venerdì 10 agosto 2012

Dialetto lombardo occidentale


Parlando di Insubria, del suo motivo di essere considerata, non una boutade ma, qualcosa di concreto, non ci si può esimere dall'illustrare quello che il suo collante più concreto: la lingua.

Il dialetto lombardo occidentale o insubre è un dialetto gallo-italico della lingua lombarda, la quale è riconosciuta come "lingua minoritaria" europea dal 1981 (Rapporto 4745 del Consiglio d'Europa) e inoltre censita dall'UNESCO (Red book on endangered languages) tra quelle meritevoli di tutela.
Il lombardo occidentale è parlato nel territorio dell'Insubria, ovvero in provincia di Milano, di Monza, di Lodi, di Pavia, di Como, di Varese, di Lecco, di Verbania, di Novara, nel Canton Ticino e in alcune valli del Canton Grigioni, oltre che in piccole sezioni della provincia di Cremona (non il distretto cremasco) e della provincia di Vercelli (la Valsesia).
Sono presenti parecchie varianti locali, l'insubre, infatti, raggruppa le varietà-aree-sezioni chiamate da molti studiosi lombardo alpino (province di Sondrio e di Verbania, Sopraceneri del Canton Ticino, Grigioni), lombardo-prealpino occidentale (province di Como, Varese e Lecco), basso-lombardo occidentale (Pavia e Lodi), macromilanese (province di Milano, Monza e Novara), tenendo però presente che il lombardo alpino è piuttosto una varietà intermedia tra Insubre e Orobico. Lo studioso Clemente Merlo definisce l'Insubre come cisabduano.
Fa notare inoltre Andrea Rognoni in Grammatica dei dialetti della Lombardia:
« Una differenza sostanziale tra la Lombardia occidentale e la Lombardia  orientale è data anche dal fatto che mentre a oriente non è riuscito ad  agire linguisticamente un polo accentratore, a occidente lo sviluppo e la fortuna letteraria di Milano hanno contaminato moltissimo, condizionando dall'esterno sia le parlate appartenenti alla varietà lombardo-prealpina, sia quelle appartenenti alla varietà basso-lombarda, specie all'interno dell'entità idrogeografica posta tra il fiume Ticino e il fiume Adda,chiamata tradizionalmente Insubria, e soprattutto tra i poli urbani di Varese, Como e la bassa milanese. Un'influenza, seppur blanda, del milanese si è fatta sentire, a est dell'Adda, solo nella zona di Treviglio  e dell'Isola (Bassa Bergamasca), nonché nel cremasco e nel cremonese più occidentali. » 
Le varianti principali del Lombardo Occidentale, secondo la suddivisione tradizionale, sono le seguenti: milanese o meneghino, dialetto bustocco, dialetto legnanese, brianzolo, canzese ,canturino, monzese, comasco-lecchese, comasco,laghée, lecchese,vallassinese,ticinese, ossolano, valtellinese-chiavennasco,valtellinese, chiavennasco,varesino o bosino,lodigiano, novarese, maggiorese, cremonese.

