Specifico dall'inizio che quando scrivo dei pezzi, firmandoli semplicemente con il mio nome, esprimo il mio parere personale, nulla a che vedere con il mio piccolo ruolo in politica e con il movimento di cui sono attivista.
Negli ultimi mesi ho letto parecchio (e male a mio avviso) di immigrazione e fascismo, anzi di antifascismo, di un antifascismo che a volte capita si nutra di metodi fascistoidi nella propria espressione.
Attualmente rifletto parecchio sul rischio di una deriva fascista che potrebbe alimentarsi grazie alle possibili modifiche costituzionali ed alla prossima legge elettorale.
Fascismo, troppo buonismo e voglia di speculazione sono punti cardinali che trovo invece, spesso, leggendo di immigrazione.
Si festeggia annualmente l'anniversario della Liberazione dal nazi-fascismo. Una data che non deve perdere il suo valore, ma che si concentra su qualcosa di lontano, di sempre pericoloso, ma che oggi non è il primo pericolo. La stabilità democratica del Paese oggi è molto più minata dalle strategie mafiose (Roma Capitale dovrebbe far riflettere) e dalle strategie di una classe dirigente autoreferenziata che sta minando il futuro nostro, dei nostri figli, dei nostri nipoti. Anche chi ha la memoria storica della lotta antifascista (e ne fa prestigio) oggi, a mio avviso, anzichè concentrarsi sul passato alla ricerca di eroi da consacrare dovrebbe indirizzare gli sforzi verso la lotta al nuovo fascismo strisciante, non dichiarato, difficilmente visibile solo agli occhi nudi degli struzzi.
Ponendosi in osservazione dei nuovi razzisti, seduti in poltrona, che non esitano a seminare la guerra tra poveri per raccimolare quattro voti e le politiche di austerità, che pretendono tagli e sacrifici, è evidente che c’è bisogno di una nuova e più forte resistenza.
E' chiaro che la tendenza è quella di tenerci ignoranti così che dimentichiamo quanto è accaduto in passato, dal ventennio agli anni di piombo della strategia della tensione, al libro di Stella e Rizzo, alle leggi sul lavoro. Si tagliano storia e scuola in generale, chi non ha memoria non ha futuro.
Ricollegandomi all'immigrazione citata all'inizio, va ricordato che l'Italia fascista diventò razzista per imposizione, grazie alle leggi razziali, e va fatto notare che l'Italia di oggi sta diventando sempre più razzista per disperazione, a "causa" dell'immigrazione.
Già da qualche anno la forza moralizzatrice della crisi ha reso i privilegi e le spese pazze della casta più insopportabili eticamente e più insostenibili a livello economico; per distrarre il cittadino occorre carne da buttare sul fuoco del dibattito, occorrono sempre nuovi attori sulla scena, ma non dimentichiamoci che quei politici che non ci piacciono più li abbiamo eletti noi e che spesso e che in fondo (in linea generale) noi siamo gli stessi e la casta cambierà solo se cambieremo noi.
Non a caso ultimamente Beppe Grillo e Matteo Salvini si dividono le pance dello stesso elettorato scambiandosi kafkianamente spesso i cavalli di battaglia, non di rado infatti Salvini sconfina nel regno degli scontrini e degli sperperi della politica mentre Grillo invade il campo leghista che vede lo “straniero” come l’origine di tutti i mali possibili. Paradossale è che il primo vive il lusso e gli sprechi della politica da circa venti anni senza aver mai lavorato veramente e non ricorda gli scontrini di Belsito, mentre il secondo preferisce dirottare le sue fortune in paradisi fiscali “stranieri” che, in questo caso, non sono l’origine dei mali ma i garanti di imposte più vantaggiose.
Del resto questo è l'elettorato da conquistare, quello che indirizza (che cerca di indirizzare) la protesta, quello degli incazzati che cercano il condottiero che li porti alla rivoluzione; il comportamento di chi cerca di accapparrarsi questa "fetta di mercato" dimostra che nonostante la situazione sociopolitica drammatica questo bacino d'utenza è unico e limitato.
I padroni del vapore hanno reso davvero la politica simile ad un teatro ed ad essere premiata non è la qualità dell’opera ma il consenso facile di un pubblico ignorante ma pagante.
Cito dal WEB: "Forse è questa la vera metamorfosi, essere passati, nonostante l’offerta sia varia, da un pubblico che si nutriva con “Ladri di biciclette” ad un pubblico che si nutre con “Vacanze di Natale”. L’ignoranza crea mostri che l’indifferenza banalizza".
Questa è la forza del nuovo fascismo, questo è il mostro da combattere, qui vanno spese le energie non alla ricerca di vecchi mostri che ormai faticano a galleggiare senza il sostegno di chi dirige la baracca.
Giorgio Bargna
lunedì 31 agosto 2015
Fascismi
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Cantù CO, Italia
mercoledì 29 luglio 2015
L'epoca moderna, da superare
Per chiunque mi segua non è un
segreto che il mio pensiero vada spesso e volentieri di pari passo
con quello del pensatore francese Alain de Benoist, personaggio, come
me, difficile da collocare e incastonare in una precisa area politica
di senso tradizionale.
Pur senza volere assolutamente
paragonarmi al suo valore entrambi scriviamo delle stesse cose e se
da lui ho affinato le idee vi assicuro che a queste ci ero arrivato
solo.
Ribadiamo ancora una volta, non fa
mai male, alcuni principi comuni.
Critichiamo entrambi, legandole
l'una alle altre, ogni forma di individualismo e di universalismo
oltre che, comunque, i nazionalismi etnocentrici; tutte formule
basate sulla soggettività. Entrambi spingiamo verso dei passaggi che
possano portare alla decomposizione di questa attualità basata sulla
ragione mercantile e adagiata sui danni psicomorali esercitati dalla
Forma-Capitale. Entrambi ci spendiamo in favore delle autonomie
locali basate sulla difesa delle differenze e delle identità
collettive, ma mai sull'esclusione.
