sabato 12 febbraio 2011

Io non festeggio i 150 anni

Voglio partire con una precisazione personale (a scanso dei soliti equivoci che accompagnano la discussione di questi temi) e con la citazione di una frase dalla paternità importante.
La precisazione: sono figlio di padre canturino e di madre foggiana, lavoro, colloquio, scherzo e ceno senza problemi con siciliani, calabresi, romeni, albanesi e africani.
La citazione è di Carlo Cattaneo: “La vera scienza della società deve fondare quella sola unità che è compatibile con la conservazione delle distinzioni”
Sono sincero, ci ho provato negli anni a sentirmi italiano, ma proprio non ci riesco; accetto mio malgrado questo status giuridico perché qui sono nato e qui ho le mie radici, ma le mie radici non le considero italiane.
La citazione di Cattaneo, fossimo in una nazione federata, mi concederebbero di sentirmi italiano esattamente come un italiano può sentirsi europeo.
Per quello che è il mio pensiero mi va già un po’ stretto considerarmi Insubre, io già la vedo su posizioni che richiamino alle “Aree Territoriali Omogenee”, quale può essere la mia Brianza.
Non posso però negare che un popolo venga considerato tale se non su alcune specifiche basi: la lingua, la tradizione, la cultura….la terra che parte dal Novarese ed arriva ai confini col Trentino (l’Insubria appunto) è la sintesi di queste specifiche basi.
Non scendo ad analizzare la storia risorgimentale, ognuno potrebbe portare acqua al proprio mulino acquisendo fonti ovunque…proprio volendo potrei andare ad analizzare i fenomeni del secondo dopoguerra…da quei giorni siamo eterodiretti dalla finanza internazionale e ospitiamo i soldati, le basi, le flotte, gli aerei e le bombe nucleari dei nostri padroni…l’Europa degli usurai ha finito di smantellare quel poco di dignitoso che avevamo ed ora si prepara a mandarci in bancarotta alla stregua di greci, irlandesi, iberici.

Ma torniamo al punto…nella storia la mia terra è stata invasa da molti tiranni; tedeschi, austriaci, francesi…ognuno ha lasciato la propria impronta, prima di essere scacciato, nessuno però aveva preteso che noi fossimo francesi o alemanni. Invece il Principe francese che volle conquistare l’Italia e chi lo ha seguito al governo di questa nazione hanno preteso di nominarci italiani…ma da dove nasce questa pretesa? Non esiste il popolo italiano, non esistono i polentoni ed i terroni, esistono semmai popoli locali che non sono riusciti a liberarsi dell’ultimo, il più potente (evidentemente) invasore. Un invasore furbo, che ha mischiato le carte in tavola, ha fatto migrare da una regione all’altra popolazioni cercando di annacquare il localismo.

Non ne faccio neppure una questione politica…un popolo nasce dove la natura vuole, si accresce dei frutti e dei prodotti che la sua terra gli concede, delle capacità concettuali del proprio popolo. Dalle mie parti si sarebbe andati avanti felicemente di agricoltura ed artigianato, delle fabbriche ne avremmo fatto a meno, come a meno ne avremmo fatto delle città che ne sono conseguite…lo stesso, sono certo, che sarebbe valso per tutti i popoli assoggettati, alcuni dei quali si sono visti, tra l’altro, rapinare delle capacità industriali che avevano già un centinaio di anni fa, ma che avevano un difetto…distavano troppo dagli snodi commerciali verso l’Europa.

No, sono convinto di non poter essere italiano e spero un giorno di non esserlo più, nemmeno giuridicamente…quel giorno, sulle basi del pensiero di Cattaneo, spero però di potermi federare (per scelta e non per imposizione) coi popoli confinanti.


Giorgio Bargna

lunedì 20 settembre 2010

Schiavi del vuoto

Ne ho parlato, ne parlo, ne parlerò ancora sui miei spazi e laddove vengo ospitato: i valori della tradizione, della nostra storia, sono stati demoliti, demoliti a colpi di merce e consumo, demoliti per affievolirci come insieme di persone, per renderci semplici individui sfornati dallo stesso cliché, ma isolati, in sostanza, uno dall’altro.
 
Il sistema ci ha portato a credere che il passato ed il futuro siano nulli di importanza, che il gioco si svolga solo nel presente…che nulla valga quello che è venuto, che nulla sarà ciò che verrà, che tutto sia nell’oggi, un oggi da usa e getta, da “vado al massimo”.

Il sistema ci porta a credere che siamo uomini liberi, fruitori di una libertà mai vista prima e difficilmente replicabile.
Ma siamo poi così sicuri di questa libertà, quando siamo liberi solo di scegliere tra quanto ci viene imposto dall’alto, un alto molto alto, molto globale, molto lontano dall’uomo?

Loro se la sono giocata bene, convinti di non avere passato e di non dover lasciar niente, noi ce la giochiamo tutta nel cercar di avere il massimo frutto economico dalle nostre azioni, in modo di potercelo spendere tutto in infinite dosi di quella droga che si chiama consumismo, una droga che ci renderà di certo la vita più agevole, ma che ci rende disponibili a calpestare chi incrocia la nostra via, ma anche disposti a dare calci nel sedere a chi non riesce a reggere il gioco.

Qualcuno si oppone a questo concetto, se si tratta di un individuo viene isolato e tacciato di follia, se si tratta di popoli esistono le invasioni militari o quelle democraticamente culturali.

Ogni giorno la società viene modificata, un colpetto dietro l’altro, ogni giorno diviene sempre più plasmata ad un unico modo di vivibilità: il loro.
Ci crediamo liberi di scegliere tra un auto od un’altra, tra un microprocessore od un altro, tra una T-shirt ed altra…certo, cambieranno il colore o la forma, ma hanno una peculiarità, nascono tutte dal sistema consumistico…compreremo un colore o una forma diversa da quella acquistata dal nostro vicino, ma non riusciremo a fare a meno di acquistare, anche l’inutile.

Ci hanno convinto di tutto questo attraverso i media, ci fanno credere che tra una TV e l’altra ce ne sia una più o l’altra meno democratica, che questo quotidiano sia dei cattivi e l’altro buoni, poi andiamo ad indagare ed è il pensiero unico degli editori, sempre gli stessi, sempre la lobby, sempre il sistema.

Questa società però ha un limite, si è basata sull’economia consumistica e (dopo le alcune crisi economiche) sulla tecno-scienza informatica, ma ci hanno ormai venduto tutto e troppo in fretta,  oggi non ci possono vendere il massimo della producibilità, la vendita vacilla assieme all’economia di cartone delle banche, meno guadagniamo meno spendiamo più rischiano che ci arrabbiamo: in questa situazione chi dice no, chi, anche nel suo
piccolo, opera una scelta opposta a quella imposta, l’uomo, l’essere umano,quello veramente libero, forse riuscirà a ribaltare il sistema.


Giorgio Bargna

martedì 30 marzo 2010

Il vuoto a rendere ed i suoi nemici

Ne abbiamo già parlato in Troppe scatole ed in Vuoto a rendere …. torniamoci sopra ancora una volta che non fa di certo male…rileggete magari anche i due precedenti…buona lettura, Giorgio.