Stringiamo un po’ il campo sul dialetto brianzolo.
Sotto il nome di dialetto brianzolo si raggruppano diverse varianti dialettali del dialetto lombardo occidentale parlati nella Brianza, differenziati dagli influssi, più o meno ampi, e dai prestiti linguistici di aree vicine.
Quindi il dialetto attuale risente, secondo le zone, di influssi del lecchese,del comasco,del monzese, del milanese e financo del varesotto e ticinese. Per tale motivo spesso si assiste ad una base linguistica comune con innesti ed influenze, più o meno forti, secondo le zone.
Nel periodo romano, il latino è stato deformato dal sostrato celtico, in quanto gli abitanti della zona erano insubri lambrani romanizzati. Nel medioevo ha ricevuto influsso dalle lingue circostanti (superstrato: longobardo, arabo, lingue germaniche, celtiche). Poi le dominazioni spagnola, francese e austriaca hanno lasciato notevoli tracce nella lingua. Il francese ha contaminato specialmente il milanese, per la maggiore apertura cittadina, il quale ha a sua volta influenzato i dialetti circostanti. A partire dalla fine dell'Ottocento, tutte le lingue d'Italia hanno ricevuto un piccolo influsso da parte della lingua italiana, a causa della crescente diglossia (compresenza di italiano e lingua locale), causando, nelle generazioni più giovani, delle perdite del lessico originario.
« Il parlar di Brianza è un suddialetto del Milanese, ed ha communi con quest'ultimo idioma le regole grammaticali considerate nella loro generalità, come anco buona porzione delle voci isolate. Molte però tra queste ultime, e in gran parte anco la pronuncia, differiscono essenzialmente dal milanese idioma »(Francesco Cherubini, Vocabolario milanese-italiano, Vol. 5)
Il dialetto brianzolo, presenta distinzioni (determinate anche dagli influssi comaschi, ticinesi, lecchesi, varesotti, monzesi e milanesi): nell'Alta Brianza attualmente appartenente al territorio amministrativo della provincia di Lecco e suddivisibile nelle zone del meratese, del casatese e dell'oggionense nella Brianza attualmente appartenente al territorio amministrativo della provincia di Como e suddivisibile nelle zone del canturino (Bassa Brianza comasca) e nelle zone dell'Erbese e del Canzese, nell' Alta Brianza comasca. nella Bassa Brianza ex milanese attualmente appartenente al territorio amministrativo della provincia di Monza e della Brianza e suddivisibile nelle zone della Bassa Brianza occidentale, della Bassa Brianza centrale nord, della Bassa Brianza centrale sud e della Bassa Brianza orientale
In alcune aree come Monza e il monzese storico (Villasanta, Brugherio, Cologno Monzese, Sesto San Giovanni, Vimodrone), la Vallassina, la zona che da Casnate con Bernate arriva alle sorgenti del Seveso, la zona che si trova a nord del Naviglio Martesana ed è lambita dal canale Villoresi (Carugate, Cassano d'Adda, Gessate, Inzago, Masate, Pessano con Bornago,Vignate) e la zona del trezzese (Basiano, Cambiago, Grezzago, Pozzo d'Adda, Trezzano Rosa, Trezzo, Vaprio d'Adda), si parlano dialetti decisamente simili al Brianzolo in senso stretto, pur avendo differenze autoctone o influenze mutuate da aree vicine e più o meno accentuate secondo le zone. Il brianzolo parlato nella bassa Brianza ex milanese e nei comuni brianzoli rimasti in Provincia di Milano è affine ma si distingue dal dialetto milanese, così come il brianzolo parlato nella Brianza appartenente alle province di Lecco o Como si distingue da quello più proprio della Provincia di Lecco, (Dialetto lecchese), o della Provincia di Como, (Dialetto comasco). Da segnalare come nell’isola bergamasca, in Provincia di Bergamo, nei comuni che si affacciano sull’Adda e dove si parla il dialetto bergamasco, si hanno influssi derivanti dal dialetto brianzolo.

giovedì 9 agosto 2012

Brianza mezzaluna fertil

Negli ultimi giorni un noto movimento politico ha di nuovo scoperto l'acqua calda iniziando  a parlare di Insubria: scopre l'acqua calda perchè oggi, grazie allo "spending rewiew" questo accorpamento di province (per ora chiamiamolo così) diventerà pressochè obbligatorio.
Brianza mezzaluna fertil

Iniziamo, con questo primo post, noi invece un percorso a ritroso che dimostrerà come io personalmente e "Lavori in Corso" puntarono sull' Insubria in tempi non sospetti e mossi da un credo non da proclami politici.

Era 31 Gennaio del 2008 quando su "Giorgio Partecipativo" pubblicavo il testo (http://brughbirlinghitt.blogspot.it/2008/01/brianza-mezzaluna-fertil.html) che seguirà, un testo in lingua locale che l'autrice del  “Brugh e Birlinghitt”, gentilmente ,ai tempi mi concese di pubblicare; un testo riguardante la Brianza (mia terra natale), di cui vi allego la traduzione in italiano.
Buona lettura, Giorgio.