Entrambi sponsorizziamo un
federalismo reale, concreto, basato sul principio di sussidiarietà e
sulle comunità, sulle tradizioni ma anche sul multiculturalismo.
Vi lascio in calce una sua
intervista rilasciata alla rivista “Tradizione”.
Buona lettura.
De Benoist, a più riprese
Lei ha parlato del fenomeno della “colonizzazione dell’immaginario”
prodotta dalla Forma-Capitale. In sintesi, in cosa consiste?
“E’ stato Serge Latouche che,
per primo, ha parlato di “colonizzazione” dell’ immaginario
simbolico per indicare l’invasione e il condizionamento degli
spiriti da parte dei valori mercantili. Nell’epoca moderna,
l’affermazione dell’individualismo borghese si è accompagnato
all’espansione del capitalismo liberale, che ne è stato il
principale strumento di diffusione. Ora, il capitalismo non è
soltanto un sistema economico, ma è anche latore di un’antropologia:
non concepisce in effetti l’uomo che come Homo oeconomicus,
produttore-consumatore la cui esistenza è protesa a massimizzare in
modo egoistico il suo non limitabile interesse materiale. In tale
prospettiva, cioè quella dell’assiomatica dell’interesse, i
componenti di una stessa società non sono più vincolati gli uni
agli altri che dal contratto giuridico o dallo scambio mercantile.
Questa “reificazione” (Verdinglichung) dei rapporti sociali, che
Karl Marx aveva così bene anticipato, si sviluppa di pari passo con
l’idea che “l’economia, è il destino”. Mentre tutti gli
ambiti dell’esistenza, compresi quelli che un tempo vi si
sottraevano almeno in parte (la terra, il lavoro, lo sport, l’arte,
la cultura etc.), si sono progressivamente mercantilizzati, vale dire
è stata loro imposta la sola legge della resa economica e del
profitto, tutti i valori umani che non sono quantificabili cedono il
passo al valore di scambio. L’economia considerata (a torto) come
una scienza, può allora pervadere il mondo del pensiero.
La Forma-Capitale mette in vendita
dei prodotti solo per riprodursi, cioè per accrescere la propria
dimensione quantitativa senza alcuna considerazione di possibili
limiti. Essa può così essere definita quale auto valorizzazione del
profitto in una prospettiva illimitata. La novità del capitalismo fa
si che tutte le cose, in esso, si trasformino in merci – a
cominciare dall’uomo stesso, ridotto a vendersi sul “mercato del
lavoro”. Ora, produrre per il mercato, significa produrre per un
campo d’equivalenza ove ogni cosa vale l’altra, in quanto il
valore è stato ridotto all’unità monetaria. L’immaginario
simbolico, così “colonizzato”, diviene strettamente dipendente
dal sistema del denaro, nel quale è possibile leggere la forma
aggiornata del regno della quantità”.
La ragione mercantile tende
a presentare lo stato attuale delle cose come invalicabile, la
società dei consumi come il migliore dei mondi possibili e la “fine
della storia” quale orizzonte esistenziale definitivo per l’ultimo
uomo. Cosa pensa di tale rappresentazione della realtà?
“La maggior parte degli storicismi
moderni, a partire dall’ideologia del progresso, postulano che la
storia umana sia votata a concludersi in una fase terminale, verso la
quale sarebbero incamminate necessariamente tutte le culture. Per
altri liberali, tale stadio terminale si confonde con il regno
planetario del mercato, considerato sistema autoregolatore ed
autoregolato. Quando il mercato, avrà fornito la prova della propria
superiorità assoluta, la storia recederà. E’ in tale ottica che
si situò Francis Fukuyama quando annunciò la “fine della storia”
per il solo motivo che dopo l’implosione del sistema sovietico, il
mondo occidentale aveva perso il suo principale competitore. Ben
inteso, la storia si è rapidamente ripresa i suoi diritti. Si è
allora realizzato un periodo di transizione, un Zwischenzeit, dal
quale oggi non siamo ancora usciti, ma che annuncia con tutta
evidenza il darsi di un nuovo “Nomos della terra”, per dirla con
Carl Schmitt.
Sfortunatamente, l’ideologia
dominante continua a pensare che lo stato attuale delle cose sia più
o meno insuperabile. Essa non sostiene che viviamo indubitabilmente
nel migliore dei mondi possibili, ma che nonostante i difetti del
mondo attuale (che si spera di poter progressivamente emendare), non
sia più possibile realizzare un nuovo tipo di società. Ogni
tentativo rivoluzionario, e non più soltanto riformista, condurrebbe
al peggio (il “totalitarismo”) o equivarrebbe ad un “ritorno al
passato”. Tale posizione è assai paradossale: l’ideologia del
progresso non ha smesso di idolatrare il novum, ma tende ormai a
rifiutare l’idea della novità radicale! Per fare un confronto con
l’ideologie messianiche, l’ideologia progressista considera che
il Regno non sia da porsi ancora nell’avvenire, ma che si sia già
realizzato. I nostri contemporanei non sono molto felici nel mondo
attuale, ma vivono schiacciati dall’orizzonte della fatalità,
dell’inevitabilità. Bisogna che comprendano che la storia non è
finita”.
Per Lei la storia è dunque
inesausta apertura. In quali termini la sua valorizzazione dell’idea
sferica della temporalità dipende dalla opzione “pagana” che ha
caratterizzato la sue posizioni speculative fin dagli anni Settanta?
E soprattutto, è oggi possibile proseguire nella ricerca di Nuove
sintesi ideali su questo specifico tema? Penso in Italia alle
posizioni recentemente espresse in un suo libro da Diego Fusaro.
