giovedì 10 luglio 2014

Lo scotto

Abbiamo di fatto monetizzato ogni aspetto della nostra esistenza, questo processo ha però di fatto istituito una nuova tassa collettiva da pagare, oggi come nel futuro: il mancato rinnovamento della capacità del pianeta di accogliere i nostri rifiuti e di fornire materia prima per i nostri prodotti e per le nostre esigenze fisiologiche.

Stiamo perseguendo un processo veramente deleterio, il capitale naturale, ovvero l’insieme delle risorse naturali e dei servizi che svolgono per noi e per il pianeta, è un patrimonio definito, esauribile, insostituibile. Malgrado l’evidenza, facciamo finta che questo capitale sia illimitato, rigenerabile all’infinito,  un aspetto quasi insignificante.

Troppo indaffarati nella creazione di profitto, ci siamo voltati indietro senza dare il giusto peso ad un aspetto terrificante: il mancato rinnovamento della capacità del pianeta di accogliere i nostri rifiuti e di fornire materia prima per i nostri prodotti e per le nostre esigenze fisiologiche.

Stiamo parlando dei beni naturali della Terra, suolo, aria, acqua, flora e fauna e di ogni parte dell’ecoclima che rende possibile la vita sul nostro pianeta.
Ci scordiamo bellamente dell’approvvigionamento (il sistema idrologico garantisce la fornitura di acqua dolce) della regolamentazione (prevenzione dell’erosione del suolo e il mantenimento della fertilità della terra assicurati dalle foreste), di quelli che possiamo definire servizi culturali (l’innegabile piacere che deriva ad esempio da una passeggiata nel verde), della protezione delle specie animali e vegetali,  che assicurano la biodiversità. Stiamo disintegrando senza alcuna oculatezza pensando solo al guadagno effimero ed immediato quanto non siamo in grado di procurarci da soli, il tutto nell’ intento unico di appropriarci di beni che in fondo spesso, non ci sono di alcuna utilità.

Come sottolinea Herman Daly, “la crescita diventa anti-economica quando gli incrementi della produzione costano, in termini di risorse e benessere, più del valore dei beni prodotti. Una popolazione in crescita anti-economica arriva al limite di futilità, il punto in cui l’aumento dei consumi non aggiunge alcuna utilità; una crescita anti-economica produce rapidamente più mali che beni, e ci rende più poveri invece che più ricchi. Una volta superata la dimensione ottimale, la crescita diventa ottusa nel breve periodo e insostenibile nel lungo. Volendo, noi possiamo incrementare ulteriormente la produzione, ma questi incrementi costano, in termini di risorse e benessere, più del valore dei beni prodotti. L’ulteriore crescita del PIL non fa aumentare il benessere, ma lo blocca o lo riduce.”

In realtà avremmo davanti a noi una soluzione naturale pressoché inesauribile, il flusso di radiazioni solari provenienti dal Sole.

Un ipotesi da continuare a sviluppare, l'economia nuova, imponente e sostenibile che può, da sola, garantirci energia e sostenibilità.

Giorgio Bargna

lunedì 7 luglio 2014

Bene Comune

Quando parliamo di bene comune cosa intendiamo? Potremmo dare alcune diverse risposte probabilmente, a me piace affermare che si tratta di uno specifico bene che è condiviso da tutti i membri di una specifica comunità. Esprimendoci filosoficamente il bene comune rappresenta un'idea, un'entità o altro, che giova all'intera collettività.

Sostanzialmente i beni comuni altro non sono che, dice Wikipedia: "beni utilizzati da più individui, rispetto ai quali si registrano - per motivi diversi - difficoltà di esclusione e il cui "consumo" da parte di un attore riduce le possibilità di fruizione da parte degli altri; sono generalmente risorse prive di restrizioni nell'accesso e indispensabili alla sopravvivenza umana e/o oggetto di accrescimento con l'uso". Oggi viste le situazioni eco/climatiche ed economiche questo tema sta ricavandosi quello spazio di importanza che gli compete ".

Ma senza andare ad allargare troppo il discorso concentriamoci sulla definizione che io amo di più, il bene comune inteso come qualcosa di comunitario da salvaguardare e sviluppare, qualcosa su cui ogni cittadino dovrebbe spendere un’azione.

