venerdì 23 ottobre 2026

Il Rifiuto e la Rinascita: per un'Europa delle patrie contro il deserto globale


Se togliete ai popoli la sovranità sulle proprie terre e il diritto di custodire la propria identità, distruggete la possibilità stessa della politica. 

Quando racchiudete le comunità locali in un recinto globale stretto e asfissiante, dove ogni decisione viene calata dall'alto da tecnocrazie distanti, riducete ogni autentico progetto politico a farsa. Senza il radicamento nel territorio, la politica diventa un esercizio da salotto cosmopolita, privo di credibilità. Nella coscienza delle nostre genti è cresciuta la consapevolezza che, all'interno di questa gabbia globalista, non si può più cambiare nulla: la democrazia liberale e centralista si è rivelata una farsa inutile per i popoli reali.

Il popolo si allontana dalle urne perché ha compreso che le oligarchie politiche, finanziarie e mediatiche hanno esautorato il suffragio. Quando la politica abdica al ruolo di "decisione sovrana" per ridursi a mera gestione amministrativa del mercato globale — dove destra e sinistra gestiscono la stessa mercificazione della vita — il voto diventa un rituale vuoto. La diserzione politica è il rifiuto di convalidare una democrazia liberale che ha sostituito il bene comune con l'interesse individuale e il governo dei popoli con la governance degli algoritmi

Questo è il nucleo profondo della crisi attuale: il voto di protesta, i conflitti, le tensioni sociali. Quando il bisogno viscerale di difendere le proprie radici non trova spazio in un progetto politico identitario, quando la speranza di autodeterminazione delle patrie carnali viene soffocata, rimangono solo disperazione e rabbia. È inutile moraleggiare sui singoli episodi di ribellione. Ma sarebbe altrettanto velleitario illudersi che queste proteste siano l'inizio di una rinascita, e questo per due ragioni fondamentali:

1) Sono esplosioni di rabbia atomizzate, impossibili da unificare senza una coscienza comunitaria.

Non sono ancora orientate da un'affermazione positiva, da un ideale di rinascita locale, da una comunità che vuole riappropriarsi del proprio destino. Sono reazioni di una "massa" sradicata e atomizzata dal mercato, non l'azione coesa di un "popolo". Eppure, non vanno disprezzate: questa rabbia è la risposta vitale all'espropriazione della propria terra, della propria cultura e delle proprie possibilità di vita. Delimita il confine della dignità. Ma finché non genera legame organico, finché non fa riscoprire la bellezza dell'appartenenza a una terra e a una storia condivisa, rimarrà un fuoco di paglia. Essere "contro" il globalismo non basta; senza un "per" la nostra identità, la protesta non dura.

2) Sono espressioni di un malessere individuale e non di una riscossa collettiva.

Troppo spesso oggi il singolo protesta per il proprio interesse privato, e non in nome del popolo e del territorio a cui appartiene. Questo accade perché decenni di ideologia liberale hanno destrutturato i corpi intermedi e le identità locali, trasformando la lotta popolare in frammentazione sociale.

Non ci può essere lotta popolare senza un popolo consapevole della propria identità e custode delle proprie radici.

Ciò a cui assistiamo non è un nuovo inizio, ma l'ennesima tappa del processo di disgregazione delle nostre società tradizionali, atomizzate da quarant'anni di politiche elitarie, immigrazione incontrollata e centralismo asfissiante. Le nostre comunità non ne possono più, anche se si sentono impotenti di fronte ai giganti globali. Da questa contraddizione profonda nasce la fiammata della rivolta attuale: una rabbia che rischia di essere solo distruttiva, mossa dal nichilismo del "muoia Sansone e tutti i filistei", se non sapremo trasformarla nell'orgoglio di una rinascita identitaria e localista.

Giorgio Bargna

 

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