Il caso giudiziario di Youssef Siher – il politologo e attivista pro-Palestine prima arrestato e poi scarcerato a Milano per mancanza di gravi indizi di terrorismo – offre uno spaccato perfetto di come l'opinione pubblica tenda a polarizzarsi all'istante. Se per il centrodestra la sua figura è diventata il volto intellettuale dietro gli scontri di piazza per giustificare la linea dura, per la sinistra la sua immediata liberazione ha confermato il teorema del "capro espiatorio" e della criminalizzazione del dissenso.
Al di là della cronaca giudiziaria e delle chat in cui i PM vedevano una "dichiarazione di guerra" e la GIP solo "disobbedienza civile", la decisione di lasciare l'attivista a piede libero senza alcuna misura restrittiva preventiva lascia aperti forti dubbi sulla tutela della sicurezza pubblica. Ma superato il recinto della legge, è sul piano sociologico che la vicenda diventa davvero intrigante. Viene da chiedersi: Youssef Siher potrebbe essere il Toni Negri dei "Maranza"?
Il parallelo, con le dovute proporzioni, è suggestivo. Entrambi sono intellettuali di spessore che intercettano una platea carica di disagio sociale e personale. Come Negri era il professore universitario che teorizzava l'Autonomia Operaia e il rifiuto del lavoro negli anni '70, Siher è un ricercatore trentenne, con un curriculum all'ISPI e collaborazioni con Il Fatto Quotidiano, totalmente estraneo alla marginalità materiale che descrive. Lo schema del "cattivo maestro" si ripete, aggiornato ai tempi: se Negri usava le riviste d'area e le assemblee, Siher è accusato di aver usato i canali Telegram e Instagram del "Movimento 17 ottobre" come catalizzatori della rabbia.
Le differenze tra i due mondi restano enormi, soprattutto nelle platee. Negri parlava a una classe operaia con una forte coscienza di classe, obiettivi politici strutturati e un'organizzazione rigida. I "maranza" di oggi, al contrario, non sono un soggetto politico. Sono una subcultura giovanile cresciuta tra TikTok, la musica trap e una profonda crisi identitaria e sociale.
Eppure, è proprio qui che risiede il nodo sociologico più interessante: questa rabbia spontanea, confusa e finora priva di una direzione, potrebbe trovare in figure come Siher un punto di riferimento ideologico. Quella che oggi è solo una tendenza estetica e musicale delle periferie potrebbe, in modo più o meno consapevole, evolvere in un movimento politico a sé stante o trasformarsi in un nuovo fronte di mobilitazione per la sinistra.
L'evoluzione delle prossime settimane ci dirà molto su questa metamorfosi. Ma c'è un nodo politico e culturale che va sciolto subito, senza ipocrisie: fino a quando i movimenti pacifici tollereranno l'ombra dei violenti?
Ancora una volta, chi scende in piazza per difendere un'idea legittima accetta di farsi offuscare dai facinorosi. Questa ambiguità non è più sostenibile. Se la sinistra e i movimenti di protesta vogliono davvero conservare credibilità e non farsi schiacciare dalla narrazione securitaria della destra, devono compiere un passo politico obbligato: isolare, denunciare e dissociarsi pubblicamente e senza riserve da ogni forma di guerriglia
urbana. Finché mancherà questo coraggio, la piazza rimarrà ostaggio dei violenti, e la politica continuerà a speculare sulle macerie degli scontri. Sul piano puramente politico, questa fermezza è l'unica vera via d'uscita rimasta.
Giorgio Bargna

Nessun commento:
Posta un commento