Del bene comune fanno parte senza ombra di dubbio alcuna  le risorse naturali quali le acque in genere, l’aria; il "verde" ed ogni zona naturale tutelata, come pure i beni archeologici e culturali. Ma io aggiungerei secondo la mia visione anche la tutela ed il rispetto di ogni area comune della città, dal parchetto all'arredo urbano, dal bus alla pulizia del marciapiede e chi può ne vuole ne metta.

Consideriamo nel nostro discorso che il bene comune è un “asset”, un qualcosa che appartiene all’intera comunità e che quindi scavalca come ruolo la comunità stessa, è qualcosa di ancora più importante di essa. Si parla di un bene disponibile ma che condiziona a qualche clausola, sicuramente qualcosa di non mercificabile pena il non utilizzo nel proprio senso lato.

Un bene comune è, deve essere, un legame sociale che scavalca la persona. L’individuo non potrà mai considerarsi realizzato se non in un progetto comune, un progetto che occorre rispettare ed alimentare.

In una società che deve smarcarsi assolutamente dalla globalizzazione è necessario individuare alcuni processi laddove si sviluppino sussidiarietà e solidarietà simultaneamente. Occorre sviluppare la reciprocità, essa sviluppa la fiducia e la voglia di essere “associazione”, comunità, gruppo, bene comune autosviluppato.

Concludo con una frase estrapolata dal web: “In ultima analisi La società dei beni comuni profila con efficacia il quadro teorico e paradigmatico necessario per prendere coscienza dell'intreccio, oggi più che mai evidente, fra crisi ambientale, economica e politica. La via maestra per reagire a questo stato di cose passa, in primo luogo, per una radicale conversione culturale, sicuramente individuale prima che collettiva, perché la coscienza da acquisire riguarda il modo proprio di ognuno di percepire la realtà: per raggiungere la consapevolezza del bene comune occorre una trasformazione del soggetto, una rivoluzione nei suoi apparati motivazionali, una visione del mondo autenticamente rivoluzionaria. Mentre la logica del marketing (o della propaganda) produce motivazioni allineate alla produzione di ideologia dominante riduttivista e incentrata sullo statu quo, quella del sapere critico di base produce la trasformazione qualitativa essenziale per la stessa percezione dei beni comuni”.

Giorgio Bargna  

giovedì 3 luglio 2014

Educazione Civica, Cittadinanza Attiva

Prendo spunto nel cercare l’argomento da trattare approfittando di un tema che stiamo trattando in un gruppo privato, intenzionato a diventare progetto attivo: l’ educazione civica.
Si tratta di un argomento abbastanza fumoso, per come è sempre stato trattato nel nostro paese. L’educazione civica, più che per la propria attuazione, è sempre stata famosa quale materia scolastica da seguire senza troppa passione.

Nelle intenzioni dei governanti essa dovrebbe educare i cittadini a comportamenti socialmente utili, il punto è: cosa vogliono insegnarci persone che eticamente hanno poco valore? Non parlo degli insegnanti, parlo di chi gestisce la “patria podestà”…non ho sbagliato battere lettera, podestà intesa in questo senso.

Credo sia sensato incorporare in questo argomento temi quali educazione ambientale, educazione stradale, educazione sanitaria, educazione alimentare, leggi  e costituzione, risparmio energetico. Potremmo, concentrandoci, aggiungere probabilmente molti altri temi, diciamo però che l’educazione civica debba servire soprattutto a fornire conoscenze e strumenti che consentano di parlare di cittadinanza attiva, quindi, a mio avviso, diritti e doveri, poteri e responsabilità.

Per molti anni ho scritto essenzialmente di politica, oggi incrocio, possibilmente, ad essa qualcosa di sociale anche se non essenzialmente legato in senso stretto; quanto scrivo oggi però, oltre che essere una specie di disamina sociale è anche un invito alle amministrazioni, locali e non, per un percorso … non mi dispiacerebbe che l’amministrazione della mia città (espressa dal movimento politico a cui appartengo) ne tenesse conto.
Possiamo quindi a livello amministrativo locale, ma si potrebbe ampliare il discorso, parlare di cittadinanza, oltre che “educata” anche attiva.