Trovavamo l’originale a questo link

Il vuoto a rendere e i suoi nemici.
In una famosa commedia di Jonesco intitolata “Amedeo o come sbarazzarsene”si racconta di una famiglia che, trovandosi in casa un cadavere, cerca disbarazzarsene buttandolo fuori dalla finestra. Sennonché, a mano a mano che cerca di spingerlo fuori dalla finestra, il volume del cadavere aumenta sempre più.

E'questa una metafora del problema che la nostra società consumistica,ribattezzata in modo incisivo da alcuni autorevoli ecologi (tra cui l'italiano Giorgio Nebbia) “società dei rifiuti”, si trova ad affrontare con l'aumento esponenziale dei rifiuti.

Dopo anni di dibattiti, di campagne per la raccolta differenziata, di proteste deicittadini per la riapertura di discariche o la costruzione di inceneritori, chesarebbero la più appropriata soluzione tecnica a detta di taluni esperti e politici, i rifiuti sono ancora un problema, ed anzi una vera e propria emergenza in molte regioni italiane.

Ogni anno in Italia produciamo circa 30 milioni di tonnellate di rifiuti solidi urbani. Stile di vita, precisi interessi commerciali, pressappochismo dei politici, di sinistra e di destra, impediscono un corretto approccio al problema, mentre il moltiplicarsi di imballaggi di ogni tipo, anche difficilmente riciclabili (come i poliaccoppiati, tetrapak in testa), ha portato, negli ultimi vent'anni, ad un raddoppio della produzione dei rifiuti. I soli imballaggi si avviano a costituire quasi il 50% del totale dei rifiuti. Non gravati da alcun disincentivo economico a carico di produttori e consumatori, i contenitori usa e getta hanno invaso gli scaffali di supermercati e negozi ed aggravato il sistema di raccolta e smaltimento dei Comuni. Il risultato è stato che produttori e distributori si sono alleggeriti dei costi di gestione del ritiro dei vuoti e allo stesso tempo hanno scaricato sulla collettività il costo economico ed ambientale degli imballaggi e dei vuoti a perdere, di fatto pagati due volte dal consumatore: all'atto dell'acquisto e dopo, come rifiuto, con la tassa di smaltimento.

Il cuore del problema non è come smaltire i rifiuti, è molto prima, è come viene progettato il prodotto. Se i produttori si preoccupano soltanto che il prodotto costi poco, sia leggero ed attraente per il consumatore, ma se ne fregano della fine che fa dopo l'uso, continueremo a rincorrere un problema che via via avrà dimensioni e difficoltà di soluzione sempre più grandi. Eppure, come scrive Giorgio Nebbia: “i rifiuti sono merci usate, costituite dagli stessi materiali e molecole che erano presenti nelle merci nuove e che, in via di principio, potrebbero essere riutilizzate quasi integralmente.” Non dobbiamo dimenticare che la responsabilità dell'immissione sul mercato di un prodotto e di un imballaggio è di chi lo produce e lo distribuisce, non certo della collettività e dell'ente locale che subisce l'invasione. 

E' proprio necessario, ad esempio, che un cioccolatino debba essere avvolto da una stagnola, adagiato in un contenitore di plastica, racchiuso in una scatola di cartone, e che questa sia a sua volta cellofanata? Non potrebbero tutti questi imballaggi essere sostituiti da uno solo? Non a caso nelle direttive europee,in particolare nella 94/62 recepita dal Decreto Ronchi, si fissa una graduatoria nei criteri di gestione dei rifiuti, che pone in primo luogo la riduzione degli imballaggi e dei rifiuti; mentre gli inceneritori sono posti in coda dopo il riuso, il riciclo e il recupero di materie prime e solo prima delle discariche!

Limitarsi a costruire inceneritori, come auspicato da alcune parti politiche, magari chiamandoli in modo tartufesco termovalorizzatori per utilizzare l'energia che producono, senza una seria e complessiva politica di riduzione e di recupero dei rifiuti, vuol dire che tra alcuni anni ci troveremo a dover costruire altre discariche e altri inceneritori. Questi ultimi, infatti, non fanno che spostare il problema: riducono la massa dei rifiuti, ma le ceneri residue - circa un terzo di quanto viene bruciato - abbisognano di discariche speciali ed i fumi,malgrado le più avanzate tecnologie, contengono sostanze nocive quali le diossine.

Pur non essendoci in questo campo bacchette magiche, ci sono tre proposte fondamentali per una società sostenibile elaborate dagli ambientalisti, che vanno prese in seria considerazione: il vuoto a rendere con cauzione per la riduzione a monte dei rifiuti; la raccolta differenziata dell'organico per avviarli al compostaggio; e la leva fiscale per orientare i consumatori verso comportamenti ecologicamente compatibili.

Esaminiamo in questa sede la prima proposta.

Come scrive Paolo Colli, già vicedirettore dell'ARPA Lazio e fondatore dell'associazione ambientalista Fare Verde, “il principio sembra perfino banale: se vuoi che una cosa non venga abbandonata, applica sulla sua restituzione un premio a chi la riconsegna e vedrai che quella cosa verrà restituita in percentuali altissime. Il vuoto a rendere su cauzione consente ritorni oltre il 90%, percentuale irraggiungibile per le raccolte differenziate italiane di plastica, alluminio o vetro” (Troppi nemici zero resa,in Gaia autunno 2004).

Il vuoto a rendere è un sistema che prevede una cauzione versata al momento dell'acquisto di una bevanda in contenitore. Tale cauzione è restituita nel momento in cui il contenitore viene ridato al venditore in modo che possa essere riutilizzato più volte senza diventare rifiuto. Il deposito cauzionale sul vuoto a rendere è il mezzo più efficace per il ritiro dei contenitori ed il ritorno al loro produttore, com'è dimostrato dai risultati eccellenti, con percentuali di resa dall'80 al 90%, raggiunti in altri paesi europei del Nord Europa, dalla Germania all'Olanda ai Paesi Scandinavi. Allo stesso tempo è un'efficiente misura di prevenzione per correggere comportamenti ecologicamente scorretti.

I contenitori usa e getta (plastica, tetrapak, alluminio) si sono imposti sul mercato grazie alla loro leggerezza. Ma questa leggerezza diventa un problema subito dopo il consumo: il contenitore usa e getta fa lievitare i costi della raccolta e dello smaltimento, in particolare per i materiali non biodegradabili, come la plastica e i poliaccoppiati. Al contrario i contenitori a rendere presentano notevoli vantaggi: 1) il contenitore non diventa rifiuto,quindi non grava sui costi di raccolta e smaltimento dei rifiuti e non va ad intasare discariche e ad alimentare inceneritori; 2) fa risparmiare le materie prime che sarebbero necessarie per produrre altri contenitori; 3) la sterilizzazione delle bottiglie a rendere richiede circa 60 volte meno energia rispetto alla produzione di nuove bottiglie; 4) garantisce un corretto comportamento del consumatore indotto dalla cauzione a restituire il vuoto con percentuali superiori a quelle che può offrire la raccolta differenziata.

