giovedì 12 settembre 2013

Proctologia terapeutica

Non dico novità sul mio fronte di pensiero, siamo caduti dalla padella alla brace, per quello che riguarda l’attualità (ma conferma la storia) Letta è la continuazione di Monti, i soci che li accompagnano cambiano faccia, ma hanno le stesse prerogative, le quali non hanno certo a cuore il nostro bene.

L’ultimo usa una vaselina più dolce e delicata ma le finalità ed i principi guida non sono mutati: l’Italia ha da essere solo una traccia su delle cartine geografiche, priva di peso internazionale e di forza decisionale, a disposizione delle potenze occidentali e dei loro disegni mondiali.

I partiti che lo sostengono sono gli stessi, ogni giorno più allo sbando, privi di idee, ma certi di voler sopravvivere tanto da decretare la nascita e la sopravvivenza degli ultimi due (ma anche più) esecutivi, beffandosi della fantomatica democrazia, del voto degli elettori e della tanto declamata sacralità costituzionale.

Dopo il vuoto di anni spesi a sostenere l’ipotesi pro e contro Berlusconi i nostri stanno cercando il collante in un fantomatico equilibrio centrista, sbattendosene altamente gli attributi di aver portato il Paese oltre l’orlo dell’abisso.

Abbiamo vissuto due decenni di pseudo politica colmi di moralismo, oltranzismo etico, servilismo alla ragione europea e atlantica, spettacolarizzazione televisiva, assenza totale di contenuti programmatici e di visione globale; tutte nefandezze che solo i ciechi volontari possono non vedere.

Non è certo da oggi che sostengo che destra e sinistra sono due sfaccettature della stessa presa per il culo, che danno una sola certezza: il culo è il nostro!!!

Proseguono nei loro intenti senza celarsi nemmeno poi tanto, rinnovando compagini comunitarie al servizio del Paese, che si impegnano a completare il servizio ai nostri danni.

Le azioni proctologiche si basano sulla svendita delle proprietà pubbliche che passano, necessariamente, da un’ulteriore debilitazione della sovranità nazionale e dalla dismissione della sua dignità deliberativa.

Citando Gianni Petrosillo “Diluendo le decisioni, smontando pezzo per pezzo le strutture industriali della nazione, delegando all’esterno i propri doveri e abusando dei loro diritti, annunciando salassi economici per legittimare più modeste ma ripetute ferite allo Stato sociale, in maniera da garantirsi un dissanguamento lento e costante, sperano di guadagnare tempo per la propria sopravvivenza e ugualmente raggiungere quei risultati devastanti che sono stati imposti dai loro padroni internazionali. Per dimostrarvi che questa tattica di terrorismo psicologico sulla popolazione è sempre in atto riporto una notizia fresca fresca. Vogliono ancora impoverirci mettendo mano alle pensioni. Quest’ennesimo annuncio sconvolgente, dopo aver concretizzato una delle riforme più severe d’Europa sulla previdenza sociale, serve a spaventare il volgo, a dissimulare una fucilata al petto per rendere più accettabile un’altra gambizzazione. Naturalmente, stanno cercando di giustificare l’operazione ricorrendo ai sempiterni stratagemmi che fanno andare in brodo di giuggiole gli azionisti dell’equità sociale e i missionari del livellamento censuale. In pratica, propongono di alzare le pensioni minime a 750 euro creando un fondo comune per l’equità previdenziale alimentato da chi percepisce pensioni elevate MA ANCHE DAI CONTRIBUTI VERSATI DAI LAVORATORI. E’ palesemente una trappola per succhiarci altra linfa. Se ne sta occupando il pluripensionato aureo Giuliano Amato, un impunito della Prima Repubblica che dopo averci regalato l’euro vorrebbe costringerci alla neuro”.

Ci raccontano spesso che si vede la luce in fondo al tunnel, loro non hanno alternative o recitano la commedia fino in fondo oppure rischiano di finire davanti ai plotoni di esecuzione, il popolo bue continua ad ascoltarli, castrandosi volontariamente.  

Cito ancora Petrosillo, perché non trovo parole migliori delle sue “Non ci sarà però sempre uno spread a salvarli e man mano che la situazione si farà più grave la loro fantasia apparirà per quel che realmente è: un raggiro ai danni della comunità. Al pari, se sperano di coprire quattro lustri di malgoverno, equamente suddivisi tra cdx e csx (almeno nelle volte che si sono avvicendati al potere), riproponendo un intruglio di moderatismo, solidarismo interclassista e interraziale, senso di responsabilità, dottorismo bocconiano, supremazia diritto civilistica ed altre amenità del genere, a fronte di una disperazione e depauperazione collettiva inarrestabile, il palcoscenico sotto i loro piedi finirà per incendiarsi svelando gli sporchi giochetti dietro le quinte. Speriamo che accada presto ma non dobbiamo illuderci. Senza una scintilla sapientemente alimentata proseguiranno le docce fredde. O ci armiamo di volontà politica critica e implacabile contro i traditori antinazionali o ci attrezziamo per il peggio che non potremo comunque evitare. Il disastro incombe ed il tempo stringe”.