Promuovere della cittadinanza attiva vuol dire anche invitare i cittadini a fare cose, aderire a programmi, esserci, quindi numeri, persone che aderiscono, che vengono convocate, anche attraverso le iniziative on line, a “fare” qualcosa, ad esserci. In realtà Cantù già si fregia di tutto ciò, ma occorre spingere affinché sia possibile fare sempre meglio e sempre meglio venga rappresentato e divulgato.

Oggi in un periodo in cui i tradizionali soggetti della rappresentanza sono in crisi, viaggiano in rotta di collisione col mondo, è giunto il momento per far valere nuovi criteri di rilevanza. Le regole che ordinano le modalità di selezione degli interlocutori hanno ormai variato i valori e vanno adeguate all’evoluzione dei rapporti sociali e istituzionali, vanno moltiplicati i luoghi istituzionali, i ruoli e le funzioni pubblici, le occasioni in generale in cui la rappresentanza civica diventi un fattore ordinario di partecipazione.

Una reale rivoluzione civica non può prescindere dalla creazione e il consolidamento di un ambiente in cui contino i temi civici. Occorre quindi strutturare una politica culturale, creare alleanze tra soggetti associazioni e di altri mondi, rendere “pesante” e visibile perché ricco di cose, di idee, di persone intelligenti il mondo dei cittadini organizzati. Può voler dire creare cordate con altri soggetti, dare vita a siti, fare campagne “civili”. Partire soprattutto dal presupposto che certe battaglie non si vincono da soli e che l’unione fa la forza.

Occorre impossessarsi delle informazioni che occorrono a capire le priorità e i problemi di interesse pubblico, per costruirne agende e politiche, per definire gli interventi definiti e per valutare l’operato dei governi. Occorre che questo accada non solo per alzare il livello qualitativo delle politiche, ma anche per allargare sempre più ai cittadini, direttamente interessati, la governance dei sistemi di intervento pubblico.

Purtroppo una delle lacune dell’attivismo civico è la propria invisibilità, vale a dire la difficoltà a rappresentare quello che si fa, le persone che lo fanno, i risultati che si raggiungono. E’ necessario rilanciare, con il contributo delle istituzioni e dei media, campagne di comunicazione per far conoscere a tutti la possibilità di attivarsi prendendosi cura dei beni comuni del proprio territorio.

Parliamo quindi, miscelando educazione civica e partecipazione, di ciò che in molti ambienti viene definita “buona pratica”; una “buona pratica”, per essere definita tale, deve  soddisfare a mio, e non solo, parere sicuramente almeno questi requisiti:

• MISURABILITÀ (possibilità di quantificare l'impatto dell'iniziativa);

• INNOVATIVITÀ (capacità di produrre soluzioni nuove e creative per il miglioramento della qualità dei servizi e per la tutela dei diritti dei cittadini);

• SOSTENIBILITÀ (attitudine a fondarsi sulle risorse esistenti o capacità di generare essa stessa nuove risorse);

• RIPRODUCIBILITÀ (possibilità di trasferimento e applicazione in luoghi e situazioni diversi da quelli in cui è stata realizzata);

• VALORE AGGIUNTO (impatto positivo e tangibile sui diritti degli utenti e sulla promozione della partecipazione civica).


Ne torneremo a parlare, Giorgio Bargna

martedì 1 luglio 2014

La fatica di essere "Social"

Partiamo, scrivendo e leggendo questo ragionamento, dal concetto che io di tutto sono tranne che un esperto in comunicazione.

Quando leggo articoli che provengono da “Il Ribelle” in genere mi trovo in larga parte in linea; nel caso di questo articolo invece non succede proprio così.

L’autore, accusa Facebook di inutilità e controproducenza a livello di informazione e cultura.
L’autore ritiene che è necessario approfondire un argomento prima di imbrattare il web di messaggi a più non posso, che basterebbe andarseli a studiare.
Non gli posso certo dare torto, ma la dispersione di idee grezze e non approfondite non è certo un esclusiva dei social network in genere. Basta entrare in qualsiasi bar, in qualsiasi negozio, in qualsiasi luogo di lavoro per sentire riprodotto a voce quanto espresso a parole sui muri del web.