Per quanto riguarda poi la leggerezza, che è l'argomentazione principale di chi si oppone al sistema del vuoto a rendere, va rilevato che il vuoto a rendere non è solo in vetro, ma anche in altri materiali: in Germania e in Olanda ad esempio la Coca Cola commercializza il suo prodotto in bottiglie sottoposte a cauzione in PET rigido che vengono riutilizzate tali e quali; e in Alto Adige le aziende di distribuzione del latte utilizzano bottiglie in policarbonato, che consente un riuso fino a 90 volte con una cauzione di 0,75 euro.

In Italia, le esperienze del vuoto a rendere sono sporadiche e confinate a poche aree geografiche non essendo previsto, a differenza di quanto avviene nella maggior parte dei paesi europei, un sistema a rendere.

Emblematico è il caso della birra: ”alcuni anni fa - scrive ancora Colli – il tentativo di introdurre in Italia il vuoto a rendere per i contenitori primari per birra - su cui erano d'accordo gli stessi produttori di birra - fu stoppato per le barricate subito alzate dalle lobbies della grande distribuzione e della plastica che con le loro pressioni sui parlamentari di tutti gli schieramenti fecero naufragare l'iniziativa al senato.”

Gli avversari principali del vuoto a rendere in Italia sono alcuni settori del commercio, in particolare la grande distribuzione, che vedrebbero aumentare i costi di gestione; e i produttori di contenitori in plastica, che dovrebbero modificare i propri prodotti. I beneficiari sarebbero la stragrande parte della popolazione, altri settori della produzione (vetro, policarbonato, PET rigido) e l'ambiente.

Che cosa suggerirebbe, dunque, l'interesse nazionale?


Sandro Marano

martedì 16 febbraio 2010

Vuoto a rendere

Il testo che seguiremo in seguito è stato tratto da www.terranauta.it  ed è datato 09/02/10.

Abbiamo già trattato di un argomento simile tempo fa su questo blog con il post Troppe scatole. A quel tempo, pur accennando in qualche maniera anche al tema ecologico, l’articolo andava più verso il tema economico; oggi qualche accenno in più a miglioramenti ambientali  lo troviamo. Questo comunque è l’intendimento mio: ridurre le spese all’acquisto  e l’impatto ambientale di fabbriche che producono “contenitori alimentari”, rifiuti e discariche o inceneritori o anche impianti di riciclo (che comunque hanno i loro costi ed i loro impatti ambientali). Buona lettura, Giorgio Bargna.

Al Senato la legge sul vuoto a rendere
Il disegno di legge sul vuoto a rendere arriva al Senato, dopo essere stato presentato alla Camera dei Deputati lo scorso Dicembre. Un passo importante per ridurre le enormi quantità di rifiuti che vengono prodotte ogni giorno in Italia.

Anche l'Italia si proietta verso un futuro ecosostenibile. La prova è l'avanzamento di un disegno di legge, quello sul vuoto a rendere, che dopo essere stato presentato alla Camera
dei Deputati lo scorso Dicembre, è approdato in questi giorni al Senato della Repubblica.

Un passo importante voluto da Francesco Ferrante - Senatore PD, membro della segreteria nazionale di Legambiente e Vicepresidente del Kyoto Club - che ha presentato il disegno ai colleghi Senatori sottolineando come: "Per ridurre le enormi di quantità di rifiuti che produciamo ogni giorno occorre reintrodurre in Italia la buona pratica del vuoto a rendere che la cultura dell'usa e getta ha spazzato via, con i risultati che sono sotto gli occhi di tutti.

Ferrante spiega inoltre che “non si tratterebbe semplicemente di un nostalgico ritorno al passato, perchè grazie al progetto strategico Vetro indietro e il coinvolgimento di Italgrob, Fipe-Confcommercio, Legambiente e le aziende leader nel settore della produzione di bevande si otterrebbero sostanziali benefici ambientali ed economici, con la riduzione della Tarsu e dell'iva"
"Negli Stati Uniti d'America, in circa dodici Stati - continua Ferrante - è in vigore
l'utilizzo del vecchio sistema, regolato dal 'Bottle Bill', che ha diminuito fino al
70 per cento i rifiuti di lattine, cartoni e vetro, mentre in Germania e nei
Paesi scandinavi il sistema del 'vuoto a rendere' è una prassi mai caduta in
disuso, che in Italia potrebbe essere reintrodotta mediante l'istituzione di vere e
proprie filiere di recupero degli imballaggi, la creazione di sistemi di cauzioni
più moderni, ma soprattutto l'incentivo, per i soggetti aderenti, di sgravi fiscali
sulla Tarsu e dilazioni di pagamento dell'IVA.”
“Nel nostro Paese la produzione dei rifiuti urbani continua ad aumentare di anno in anno. Occorre rimettere al centro delle politiche sui rifiuti la Riduzione, la prima delle 4 R della gerarchia europea per gestire correttamente i rifiuti, ma anche la più disattesa. Come previsto dalla nuova direttiva europea, entro il 2013 il nostro Paese deve adottare il suo Programma nazionale di prevenzione rifiuti che dovrà prevedere la diffusione delle buone pratiche locali e soprattutto azioni nazionali strutturali”.
“Il ritorno del vuoto a rendere, già al centro di una proposta di legge alla Camera degli on. Mazzocchi e Gava, va proprio in questa direzione, perché riciclare una bottiglia integra consente un risparmio energetico cinque volte superiore alla fusione del vetro
rottamato e permette di riutilizzare un contenitore più di cinquanta volte." "Il vuoto a rendere - conclude Ferrante - non è altro che l'uovo di Colombo per quelle imprese rispettose dell’ambiente che sanno cogliere l'opportunità di un 'risparmio collettivo', e per le nostre città sempre più assediate dai rifiuti."

Il disegno di legge è stato firmato e condiviso anche da altri Senatori, tra i
quali Amati, Antezza, Baio, Bruno, Bubbico, Carloni, Chiaromonte, Chiti, Della
Seta, Di Giovan Paolo, Donaggio, Magistrelli, Negri e Nerozzi.