Sveglia ragazzi rincoglioniti o assuefatti, il tempo non solo stringe, soffoca!!

Giorgio Bargna

giovedì 5 settembre 2013

Rimetto il futuro nelle vostre mani

Sono anni che predico, ma ho limiti di un uomo della “seconda età”, quella dove ancora ci provi, ma non hai più la forza, l’entusiasmo, la voglia che ti consentono il “miracolo”.

Per fortuna dietro di me ci sono milioni di giovani, loro hanno ancora tutti i requisiti per farcela.

Non voglio insegnare nulla a loro, i giovani devono ascoltare i vecchi, capire dove sbagliano e non imitarli in quello, semmai innovare quel poco (o tanto) di giusto che gli trasmettono in tradizioni e pensieri comuni che datano secoli.

Il futuro (ma anche il presente) si dirige, in un certo senso, si domina, padroneggia. Non si subisce il futuro, si scrive.

A volte i ragazzi escono con certe affermazioni che mi spaventano; partecipare, costruire, sono le basi di una partenza non risibile, riappropriarsi del futuro come atto primario di volontà concede la possibilità di liberarsi delle stanchezze, le frustrazioni, i tabù che pesano sui giovani d’oggi.

Partecipare  (ma questo vale anche per i “vecchietti” come me) significa sentirsi parte di un destino; cito Arthur Moeller van den Bruck : “La democrazia va vista quale partecipazione di un popolo al proprio destino”.

Cito anche Simone Weil, la quale affermava che radicamento e partecipazione potranno andare di pari passo, espressione di una domanda complessa ed insieme naturale, in quanto“imposta dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente”.

Riusciamo ad “isolare” il nemico?

Dobbiamo, vogliamo, costruire, ma cosa?

Davanti alla crisi epocale che viviamo le vecchie ricette non solo sono stantie, non hanno assolutamente più fondamento.

Dando per scontato che non possiamo concedere al capitalismo globalizzato e alla finanza senza patria lo spazio del “libero mercato” senza regole, né controlli, dobbiamo coniugare concretamente globale e locale.

Le difficoltà, gli impegni stanno nel come costruire concretamente la partecipazione, nel capire se c’è lo spazio concreto per farlo, se il comunitarismo ha veramente un fondamento concreto, nell’individuare gli strumenti partecipativi più idonei, cercando tra i media più moderni ed i sistemi di comunicazione ed interscambio più arcaici.

Che funzione dobbiamo consegnare all’associazionismo, alla sussidiarietà, ai partiti  nella costruzione di un nuovo sistema?

Chi sarà in grado di dare queste risposte e “mobilitare” il mondo si dimostrerà la classe politica (e consentitemi, civica) all’altezza delle sfide odierne e sicuramente sarà formata da giovani.

Sono certo, un giorno, di abbracciare un gruppo di giovani, ringraziandoli.

Giorgio Bargna

sabato 13 aprile 2013

Patto di stabilità spiegato ad un bambino


Nelle scorse ore durante una discussione via facebook  un interlocutrice mi chiede  una spiegazione su cosa sia il “Patto di Stabiltà. Non sono certo un tecnico, ma più o meno  ne sento parlare spesso nelle riunioni della mia lista civica e ne ho una certa proporzione in mente, però i veri dettagli tecnici non li conoscevo proprio tutti, quindi ho chiesto a quella che considero una cara amica di spiegarmelo come lo spiegherebbe ad un bambino di quattro anni, citazione presa dal film “Philadelphia” di cui consiglio la visione a tutti.
Ecco qua il tutto, spero serva a chi non segue la politica e a chi non la segue con leziosità nel capire perché a volte gli amministratori dei comuni sembrano avere braccine corte o incapacita’. Spero serva a capire che l’amministrazione di un ente locale, anche da parte di chi non si riconosce in una tessera nazionale, a volte proprio non può.


Il patto di stabilità spiegato ai bambini

In soldoni gli enti locali devono provvedere unitamente allo stato a sanare il deficit pubblico al fine di rispettare gli accordi europei di Maastricht .

Lo stato annualmente fissa degli obiettivi agli enti locali.
Gli enti locali nella gestione di entrate e uscite devono ottenere un risultato positivo (“utile”): A – B = + X.

Tale calcolo tiene conto solo di alcuni voci del bilancio dell’ente:

A corrisponde ad alcune entrate dell’ente (accertamenti titolo primo, secondo e terzo dell’entrata – tributi, contributi stato/regione/ecc, proventi da servizi [mensa, asili, ecc] + riscossione del titolo IV dell’entrata – oneri di urbanizzazione, monetizzazioni, cessioni di aree…)

B corrisponde ad alcune spese dell’ente (impegnato titolo primo della spesa – spese correnti [stipendi, interessi passivi, utenze, neve, servizi come ad es asili, assistenza anziani, manutenzione scuole, ecc] + pagato del titolo secondo della spesa [opere pubbliche – asfalti, acquisto beni durevoli, ecc ]

Il saldo tra queste due voci deve dare il + X stabilito dalla norma

Nel caso di Cantù per il 2012 era il famoso 3 milioni di €

Se il saldo dà un risultato negativo rispetto a + X (esempio: risultato da ottenere + 100, risultato ottenuto + 99 ) il patto NON è rispettato ed il comune deve fare fronte alle sanzioni previste dalla norma.