Ci si chiede nell’articolo, tra le altre cose, i motivi per i quali si ricerchi il contatto, il raffronto, la condivisione con degli sconosciuti. Questo in realtà è il senso (visto dalla parte del fruitore del servizio) dell’esistenza dei social, si ricercano contatti con cui condividere e ragionare, confrontarsi e supportarsi. Nella mia bacheca Facebook risultano presenti 2.900 amici, credo di conoscerne personalmente circa il 10%, di cui abbastanza bene non più del 2%, i veri amici li conto con le dita delle mani. 
Malgrado tutto in questi anni sono riuscito a catalizzare attorno alle mie pubblicazioni prettamente politiche molti lettori e qualche condivisore: questi ritengo siamo coloro che fruiscano al massimo del sevizio che da il social. 
Più raramente è successo sulla mia bacheca di discutere … è bello quando si ragiona lo è meno quando ci si pone quali scudieri di un idea. Per qualche tempo mi son perso in discussioni sviluppatesi all’interno di “gruppi” … era realmente tempo perso, quando ci si trova di fronte a chi non accetta che vi possa una visione diversa c’è poco da fare, sia per apprendere che per convincere.

Vi sono aspetti negativi probabilmente nell’utilizzo dei social, c’è chi condivide la propria privacy a più non posso, senza ritegno ed a rischio di condivisione incontrollata; anche qui però dipende dall’utilizzo: posso volendo divulgare ilo mio stato d’animo attraverso frasi e/o brani musicali, ma se voglio dire quante volte faccio plin plin o se mia moglie mi mette le corna ho modo di dirlo con funzioni personalizzate.

Certo che oltre alla velocità di comunicazione si è accelerata anche la pubblicità delle intenzioni di una persona; io non ritengo sia un male, anzi.

Su una cosa ha ragione chi ha scritto il testo, oggi chi è vicino a qualcuno. In un luogo, in una situazione, rischia di essere catapultato nel mondo, sarà questo un danno? Sarà un reato? Forse non sono ancora maturati i tempi per stabilirlo.

Di sicuro i social, usati al meglio, catalizzano, come si dice sono virali, ma quanti leggono e ragionano e quanti viaggiano a carisma e /o simpatia? Quante persone in realtà vengono veramente raggiunte? Secondo me non ce lo diranno mai, noi resteremo i fruitori del servizio, i conteggi saranno sempre appannaggio di chi  gestisce il giro del fumo.

Una cosa è certa, utilizzare un social con tutti i crismi porta ad uno spreco di energia enorme seguendo i “mi piace”, le condivisioni e le pubblicazioni per ottenere poi un ritorno che non sappiamo valutare in toto?
Ne vale la pena? Non lo so, ma ho corso il rischio e lo correrò ancora per molto.

Giorgio Bargna

giovedì 26 giugno 2014

Itaglia

Parto dalla riflessione di un amico, Ivano Pellizzoni, su Facebook: 
“In Italia funziona così, si esaltano i rincoglioniti miliardari in mutande, ci si mette proni davanti ad altrettanti politici miliardari, ci si affida tempo, denaro e speranze e sono quelli che fanno fare le peggio figure di merda al nostro paese. Si dimenticano sistematicamente i milioni di artigiani, di commercianti, di operai, di imprenditori, che con la loro fantasia e le loro capacità tengono alto il nome del paese nel mondo. Li si uccide di tasse, li si mette alla gogna perché l'evasione fiscale è il cancro dell'economia del paese (a sentir loro), si dichiarano "fisiologici" i suicidi che la crisi miete. E l'italiano riesce ancora a fermare il paese per una cazzo di partita. I tg parlano per la metà del tempo della stessa cazzo di partita. La gente si indigna con l'arbitro per un'espulsione e se ne fotte se muore il tifoso napoletano ucciso per una partita. L'italia ha perso? Ma chi cazzo se ne fotte!!!!!!!! Questa squadra è lo specchio del paese: un fallimento!”

Rifletto spesso sulla situazione attuale. Viviamo in un paese zeppo di cassaintegrati, disoccupati e partite IVA allo scatafascio, milioni di famiglie (anche quelle con lavoro) che faticano a tirare la fine del mese, migliaia di persone che si impoveriscono nel cercare di onorare i propri debiti e per pagare le tasse e le imposte in nome della dignità.