El nòmm de la Brianza el proven del celtegh “Brià” (altura) che l’era anch el nòmm de la dea Bri, Bride, Brighitt, pussee mej cognossuda ‘me Briganzia.
El loeugh di Prealp lombard hann veduu el lor splendor intant el period de la civiltaa “autoctona” de Golasecca, che in quii dì d’incoeu l’è stada retrodatada attòrna el 1.500 a.C.
In di popol antigh celtegh, i tempi vegniven mess suu segond on prinzippi analògegh/simbòlegh, che gh’haa dent i coordinaa celesti in terra seguttand la simbologia lunar cont i sò 28 cà.
Còmm deven el center de la civiltaa Golasecca, che la và de la riva orientalla del Tisin finna al lach de Oggion, visin Lecch.
Di repert antigh de quista civiltaa a hinn staa trovà attòrna la cittaa de Còmm, in di sitt del lach Alserio, ne la piana de Erba (CO) e in tutt el loeugh di Prealp.
Ona particolaritaa che la salta ai oeugg l’è che di giesett di ona manciada de meter quader, spanduu in del sitt del lach de Còmm, hinn tucc fà dedica a San Peder: la fondazion di quist hinn Longobard.
Questa dedica, per analogia, la se ripòrta a la Preja alchemica, segond ona disposizion a fòrma de “mezzaluna fertil”, che rappresenta la divinitaa Bride incarnada in terra.
Fertil, perchè Bride l’è la divinitaa la pussee venerada in quij sitt chì, lee che la nudr e scionsgia la terra e la Natura tutta.
Per fa on presempi, ciappom la gesa a Gemonio, fondada del Liutprando in del VIII secol; San Peder de Albes (Cassano), fondada in del 1000 d.C.; San Peder al Mont a Civaa fondada del Desiderio in del 706; Agliate arent Galliano, a la fin del X secolo; a Gallaraa, in del 1000.
Gh'emm de fa nòta, impunemanch, che tutt 'ste gesett hinn trà suu sora di templi arcaich, antecedent, ciamaa “Nemeton”, “loeugh sacher”, che gh'hann origin in de l'etaa de la cultura de Golasecca, dedicaa a Belisama, dea celtega de la fertilitaa.
Se mettom assema immaginariament i pont cont ona linea filà, vegn foeura la figura de la mezzaluna, center de gran poder che cascia calor. Questa mezzaluna la cress, e l'è ona simbologia ermetica, alchemica.
Mezz per la “palingenes umana”, che la se manifesta in del zinivej, vers la condizion de Lunna Piena.
La Preja alchemica, inscì, simbol di Acque primordiai, che hinn calà in terra in tucc quij lach che vedom in questa mezzaluna: el lach de Còmm – Vares – Alserio – Segrino – Oggion – Annone.

Cantü

Cosa potrei dirti che tu non conosci già?
In molti hanno scritto di te.
Ti hanno abitato, attraverso i secoli, popoli venuti dall'Europa, prima in guerra, poi in pace,alcuni incantati che non ti ha più lasciata.
Io sono fortunato, sono nato qui, conosco i tuoi segreti, conosco il tuo volto.
Hai visto piangere mortificata, per i figli morti,
sembrava che non ce l'avresti fatta,
non furono tante le rovine, ma la fatica si,
poi la tua gente si è rimboccata le maniche
e ti ha messa a nuovo.
In mezzo a tanta gente,
c'è stato qualcuno che non ti voleva bene,
ha tentato tutto per arricchirsi alle tue spalle.
Ma che stupido. Ora non c'è più,
non sai che stai tornando bella come una volta.
Noi, tutta la gioventù dei tuoi figli ti stiamo vestendo di rose.
Saranno musica di passione, i pianti di commozione
dei figli di tutte le età che ti guarderanno incantati.

mercoledì 8 agosto 2012

Osterie di quartiere

Alla cronaca odierna dei media locali balza all’attenzione la chiusura dell’ultima bocciofila canturina, un’ altra vbittima dei tempi moderni.
Giorni fa pubblicai sul mio profilo fb un articolo di Francesco Lamendola dedicato ad un altro illustre scomparso quasi totale: l’osteria di quariere.