“Dire che la storia è sempre
aperta, vuol dire rifiutare il fatalismo storico, sia che tale
fatalità sia interpretata come “progresso” necessario o come
inevitabile “declino”. La nozione di “senso della storia”
scaturisce d’altronde, con tutta evidenza, dalla idea
giudaico-cristiana di una storia vettoriale, lineare, con un inizio e
una fine assoluti, per il fatto di essere del tutto antitetica alla
concezione ciclica o sferica della storia propria dell’antichità
europea. Ma la questione delle “nuove sintesi” ha poco a
che vedere con la concezione della storia. In campo politico, essa
emerge molto più dalla decomposizione della vecchia contrapposizione
destra-sinistra, che non corrisponde più a nulla. L’epoca
contemporanea non smette, in effetti, di produrre divisioni di tipo
trasversale, che attraversano tutte le famiglie politiche ed
ideologiche. Tale evoluzione rende possibile dialoghi proficui e
l’affermarsi di “nuove sintesi” E’ in questa prospettiva che
è necessario collocare le posizioni sostenute in Italia da Diego
Fusaro (e prima di lui da Costanzo Preve) e in Francia da Jean-Claude
Michéa”.
La società delle “acque
basse” nella quale viviamo, per dirla con Cornelius Castoriadis, o
dei “narcisi” dell’eterno presente consumistico, è in via di
progressiva femminilizzazione. Questo fenomeno quali contraccolpi
sociali potrebbe determinare?
“A giusto titolo il movimento
femminista ha protestato ai suoi esordi contro la svalutazione dei
valori femminili, che spesso è stata al centro delle società
patriarcali. Il problema è che attualmente sia precipitati
nell’eccesso opposto. A causa di diverse ragioni sociologiche ed
economiche, sono i valori maschili e virili -a cominciare
dall’autorità, dall’affermazione di sé, dal vincolo tra uomini,
etc. – che sono stati via via denigrati e svalutati. Lo stesso
Stato è divenuto uno “Stato terapeutico”, come lo definì
Cristopher Lasch, una sorta di Big Mother che si consacra sempre più
a problemi di gestione, di assistenza, sanitari, etc. L’equilibrio
del maschile e del femminile, pertanto, andrebbe restaurato”.
Negli ultimi anni il mondo
occidentale ha visto prepotentemente avanzare l’ideologia del
genere che nega le identità sessuali. Quali sono i pericoli che essa
nasconde e quali contromisure adottare per riuscire a scongiurarli?
“La teoria del genere è una
teoria che pretende che l’identità sessuale non dipenda in nulla
dal sesso nel senso biologico del termine, ma solo dai ruoli sociali
attribuiti agli individui dall’educazione e dalla cultura. Se ne
deduce che l’individuo sarebbe alla nascita sessualmente “neutro”:
sarebbe sufficiente educare un bambino come una bambina per farne una
femminuccia, o educare come un fanciullo una bambina per farne
un maschietto. L’idea sottesa a tale argomentare rinvia a un
essere indifferenziato. Ciò che bisogna rimproverare alla teoria del
genere, non è di aver distinto il sesso biologico dalla costruzione
dell’identità maschile e femminile, ma di credere che non ci sia
alcun rapporto stretto tra il primo e le seconde, e che tutto ciò
che comunemente viene considerato come maschile e femminile, si
manifesti in un “genere” sconnesso dal sesso biologico. La
costruzione sociale è certo onnipresente nelle società umane, ma
non si realizza mai a partire dal nulla”.
Infine e per concludere. E’
possibile a suo giudizio parlare di “terzo” sesso?
“L’espressione “terzo sesso”
è una semplice metafora letteraria. In senso stretto, non ci sono
che due sessi: da una parte gli uomini, dall’altra le donne. I gay
e le lesbiche sono anch’essi degli uomini e delle donne dal punto
di vista del sesso biologico. Qualificare l’omosessualità come
“terzo sesso”, significa quindi confondere l’orientamento
sessuale con il sesso. Esistono molte pratiche, orientamenti e
preferenze sessuali, sulle quali a mio avviso non c’è bisogno di
articolare un giudizio morale, ma non ci sono che due soli sessi. La
molteplicità delle preferenze sessuali non elimina i sessi biologici
e non ne aumenta il numero. L’orientamento sessuale, qualunque sia,
non mette in discussione il corpo sessuato”.
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domenica 19 luglio 2015
Lettera aperta a Francesco
E'
capitato più di una volta che io scrivessi delle lettere aperte,
hanno certamente il valore che hanno, ma mi consentono di esprimere
un parere direttamente al destinatario, fosse che la legga oppure no.
Questa
odierna è indirizzata ad una persona che ricopre un ruolo importante
e tocca un tema scottante e sempre più attuale, l'indigènza.
La
scrivo a te Francesco, si proprio tu, Papa Francesco. A te che non a
caso hai scelto questo nome, ispirandoti allo “stile” di questo
Santo, alle sue opere, alle sue azioni.
Ricopri
il tuo ruolo dal 13 marzo 2013, secondo il Diritto Canonico, oltre
che il Capo assoluto della Chiesa Cristiana, sei il Vescovo della
Diocesi di Roma, il capo del Collegio dei Vescovi e il Primate
d'Italia.
Molti
hanno fiducia in te per un cambiamento radicale dei rapporti tra
Chiesa e “resto del mondo”, molte tue parole vanno dirette in
quel senso, probabilmente anche molte tue azioni anche se è
probabile che tu incontri frizioni molto forti al tuo percorso.
Mi
rendo conto che non deve essere facile affrontare problematiche tipo
lo IOR e la pedofilia nella Chiesa e so che probabilmente non ti sarà
mai consentito di far maturare un cambiamento radicale su questi
temi, ma io voglio andare a parare altrove.
Sono
questi anni di difficoltà per molte persone, sia nel mio Paese che
in altri, mi rivolgo a te proprio perchè sei Primate in Italia (e
poco conta se si tratta di un titolo più formale che concreto) e
Capo della Chiesa nel Mondo.
Oggi
in Italia migliaia, milioni di persone vivono una fatica economica
pesante, molti di loro non hanno dove dormire e /o mangiare e la
situazione sociopolitica attuale non dona loro grandi speranze per il
futuro, anzi il lavoro diminuisce ogni giorno a dismisura ed i fondi
sociali si riducono quotidianamente. Oggi in Italia approdano
quotidianamente decine, migliaia di profughi di ogni nazionalità e/o
religione, dai perseguitati agli esiliati, ai delinquenti, a chi cerca
solo una vita più umana. Anche loro hanno necessità di un tetto e
di un piatto. Tutti coloro che ho elencato sarebbero stati gli amici
del Francesco a cui ti ispiri.