Sanzioni principali:
restituzione della differenza non realizzata rispetto all’obiettivo fissato ( 1 se l’obiettivo era 100 e si è raggiunto 99);
limitazione della spesa corrente;
riduzione indennità di carica degli amministratori;
impossibilità di contrarre alcun tipo di finanziamento;
blocco delle assunzioni di personale a qualsiasi titolo.

giovedì 13 dicembre 2012

Nuovi semi

Sono decenni che ci viene raccontata la favoletta della crescita economica, oggi, se abbiamo gli occhi ben funzionanti, tutti ne possiamo ammirare la polverizzazione. La politica, ops, i partiti (che dicono di volerla rappresentare) sono i galoppini di grande commercio, finanza ed industrie di ogni settore, dall’autotrasporto alle armi, ognuna col proprio tornaconto sia economico che di potere.

Il “sistema” ormai è imploso su se stesso e va sostituito, non aspettiamoci le risoluzioni dai sopraccitati, uno per logica, due perché chi ha causato un male così grosso non potrà mai essere chi ne possa trovare la cura, va estirpato il male partendo dalla radice e nuovi semi vanno impiantati.

Del pollice verde occorrente per questo innesto ne  potrà godere solamente una “fratellanza sociale” composta da movimenti non lottizzati, da cittadini partecipi, associazioni territoriali e da piccoli imprenditori già attivi o prossimi alla nascita.

La ricetta? Sostenibilità e quanto Maurizio Pallante definisce “decrescita selettiva” della produzione.

Ne ho scritto più (e più) volte, produzione, commercio, consumo ed occupazione debbono essere di natura prettamente locale, territoriale, possibilmente partecipativa.

Già da anni con lo scoppio della bolla immobiliare praticamente ogni articolo non alimentare si è ritrovato in crisi.

Se vogliamo risollevarci un ruolo fondamentale l’edilizia dovrà ancora averlo, si tratterà però più di urbanizzazione selvaggia ma di una riconversione energetica. La ristrutturazione dell’esistente, portato ad una classificazione energetica di massimo livello, esprime un’economia virtuosa che salvaguarda il lavoro (qualificandolo, peraltro) ed i fatturati, aggiungendovi anche svariati vantaggi ecologici, già il solo abbattimento delle spese di riscaldamento ripagherebbe, intelligentemente, la spesa affrontata. interamente finanziati dal risparmio stesso”.

All’inizio accennavo all’industria dei mezzi stradali, ormai tutti ne possediamo uno  e ci stiamo soffocando coi gas di scarico, meglio riconvertire parte di questa industria verso nuove forme di approvvigionamento elettrico e spostare il meno  possibile cose e persone. Bisogna boicottare tramite i piccoli gesti della nostra vita la grande distribuzione, che è costosissima, e puntare su prodotti più o meno di natura biologica, ma locali …. meno traffico ed inquinamento e maggiore tutela del territorio.

Oggi, ormai, il cane a forza di mordersi la coda è arrivato al sedere. La concorrenza ha spinto le aziende a produrre sempre più velocemente, le tecnologie moderne dalle grandi performance hanno ridotto di molto la forza lavoro umana, la delocalizzazione della produzione ha creato disoccupazione … la conseguenza: meno redditi, meno domanda, consumi in crisi ed un debito che di logica dilaga, oltretutto senza una sovranità monetaria nazionale con tutte le conseguenze che stiamo pagando.

Scrive Matteo Pucciarelli  su Micromega: “C’è stato un anno, il 2012, che ci ha spiegato diverse cose. E ci ha detto che (…)c’è stato un governo sostenuto da centrosinistra e centrodestra che in un perfetto clima civile e sobrio ha fatto fuori l’articolo 18, ha varato l’ennesima riforma delle pensioni lasciando senza lavoro e senza pensione decine di migliaia di persone, ha tolto solo a chi ha sempre pagato, non ha fatto nulla per i giovani, non ha toccato i grandi patrimoni e i privilegi della Chiesa, ha tagliato il pubblico e non ha tagliato le spese militari. Un governo col bon ton, ma neo-liberista e classista, che ha inserito l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Tradotto, altri tagli indiscriminati. E dove, se non nel pubblico?”

Nel frattempo il debito pubblico si è ampliato, la disoccupazione si è ingrandita, il Pil si è inabissato, l’inflazione è aumentata, i salari sono scesi, i contratti di lavoro sono capestri. In questa logica non si deve più scegliere tra rosso o nero, entrambi sono vessatori,  al servizio dei poteri forti: fingono di dividersi su come ridistribuire la ricchezza, ma in realtà, come scrive Maurizio Pallante:  “è ormai sostanziale la convergenza, da destra a sinistra, sulla scelta di scaricare sulle classi popolari e sul ceto medio i costi del rientro dal debito pubblico e di rilanciare la crescita attraverso la mercificazione dei beni comuni e un programma di grandi opere”.