L’autore faceva notare di come molte “sentinelle” (pretesi intellettuali compresi) non si fossero  accorte della graduale scomparsa dei vecchi mestieri o della rapida implosione della civiltà .

Scrive Lamendola citando lo scrittore Cino Boccazzi: “ Stiamo parlando della progressiva rarefazione delle vecchie osterie di quartiere, che popolavano numerose i borghi cittadini fino a qualche anno fa e che ora sono diventate sempre più rare, anche se sopravvivono in alcune città a misura d’uomo che la valanga industriale non ha investito in pieno ma che ha lasciato un po’ in disparte, per loro fortuna, mentre fluiva impetuosa tutto intorno e disseminava le campagne e le periferie di capannoni, ciminiere e scarichi maleodoranti, imprigionandole in una fitta rete di strade, autostrade e svincoli trafficatissimi.”
Ne segue una descrizione dettagliata ed una riflessione. Di quella riflessione condivido ampiamente le considerazioni.


Considero anch’io la frequentazione dell’osteria di paese una vera e propria civiltà,basata sul rapporto umano, la serenità e la simpatia. Anch’io ancora oggi gusto la possibilità di potervi incontrare il professore universitario che si gusta il suo bicchiere accanto al fruttivendolo o al falegname, parlando in piena serenità e sincerità di ogni argomento, dallo sport alla politica, dalle donne al lavoro.

All’osteria ancora oggi ci si scambiano gli ultimi “rumors” di paese: chi nasce, chi muore, chi parte, chi si separa…non è solo curiosità…è appartenenza.

Qui sotto invece vi lascio il testo di un mio vecchio post pubblicato su Giorgio Partecipativo dal titolo "Al bar, voce di popolo":

Soloni ed imbroglioni di ogni sorta, deviatori di pensiero, cercano ogni giorno di inculcarci verità definite assolute. Non amo farmi plagiare troppo da costoro, direi per niente…preferisco leggere i liberi testi di internet oppure osservare la vita reale, quotidiana, fatta di azioni che possono sembrare banali, oppure (ancor meglio) ascoltare le persone, soprattutto quelle che lavorano e quelle che faticano a tirare la carretta…questi ultimi sono liberi dello schiavismo consumista, quindi i più veri.
Qualcuno probabilmente potrà considerarmi uno snob, poco importa, secondo me, invece, si tratta di osservare la realtà, che insegna di certo più della fantasia o del concetto generale.
Dicevo, ancor meglio ascoltare, si perché le esperienze in genere vengono raccontate, da conoscenti, parenti, testimoni…dallo scritto ufficiale dei baroni, dai messaggi video dei tuttologi, imposti come uniche forme di acculturamento, ultimamente, invece solo, algidi, concetti contratti, oppure sorrisi e ottimismo distribuiti a larghe maniche.
Esistono quelle che ho sentito definire, a ragione, le Università della vita, luoghi dove la cultura e l’informazione vengono distribuite gratis e fresche di giornata, non inquinate da soloni, baroni e professori. Esistono, ad esempio, quei bar di periferia, ma non solo, un po’ grezzi d’aspetto, ma vivi; negli orari più tranquilli se ne può gustare l’anima, nel “quasi  silenzio” e la calma, davanti ad un cappuccio o d una birra possiamo leggerci la cronaca locale ed ascoltare il parere degli avventori, sia sul locale che sul nazionale. A Cantù, come esempio, leggeremmo del miracolo di una squadra di basket che senza avere sponsor garantiti continua a stare in alto o di strade mai asfaltate, di ladri di quartiere o di vie che si ribellano allo strapotere edilizio dei discount, così come leggeremmo le lettere al direttore, col pensiero libero del lettore che dilaga e straborda, nella critica e nella condivisione.
Uno spezzone di vita reale, uno spezzone di giornale “a gratis”, non per risparmiare sull’acquisto (ormai si leggono gratis on-line), ma per leggerlo, non nell’asettico ambiente di casa od ufficio ma, la dove la vita scorre, dove , si sentono i commenti delle persone, si tasta il polso del clima sociale e culturale in cui viviamo.
Se poi abbiamo scelto di andarci a piedi, al bar, tornando a casa, magari, affronteremo anche un safari tra rifiuti lasciati al vento, escrementi di cani sparsi sui marciapiedi ed auto che non si fermano davanti alle strisce pedonali…il segnale chiaro della dispersione diffusa, se non totale, del senso civico.
Altro che i bei messaggi lasciati dalla “Famiglia del Mulino Bianco” o dal politologo di turno, altro che i concetti lontani dalla realtà dei filosofi moderni, qui abbiamo incontrato la vita reale. che ci spiega a larghe maniche il proprio pensiero.
Giorgio Bargna

