martedì 25 agosto 2026

Oltre lo sciacallaggio: il vaccino come alibi per smantellare la sanità pubblica



 



Chi mi segue da anni conosce la mia posizione: ho fatto vaccinare mio figlio e me stesso per tutte le malattie che dispongono di un vaccino ampiamente testato, mentre a suo tempo ho criticato la vaccinazione anti-COVID perché priva delle necessarie garanzie. Certo, anche i vaccini sicuri comportano effetti indesiderati, ma — volendo essere pragmatici — anche viaggiare in auto comporta dei rischi.

Detto questo, parliamo di sciacallaggio.

Giornali e social rilanciano il caso della bambina di 4 anni morta, presumibilmente, di difterite. Sul caso specifico è giusto attendere gli accertamenti delle autorità. Ma la macchina mediatica si è già attivata sul corpo ancora caldo della bambina: accertato che non fosse vaccinata, si è scatenata la solita tifoseria nostalgica dell'epoca Covid.

Io ritengo raccomandabile vaccinarsi contro una malattia seria e con un vaccino collaudato come quello per la difterite. Ma il punto centrale è un altro, ed è ciò da cui stanno deviando l'attenzione: la difterite è una malattia seria, ma curabile. E in questo caso, a quanto pare, la bambina non è stata curata per tempo.

In un sistema sanitario sovraccarico, con medici di base introvabili e personale stremato, il rischio di non essere curati per patologie trattabili cresce esponenzialmente. Questo dettaglio viene ignorato per spingere il cittadino verso i vaccini: presidi facili da somministrare che trasferiscono risorse pubbliche direttamente alle multinazionali del farmaco.

Far credere che la prevenzione vaccinale possa sostituire un sistema ospedaliero efficiente è un'illusione utile. E come diceva Andreotti, a pensar male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Nessuno nota lo schema di un sistema che:

  • a) Terrorizza la popolazione amplificando ogni notizia funzionale al racconto;

  • b) Fornisce cure pubbliche sempre più inefficienti, spingendo verso il privato;

  • c) Promuove come salvifico l'unico strumento sanitario che non richiede strutture pubbliche funzionanti e garantisce un guadagno netto a Big Pharma?

Forse è ora di unire i puntini.

Nessuno qui nega il valore della prevenzione, ma i vaccini da soli non bastano se dietro c'è il deserto. Ridurre la tutela della salute a un'unica profilassi, mentre nei nostri comuni chiudono i presidi, i pronto soccorso scoppiano e i medici di famiglia scappano dal servizio pubblico, è una resa politica inaccettabile.

La vera priorità — quella di cui nessuno nei palazzi vuole parlare — è la ricostruzione della sanità pubblica territoriale. Difendere la salute dei nostri cittadini significa pretendere investimenti reali sui medici di medicina generale, sulle strutture di prossimità e sulla capacità di diagnosi e cura nei nostri ospedali. Se permettiamo che la risposta ad ogni crisi sanitaria diventi solo un'emergenza mediatica da delegare al privato o al bilancio delle farmaceutiche, avremo rinunciato al diritto fondamentale alla cura sancito dalla nostra Costituzione.

È ora di smetterla di guardare il dito e tornare a pretendere una sanità pubblica che funzioni, dalle profilassi fino ai letti d'ospedale.

Giorgio Bargna





2 commenti:

Anonimo ha detto...

Condivido , ma penso che ognuno debba essere libero di fare le scelte più opportune per la propria salute. Lo stato non deve dare obblighi, soprattutto dopo il periodo COVID che ci ha aperto gli occhi. Prima avevo massima fiducia nella Sanità e nello stato , ora non più, anzi sono sempre più diffidente.
I

Anonimo ha detto...

Condivido , ma penso che ognuno debba essere libero di fare le scelte più opportune per la propria salute. Lo stato non deve dare obblighi, soprattutto dopo il periodo COVID che ci ha aperto gli occhi. Prima avevo massima fiducia nella Sanità e nello stato , ora non più, anzi sono sempre più diffidente.
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