Ti
volevo dire, chiedere, allora Francesco: la misericordia e la carità
sono due principi cardinali della religione cristiana? Se la risposta
è si hai l'occasione per dimostrare che ci sei, un occasione che
troverà frizioni meno forti di quelle citate in precedenza.
Prendo
spunto da alcune parole di Don Mazzi: “E’
comodo dire agli italiani di aprire le loro case quando ci sono
conventi vuoti che potrebbero diventare luoghi di ospitalità anche
belli.
Apriamoli per ospitare i migranti e i profughi.”
Io aggiungo a queste parole che possono, devono diventare luoghi di
ospitalità anche per gli italiani in difficoltà, che comunque la
Chiesa di alto livello deve obbligatoriamente impegnarsi su questo
tema, in questo od in altro modo, come fanno già alcuni (purtroppo
solo alcuni) Parroci.
Qui
caro Francesco puoi dimostrare di essere veramente un Papa che
incarna un nuovo stile di Chiesa, un novello Francesco che scende in
strada con i poveri. Questo varrebbe molto, ma molto di più di cento
Giubilei Straordinari.
Buon
lavoro, Giorgio Bargna
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Cantù CO, Italia
domenica 12 luglio 2015
Il muro di gomma
Prendo
spunto dallo sfogo che oggi il mio amico, Sindaco di Cantù, Claudio
Bizzozero ha pubblicato su Facebook.
Dall'anno
2007 mi impegno concretamente in politica locale. Lo faccio da
aderente della Lista Civica “Lavori in Corso”, lo faccio perchè
vorrei cambiare il mio orticello ed il mondo. Lo faccio perchè da
sempre credo nella democrazia e nella sua applicazione più
partecipata possibile.
Ho
sempre saputo che era molto utopico il tragitto che mi ero
immaginato, ma ero anche convinto che questa situazione
socioeconomica aprisse gli occhi a molti e che, pian piano, cambiasse
il trand, che la gente cominciasse a capire che occorre un punto di
svolta, che era ora di seguire un altro percorso, che fosse giunto il
momento in cui questa classe politica autoreferenziata che ci sta
sodomizzando andasse spazzata via.
Mi
guardo attorno e non vedo questo. Vedo solamente che chi vorrebbe
cambiare qualcosa continua
a viaggiare solo e
fatica a farlo, che chi vorrebbe amministrare una città in modo
virtuoso non riesce a farlo fino al massimo, abbandonato
a se stesso, criticato e vilipeso.
C'è
stato un momento che amministrando questa città si è dovuta alzare
la posta delle tassazioni locali (che comunque incidono ben poco sul
totale delle gabelle subite), ero, e sono ancora,
contrario a questo, piuttosto avrei rimesso i mandati, ma c'era un
occasione da cavalcare in nome del bene comune e mi sono adeguato.
Leggere
però quanto esprime oggi Claudio mi dice che forse avevo ragione. Di
una cosa sono sicuro, per migliorare il livello di sostenibilità
della mia città devo migliorare il livello dei territori che la
circondano, devo avere a disposizione del denaro, devo avere il campo
sgombro dai freni burocratici.
Dal
2008 ho seguito più percorsi che andavano nella direzione di creare
un cambiamento a livello quantomeno regionale, oggi ancora stiamo
perseguendo questa strada, l'unica che potrebbe consentire ad un
Sindaco di governare nel nome del bene comune. Se anche questa volta
il risultato non fosse concreto, sinceramente,
io mollo.
Fare
politica in modo serio costa fatica e costa
tempo
sottratto alla famiglia ed agli altri interessi. Già da tempo ho
abbassato la quota e dovesse andare avanti così la azzero. Non
sono disposto a fare il taglieggiatore in nome dello Stato e
“l'amministratore” che fatica a chiudere le buche della propria
città e non riesce a mettere in esecuzione opere pubbliche perchè
ogni giorno il “Patto di Stabilità” e la casta tagliano qualcosa
e nemmeno ti danno la certezza che per due mesi le regole non
cambiano.
Sono
stanco come Claudio, ma al contrario di lui non ho la vocazione a
fare il Don Chisciotte della Mancia.
Non
amo arrendermi, ma un detto dice che “i ball in ball e a picaj e fan
mal”.
Giorgio
Bargna
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sabato 11 luglio 2015
Delìri
Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo.
Pier Paolo Pasolini (Saggi sulla politica e sulla società)
Malgrado più volte ho scritto che esistono tra noi diversi emuli degli struzzi, vi sono eventi di una certa importanza che non possono sfuggire agli occhi di nessuno, anche senza l'ausilio delle statistiche e dei tuttologi di turno.
Chi ha avuto la sventura di nascere nel terzo mondo, oppure in Argentina o Grecia (tanto per fare qualche esempio eclatante) si rende conto senza fatica di essere in uno stato di difficoltà economica, sia essa consolidata oppure temporale o transitoria.
Anche l'Italia sta subendo un processo simile a quello dei due paesi qui sopra citati, eppure, perlomeno nelle province del nord, dove io abito, in questi ultimi anni il modo di vivere e di consumare non si è assolutamente modificato in uno modo epocale.
Nei bar, nelle osterie, nei circoli, nelle salette d'attesa dei medici tutti discutiamo di giovani che partono per l’estero in cerca di un lavoro, che da noi non c'è; di licenziamenti, di imprese che chiudono sempre più frequentemente, eppure lo stile di vita della stragrande maggioranza della popolazione non si é assolutamente modificato, modellato, sui parametri che la grande crisi pretenderebbe.
Bar, pub, ristoranti e bistrot sono sempre stracolmi di avventori. Sulle strade di qualsiasi genere e grado circolano, consumando ettolitri di carburante, un numero esorbitante di mezzi. Le località turistiche vengono prese d'assalto ad ogni week end utile. Smatphone, tablet ed alcool impegnano sempre e continuamente le mani (ed i portafogli) dei giovani e non solo. Sembra veramente che la crisi non ci sia, che ci stia solo sfiorando, che sia una balla inventata di sana pianta dai media...eppure, diamine, non è così, stiamo parlando di una realtà concreta, visibile, palpabile.