Come scrivevo qualche riga più su  occorre la nascita di una “fratellanza sociale”composta da movimenti non lottizzati, da cittadini partecipi, associazioni territoriali e da piccoli imprenditori … le piccole aziende e gli artigiani rappresentano la grande massa della forza produttiva italiana, un valore già grande di per se, ma inquinato dalle logiche della iperproduzione e del consumo premeditato, che può divenire valore inestimabile se si crea una rete territoriale di scambi commerciali ravvicinati, a contatto diretto con gli acquirenti.

Occorre convincersi che i partiti e le altre associazioni “castizzate” sono fenomeni da cancellare ed attivarsi, dal basso, ad assalire una crisi che come scrive Pallante “non è solo economica e ambientale, ma una vera e propria crisi di civiltà”.

Giorgio Bargna

mercoledì 24 ottobre 2012

Federalismo e sostenibilità

Non sono certo un filosofo, neppure uno studioso, cerco semplicemente di vedere il mondo dalla mia angolatura a tratti anarchica, a tratti autonomista, a tratti comunitaria. Nell’insieme della mia visione non posso esimermi dal trattare temi quali possono essere l’autogoverno, il rapporto reciproco tra partecipazione e progettualità sociale, governo anticentralista fenomeno proprio del municipalismo e del federalismo municipale. Analizziamo l’angolazione del federalismo municipale, del suo significato strategico nella possibilità di governare dal basso il paese nel contesto della geografia politica e sociale di un amministrazione decentrata, descrivendone soprattutto dei comuni e delle loro reti.

Mettiamo in chiaro, filosofi o no che possiamo essere, il programma di governo locale non può essere il prodotto da un istituzione centralista che risiede in un luogo “extraterritoriale”.

Il cantiere, la fucina, esiste già nei territori, e viene prodotto da una sinergia che incorpora quella relazione tra istituzioni locali e società civile che produce quel programma vivente incarnato dai cittadini, dalle istituzioni locali, sperimentato già in percorsi partecipativi ed istituzionali di base, nell’autogoverno dal basso.

In anni recenti, anni simboleggiati dal “federalismo della devolution”, dal potere dei governatori accompagnato dal “premierato forte”, disegno della destra italiana, profondamente neocentralista, statalista e autoritario abbiamo assistito ad alcune esperienze vive, di possibile governo dal basso, nei territori; prove valide di Federalismo dal Basso abilmente contrastate dal centralismo.

Gli anni sopra descritti rappresentavano, rappresentano, esattamente l’antitesi dell’ipotesi di un autogoverno locale, composto in reti di scala più ampia e di cooperazione solidale tra aree regionali ed interlocali nel paese. Non ci si può che votare ad una opzione di autogoverno che è espressa in modo rigoroso nel federalismo a base municipale, che è nel “dna” delle nostra storia.

Quanto al sistema centralista, legato a doppio filo con economia e finanza, dia fastidio una opzione localista lo intuiamo sia dalla sistematica azione di demolizione delle autonomie comunali che il governo centrale mette in atto, sia per la sottrazione di risorse che per l’erosione dello spazio di gestione del territorio e di servizi in relazione diretta con la società.

Ed i comuni si ritrovano catapultati nel cuore dell’attacco.

Vivendo di fatto in una nazione dove il federalismo non è praticabile per legislazione necessita porre le basi del federalismo attraverso le linee guida di un municipalismo cooperativo sviluppato tra amministrazioni comunali non suddite ma anzi incarnazione di azioni e strumenti di cooperazione e co-pianificazione inserite in una catena di reti interlocali ed arricchite da una relazione partecipativa con le società insediate: il federalismo municipale, l’autogoverno locale, che viaggia di pari passo con il tema del welfare “municipale” e della difesa e valorizzazione dei beni pubblici (che ne sono una delle espressioni fondamentali).

Contro quant0 appena descritto l’autoritarismo neo-liberista del governo centrale si attiva quotidianamente nel tentativo di distruggere l’autonomia comunale proprio per costruire la base della privatizzazione dei beni pubblici e della aziendalizzazione e commercializzazione dei servizi.

Si sono intesi, in questi anni, i servizi da offrire ai cittadini/contribuenti quale mercato dove inserire i propri amici, spesso su vasta scala, anche regionale, mentre i comuni e le loro reti territoriali venivano spesso espropriati delle possibilità gestionali, decisionali; in sostanza declassati a “passacarte burocratici”, privati di capacità di mediazione, programmazione, progettazione. Il mercato trionfa ed il servizio diventa insostenibile in quanto selettivo e costosissimo.

Se intendiamo riaffermare il carattere pubblico di beni e servizi e della loro effettiva fruizione sociale quale bene comune appare sempre più chiaro che vi è una sola basilare garanzia e si tratta della fondazione della disponibilità dei beni e dei servizi nello spazio pubblico, della relazione tra istituzione di base e società insediata, ove la relazione non è mercantile ma fondata sulla cittadinanza. Chi fruisce un servizio e un bene condiviso non è un cliente ma un cittadino ed un abitante, che assume corresponsabilità appunto nello spazio pubblico, civile.
Necessita senza ombra di dubbio alcuna una gestione “civico/municipale” del ruolo di progettazione, definizione e gestione del servizio e della valorizzazione dei beni comuni.