martedì 7 agosto 2012

Le differenze tra una "Civica" ed un partito

Tema molto dibattuto in queste ore a Cantù è il rapporto tra il PD e Lavori in Corso. Che il rapporto tra un partito tradizionale ed una lista civica sia cosa difficile è, a mio avviso, cosa logica, non fosse altro che per il tipo di struttura organizzativa dei movimenti, per cosa rappresentano ed a chi debbono riferire le proprie scelte.

Già tempo prima delle elezioni si ebbero discordanze abbastanza cruente quando il PD ruppe il patto stretto con Lic su un eventuale intervento sulle modalità di costruzione del Palazzetto, il P.D.  decise di violare gli accordi e di procedere da solo  per avere la primogenitura e la pagina in cronaca.

Oggi ci ritroviamo ancora davanti all’ incomprensibile, LiC continua  a rispettare gli accordi sottoscritti con le forze politiche che hanno voluto sostenerci durante la campagna elettorale, la revoca del PGT è stata condivisa dall'unanimità dei commissari (di maggioranza e opposizione) che hanno espresso il loro voto in Commissione Urbanistica, non si rilevano fatti nuovi che influiscano  sugli impegni assunti. Fatico quindi a capire la scelta del P.D. di mutare il voto espresso in Commissione Urbanistica e la scelta di Vitaliano Colombo di ritirare la propria disponibilità a collaborare per la stesura del nuovo PGT … speriamo sappiano spiegarcelo con parole leggibili … leggibili perché alcune affermazioni lette oggi sulla stampa sono veramente inquietanti.

Vittorio Spinelli si permette di intervenire suggerendo ai ragazzi di “Cantù Rugiada” di stare attenti a Claudio Bizzozero in quanto pericoloso per la loro crescita e la loro immagine, quasi fosse il plasmatore di C.R.: qui torniamo alla differenza tra la lista civica ed il partito, nella Coalizione LiC  nessuno impone nulla dall’alto e nessuno deve rispondere all’alto, tutto viene discusso e condiviso democraticamente nelle assemblee … per inciso, chiudendo, conosco Claudio da anni ormai ed è l’unica persona al mondo che ancora non ha provato ad impormi una scelta o un idea.
Giorgio Bargna


My hometown

Avevo otto anni e stavo correndo con una monetina in mano verso La Fermata dell'autobus per prendere il giornale a mio padre...mi sedevo sulle sue ginocchia in quella grossa vecchia 1100 e guidavo mentre attraversavamo la città.
Lui mi scompigliava i capelli e mi diceva: "dai una bella occhiata in giro, questa e la tua città ... " 