“La presentazione al Senato del disegno di legge sul vuoto a rendere rappresenta per il nostro Comitato una conferma dell'interesse e dell'utilità del progetto Vetro Indietro - spiega Giuseppe Cuzziol, presidente di Italgrob e del Comitato Vetro Indietro - un risultato che ci spinge a continuare con impegno nella sperimentazione sul campo e a mantenere attive tutte le attività e le proposte per un veloce ritorno alla pratica”.

domenica 19 ottobre 2008

Quotiamo in borsa il provincialismo

Ci sono stati tempi, neppure troppo lontani, in cui i “bauscia” metropolitani guardavano, dall'alto al basso, alla provincia, arricciando quei bei nasini, pensando tra sè e sé, esternandolo nei momenti di “bausciamento elevato”:"Ma che arretratezza questi rozzi di provincia, chiusi alle novità, gente che pensa solo al lavoro e ne mette i frutti sotto il materasso, anzichè lanciarsi all'inseguimento del mondo; ascoltano ancora i loro vecchi bacucchi e quei sacerdoti che dai loro pulpiti lanciano ancora messaggi ortodossamente conservatori!"
Ci “accusavano” di limitarci a produrre, di non essere in grado di reinvestire creativamente in guadagni tutto sommato facili...insomma arretrati al punto che non capivamo come, questa formula globalizzatrice e speculativa del guadagno facile e del reinvestimento in novità tecnologiche e nuove formule lavorative, avrebbe fatto l'interesse individuale e collettivo, con ricaduta d'ulteriore beneficio per i singoli.
Oggi, che il “trend economico” vola basso, accusano il colpo, iniziano a capire che qualcosa è stato sbagliato e con le tasche svuotate dai “broker di borsa” cominciano a pensare che è giunta l'ora di sottrarre i soldi alle banche e di infilarle sotto i materassi domestici, come stanno facendo i loro colleghi “bauscia” d'oltremanica. E son lì, ancora una volta, ad aspettare che i “provincialotti” salgano sul loro treno...ma non credo andrà come si aspettano loro...neppure stavolta. La provincia lascerà il proprio capitale li dove si trova, non perchè abbia una fiducia incondizionata nelle banche e nelle istituzioni, ma perchè i soldi hanno lì la loro casa! Li lascerà lì, perchè la provincia crede in se stessa, nelle scelte per le quali è stata irrisa, in quel capitale enorme che sono la tradizione unita alla saggezza (di chi vive le cose in prima persona) ed al buonsenso.
Per noi, da sempre abituati all'impegno, questo crollo annunciato è un pericolo parziale; le nostre forze principali, l'orgoglio per le nostre tradizioni e la nostra esperienza di vita, la forza di essere ancora un po' comunità (in parte ci siamo persi anche noi), l'essere ancora basati il più possibile sull'artigianato e sulle piccole imprese e il nostro saper vivere ancora un po' il quotidiano ci aiuteranno ad uscire ancora una volta in piedi, alla faccia di chi considerava queste nostre proprietà “arretratezza”. Oggi quel che era considerato il fanalino di coda, seppur con fatica, resiste ancora alla crisi, lottando con le unghie ed i denti; si rilancia e, sicuramente, si trova in testa al gruppo, non in coda. Cari “metropolitani” superavveduti, la prossima volta che deciderete di acquistare titoli, in banca, lasciate perdere quelli delle grandi aziende (e i buoni fruttiferi stranieri ed italiani), investite invece in un vecchio titolo, sul quale la borsa non quota più da anni, la provincia ed i suoi abitanti!
Il titolo paga poco nell'immediato, ma nel tempo rende alla grande.
Come da sempre scrivo su queste pagine, la cultura delle piccole e medie comunità è un valore inestimabile ed impareggiabile; nei secoli nessuno è riuscito ad egualiarla... e mai ci riuscirà!
Giorgio Bargna.

giovedì 18 settembre 2008

Troppe scatole

Propongo la lettura di questo articolo, troverete cifre interessanti, buona lettura, Giorgio.

Da “La Provincia di Como” edizione de 27/08/2008

Troppe scatole: la spesa costa il 30% in più
Penalizzati single e famiglie poco numerose: per loro un conto più salato fino al 60 %

ROMA Le confezioni incidono fino al 30% sul prezzo di vendita degli alimenti e pesano sulle tasche degli italiani spesso più del prodotto agricolo in esse contenuto. Senza contare i costi indiretti dello smaltimento che vengono poi pagati con la tassa rifiuti.
I single e le famiglie sempre meno numerose sono i soggetti più penalizzati da questa situazione, con i primi che arrivano a spendere per gli acquisti alimentari il 60% in più rispetto alla media delle famiglie italiane.
È la Coldiretti a evidenziare questo ulteriore aspetto della spirale dei prezzi, al quale la grande distribuzione sta cominciando a porre rimedio con la diffusione delle apparecchiature che distribuiscono alcuni prodotti sfusi.

Alimentari i più cari
Nel settore alimentare, spesso il costo dell'imballaggio supera quello del prodotto agricolo in esso contenuto, come nel caso dei fagioli in scatola, dove incide per il 26% sul prezzo di vendita, o per la passata in bottiglia da 700 grammi (25%), per il succo di frutta in brick (20%) e per il latte in bottiglia di plastica (oltre il 10%).
Per contro, da questo punto di vista le confezioni più convenienti sono quelle che contengono più prodotto, ma proprio queste sono quelle meno adatte a single e famiglie piccole, che rischiano di dover gettare nella spazzatura ciò che è rimasto in frigorifero di una confezione non consumata completamente. Il problema è ormai avvertito e si diffondono le iniziative per favorire il consumo di prodotti che non producono imballaggi. In primo luogo l acquisto diretto nelle aziende agricole e nei distributori di vino o di latte sfusi, che consentono di risparmiare fino al 40% rispetto al normale prezzo di vendita del latte fresco. Sono ormai ben 57.530 le stalle, le cantine, e i casali, segnala la Coldiretti, dove è possibile acquistare direttamente, e ormai decine in quasi tutte le regioni i mercati degli agricoltori che consentono di risparmiare sulle confezioni.

Consumi in picchiata
A soffrire maggiormente gli effetti della tradizionale modalità di vendita tramite imballaggio, sono appunto i nuovi attori della geografia sociale italiana: single e famiglie sempre meno numerose. L'Istat ha diffuso nei mesi scorsi una statistica dalla quale emerge che le famiglie con un singolo componente spendono in media 299 euro al mese per l'alimentazione contro i 187 euro mensili di ogni singola persona di una famiglia-tipo italiana, formata in media da 2,5 componenti.
Secondo l' Istituto Centrale di Statistica le famiglie italiane con un singolo componente sono 5.977 mila, oltre un quarto del totale, il 26,1%. E la Coldiretti sottolinea che proprio dalle famiglie monocomponente deriva la crescita continua delle vendite di mini porzioni e piatti pronti, a volte anche in controtendenza rispetto all' andamento generale italiano. Le verdure in sacchetto, ad esempio, hanno fatto segnare un aumento del 4,2% nel 2007, mentre il consumo di verdure in generale è sceso del 2,6%.



venerdì 8 agosto 2008

UNDP & Partecipazione

Torniamo a parlare di Democrazia Diretta e Partecipata e Decentramento con dei ragionamentimtratti dal Programma delle Nazione Unite per lo Sviluppo (UNDP), massima autorità internazionale d’analisi dei meccanismi dello sviluppo umano, alla cui ricerca facciamo perciò riferimento per le nostre convinzioni politiche.