Il municipio ha l’obbligo, anzi mi correggo il diritto, di essere in campo, così come le reti di municipi, verso una incidenza nelle politiche strategiche di welfare di area vasta (supportate dal ruolo di provincia e regione), ma sempre a partire dalla relazione locale società / istituzione.
Si può inoltre sostenere che welfare municipale e produzione pubblica di servizi non possono non avere fondamento su un controllo, o meglio, una “sovranità” sui beni pubblici (aria, acqua, cicli delle materie prime e seconde e dell’energia) e sul bene pubblico primario che li comprende, il territorio.
Attraverso l’attuale implosione del sistema capitalistico si evidenzia sempre più pressante negli ultimi anni quella crisi economica che ha radici ormai decennali, a questo punto occorre trovare una via assolutamente alternativa, antitetica.

La sovranità e la responsabilità di territorio sono il fondamento della possibilità di un “altro sviluppo”, che produca un riattivazione del ciclo di riproduzione del valore territoriale. L’autogoverno in rete, in sostanza il federalismo municipale, si esprime infatti, strutturalmente, nella attivazione del patrimonio locale, dei caratteri distintivi propri dei territori e delle società insediate e propone la formazione di ricchezza durevole che esprime le “chance” dei territori, differenziati, fondata sui capitali sociali e sulle qualità proprie dei luoghi, su risorse locali.

La responsabilità di territorio si esprime prima di tutto evitando processi di espropriazione e di svendita di suolo e contestualmente attivando economie di valorizziamone del patrimonio territoriale.

Le diverse vie alla trasformazione qualitativa sono la base dell’autogoverno e della sovranità e le reti (inter)locali sono il terreno fertile di “scambio equo tra associati.

Nel manifestarsi della crisi dello sviluppo industriale e della produzione quantitativa e omologata appare sempre più chiaro che il futuro delle economie si può concretizzare solo attraverso la produzione di qualità differenziata nei diversi territori e culture, caratterizzata localmente, distinta per luogo di origine.

Potrà essere solo questa la risposta efficace posta di fronte al mercato internazionale invasivo della produzione omologata a basso costo ed a bassa qualità, un opzione che può riprodurre a scala mondiale, una rete di scambio delle diversità e delle qualità differenziate per culture e caratteri locali.


Giorgio Bargna

martedì 25 settembre 2012

Avviare il processo (popolo ed autogoverno)

Ho scritto in quest’ultimo mese di popolo, autogoverno e federalismo. Molti, tra quanti hanno letto, secondo me non hanno travisato il mio pensiero espresso in una frase che ripropongo qui sotto grassettandone una parte:


“Il concetto di Nazione permane, ma come una sorta di disegno a matita su una cartina, a cui delegare solo alcune prerogative quali difesa, la lotta al grande crimine, relazioni con l’estero, moneta”.
Io mi ritengo autonomista, ma anche realista e questi, che considero nel mio pensiero, tratti di matita sono però per molti, per le istituzioni, nazionali ed extra, per politici e finanzieri dati acquisiti, punti di forza da cui non si staccheranno mai volontariamente.
Allora come arrivare a quell’autonomia che consentirebbe ad un autogoverno di essere davvero tale, che consentirebbe ad un territorio di gestire le risorse, trattenendo la quasi totalità delle tasse raccolte nella propria area, che consentirebbe di gestirsi istruzione, trasporti, sanità e molto altro delegando al governo centrale solo, come già detto nei giorni scorsi, la difesa, la lotta al grande crimine, le relazioni con l’estero e la moneta?
Non sono un indovino, quindi una risposta certa non la ho, ma un opinione si.
Occorre formare un popolo, più esattamente una comunità locale, cementata sulle unità di intenti. Un popolo lo si forma solo se lo si fa sentire vivo, importante, decisivo, condizionate sulle scelte istituzionali. Lo si può formare solo, con impegno politico, localmente, fornendogli la possibilità di scegliere, suggerire, decidere, imporre se necessario…vi è solo un mezzo per potere plasmare tale “creatura” e sono le forme di democrazia diretta applicate a livello locale unite all’impegno politico di cittadini “normali”.
Io invito ogni movimento che sogna autonomia ed indipendenza a non fare voli pindarici, ma a restare coi piedi per terra, a non sognare grandi alleanze extraterritoriali, ma ad impegnarsi sui propri territori a cementare comunità vere e vive…diventare “catalani”, “scozzesi” (ma sono esempi soprattutto culturali e di democrazia locale, la Catalogna e la Scozia  credo non gestiscano direttamente, ad oggi, le proprie risorse economiche, ma ci provano),  richiede un processo lungo che richiede la presenza di grandi spinte politiche.
Ribadisco quanto scritto giorni fa: “L’autogoverno poggia sul principio di sussidiarietà, sulla sovranità democratica degli elettori, sulla libertà di associazione tra cittadini e sulla libertà di unione tra istituzioni territoriali”
Ribadisco anche di credere in un Federalismo Municipale, all’unione di Comuni in Aree Territoriali Omogenee, nella forza delle gente…dobbiamo solo sforzarci di spingere verso questa direzione, azionato un meccanismo simile non ha più alcuna importanza essere sotto l’egida di Roma o di Berna, se non per pisquiglie. Come conclusi giorni fa:
“Liberiamoci da chi sta uccidendo, non più solo il nostro futuro, ma ormai anche il nostro presente”.
Giorgio Bargna

