mongolfiera: ritorno alla terra e alla comunità


In un periodo storico particolare dove viene già difficile definire la situazione di un piccolo luogo, parlare di un’intera nazione è ancora più complicato, vista e considerata l'atomizzazione del mondo e lo slancio consumistico consumismo egocentrico.

Denunciava, già in tempi non sospetti, il consumismo Pier Paolo Pasolini.

Negli anni a seguire il mondo si è spogliato dei valori e delle "necessità" e la potenza del meccanismo produzione-consumo è andata avanti e si è fatta pervasiva. Stiamo parlando di un problema mondiale, ma soffermiamoci alle nostre lande.

Come affermo per ogni genere di tema è fuorviante mettere il peso dei problemi sulla bilancia destra-sinistra.

Difendo l’idea che le nostre classi dirigenti non siano le vere artefici della situazione in cui versa la nazione. Piuttosto che plasmarla, esse si adattano a una società gelatinosa e priva di forma, dove la spinta individuale ad affermarsi e farsi spazio prevale sul desiderio profondo di abitarlo con consapevolezza.

Che sia una metropoli o un piccolo borgo, al Nord come al Sud, emerge ovunque la sensazione di un luogo inadeguato, popolato da persone a disagio. È quel consumismo egocentrico in cui il consumo si salda al distacco dal reale per rifugiarsi nell’irreale, barattando la terra viva con la terra senza vita del digitale.

Se al tempo di Pasolini il consumismo trovava ancora di fronte a sé una struttura sociale solida, fatta di partiti, comunità e di contrapposizioni chiare tra interessi contrapposti, oggi lo scenario è radicalmente mutato. Da un certo momento in poi qualcosa si è spezzato: ci si è ripiegati sul proprio privato, faccia a faccia con il proprio fantasma, scoprendo che una vita pretesa come "tutto" finisce inevitabilmente per ridursi al nulla.

Il desiderio si è trasformato in disorientamento: non sappiamo più cosa volere, di cosa abbiamo davvero bisogno, chi accogliere e da chi allontanarci. Amori e amicizie si disperdono in un eccesso di contatti effimeri. Io ignoro dove tu sia e tu non sai dove cercarmi. Ci si ritrova sempre al medesimo bivio: la noia o il rancore, prigionieri di legami che si svuotano proprio mentre si sovraccaricano.

Ognuno galleggia nella propria mongolfiera, sradicato dalla terra e incapace di condividere lo stesso spazio con gli altri. Un consumismo narcisista ci aliena da tutto, persino da noi stessi, riducendoci a presenze ambigue: non si capisce più se siamo ciò che mostriamo o il suo esatto contrario, se siamo i narratori della nostra identità o i parassiti che ne erodono la sostanza fino a renderla invisibile. Nessun bene materiale di cui ci rivestiamo potrà mai restituirci spessore: il pericolo è diventare come un albero di Natale da cui è scomparso il tronco, lasciando solo gli addobbi sospesi nel vuoto.

Evocare il fascismo in una situazione del genere è come giocare a palle di neve nel deserto. Il male è la mercificazione di tutto, anche delle anime e un processo di questo tipo non è di destra, né di sinistra, è il capitalismo che è allo stesso tempo feroce e abulico.

Da dove si riparte, dunque, quando persino l'anima è diventata merce? Forse proprio da quel piccolo spazio locale da cui siamo partiti. Se non possiamo governare le grandi maree del capitalismo globale, possiamo però fare una scelta di campo nei nostri borghi e nelle nostre città: disappaltare la nostra esistenza al consumo e restituirla alla comunità. Coltivare legami non utilitaristici, prendersi cura del bene comune, restituire peso specifico alle parole e al tempo trascorso insieme. Riconoscere l'inganno di questa solitudine di massa è già il primo passo per scendere dalla propria mongolfiera e tornare a camminare, finalmente insieme, sullo stesso terreno.

Giorgio Bargna


 

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