L’UNDP sottolinea innanzitutto come il decentramento favorisca sempre la partecipazione politica popolare e quest’ultima produce sempre effetti positivi sullo sviluppo in quanto esista un rapporto strettissimo fra democrazia e sviluppo umano. Più un paese è democratico, sostiene l’UNDP, maggiore è la probabilità che quel paese si sviluppi e, d’altro canto, l’effettività della democrazia dipende direttamente dal decentramento del potere.
La ricetta dell’UNDP per lo sviluppo è dunque semplice: decentrare per partecipare; partecipare per aumentare il benessere. Non a caso la nota istituzione internazionale ha dedicato numerosissimi studi (a partire dal suo 4° rapporto annuale, del 1993) proprio al tema del decentramento e della partecipazione popolare all’attività politica, sottolineando continuamente i benefici effetti del decentramento e della partecipazione popolare sullo sviluppo umano.
Naturalmente, sottolinea l’UNDP, “se il decentramento non prende le forme della riduzione dei livelli di concentrazione e della delega, il governo manterrà il controllo effettivo ed è improbabile che ne risulti un aumento della partecipazione politica. (…) Il potere può anche essere affidato ad istituzioni locali non democratiche che non incoraggiano la partecipazione popolare”, inoltre spesso “il potere centrale conserva un forte controllo politico” per esempio nel caso in cui il potere affidato agli enti locali viene gestito localmente da persone designate dall’alto.
In ogni caso l’UNDP sottolinea come tutti gli aspetti positivi del decentramento (che indicheremo sommariamente qui sotto) “si esprimono solo in presenza di un decentramento genuino e di strutture realmente democratiche”.
Inoltre è bene ricordare che, anche alla luce delle ricerche condotte dall’UNDP, “ un decentramento efficace è impossibile senza una vera riforma delle strutture di potere esistenti. Se il potere rimane concentrato nelle mani di un’elite (…) si corre il rischio che il decentramento dia maggiore potere all’elite piuttosto che alla gente”.
Fondamentale infine è il ruolo essenziale che nelle politiche locali possono svolgere le organizzazioni non governative.
Oltre alla partecipazione politica il decentramento tende inoltre a favorire la partecipazione economica ed “agevola l’attività imprenditoriale locale nonchè l’aumento dei livelli occupazionali in vari modi. (…) La costruzione e manutenzione di infrastrutture locali tende a dare lavoro direttamente alle imprese ed alla manodopera locali. (…) Le autorità locali sono generalmente in grado di offrire un miglior sostegno alle imprese locali fornendo un’assistenza alla gestione e delle informazioni di mercato più adeguate alle esigenze locali. Inoltre esse si trovano nella posizione migliore per identificare le necessità delle aziende.”.
La partecipazione economica “può essere incoraggiata anche mediante strategie d’investimento decentrato che promuovano industrie di piccole dimensioni e sfruttino meglio le risorse, le materie prime e le capacità dei lavoratori del luogo”.
Secondo l’UNDP il decentramento del potere è non solo una delle strade migliori per favorire la partecipazione politica ed economica ma anche per migliorare l’efficienza dei pubblici poteri in considerazione del fatto che “i politici locali, molto più soggetti al controllo popolare di quanto non lo sia il governo centrale, sono costretti a rendere maggiormente conto del loro operato alle comunità ed alle persone di cui sono al servizio”.
“Dovunque si sia avuta una qualche forma di decentramento, esso ha generalmente aumentato l’efficienza”, come naturale portato di “controlli e supervisioni più serrati” e miglior ricorso alle potenzialità locali.
Inoltre “i pubblici progetti sono assai più incisivi ed efficienti se le comunità locali a cui sono destinati avranno voce in capitolo nella loro progettazione ed esecuzione”. In fase di progettazione i programmi risultano “meglio calibrati rispetto alle esigenze della comunità, inoltre minori risultano i ritardi dovuti ai contrasti fra gli operatori del progetto ed i beneficiari”.
Tutto ciò soprattutto quando il decentramento è effettivo e profondo, ossia quando “conferisce poteri decisionali con piena autonomia al governo locale” in modo che “l’amministrazione locale disponga effettivamente delle risorse finanziarie e dell’autorità per definire ed attuare programmi e progetti per lo sviluppo del proprio territorio”.
Queste considerazioni valgono, secondo l’UNDP, non solo per i paesi in via di sviluppo ma anche per quelli industrializzati e non solo nell’ambito strettamente economico ma anche negli ambiti più impensabili.
Il decentramento contribuisce a migliorare l’efficienza sia in termini di progettazione che in termini di tempi e costi di realizzazione. E questo non vale solo per i programmi di opere pubbliche ma anche per l’attività pubblica ordinaria. Tant’è che, per fare solo un esempio, che “il coinvolgimento locale delle comunità porta ad un’apprezzabile riduzione dell’assenteismo degli insegnanti man mano che questi devono sempre più rendere conto alla comunità locale di quanto fanno”.
Inoltre “il coinvolgimento locale delle persone (impossibile nelle strutture centralizzate) si traduce spesso in una struttura più appropriata di servizi, e ciò soprattutto nel settore sanitario, (…) i vantaggi sono distribuiti più equamente fra la popolazione e gli interventi sono più rispondenti alle effettive esigenze della comunità”, in quanto “le autorità locali, essendo più vicine alla popolazione e più sensibili alle sue esigenze, distribuiscono le risorse con maggiore cognizione di causa dirigendole verso settori umani prioritari come l’istruzione e l’assistenza sanitaria, e più in generale nei settori più rilevanti per lo sviluppo umano”.
Secondo l’UNDP “un vantaggio ulteriore e duraturo del decentramento e del coinvolgimento popolare nella fornitura di servizi locali è che gestione e mantenimento risulteranno più semplici” e gli standard dei servizi miglioreranno.
Per queste ragioni l’UNDP si spinge addirittura ad auspicare che “la distruzione dei servizi sociali avvenga quasi interamente a livello locale attraverso ospedali, scuole, servizi di assistenza locali”, rammaricandosi che ciò in pratica non avvenga “né nei paesi industrializzati né in quelli in via di sviluppo”.

L' Italia segue l' Argentina sulla stessa strada


L'Italia segue l'Argentina sulla stessa strada
Un interessante articolo, un pochino datato invero, scaricato da questo indirizzo web:
http://www.valori.it/index.php?option=com_content&task=view&id=136&Itemid=0 ,
La firma stavolta arriva dall' area economica di destra, buona lettura, Giorgio.