E’ incredibile che non si riesca a fare fronte contro una classe politica a dir poco indecente ed ad un potere economico che ci sta sfilando anche gli slip e poi si veda un popolo unito che, come dice Ivano, si indigna per la decisione di un arbitro. Non è possibile che non ci si renda conto che ci stanno uccidendo giorno per giorno.

Gente qui c’è qualcosa che non quadra, già solo nell’esporre sul balcone quella bandiera che è il vessillo di questo stato (o meglio, Stato) di fatto.

Non posso non dare ragione ad Ivano, siamo davanti ad un fallimento, ne vedremo ogni giorno di più i risvolti, li pagheremo sulla nostra pelle e li pagheranno anche i nostri figli, abbiamo una sola salvezza: unirci, non per la nazionale, ma per riscrivere il nostro presente, per disegnare il nostro ed il loro futuro.

Giorgio Bargna



martedì 24 giugno 2014

Quel lato della verità

Da qualche annetto mi diletto, non tanto nell’ informazione, ma quanto di più nella diffusione di notizie e pensieri. Ho visto, letto, commentato e scritto di tutto; vi è, ne abbiamo già scritto, del bene o del male, vi è verità indemolibile, vi è verità di parte, vi è il nulla, spacciato per verità assoluta.
Quando trattiamo di informazione stiamo certi che non sempre, anzi spesso, poco è quel che appare. Tra la realtà ed il raccontato può esserci un abisso, tra gli outing e le esposizioni di idee spesso possiamo scovare una sfacciataggine mostruosa interpretata all’interno di una voglia spudorata di mettere in mostra pensieri, a volte per necessità a volte per ego.
Utilizzo di tutto, blog, social, messaggistica ed anch’io a volte non sono immune da pecche, a volte si straborda, si è sfondata la porta che separava i datori di commenti dai fruitori, si è superato il confine tra la sfera pubblica e la sfera privata ed è indistinto il passaggio dal fatto alla chiacchiera.
Parlando di livelli più alti dei miei l'eccesso di notizie crea assuefazione ai fatti, l'indignazione si fa routine, l'abuso abitua all’intossicazione.
Spesso ci si arroga il diritto di giudicare di tutto basandosi praticamente sul niente, un niente che magari ci aggrada, si giudica o commenta sull’immediatezza, senza riflessione, senza informazione, sull’onda del pensiero di petto, una spontaneità irriflessiva dei giudizi, priva di mediazioni e confronti, di paragoni e approfondimenti.
Una riflessione mi si sviluppa però da un testo letto in queste ore: chi giova di tutto questo movimento di idee, chi indirizza e ne guadagna?
Sul testo si diceva che i fruitori sono essenzialmente il potere economico-politico, i grandi committenti pubblicitari e i gestori del software, il tutto per vendere, orientare, condizionare (più farsi ammirare, per chi scrive).
Io però, fatto outing per qualche pecca, cerco di stare nell’onesto cercando una formula onesta, cercando di mostrare una verità che sono convinto esista, che sfugge alle nebule dell’informazione generale, una verità priva di un monopolio assoluto perché partorita in buona parte anche da un pensiero personale convinto di essere portatore di verità, ma di una verità che sta dentro di me.
Possiamo anche aggiungere che la verità ha più lati di cui noi ne cogliamo solo uno e che noi, nell’illustrare il nostro lato, non dobbiamo avere la pretesa di dire il tutto o di rivelare il nulla.

Giorgio Bargna

mercoledì 18 giugno 2014

La comunicazione moderna...a me piace

Penso proprio di non scrivere nulla di nuovo asserendo che fin dall’origine del mondo l'uomo, animale politico-comunitario, razionale e normativo ha sentito all’interno di se stesso la necessità di manifestare e condividere il proprio pensiero.

Certamente voglia di condividere, ma anche di ascoltare e di sentirsi gruppo o famiglia.

Viviamo oggi un mondo comunicativo dai lati, passatemi un ossimoro, facilmente difficili.

Oggi tramite internet possiamo esprimere quanto vogliamo senza che nessuno (a discrezione) ci contesti oppure lasciandolo fare.
Possiamo parlarci velocemente con servizi di messaggistica istantanea, condividendo ogni istante della nostra vita ed ogni nostro pensiero.