L'unica posibile spiegazione è che ci si stia abbeverando ai risparmi degli anni precedenti, ma è chiaro, lampante, che esauritasi questa risorsa, non occorrerà collegare il televisore al telegiornale per sapere che il disastro dilaga.
Molto più evidente a tutti gli uomini di buona volontà, in ogni luogo, in ogni circostanza, è invece la decadenza morale, lo è, evidente, il degrado civile.
Riconosciamo quanto descritto elevandoci ad osservatori dinanzi all'affondamento di ogni aggregamento comunitario e/o formativo: famiglia, scuola, centri di vita comunitaria, Chiesa. Riconosciamo la decadenza morale ed il degrado civile nell’indifferenza per i beni pubblici e nell’incuria, ma anche ed ancor di più nella mercificazione di tutte le relazioni sociali e/o nella corruzione diffusa a tutti i livelli.
E' il rischio di quando la democrazia viene cavalcata in malo modo, di quando di tramuta nella copertura ideologica della dittatura di classe, di quando il denaro assume un ruolo sempre più crescente, di quando la finanza impera, di quando si instaura un processo che riduce tutto ciò che è umano a merce, a cosa, a materia.
Secondo alcune formule di pensiero filosofico, dalle contraddizioni dei sistemi dovrebbero emergere le forze nuove che li surclassano, creando la formazione di un nuovo assetto più avanzato. Uno schema, questo, che funzionò, almeno apparentemente e/o comunque per periodi nel passaggio fra il feudalesimo e il capitalismo; poi arrivarono la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese, l’origine del moderno capitalismo.
Malgrado io, nel mio piccolo, provi a lottare per un nuovo Risorgimento in questi frangenti occorre essere degli idealisti privi di contatto con la realtà per vedere emergere dai processi di deterioramento del sistema forze che in positivo prefigurino la società futura.
Ritengo più probabile un passaggio simile a quello della scomparsa dell’Impero Romano fondato sull’inciviltà dilagante, i disastri relazionionali ed ambientali, su una rovina economica che abbiamo costruito noi e che pagheranno le generazioni a seguire.
Ma l'uomo e la natura spesso agiscono in forma improvvisa e chissà che non siano il crollo ecologico o una grande guerra a modificare il corso degli eventi.
Giorgio Bargna
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Cantù CO, Italia
mercoledì 17 giugno 2015
Masse migratorie
Che da
quando esiste il mondo esiste l'immigrazione non è certo una novità.
La, le novità stanno nei numeri, nelle modalità, in un certo senso anche
nelle motivazioni.
Occorre
sovvertire questo sistema socio/economico basato su quel capitale e quel
consumo indiscriminato che stanno ormai nemmeno più lentamente
consumando l'ecosistema, l'ambiente ed i suoi abitanti.
Occorre
sconfiggere, abbattere il sistema, se non affrontiamo il problema afferrandolo
dalla radice non sbroglieremo mai la matassa, i migranti continueranno
ad affluire con ogni mezzo che non sono solo i barconi.
Molti
oggi osservano irrequiti i flussi migratori, ma se con il tuo
stile di vita hai determinato queste condizioni ad una fascia molto ampia
di persone, non puoi lamentarti oggi di quanto accade oggi attorno a
te.
Riguardo
quanto accade nel Mediterraneo è innegabile che ci sia un responsabile
principe, responsabile che va individuato nella linea politica
dell’UE e nell'azione della NATO che ha foraggiato e praticato
tutte le guerre nel Mediterraneo
Orientale, Medio Oriente e Nord Africa.
Il
sistema capitalista in se stesso, piaccia o non piaccia saperlo,
genera povertà, sfruttamento di classe, oppressione dei lavoratori e dei popoli,
guerre.
Si, le
guerre, perchè uno Stato indipendente che non segue questa dottrina
deve essere attaccato, sconfitto, relegato nella lista nera degli stati
pericolosi, sovversivi; se poi in questi paesi sono disseminate risorse
importanti quali gas, petrolio, acqua “non si bada a spese”.
Quanto
descritto ha fatto si che da paesi del Medio Oriente e Africa partano
persone, partano in masse che sono disposte a rischiare le loro vite
per spostarsi in altre aree, che sono disposte, a volte decise a
trasformarsi in un nuovo reggimento, in un esercito industriale di
seconda fascia.
L'imporsi
del sistema sui paesi attaccati paga doppio visto che, oltre a consentire
l'accapparramento delle risorse, produce flotte di disperati che
con ogni sistema si spostano in Europa irrobustendo da un lato le politiche
populiste e riducendo se non annientando dall’altro i diritti dei
lavoratori.
Questo
esercito di schiavi salariati a buon mercato che garantisce
l’immigrazione, col riflesso dell’omologazione culturale al
nostro stile di vita, vuoto di valori che non siano materiali, è un
bisogno ed un disegno
connaturato al nostro modello di sviluppo. Gli sforzi di petto di chi si
dipinge la faccia di pratiche umanitarie non sono che l'altra faccia
mediatica
di quel razzismo da quattro centesimi che spopola non solo sui
social network.
E'
chiaro, normale, che si viva, si incarni, la paura della cosiddetta “invasione”
soprattutto oggi quando i barconi impressionano mediaticamente.
Eppure non occorre un grande sforzo per capire che il fenomeno
parte da molto più lontano, attraverso spostamenti di
massa
meno eclatanti, è decisamente più alto il numero di immigrati, clandestini
o no, che sono entrati sul suolo nazionale con visto turistico.
I
numeri oggi sono impressionanti e credo che neppure i padroni del vapore
siano così certi di riuscire a gestire la situazione, ma un immigrato
è business dal momento in cui parte a quello che approda a quello
in cui entra nel mondo del lavoro ed è difficile non cedere al guadagno
per chi specula e si arricchisce sulle loro e sulle nostre spalle.