Desmond Lachman, il 16 marzo 2006, ha firmato un articolo sul Financial Times dal titolo “L'Italia sta seguendo la stessa strada dell'Argentina verso la rovina” (Italy follows Argentina down road to ruin). L'autore è membro con Richard Perle, Paul Wolfowitz e Michael Leeden dell'American Enterprise Institute, uno dei maggiori think-tank della destra economica Usa e anche uno dei massimi sostenitori della politica di George W. Bush per quanto riguarda prima l'Iraq e ora l'Iran. Lachman è stato vicedirettore di Policy and Review Departement del Fondo Monetario Internazionale, Quando un uomo al vertice del potere internazionale come Desmond Lachman scrive un articolo, non chiarisce un punto di vista come avviene in un normale dibattito democratico, ma dà un ordine per renderlo esecutivo, capace com'è di esercitare indebite pressioni atte a provocare, se necessario, guerre economiche o veri scontri militari come in Iraq. Perché questa analogia tra la situazione economica dell'Argentina degli anni Novanta e l'Italia di oggi? Questi due Paesi “stabilizzavano” le loro economie con svalutazioni periodiche, che davano maggiore competitività alle loro merci sul mercato internazionale e agivano sull'inflazione per diluire il debito pubblico. Ma negli anni Novanta l'Argentina agganciò la sua moneta al Dollaro. Questa scelta evidenziò che la valuta Usa era troppo forte rispetto all'economia del Paese sudamericano che entrò in una crisi devastante. L'Italia ha fatto la stessa scelta agganciando l'Euro, altra moneta forte, pur avendo un'economia debole, dovuta a scelte subalterne di politica economica effettuate dai vari governi che si sono succeduti dal dopoguerra ad oggi. Dopo l'aggancio con la valuta forte, i due Paesi si sono trovati di fronte ad un percorso obbligato: introdurre dure riforme del lavoro, “flessibilità” esasperata e precarietà generalizzata, prelievo fiscale diretto o indiretto per sanare il debito contratto drenando risorse dalle tasche dei piccoli risparmiatori verso le casse dei banchieri del FMI. Un disastro che in Argentina ha provocato, tra le altre cose, l'impossibilità per i risparmiatori di accedere ai propri depositi. Una situazione talmente paradossale che ha visto gli argentini morire di fame, pur avendo i supermercati pieni di generi alimentari. L'aggancio con l'Euro da parte del nostro Paese ha prodotto una situazione singolare: l'Italia deve pagare gli interessi del suo enorme debito pubblico alla Banca Centrale Europea, agli stessi tassi imposti dal FMI per i Paesi europei più forti, che compensano questo meccanismo usuraio con produzioni competitive in quanto ad alto contenuto tecnologico. L'Italia, che è sotto di 15 punti nella competitività alla Germania, non può più giocare la carta della svalutazione della Lira e della propria produzione essendo vincolata all'Euro, ricorre a salari da fame e al taglio della spesa sociale, grazie alla sua classe politica e imprenditoriale che si attiene scrupolosamente alle imposizioni del Fondo Monetario Internazionale. Helmut Reisen analista economico dell'OCSE, nel suo rapporto “China's and India's implications for the world economy” prevede un calo del 15% dei salari e degli stipendi in Europa e un leggero innalzamento di quelli dei Paesi asiatici, con un trasferimento di risorse verso i profitti. Questa politica del FMI ha obbligato la Cina nel 2005 ad un abbattimento dei prezzi delle sue merci esportate del 25%, per compensare gli aumenti dei prezzi di petrolio e degli impianti industriali, creando nel contempo in quel Paese ulteriori problemi sociali che hanno determinato una forte migrazione verso le città e hanno visto riemergere una forte opposizione sociale, soprattutto nelle zone agricole più povere. Il FMI vuole attaccare lo Stato sociale europeo, unica alternativa politica e sociale al modello liberista e ci propone come “cura” il modello asiatico. Desmond Lachman sostiene nel suo articolo che l'Italia ha bisogno di forti riforme, come quelle introdotte in Argentina da Carlos Menem. Secondo Lachman, quindi, il nostro Carlos Menem da Arcore non ha ancora riformato a sufficienza nei cinque anni del suo governo e mette le mani avanti anche rispetto al futuro governo Prodi; in più intima ai Paesi forti dell'economia europea, Germania, Francia, Olanda, Belgio, ecc. di smettere di accollarsi i costi del nostro debito pubblico. È singolare che il monito sul debito pubblico ci arrivi dagli Stati Uniti, che sono i detentori del record mondiale del debito e che si diano indicazioni alla Banca Centrale Europea sulle scelte da fare. Con l'intervento di Lachman si formalizza, da parte dei poteri forti, la creazione di un'Europa a due velocità, come già aveva preconizzato Joachim Fels, economista della Morgan Stanley, in un'intervista dell'8 agosto 2005 alla Frankfurter Allgemeine Zeitung. Fels riteneva improbabile “che l'Italia esca dal sistema monetario europeo di sua volontà. É più probabile che i Paesi che vogliono la stabilità diranno: noi introduciamo una nuova moneta forte, che chiamiamo Neuro (New Euro). E così gli italiani e gli altri che diluiscono la qualità e stabilità dell'euro saranno lasciati fuori”. La creazione di un'Europa a due velocità ha lo scopo preciso di ridimensionare il peso politico del nostro continente, rispetto al blocco angloamericano. I paladini della concorrenza sono i primi a combatterla. Dopo la svendita degli anni Novanta delle industrie di Stato, l'attrattiva dell'Italia è comunque rappresentata dal suo risparmio: 140 miliardi di euro, che devono passare di mano e la lotta sul controllo delle banche ne è la parte visibile. Questa capacità di risparmio e una corretta politica fiscale potrebbero essere il volano del rilancio della ricerca, dell'industrializzazione su basi scientifiche avanzate, che non scarica solo sui più deboli i costi di questa modernizzazione. Ma questo richiede una grande autonomia, nei confronti di tutti. Siamo alla politica dell'assurdo: il nostro Paese, fedele esecutore delle direttive del FMI, viene criticato dal medesimo al solo scopo di ottenere la continuazione di quella nefasta politica anche con i futuri governi. Da questi fatti si evidenzia una continua ingerenza dei banchieri e delle loro strutture e una debolezza di fondo delle istituzioni e dei politici nei vari Paesi europei. In sostanza i politici sono incapaci di contrapporre una loro autonoma politica in alternativa a quella del Fondo Monetario Internazionale. E' come se sul nostro territorio ci fosse una pletora di uomini politici, di forze economiche e intellettuali che operino contro l'unità e i valori europei. Nessuno mette nel proprio programma politico scelte utili ad arginare questa disfunzione del sistema democratico, anzi ogni governo nazionale, tramite la propria Banca Centrale, si fa docile strumento di scelte che come consenguenza produrranno solo tensioni sociali sul nostro territorio, vedi il caso italiano e francese, a vantaggio di chi vuole continuare in modo imperituro a governare le sorti del mondo senza essere mai sottoposto ad un democratico e salutare voto. In sostanza i signori del FMI giocano con carte truccate: si comportano come i Re di Lidia del VI secolo a.c. ideatori della moneta, che veniva coniata in elettro, una lega oro-argento che doveva contenere un 70 per cento d'oro: ma ad un attento esame si è riscontrato che in quelle monete di oro ce n'era solo il 53 per cento.
http://www.valori.it/