In ogni caso però partiamo (selfie o pensieri filosofici) dal principio che in ogni argomentazione in genere, bisogna essere d'accordo su qualche cosa che si prende come principio per giudicare la questione di cui si tratta, quindi che non si disputi con uno che nega i princìpi di partenza, salvo rischiare di ritrovarci beati al proprio specchio.

Oggi mi capita tramite le rete di usufrire di blog, social network e messaggistica, discuto, anche con persone lontane che non conosco, di cose che mi appassionano, condivido con gli amici attimi, situazioni, emozioni che il semplice (si fa per dire) contatto umano non potrebbe illustrare istantaneamente, nel momento in cui, magari, se ne sente la necessità, il bisogno.

Spesso leggo critiche feroci verso questo nuovo modo di comunicare, io non sono d’accordo in toto. E’ vero che spesso porta all’alienazione dalla vita reale, ma questo dipende dagli utenti, non dal mezzo utilizzato.

Con la dovuta attenzione io personalmente sono riuscito ad integrare internet (globale) con la politica (locale), i selfie e i messaggi col dialogo face to face.

Sicuro è che i ritmi di vita veramente frenetici di questi anni hanno modificato di molto la comunicazione, se qualche decennio fa avevamo il tempo e la voglia di scambiarci missive postali oggi controlliamo su WhatsApp se la nostra amata è in linea, se qualche tempo fa le notizie arrivavano anche dai settimanali oggi sappiamo tutto in tempo reale.

Forse arriviamo al nulla alla fine di questo articolo, questo è possibile.
Sono convinto che però il dialogo, se costruttivo, abbia un valore sia face to face che tramite un qwerty, sono convinto che quel che conta è l’interscambio ma soprattutto, poi, la concretizzazione reale del virtuale.

Sono convinto che ogni mezzo sia valido se usato con cautela o al massimo (altro ossimoro), mentre digitavo su questa tastiera i miei pensieri scambiavo, nel frattempo, con gli amici su WhatsApp sia banalità che riflessioni sui problemi quotidiani.

A me questa comunicazione piace, voi cosa ne pensate?

Alla prossima, Giorgio Bargna

martedì 10 giugno 2014

Dedicato a...

Sono ormai otto anni che riempio lo spazio web, e non solo, di parole. Su giornali online (ma anche cartacei seppur sporadicamente) e miei spazi web ho parlato prettamente di politica, raramente alternata ad una situazione sociale che vivo personalmente.

Ho scritto parecchio di Democrazia Diretta, di Autonomia, di Responsabilità, di Federalismo e Localismo. Penso ormai di avere detto e ridetto tutto quanto conoscevo e in cui credo e mi riprometto di scrivere meno di politica e di puntare su altri temi sia pur sempre con l’occhio che mi ha contraddistinto sinora.

Oggi parto da una vicenda personale. Sono passati molti anni da quando potevo dire, in senso compiuto, di frequentare amici. Sono stati vari passaggi naturali della vita ad allontanarmi da questo probabilmente. Non certo il matrimonio in se stesso, ma alcune variabili correlate hanno sicuramente contribuito, del matrimonio mio e di quello di alcuni amici, non solo di quelli che sia pur anonimamente citerò. I ritmi di lavoro, molti problemi e la passione per la politica mi hanno sicuramente distratto da qualcosa che ha un valore immenso ma che va coltivato quotidianamente: l’amicizia.

In questo periodo il riavvicinamento ad alcuni vecchi amici, alcuni molto stretti altri meno, di lunga data, dovuto ad un evento hanno risvegliato in me questo seme che non annaffiavo da un tempo troppo lungo.

La frequentazione personale con scadenze periodiche molto strette e (incredibile ma vero) un rapporto quotidiano, molto fitto, di messaggistica istantanea hanno creato un gruppo molto affiatato che alterna molta ludica a condivisione di pensieri più profondi … è nata, è rinata, si è alimentata una semplice e spontanea alleanza tra amici.

Per me è stato un toccasana, grazie a questa situazione sicuramente le mie giornate, piene dei problemi che molti abbiamo a questo mondo, sono diventate più leggere, vivibili e condivise ed è riaffiorata la parte più pazza e simpatica del mio carattere.

Mi guardo attorno e vedo molte persone dallo sguardo cupo, forse a molti di loro è mancato anche questo, avere qualcuno con cui sorridere e perché no, se non piangere, condividere i problemi e le angosce, le gioie e i successi quotidiani.