Noi
fin qui ci siamo concentrati solo su un aspetto, ma la questione non si
limita solo a questo. Abbiamo accennato all'inizio della riflessione all'ecosistema,
all'ambiente. Chi studia questi fenomeni ambientali è già
certo che agli spostamenti dovuti alla desertificazione ne seguiranno
altri, decisamente dalle dimensioni maggiori, dovuti
all’innalzamento
del mare causato dal cambiamento climatico già in atto.
Nel
prossimo futuro sarà anche e forse soprattutto l’emergenza ambientale
che spingerà sempre più persone a muoversi in massa in cerca
di vita ed è chiaro, lampante, che le società che perseguono la crescita
economica come unica possibilità di salvezza e benessere hanno
grosse responsabilità in tal senso.
Oltre
ai fatti nostrani ne conosceremo altri nuovi e grazie ad un po' di
semplice informazione già dovremmo conoscerne altri, in essere da
molto, come ad esempio, quelli di Honduras, Guatemala, Nicaragua ed
El Salvador, nazioni che sono punti di partenza verso il Messico, la
porta d'ingresso verso gli Stati Uniti.
Quando
si parla di immigrazione spesso si abusa del termine emergenza, se
ne
abusa visto che questi fenomeni avvengono da parecchio con una certa
regolarità, ma non distraiamoci dal problema ambietale e dalle sue
conseguenze che quelle si procureranno delle emergenze di vasta
scala. Gli esperti di settore hanno calcolato che entro il 2050
avremo un aumento di 2.4 miliardi di persone e che questi andranno a
nascere in zone dove l'acqua è un miraggio, nel vero senso della
parola.
Oltre
ai profughi delle guerre (che comunque non cesseranno), conosceremo
i profughi dell’acqua, che per necessità si sposteranno altrove in
ricerca dell'acqua, pubblica o privata che sia. Brasile e Messico
vedranno bruciare
prossimamente una sessantina di milioni di ettari di terra a testa.
Avremo
da affrontare fenomeni sempre più complessi e contemporanei frutto
amaro della crescita intesa come unica via di benessere. Avere escluso
l’ambiente, la sua tutela, dalla partita economica è stata, è, e
sarà la scelta
più sciagurata attuabile.
Sta
colando a picco tutto, questo è innegabile, è visibile a tutti
coloro
che la
testa non la insabbiano, che si guardano attorno, che cercano almeno
una piccola riflessione.
Sta
colando a picco la nave, anzi il barcone. Ma non è il barcone solo
degli immigrati,
è quello dell'Europa e del mondo interi, è quello delle istituzioni,
internazionali e nazionali, è quello dei parlamenti, dei fondi monetari,
delle banche centrali e persino mondiali.
Sta
colando a picco il naviglio delle grandezze archittettoniche e quello
delle eccellenze alimentari, fenomeno che si è sviluppato
nell'ultima epoca, proprio
mentre due terzi del pianeta muore di fame.
Affondano
capitalismo e multinazionali, li segue, lasciando una scia di sangue,
quella guerra che ormai non conosce più nemmeno un barlume di
umanità.
Affondano
le religioni e la carità, affondano le icone e l'utopia, affondiamo
tutti e non ci accorgiamo che stiamo colando a picco con tutto il
transatlantico.
Alla
fine di questa riflessione, lo chiarisco, non voglio dare ricette o sottrarmi
alle mie colpe, anche io ho vissuto in questo sistema e lo ho avallato in alcuni momenti,
non somministro ricette, chiedo solo a tutti una riflessione, lo
sforzo per arrivare ad un mondo migliore, lo sforzo di lasciare un
futuro sostenibile ai nostri figli ed, una volta tanto, anche a
quelli degli altri.
Giorgio
Bargna
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sabato 13 giugno 2015
La strada elvetica
Di certo non sono un economista, anzi fatico anche a far quadrare i bilanci della mia famiglia, ma certe situazioni le noti, le capisci, anche se non sei un genio; quando non le noti è perchè hai le stesse tendenze dello struzzo.
Qualche anno fa il castello economico/sociale su cui ci basiamo arrivò allo stadio finale: la creazione di un Europa economica, unica, despota, uxoricida, in sostanza il “quarto reich”.
Quando venne introdotto l'Euro non avevamo nemmeno un requisito per entrarci, ma ne venemmo comunque assorbiti, assorbiti come una discarica, come uno dei primi paesi sacrificali.
Già la classe politica nostrana, che qualcuno descrive inetta e che invece sa benissimo il fatto proprio, ci aveva messi con la schiena piegata, li ci ha posti in ginocchio e con le mutande sfilate.
Stiamo mantenendo una casta autoreferenziata che ci sta sfilando ogni riserva da portafogli e conti correnti lasciandoci senza dei servizi decenti, ci stanno sfilando di mano il lavoro imponendo dei contratti schiavisti che ci hanno tolto la dignità, ci stanno sfilando di mano il lavoro assegnandolo ad una manodopera che negli anni hanno fatto entrare nel paese con l'intesa di mettere poveri contro poveri.
Quando c'è povertà subentrano due fattori: la rabbia e la paura.
Con la paura si gestice la rabbia. Aumentando il caos aumenta la paura ed il bisogno di sicurezza. ed allora è facile dirigere la rabbia nei luoghi desiderati. Ed ecco che l'italiano ha paura del rom, dell'immigrato, di chi gli ruba il posto di lavoro e si distrae da quello che è il suo principale nemico.
Quel nemico si chiama tecnocrazia, parte da Bruxelles, passa attraverso Roma e si dirama nelle regioni, nelle province e negli altri enti, nei partiti, nelle istituzioni in genere.
Da quel nemico ci dobbiamo guardare, di quel nemico dobbiamo guardarci le spalle per primo, a quel nemico dobbiamo sottrarre il potere.
Occorre lavorare sulle menti offuscate, lavorare su quelle teste nascoste sotto terra che illustravo all'inizio, occorre portare il potere e la decisione vicine al popolo sovrano.