L' Italia è una colonia


Girando nella rete cercando accostamenti tra la situazione economica italiana e quella della crisi argentina di qualche anno fa, sono incappato in questo testo; condivido non tutto quello che vi è scritto (intuibilmente è di parte!), ma sicuramente ci sono buoni spunti di riflessione. Buona lettura ,Giorgio.
http://italia.pravda.ru/italia/5412-8/
L'Italia e' una colonia?
15.04.2007 Source: Pravda.ru
I mass media propagandano l'immagine dell'Italia come di un paese libero e democratico, in cui la popolazione gode di potere politico ed economico. Ma e' davvero cosi'?
Il sospetto che l'élite egemone economico-finanziaria si sia appropriata del nostro paese sotto tutti i punti di vista e che lo stia guidando verso il baratro, è venuto persino al Financial Times, che in un articolo del 16 marzo 2006 scriveva che “L'Italia sta seguendo la stessa strada dell'Argentina verso la rovina”. L'autore dell'articolo, Richard Perle, è un esponente dell'estrema destra americana e un accanito sostenitore di George W. Bush, quindi è difficile credere che voglia mettere in cattiva luce l'élite dominante.
Il paragone fra l'Italia e l'Argentina nasce da considerazioni finanziarie, precisamente dalla scelta italiana di assumere l'euro come propria valuta, pur essendo il paese condannato ad avere un'economia debole, a causa delle scelte di politica economica effettuate dai governi, che tendono ad avvantaggiare il capitale straniero piuttosto che lo sviluppo del paese, come accade in una colonia. Anche l'Argentina, agganciando la propria valuta al dollaro, si trovò a fare i conti con una moneta forte, mentre la sua economia era in mani straniere. Ciò che accadde all'Argentina è noto.
Le aziende italiane sono state in gran parte rilevate dalle grandi corporation anglo-americane. Oggi l'Italia è il paese europeo meno competitivo, e che ha più aziende in mani straniere. Il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Centrale Europea stanno col fiato sul collo per controllare i pagamenti del debito, ignorando il livello di benessere o di povertà dei cittadini italiani. Infatti, pur di esigere i pagamenti, il Fmi non esita a chiedere tagli alla spesa pubblica (sanità, scuola, amministrazione, ecc.) e ulteriori privatizzazioni, peggiorando le condizioni del paese.
Lo scopo principale del Fmi (dobbiamo ricordare che esso è un istituto finanziario controllato dai banchieri anglo-americani) è quello di impoverire i cittadini italiani, in armonia con ciò che già, nel 1998, svelava Zbigniew Brzezinski, nel suo libro La grande scacchiera: il primato americano e i suoi imperativi geostrategici. L'eccessivo benessere dei paesi dell'Europa occidentale, secondo Brzezinski, era un grave ostacolo, poiché tale livello di ricchezza era più elevato rispetto a quello della media dei cittadini americani, ed essendo l'Europa considerata un protettorato americano, ciò risultava inammissibile.
L'Europa ha una posizione fondamentale di fortezza geostrategica per l'America. L'Alleanza Atlantica autorizza l'America ad avere influenza politica e peso militare sul continente … se l'Europa crescesse, questo beneficerebbe direttamente l'influenza americana … L'Europa Occidentale è in larga misura un Protettorato americano e i suoi Stati ricordano i vassalli e i pagatori di tributi dei vecchi imperi... L'Europa deve risolvere il problema causato dal suo sistema di redistribuzione sociale che è troppo pesante e ostacola la sua capacità di iniziative.
L'Europa doveva essere indebitata e impoverita affinché il dominio statunitense potesse imporsi su tutta l'Eurasia. Occorreva con urgenza impoverire i ceti medi, e ciò è avvenuto in Italia anche a causa della Legge Biagi, che legalizza lo sfruttamento lavorativo. Il resto lo fecero il sistema bancario, le dittature imposte al Terzo mondo (che hanno costretto milioni di persone ad offrire manodopera semischiavile, abbassando il costo del lavoro e smantellando il sistema dei diritti, frutto di lotte politiche e sindacali), e le privatizzazioni, promosse dal Fmi. Le campagne mediatiche menzognere fanno credere che il Fmi e la Bce tengano alla "stabilità" del paese, o alla "competitività" delle aziende italiane, mentre è l'esatto opposto: vogliono tenere in scacco l'intera economia del paese, strozzandola con il debito e rendendola poco competitiva attraverso varie strategie.
I nostri politici, anziché cercare di contrastare il potere del Fmi, lo assecondano, e lo propagandano come giusto e autorevole, mostrando così che l'Italia è soggiogata anche politicamente al potere straniero, come una colonia. In molti modi (privatizzando, non tutelando i prodotti italiani, accettando di pagare i diritti di signoraggio, foraggiando le società private, ecc.) i nostri governi operano per la distruzione economica e finanziaria del nostro paese, e non per il nostro benessere e per i nostri valori.
Il livello di povertà nel nostro paese è aumentato dal 6,5% della popolazione degli anni Novanta, all'11,7% del 2001, fino al 12% del 2005. Le riforme neoliberiste imposte all'Italia dal Fmi hanno sottratto ricchezza alla classe media e inferiore, per arricchire l'élite già ricca, come dimostra l'analisi fatta dalla Banca d'Italia nel periodo 1989/1998:
Il 10% delle famiglie più povere aveva il 2.7% del reddito totale nel 1989, mentre nel 1998 questa quota è scesa al 2%. Il 10% delle famiglie più ricche ha invece incrementato la propria quota dal 25.2% al 27.5%. L'incremento dell'indice di Gini, in 9 anni, è stato pari all'11%... piccoli incrementi (decrementi) dell'indice di Gini provocano enormi aumenti (diminuzioni) del divario tra il più povero e il più ricco dell'insieme. Oggi circa il 20% delle famiglie più ricche possiede oltre la metà del reddito del paese, mentre il 20% delle famiglie italiane povere possiede soltanto circa il 6%. Ciò spiega perché le famiglie ricche italiane, come i Benetton, i Pirelli e i Falck, siano così accondiscendenti alla colonizzazione dell'Italia: ciò garantisce loro maggiore ricchezza e privilegi.
Un paese risulta soggetto al dominio coloniale quando non è padrone del proprio territorio e non sceglie liberamente la propria organizzazione politica ed economica. I diritti degli indigeni coloniali sono subordinati agli interessi della potenza dominante, che si erge al di sopra delle leggi. Le autorità dei paesi coloniali esigono ingenti pagamenti, come accade con le banche titolari del nostro debito, che impongono alle nostre autorità di elaborare una finanziaria annuale per pagare il debito.
Il debito è in realtà una forma di tassazione imposta dalle banche, architettata in modo tale che i cittadini credano di aver ricevuto qualcosa da dover pagare, mentre invece si tratta di una tassazione di tipo coloniale, cioè creata per impoverire i cittadini e arricchire il sistema di potere. Il debito imposto all'Italia è talmente alto che nel 2002 equivaleva ad un terzo del debito pubblico complessivo di tutti i paesi dell'Unione Europea (che era di 4707,7 miliardi di euro). Nonostante le manovre finanziarie che hanno dissanguato il paese, nel gennaio 2007 il debito era ancora di 1.605,4 miliardi. Non sarà mai estinto, affinché l'Italia possa rimanere in eterno assoggettata all'élite bancaria.
Le finanziarie hanno anche l'obiettivo di stanziare denaro per la partecipazione alle guerre del paese dominante, e nell'ultima finanziaria il governo ha aumentato tali spese a 20,354 miliardi di euro, che è una somma altissima per un paese che non ha nemici e ufficialmente non è in guerra. Si comprende tale spesa soltanto se si pensa che ogni paese sottomesso ad un potere coloniale è obbligato a partecipare alle spese militari del paese imperiale. Gli italiani pagano il 41% del costo di stazionamento delle basi americane, si tratta complessivamente di 366 milioni di dollari all'anno.
Proprio come una colonia, subiamo un'occupazione militare e siamo anche costretti a pagarla. (....)
(...)La privatizzazione delle aziende pubbliche (ferrovie, poste, autostrade ecc.) ha prodotto perdite economiche gravissime, il peggioramento della qualità dei servizi e l'aumento del costo per l'utente. Svendere i beni pubblici non significa soltanto impoverire il paese (che perde i profitti delle aziende vendute ed è anche costretto a finanziarle), ma anche indebolire il governo. Ad esempio, il Ministro per lo Sviluppo economico Pier Luigi Bersani ha propagandato come importante la sua riforma che eliminava il costo di ricarica delle schede telefoniche, senza dire però che il governo non aveva alcun potere di impedire che la cifra della ricarica venisse reinserita mediante l'aumento delle tariffe. Nel giro di pochi giorni, alcune società telefoniche cambiarono i piani tariffari, in modo tale da garantirsi gli stessi introiti che avevano in precedenza.
Questo è un chiaro esempio di come le privatizzazioni sottraggono denaro e potere all'intera comunità, costringendo i cittadini a sottostare allo strapotere delle società private. Se i nostri ministri dovessero davvero difendere gli interessi dei cittadini, contro le corporation e le banche, sarebbero immediatamente richiamati all'"ordine" dalle autorità dell'Unione Europea e da quelle statunitensi.
La privatizzazione della Telecom, avvenuta nell'ottobre del 1997, permise ad un gruppo di imprenditori e banche di impadronirsi dell'azienda, e al Ministero del Tesoro rimase soltanto il 3,5%. Il piano per il controllo di Telecom era stato progettato dalla Merril Lynch, dal Gruppo Bancario americano Donaldson Lufkin & Jenrette e dalla Chase Manhattan Bank. Dopo dieci anni dalla privatizzazione, il bilancio era disastroso sotto tutti i punti di vista: oltre 20.000 persone erano state licenziate, i titoli azionari avevano fatto perdere molto denaro ai risparmiatori, i costi per gli utenti erano aumentati e la società era in perdita.
I danni per la privatizzazione di Telecom non sono stati soltanto di natura finanziaria, ma anche relativi alla qualità e alla sicurezza del servizio. La privacy dei cittadini non è in alcun modo tutelata, e gli scandali degli ultimi anni lo hanno provato.
Oggi l'azienda è ridotta male, e i titoli azionistici oscillano. Tre grandi banche, Morgan Stanley, Goldman Sachs e Ubs, possono far salire o scendere qualsiasi titolo, avendo nelle mani il 70% del credito speculativo mondiale, e potendo diffondere notizie che condizionano il comportamento degli investitori. Manovrando il valore delle azioni, si condiziona l'andamento dell'azienda, e ciò consente ai grandi colossi bancari di preparare il terreno per appropriarsene, come sta accadendo anche con Alitalia.
Pirelli ha aperto trattative in esclusiva col colosso American Telephone and Telegraph Company (At&T), che appartiene ad un gruppo di grandi banchieri, che quest'anno ha vinto negli Usa un appalto pubblico ricchissimo, per gestire il settore delle telecomunicazioni, e fornire servizi a 135 delle 184 agenzie federali, insieme a Qwest e Verizon. Le trattative con At&t, e America Movil dureranno fino al 30 aprile, poi Generali e Mediobanca avranno 15 giorni di tempo per esercitare il loro diritto di prelazione.
Non sappiamo ancora se sarà la At &t ad impadronirsi di una delle aziende più importanti del nostro paese, ma sappiamo già cosa accadrà dopo la svendita: si avranno licenziamenti, aumenterà il costo per l'utente, la qualità del servizio sarà sempre più scadente ed emergeranno di tanto in tanto illegalità diffuse, che riveleranno la possibilità di controllo su ogni cittadino.
Chi dubita che l'Italia di oggi abbia caratteristiche di natura coloniale provi a scrivere una lettera alle autorità italiane, per chiedere spiegazioni sui debiti bancari e sul signoraggio, sulle privatizzazioni, sulla sovranità territoriale dell'Italia oppure sulle testate nucleari. Non otterrà alcuna risposta chiara, esauriente e onesta (semmai dovesse ricevere qualche tipo di risposta), e questa sarà una prova che le nostre autorità sono a servizio delle banche e delle corporation internazionali, e subordinano ad esse i diritti dei cittadini italiani, come accade nelle colonie.
di Antonella Randazzo per www.disinformazione.it