venerdì 21 settembre 2012

Verso la Democrazia Reale


L’idea federalista in Italia (parlo di dopoguerra) è circolata, seppure posta sotto il silenziatore dalle classi dirigenti, sin dai tempi della Costituente, ma l’exploit è giunto grazie a, quello che si è poi dimostrato un grande centralista, Umberto Bossi, il quale la ha si usata a fini personali, ma la ha anche rilanciata ai massimi livelli sul pubblico palcoscenico.
Tante sono le formule proponibili, io amo quella Municipale, un’autonomia data ai comuni  permetterebbe di gestire l'economia del paese con maggior libertà, eliminando quell'odioso iter burocratico che permarrebbe comunque con un federalismo regionale o macroregionale.
Stiamo parlando di Federalismo sia chiaro, non di secessione, di massima autonomia possibile per un territorio all’interno di qualcosa di già esistente, ridisegnare le mappe ad oggi, senza sconvolgimenti importanti a livello storico diventa quasi impossibile.
Stiamo parlando di Federalismo soprattutto quale terapia a quel male incurabile, raffigurabile con  la piaga della partitocrazia e delle tangenti, che affligge il nostro paese, stiamo parlando della situazione preposta ad ottenere un maggior rapporto tra cittadini ed istituzioni. Ecco il perché di un Federalismo che dia ai comuni il potere di gestire le risorse, trattenendo la quasi totalità delle tasse raccolte sul territorio, e senza la necessità di dover dipendere, per le decisioni, da persone che vivono in altre città, in contesti socioeconomici quindi molto differenti.
Il concetto di Nazione permane, ma come una sorta di disegno a matita su una cartina, a cui delegare solo alcune prerogative quali difesa, la lotta al grande crimine, relazioni con l'estero, moneta.
Spesso separo, nel mio pensiero, ma sarebbe così tecnicamente, il Federalismo dai principi di sussidiarietà, ma sono concetti basati su freddi termini, che possiamo, nel tempo, plasmare ed arricchire; il Federalismo, non può essere solo una suddivisione del potere, ma deve essere soprattutto  un richiamo al pluralismo e alla collettività, quindi un Federalismo, basato soltanto su un’opera di ingegneria costituzionale, non rappresenta sufficientemente il collegamento con i cittadini e la società.
La sostanza è che deve esistere una sorta di imprimatur umano, la concretezza del federalismo non può limitarsi alla struttura costituzionale, ma deve radicarsi nella società stessa.
Grande compito del Federalismo è conservare l’unità nella diversità, essere una soluzione dinamica, che soddisfi le esigenze dei gruppi sociali che vivono su un certo territorio e che intendono affrontare così le problematiche che lo riguardano, ma se il Federalismo si ricollega al pluralismo istituzionale e al decentramento politico che esso comporta, la sussidiarietà non può limitarsi ad essere un iter burocratico, anche attraverso lei si fonda il rapporto fra autorità e libertà che valorizzando le formazioni sociali, contribuisce alla cementificazione di una democrazia reale.
Giorgio Bargna

giovedì 20 settembre 2012

Democrazia dei cittadini (ancora un pò di Svizzera)





Proseguiamo col quarto capitolo della condivisione di  alcuni pensieri di Paolo Michelotto, uno dei non plus ultra del settore della Democrazia Diretta, parlando ancora di svizzera. Michelotto nello scrivere il libro “Democrazia dei Cittadini”, nella prefazione, invita a condividere le sue idee e le sue proposte su blog e profili web, sarò felice di accontentarlo condividendo parecchie parti e riflessioni tratte dal suo libro. Buona lettura.

Nella prosecuzione di questo capitolo dedicato alla Svizzera vengono elencate alcune peculiarità che hanno i referendum quali strumenti di controllo.
Dal 1874 a fine 2004, la Svizzera ha visto 151 referendum opzionali, in 78 occasioni i cittadini hanno bocciato la proposta del parlamento, il 51,65%  trattando temi vari, dagli accordi con la UE, all’impiego dei soldati svizzeri
in missioni all’estero, dalla riforma dell’esercito alla privatizzazione del mercato dell’energia.

Ci viene spiegato attraverso Andreas Gross, deputato svizzero e capo dell’Istituto Scientifico per la Democrazia Diretta di St.Ursanne, i motivi per cui tali iniziative vengono lanciate:
• come reazione alla mancanza di immaginazione
delle elite politiche;
• per ottenere qualcosa tramite la provocazione;
• per mostrare una migliore alternativa su un
particolare tema;
• per promuovere un’idea completamente nuova
(esempio l’abolizione dell’esercito);
• per fare l’ultimo passo di un lungo processo
(esempio l’adesione della Svizzera all’ONU);
• per fare propaganda a un movimento;
• come strategia di sopravvivenza di alcune
organizzazioni;
• sempre però serve per far discutere e riflettere i
cittadini su un argomento specifico.
L’utilizzo degli strumenti di democrazia diretta rappresenta sempre un progresso nella democrazia:
• il numero degli argomenti discussi pubblicamente è più grande;
• il dibattito pubblico che ne consegue permette il raggiungimento di compromessi condivisi (ad esempio per mezzo delle contro proposte
dirette o indirette dei governanti);
• il numero di coloro che riescono a far sentire la propria voce nei processi politici è maggiore.