Non ci sono strade alternative a quella elvetica: una repubblica basata sui municipi che si raggruppano in aree territoriali omogenee e sostenuta da una fortissima e sviluppatissima democrazia diretta.
Non sottovalutate quest'ultimo aspetto, noi cittadini, elettori italiani in realtà non abbiamo mai deciso “una beata minchia”; è ora di cambiare!!!
Giorgio Bargna
Qualche anno fa il castello economico/sociale su cui ci basiamo arrivò allo stadio finale: la creazione di un Europa economica, unica, despota, uxoricida, in sostanza il “quarto reich”.
Quando venne introdotto l'Euro non avevamo nemmeno un requisito per entrarci, ma ne venemmo comunque assorbiti, assorbiti come una discarica, come uno dei primi paesi sacrificali.
Già la classe politica nostrana, che qualcuno descrive inetta e che invece sa benissimo il fatto proprio, ci aveva messi con la schiena piegata, li ci ha posti in ginocchio e con le mutande sfilate.
Stiamo mantenendo una casta autoreferenziata che ci sta sfilando ogni riserva da portafogli e conti correnti lasciandoci senza dei servizi decenti, ci stanno sfilando di mano il lavoro imponendo dei contratti schiavisti che ci hanno tolto la dignità, ci stanno sfilando di mano il lavoro assegnandolo ad una manodopera che negli anni hanno fatto entrare nel paese con l'intesa di mettere poveri contro poveri.
Quando c'è povertà subentrano due fattori: la rabbia e la paura.
Con la paura si gestice la rabbia. Aumentando il caos aumenta la paura ed il bisogno di sicurezza. ed allora è facile dirigere la rabbia nei luoghi desiderati. Ed ecco che l'italiano ha paura del rom, dell'immigrato, di chi gli ruba il posto di lavoro e si distrae da quello che è il suo principale nemico.
Quel nemico si chiama tecnocrazia, parte da Bruxelles, passa attraverso Roma e si dirama nelle regioni, nelle province e negli altri enti, nei partiti, nelle istituzioni in genere.
Da quel nemico ci dobbiamo guardare, di quel nemico dobbiamo guardarci le spalle per primo, a quel nemico dobbiamo sottrarre il potere.
Occorre lavorare sulle menti offuscate, lavorare su quelle teste nascoste sotto terra che illustravo all'inizio, occorre portare il potere e la decisione vicine al popolo sovrano.
Non ci sono strade alternative a quella elvetica: una repubblica basata sui municipi che si raggruppano in aree territoriali omogenee e sostenuta da una fortissima e sviluppatissima democrazia diretta.
Non sottovalutate quest'ultimo aspetto, noi cittadini, elettori italiani in realtà non abbiamo mai deciso “una beata minchia”; è ora di cambiare!!!
Giorgio Bargna
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giovedì 11 giugno 2015
Salvaguardia comune
Spesso dai cassettini della memoria mi
riaffiora il ricordo di “Tribuna Politica”, trasmissione nata
negli anni sessanta e condotta, tra gli altri, da Jader Jacobelli ed
Ugo Zatterin. Ero molto piccolo allora, non toccavo ancora i dieci
anni probabilmente, ma ricordo come seguivo affascinato la
trasmissione. La discussione era sostanzialmente pacata e si
trovavano dei contenuti completi di validità. E' vero che la
situazione sclerotizzata della politica odierna è sicuramente frutto
di alcuni “vezzi” nati allora, ma certamente a quei tempi mentre
si metteva fieno in cascina, nella propria cascina, si cercava anche
di perseguire il bene comune.
Nei vari anni molto si è modificato
passando anche tra i vari “scandali Lockheed” e le varie
“Tangentopoli” fino a giungere oggi a “Mafia Capitale”. Non
si è modificato solo il “modo di intendere la politica”, si è
modificato anche e soprattutto il modello concettuale degli elettori.
Non è certo un mistero che parecchi
elettori votino persone e politicanti da cui sperano di ricevere
qualcosa in cambio, se non addirittura anche candidati chiaramente
mafiosi o chiaramente collusi.
Significa
che essi li eleggono
come propri rappresentanti, il tutto aldilà che abbiano la fedina
penale sporca o che siano impresentabili.
Questa è la nostra società odierna,
una società dove chi ha le mani linde spesso le tiene in tasca e non
agisce per difendere la propria società, la società che in un
futuro prossimo sarà dei loro figli.
Il nostro paese ha due sport nazionali da bar: fare il commissario tecnico della nazionale e fare il critico politico. In questo secondo sport l'italiano medio, dopo le imprecazioni e le critiche da bar e/o social network, dopo le dichiarazioni di amore o di odio verso questa o quella parte politica o verso l'assetto della politica, si aspetta sempre che sia un altro ad intervenire, che qualcun altro scenda in campo, ci metta la faccia, gli attributi.
Siamo in un momento storico nel quale criticare e non partecipare personalmente al cambiamento culturale serve sempre e solo alla casta. Il generale, diffuso disinteresse aiuta a lievitare questa corruzione sistematica. Di questo passo, con questo atteggiamento, non cambierà mai nulla e non ci potrà essere un futuro sostenibile per i nostri anni di vecchiaia e per l'intero arco di vita dei nostri figli.
Non possiamo limitarci all'attesa del pm di turno che scoperchia i segreti di pulcinella, prassi che tutti conosciamo ma che non si possono, non si vogliono, nominare. Non possiamo girarci dall’altra parte e fingere che non stia succedendo nulla, o peggio ancora votare questo o quello per cercare fortuna e vie più veloci per i nostri interessi.
Questo è il male principe dell’Italia, di un Paese dove siamo bravi a criticare dal di fuori o dietro un pc per poi nella vita quotidiana aver paura anche di denunciare il più semplice sopruso, di intervenire personalmente perchè non avvenga più in futuro. Questa “formula politica”, questa casta che ci dirige come un pastore guidaun gregge, di certo non ha tra le proprie priorità il “cambiamento”; solo la coscienza collettiva e partecipata potrà partorire il “cambiamento” ed obbligare le istituzioni ad un cambio di rotta.