mercoledì 6 agosto 2008

Formule di Democrazia Partecipata: e-TM

Le pratiche deliberative statunitensi, grazie alle nuove tecnologie, si sono notevolmente evolute, permettendo a molte persone di riunirsi, anche in luoghi diversi, per discutere ed esprimersi a proposito di politiche pubbliche. Di recente sperimentazione una nuova versione del TM, che offre alcuni elementi di innovazione dal punto di vista della tecnologia
adottata: l’Electronic Town Meeting [e-TM].
Il metodo “electronic town meeting” [e-TM] consente di mixare i vantaggi della discussione per piccoli gruppi, con quelli di un sondaggio rivolto ad un ampio pubblico.
In questo modo l' alternanza fra momenti di discussione e di momenti di voto individuale permette che l’esito delle discussioni produca delle domande da sottoporre immediatamente all’assemblea. Nell’e-TM si svolgono in successione tre differenti fasi di lavoro, volte a facilitare i partecipanti nel trattamento dei temi oggetto della discussione:
1. una prima fase di informazione e approfondimento grazie agli apporti di
documenti ed esperti;
2. una seconda fase di discussione in piccoli gruppi;
3. una terza fase in cui i temi sintetizzati e restituiti in forma di domande sono proposti ai partecipanti che si possono dunque esprimere in modo diretto votando individualmente mediante delle tastierine (polling keypads).
Questo modello di democrazia deliberativa è ormai riconosciuto a livello internazionale e tale metodologia si va diffondendo ormai in svariati contesti. Negli USA il metodo è stato usato in situazioni diverse e in Europa è stato sperimentato, ma a scala ridotta e non aperta al pubblico. La prima volta in Italia è stata a Torino, nel Settembre del 2005, prima delle Olimpiadi invernali: duemila tra ragazzi italiani e stranieri si sono incontrati per confrontarsi sui grandi temi mondiali.
Attraverso l’elettronic town meeting la tecnologia viene messa al servizio della partecipazione, in pratica, una cibernetica rivisitazione di quegli incontri pubblici ed assemblee di cittadini, ponte tra la democrazia rappresentativa e la democrazia diretta. Un grande esempio di e-TM il televoto con cui 4.000 newyorchesi si sono pronunciati sul miglior progetto di ricostruzione per l’area delle Twin Towers.
continua