Forse sono solo un vecchio sentimentale di periferia ma consiglio a tutti di alimentare questo sentimento … l’amicizia, quella vera, forse è stata alienata, come altri valori, da questa società assassina; rianimarla potrebbe aiutare tutti a vivere meglio.

Questo post è dedicato si a tutti i miei amici, ma anche a tutti gli amici nel mondo, sperando siano sempre di più ogni giorno che passa.


Alla prossima, Giorgio Bargna.

venerdì 6 giugno 2014

L'unica battaglia spendibile

Sono passate le elezioni europee, non vi erano fronti comuni veramente coesi e saldi a favore della sovranità e contro l'euro, solo cavalli sciolti che hanno cavalcato l'ondata solo per intercettare voti a valanga.

Ci prometteva qualche annetto fa un personaggio: “Con l'euro lavoreremo un giorno di meno guadagnando come se lavorassimo un giorno di più”.
Di certo noi oggi sappiamo che oggi la sovranità esiste solo nella versione di sovranità del mercato e della finanza.

E’ sintomatico che quanti non amino il genere “Europa del denaro”, anche quando si tratta di semplici cercatori di voto, vengano tacciati di populismo, termine vago coniato ad hoc dall’establishment per screditare chi è contro il sistema di potere che esso alimenta.
Non ritengo in se stesso l’euro il nemico assoluto, se strutturato con sostenibilità sarebbe anche stato un bene enorme, ma è certo che così impiantato sopra i danni già creati dalle ideologie degli ultimi anni è stato il colpo di grazia inferto ai nostri futuri.

A ben vedere i federalisti europei del dopoguerra sognavano una moneta unica europea, una politica estera unica europea, un esercito unico europeo, il tutto ponendo il federalismo tra i punti chiave e come proprio fondamento il principio della libertà, secondo il quale l'uomo non deve essere un mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita.

Forse si era anche partiti bene nell’impresa, il risultato finale però è un contenitore politico/amministrativo ospitante una dittatura finanziaria ed eurocratica.
Ne da una significativa descrizione ce la da Diego Fusaro:
«L'Europa è una perversa reductio ad unum in cui dietro l'unità si nasconde la volontà impositiva di neutralizzare la pluralità. È questa un'Europa coerente con il progetto della globalizzazione perché neutralizza le culture, le tradizioni, il “diritto alla differenza”, imponendo l'unica lingua che è l'inglese della finanza, l'unico modo di pensare e di produrre del capitale finanziario, l'unico modo di strutturare le tradizioni».

Chiunque sia dotato di un minimo di senso federalista sa che il popolo europeo è ben altro, sa che si alimenta delle singole tradizioni locali, un vero e proprio raggruppamento di pluralità.
Di fatto però questo popolo oggi è vittima di una tecnocrazia spietata. Tramite il debito è stata imposta la schiavitù e le armi puntate verso i prigionieri non sparano più proiettili ma bensì debito pubblico e spread. Forse possiamo parlare di un nuovo, strisciante, sottile, totalitarismo di stampo nazista.

Dinanzi a questo scenario oggi, più che mai nella storia umana, la battaglia localista assume un ruolo fondamentale.
L’Uomo, il Cittadino, il Sovrano spogliato del proprio ruolo di protagonista sociale e politico necessita di dover di ritrovare i propri punti di riferimento, i propri valori, la propria dimensione e dignità e li può ritrovare e rigenerare solo poggiandosi su due identità, la propria e quella della Comunità a cui appartiene.

Solo ripartendo dai territori e da una gestione diretta delle scelte si potrà combattere la globalizzazione e le sue branche: omologazione, standardizzazione, appiattimento
delle culture e alienazione dell’identità e del senso di appartenenza.

Il fulcro della battaglia localista sta nella promozione dell’idea che diversità non è reato ma
bensì valore aggiunto, nell’antitesi alla globalizzazione, a colei che aliena l’identità dei popoli e degli uomini. Solo e soltanto un sistema basato su  piccole patrie e localismi, sul risolutivo ridimensionamento della tecnocrazia ed i suoi apparati industriali e virtuali può garantire la costruzione di una società che valorizza le risorse locali e le identità culturali e valorizza una struttura comunitaria basata su microeconomie autocentriche all’interno delle quali il cittadino partecipi in prima persona alle decisioni che lo riguardano, una società dunque che torna a reggersi sulla cooperazione e non più sulla competizione.