Basta leggere o ascoltare le cronache, quotidianamente affiorano scandali nei quali rimangono coinvolti tutti a vari livelli.
Mafia Capitale è una minima percentuale di quanto si consuma quotidianamente tanto nei piccoli comuni quanto all’interno delle varie istituzioni. Volessimo applicare alla lettera la legge probabilmente non dovrebbe essere chiuso solo il Parlamento, ma per Mafia l’intero paese.
Non siamo mai stati un popolo di rivoluzionari e probabilmente non lo saremo mai, ma senza una vera rivoluzione culturale, senza provarci, così siamo e così resteremo.
Non ha importanza la nostra provenienza politica e cosa sognamo da un paese rifondato. Oggi che destra e sinistra pari sono nell'impegno di denudarci, dobbiamo radanarci inizialmente solo sotto il vessillo del cambiamento e del bene comune; solo in seguito a Paese risanato possiamo orientarci verso questo o quel credo...ma fino a quel giorno tutti dobbiamo impegnarci nello sforzo di un cambiamento culturale, che significa anche vigilare sulla politica in prima persona, entrandoci personalmente.
Non abbiamo poi così molto tempo prima che ci lascino anche senza mutande, diamoci una smossa.
Giorgio Bargna
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lunedì 27 aprile 2015
Il tramonto e l'alba
Ogni santo e benedetto giorno sfogliando le pagine di cellulosa ed il WEB leggiamo di morti e violenza. Leggiamo di suicidi ed omicidi determinati dal mondo del lavoro e nel mondo del lavoro, sempre più messo in difficoltà, e leggiamo di violenza nell’ambito famigliare, all’interno del focolare, di quel luogo che dovrebbe stare a significare serenità e sicurezza.
Leggere di imprenditori ed operai suicidi, di madri che uccidono i figli, di mariti che annientano la famiglia duole immensamente. Il cuore si dilania davanti al mostro che sta trucidando la nostra società, davanti alle violenze fisiche e verbali, davanti agli stalking ed alle prepotenze, davanti a vittime che si trasformano in carnefici, davanti a disperati che sbagliano l’obbiettivo della rabbia, della ribellione.
Mancano oggi, non c’è dubbio, la serenità e la fiducia, si va esaurendo l’amore.
Davanti ai nuovi poveri che ti praticano una concorrenza con cui fatichi a confrontarti, davanti al ladro che ti sottrae quel poco che possiedi, davanti al burocrate che oltre al danno ti somministra pure la beffa, davanti al lavoro che latita, al fisco rapace, al parlamento famelico e cialtrone non può che montare, crescente, la rabbia; una rabbia che sostituisce gradualmente, sistematicamente lo sconforto.
Quanto di negativo si assimila durante la giornata esplode spesso in casa, tramutandosi sia in liti ed incomprensioni che anche in gesti estremi, violenti, altre volte succede sul lavoro, altre per le strade o negli stadi, anche in quelli di piccole dimensioni.
E’ errato però che la negatività di una società illogica esploda in questi ambienti. La rabbia potrebbe, lo è, essere giustificata, sono gli obbiettivi ad essere sbagliati; un errore questo presumibilmente generato da una forma di vigliaccheria. Questa carica di rabbia collettiva dovrebbe sfogarsi altrimenti; innanzitutto in un impegno civile volto al bene comune; in seconda istanza, per chi sente di dovere essere obbligatoriamente violento (ed io ad oggi lo sconfesso) nelle strade, nelle, piazze per travolgere istituzioni caratterizzate da ignavia e parassitismo.
Grazie alla storia sappiamo che i cambiamenti epocali sono frutto di rivoluzioni (non per forza assoluta violente), quindi è del tutto inutile suicidarsi per la vergogna di un fallimento oppure sbraitare con la moglie o trucidare i figli, occorre unirsi nella battaglia che porta ad un cambiamento, ma subito, prima che sia troppo tardi e non ci sia più nessun culo da salvare.
Giorgio Bargna
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lunedì 6 aprile 2015
...nemmeno lentamente muore...
Prendo in prestito le parole di Martha Medeiros (o se
preferite di Pablo Neruda) e dico che “nemmeno troppo lentamente muore, muore
questo mondo negli occhi dei bambini”.
Muore nell’orrore che vedono tra i cadaveri delle guerre,
siano esse nascoste dai credo o dai danari.
Muore nello schifo di chi picchia e stupra i bambini,
picchia e stupra le loro madri, sfrutta e maltratta i loro padri per un tozzo
di pane.
Muore nei loro occhi quando non capiscono perché qualcuno
muore di fame e non siamo in grado di spiegargli il perché.
Muore nei loro occhi quando si fidano di qualcuno che li tradisce,
li usa, li sfrutta ne fa arma di ricatto in faccende domestiche.
Muore nei loro occhi quando nessuno è più in grado di
regalare loro un sorriso, una carezza, un gesto d’amore.
Muore negli occhi di tutti quando ci guardiamo attorno e ci
accorgiamo che vicino a noi c’è Giuda e non un solo amico.
Questo mondo, nemmeno lentamente, muore perché si sta
dimostrando degradato, perverso, meschino, orribile, senza più valori e
dignità.
Nel mio piccolo, senza pretendere di essere perfetto, anzi
errando spesso, cerco di non farlo morire questo mondo, ma non è facile. Ci
sono ancora persone che ci credono e lo vogliono un mondo che vive; non ho
ancora capito bene se sono poche o se io sono miope.
Non posso considerarmi certamente un praticante di valore,
ma vi lascio in calce quanto riportato nella II lettera di San Paolo a Timoteo:
"...negli ultimi giorni ci saranno tempi
difficili. Poiché gli uomini saranno
amanti di se stessi, amanti del denaro, millantatori, superbi, bestemmiatori,
disubbidienti ai genitori, ingrati, sleali,
senza affezione naturale, non disposti a nessun accordo, calunniatori,
senza padronanza di sé, fieri, senza amore per la bontà, traditori, testardi, gonfi [d’orgoglio]"
Facciamo non muoia davvero, Giorgio Bargna
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