Prendiamo ora pari pari dal libro due paragrafi:

A livello locale
Nei cantoni e nei comuni i cittadini sono meno propensi ad accettare i consigli dei governanti. Le proporzioni cambiano notevolmente da zona a zona, passando da un tasso di approvazione delle iniziative del 40% in Canton Ticino, al 23% della media dei cantoni (contro il 9% a livello federale).

Giura: democrazia diretta in azione
Nel Cantone Berna, per motivi storici complessi convivevano cittadini di madrelingua francese e cattolici, di madrelingua francese e protestanti, di
madrelingua tedesca e protestanti. La minoranza madrelingua francese cattolica che viveva in prevalenza nello Giura, si sentiva discriminata
nei suoi diritti e nel suo sviluppo economico. Nel secondo dopoguerra varie associazioni e gruppi che chiedevano la secessione del Giura da Berna, si unirono per far sentire la loro voce nel Rassemblement Juressien. Il governo cantonale non voleva divisioni e concesse nel 1950 alcune autonomie. Nel 1957 il Rassemblement cominciò l’iniziativa che chiedeva: “Vuoi che allo Giura sia dato lo status di Cantone sovrano della Confederazione?”. Il movimento secessionista acquisì così voce politica e spazio nei media.
Nel 1959 si tenne la consultazione che mostrò che i 3 distretti abitati in prevalenza dai madrelingua francesi cattolici, volevano il nuovo Cantone, ma tutti gli altri distretti, la maggioranza, non lo volevano. Alcuni giornali si affrettarono ad annunciare la morte del movimento separatista. In realtà era solo l’inizio. Una piccola parte di questo movimento prese la strada violenta dell’utilizzo di bombe e di attentati incendiari. Ma la maggioranza preferì adottare tecniche pacifiche, ma che ottenevano grande risonanza nei giornali. Tutta la questione rimase a livello cantonale finché i separatisti riuscirono a non far parlare il presidente e alcuni ministri della Confederazione in visita.
A quel punto diventò una questione nazionale.
Nello sforzo di trovare una soluzione condivisa per risolvere un problema che non era mai sorto in Svizzera, il parlamento Bernese elaborò una modifica
della propria costituzione, che permettesse una procedura di separazione cantonale. Questa modifica fu approvata dai cittadini del Cantone Berna nel 1970. Nel 1974 con i nuovi strumenti introdotti, venne chiesto ai cittadini dei distretti dello Giura: “Desideri formare un nuovo Cantone?”. La maggioranza
rispose sì. Nel 1975 vennero fatti una serie di referendum a livello distrettuale e comunale per definire con precisione i confini del nuovo cantone. Dopo di
che fu creata la costituzione del nuovo Cantone del Giura, approvata tramite referendum ed infine fu chiesto a tutti i cittadini della Confederazione Svizzera tramite referendum se volevano accettare l’adesione del nuovo Cantone dello Giura alla Confederazione. Essi dettero la loro approvazione. La nascita del Cantone Giura mostra che una buona combinazione di strumenti di democrazia diretta e di federalismo, può risolvere l’esigenza di autodeterminazione di minoranze con metodi pacifici e condivisi e senza il
ricorso alla violenza. Il percorso del Cantone Giura può sembrare semplice e logico, ma basta ricordare come paragone l’Ulster, i Paesi Baschi, la Bosnia, il Kossovo, dove in presenza della sola democrazia rappresentativa gli eventi si trascinarono in maniera assai più cruenta. 

mercoledì 19 settembre 2012

Democrazia dei cittadini (un pò di Svizzera)





Terzo capitolo della condivisione di  alcuni pensieri di Paolo Michelotto, uno dei non plus ultra del settore della Democrazia Diretta. Michelotto nello scrivere il libro “Democrazia dei Cittadini”, nella prefazione, invita a condividere le sue idee e le sue proposte su blog e profili web, sarò felice di accontentarlo condividendo parecchie parti e riflessioni tratte dal suo libro. Buona lettura.
Prosegue il terzo capito del libro attraverso una panoramica della democrazia diretta in Svizzera.
 Io salto la parte nazionale, che è comunque interessante (di cui ho ampiamente riflesso su “Giorgio Partecipativo con vari post) e passo direttamente a quella che riguarda il livello locale, argomento che politicamente mi interessa di più.

Tutti i Cantoni e i comuni, tranne il Cantone Vaud,  permettono anche il Referendum Finanziario.
Per esempio nel Cantone di Graubuenden, ogni spesa straordinaria superiore ai 6 milioni di euro circa, deve essere approvata dai cittadini con Referendum Finanziario Obbligatorio. Ogni spesa da 600.000 a 6.000.000 di euro circa, è soggetta a Referendum Finanziario Facoltativo se i cittadini raccolgono almeno 1500 firme (1,2% dell’elettorato cantonale). Per spese ricorrenti, come il finanziamento della gestione di un teatro o per un festival dell’arte, che impegneranno il Cantone per molti anni a seguire, c’è il Referendum Finanziario Obbligatorio se la spesa annuale è superiore a 600.000 euro, Facoltativo se la spesa annuale va da 200.000 a 600.000 euro, previa raccolta di 1500 firme.