Visti i danni e le inefficienze di mille altre ideologie quella localista è l’unica battaglia che abbia senso combattere per il semplice motivo che si arma della fierezza del suolo di nascita e della solidarietà verso i prossimi più vicini e, poi di conseguenza, verso il mondo intorno a sé; partendo dalla cura dell’erba di casa propria si colora di verde tutto il mondo, con consapevolezza e determinazione.

Giorgio Bargna 

giovedì 29 maggio 2014

L'inaccettabile

Gli ultimi decenni hanno privato quello che noi intendiamo come Stato/Nazione di ogni sua peculiarità acquisita e soprattutto della propria sovranità.

Le sovranità perse e le cause possiamo ricercarle tra:
la sovranità politica, dipendente dai mercati finanziari
la sovranità economica, fin troppo influenzata delle multinazionali
la sovranità militare, per l’opulenza della NATO
la sovranità monetaria, defraudata dall’Euro
la sovranità in termini di piano finanziario, per sotto stare alle esigenze del Meccanismo Europeo di Stabilità  

A prima occhiata potrebbe sembrare che tutto si sia tramutato in una sovranità politica europea, in realtà invece stiamo sottostando alla sovranità del sistema del denaro.

Pensa, sulle conseguenze di queste scelte, Alain de Benoist:
“Le politiche di austerità provocano un abbassamento del potere d’acquisto, quindi della domanda, quindi dei consumi, quindi della produzione, e di conseguenza un aumento della disoccupazione, della deindustrializzazione e del numero di delocalizzazioni. In fin dei conti, le entrate fiscali diminuiscono invece di aumentare. Per assolvere i loro debiti, gli Stati devono allora continuare a chiedere prestiti al settore privato, anche solo per finanziare gli interessi su tali debiti. Questi nuovi prestiti appesantiscono di nuovo il debito pubblico, facendone aumentare ancora gli interessi.(…) Si entra così in un ciclo senza fine”.

La conseguenza in questi anni è stato il continuo avvicendarsi di governi tecnici che hanno fatto dell’austerità il presupposto imprescindibile di ogni decisione. Conseguenze inevitabili povertà e disoccupazione, chiusura delle imprese, vessazioni e tagli ai dipendenti.

Ci si chiede spesso se uscire dall’euro sarebbe il toccasana. Esso per come è stato impostato ha sicuramente influito sul danno, ma a mio avviso questo si sarebbe procurato anche con monete svincolate se le politiche economiche non fossero state comunque dissimili. Oggi comunque svincolarsi potrebbe provocare lacrime e sangue ancora maggiori; forse una svalutazione dell’euro potrebbe essere una giusta via di mezzo, ma non credo le banche sarebbero d’accordo.

Conseguenza diretta di questo stato di fatto, governi “di destra” e “di sinistra” che praticavano la stessa politica, è stata la nascita di movimenti cosiddetti populisti o alternativi (a seconda della fascia di appartenenza) che cercano la giusta via di uscita.
E’ vero che nel calderone vi sono anche movimenti un poco repulsivi, ma nel complesso vi è del grande, vi è tanta voglia di cambiare traiettoria.
Eppure, paradossalmente, nei cosiddetti PIGS, nei paesi più colpiti da questo status gli elettori hanno preferito la conservazione alla sovversione, forse, dico forse, allo spirito di trasformazione ha prevalso la paura. Nella nostra penisola dopo vent’anni di berlusconismo ci troviamo davanti ad un futuro incarnato da un renzismo straziante che in fondo fa comodo a tutti i concussi della corruzione, del voto di scambio, della furberia, del malaffare…dell’italianità mafiosa in pratica … qualcosa di veramente difficile da scardinare … vedremo però quando non ci sarà più nella da acquisire molti amici fuggire dagli “amici”… oppure, forse, sbaglio analisi e devo semplicemente accettare che il popolo italiano vive la sottomissione come piacere e la sopraffazione come forma di eccitazione, come masochismo estremo.

Non voglio accettare quest'ultima opzione e continuo ad impegnarmi affinché nasca un fronte coeso e desideroso di vittoria.

Giorgio Bargna