Guardiamo le differenze
Ogni Cantone e Comune ha le sue leggi e la sua storia e tradizioni e quindi, nonostante l’uso degli strumenti di democrazia diretta sia diffuso e utilizzato
ovunque nella Confederazione, ci sono notevoli differenze.
Per esempio nel Cantone Zurigo, dal 1970 al 2003 i cittadini hanno potuto votare a livello cantonale 457 volte (13,8 volte l’anno).
Nel Cantone Ticino, nello stesso periodo, 53 volte (1,6 volte l’anno).
A livello comunale le differenze possono essere ancora più estreme. Tra il 1990 e il 2000 nei comuni del Cantone Berna si sono tenute 848 consultazioni.
Nei comuni del confinante Cantone Friburgo, nello stesso periodo di 10 anni, si sono tenute solo 4 consultazioni.
Questa differenza è dovuta a tradizioni storiche, perchè molte decisioni nei comuni di Friburgo, sono prese in assemblee pubbliche comunali.
Nei cantoni di lingua tedesca gli strumenti di democrazia
diretta sono molto più utilizzati che nei cantoni francesi e in quello italiano. Questo è dovuto anche al fatto che i comuni nei cantoni tedeschi, godono di
un’autonomia molto maggiore. Anche l’accessibilità e l’apertura degli strumenti di democrazia diretta, quali il numero di firme necessarie
e il tempo previsto per la loro raccolta, determina
la frequenza d’utilizzo. Nel complesso il trend in Svizzera è quello di alleggerire e rendere più facile l’utilizzo, alleggerendo
le difficoltà per chi vuole utilizzare gli strumenti di democrazia diretta.
Diversamente che nel resto del mondo, i cambiamenti
alla costituzione sono decisi dai cittadini. Il ruolo del governo e del parlamento è quello di consigliere.

Saltiamo a piè pari la storia della Democrazia Diretta svizzera e snoccioliamo invece alcune cifre.
Negli ultimi decenni, a livello federale, i cittadini seguono le raccomandazioni del governo e del parlamento nel 90% delle votazioni. Ma la maggior parte dei promotori delle iniziative e dei referendum che sono stati bocciati dai cittadini, ritengono lo stesso di aver guadagnato qualcosa, sia esso un dibattito su argomenti non trattati dai politici, oppure una legge
fatta dal parlamento sull’argomento. Per questo aumentano ogni anno il numero delle iniziative.
Circa l’80% dei cittadini va a votare almeno una volta in un periodo di 4 anni. Le votazioni, anche se molto frequenti, raggiungono una partecipazione
media del 50% degli aventi diritto considerando tutte le votazioni dal primo referendum confederale dall‘800 ad oggi. Questo dato tende a essersi stabilizzato a poco più del 40% negli ultimi anni.
Nel 2006 la percentuale media di affluenza per i referendum confederali fu del 43,59%.
Nel 2007 la percentuale media di affluenza per i referendum confederali fu del 41,07%.
Nel 2008 la percentuale media di affluenza per i referendum confederali fu del 42,44% nei referendum effettuati nei primi 9 mesi dell’anno.
Questi dati si ricavano dal sito della cancelleria federale svizzera www.admin.ch
I sondaggi mostrano che il 90% dei cittadini è contrario a qualsiasi limitazione degli strumenti di democrazia diretta.
Il governo e il parlamento non possono contare sul sostegno incondizionato dei cittadini nei 4 anni tra una elezione e l’altra.
Tutta la società svizzera è abituata a far sentire la sua voce e a dibattere su tutti gli argomenti. Il governo e il parlamento sono quindi costretti a fornire informazioni trasparenti e spiegazioni esaurienti su ogni legge che essi propongono. Il continuo ricorso ai referendum e alle iniziative costringe i media a parlare dei temi messi al voto e ciò aumenta il dibattito e
la consapevolezza tra i cittadini.
Ogni legge che alla fine diventa esecutiva ha quindi un livello di gradimento, di consapevolezza e di legittimazione, sconosciuti nelle altre democrazie.
Guardando le votazioni effettuate finora ci si accorge che nei momenti di grande crisi economica, come tra le due guerre mondiali e alla fine del 1900,
i temi posti al ballottaggio riguardavano spesso la politica sociale e l’immigrazione.
Regolarmente distribuite nel tempo sono invece le votazioni riguardanti la forma della democrazia, la sicurezza nazionale e questioni riguardanti la famiglia.
Negli ultimi 70 anni ci sono state molte votazioni su temi ambientali e sul trasporto. Come ad esempio l’iniziativa approvata sulla protezione dell’ambiente montano (partita contro la costruzione di una base militare nel canton Schwyz) e con l’iniziativa Alpina, con la quale i cittadini hanno approvato la decisione di trasferire tutto il traffico merci dalle strade alla
rotaia entro il 2010.
 (continua)