(liberamente tratto dal testo di "My hometown" (Bruce Springsteen)

sabato 29 ottobre 2011

Decapitare il Leviatano

Dall’inizio della storia repubblicana in avanti ne abbiamo vissute e viste parecchie, ma questa (cosidetta) “crisi economica” ci ha portato veramente alla più grossa azione possibile ai danni del popolo, il quale, malgrado tutto, pare non incazzarsi; anzi sembra quasi abbia già assorbito l’amaro regalo che una classe politica codarda e vigliacca gli ha lasciato in dote.
Dopo decenni di ribaltoni, rinnegamenti, tangenti e quant’altro, dinnanzi all’imperativo economico si sono nascosti dietro la pianta ed hanno eletto senatore a vita un qualcuno che poi emanasse l’inemanabile , lavandosi in tal modo le mani e scaricando su altri la responsabilità di scelte dure, dimenticandosi bellamente che chi viene eletto ha il compito di intraprendere decisioni politiche. A loro difesa il senatore, tirandosi, oltretutto,  fuori dal mazzo ci dice “è colpa degli italiani che non si sono resi conto”.
Ma fosse solo un giochino di parole poco importerebbe, il dramma è che Dracula si trova li perché piazzatoci dai poteri dominanti, i quali hanno collocato i propri uomini direttamente nei posti giusti, disegno internazionale di un potere economico oramai non più appannaggio di una singola e limitata realtà nazionale.
Quando si parla di poteri forti spesso viene fuori come immagine illustrativa quella del Leviatano, un terribile mostro marino dalla leggendaria forza presentato nell'Antico Testamento, tale essere viene considerato come nato dal volere di Dio, nonostante sia spesso associato al Diavolo.
Di esso scrisse Giobbe: “Fa ribollire come pentola il gorgo, fa del mare come un vaso di unguenti. Nessuno sulla terra è pari a lui, fatto per non aver paura. Lo teme ogni essere più altero; egli è il re su tutte le bestie più superbe.”
Esso, ridotte all’inconsistenza le forze civili, sociali e politiche, non guarda in faccia a provenienze, aderenze o moralità…disposto a mandare a picco nazioni ed economie, famiglie e natura agisce dritto nel solo nome del profitto; del resto un essere così immondo non può che essere il simbolo di una civiltà arrivata alla propria fase terminale, se non peggio ancora l’icona di quanto verrà dopo.
Però anche Davide sconfisse Golia, quindi spinti da una volontà uguale in forza ed opposta in principi a quella della Bestia per i “rivoluzionari”, è giunta l’ora di misurare le proprie forze e le proprie capacità.
Tutto deve essere spinto e gestito dal basso, economia e politica.
Un esempio di economia dal basso sono state le scelte di operai in stabilimenti in fase di chiusura,  essi hanno
coraggiosamente rilevato le aziende, mettendo mano alle proprie liquidazioni ed a finanziamenti vari; qui la politica a gestione diretta e locale potrebbe intervenire con scelte di supporto ad economie sganciate dai poteri forti: interventi tesi a
finanziare micro attività, slegate da ostacoli e vincoli di natura burocratica, il che snellirebbe l’intero comparto economico che attraverso la pratica dell’azionariato diffuso, andrebbero in direzione di una benefica ri-localizzazione dell’economia, il tutto assistito dalla rinascita di un sistema bancario localizzato che smonti il signoraggio.
Le pratiche della Democrazia Diretta e Partecipata, di cui scorrono fiumi di parole in queste pagine,  sono spesso agente integrante delle azioni sopra elencate.
Attenzione non vi sto vendendo del fumo a prezzo basso, so benissimo di quanto difficile sia, di quali conseguenze si potrebbero subire una volta fatta una scelta chiara e senza compromessi, sono consapevole di quanti compagni di viaggio perderemmo nel tragitto e del fatto che ogni voce debba avere il suo spazio decisionale anche frenante o rischieremmo di divenire semplicemente dei black block.
La via non può essere che unica, una corporazione di entità locali federate, supportate dalla Democrazia Diretta, Partecipativa e Referendaria, Deliberativa e Plebiscitaria.
Dal basso e locali perché all’uniformazione globale che ci è stata imposta si può dare un’unica risposta, quella dell’unità nella diversità, nell’immagine di un arcipelago da
contrapporre al monoblocco mondialista.
L’appello oggi è al primo passo: le prossime elezioni, qualunque esse siano, dovranno essere un plebiscito contro la partitocrazia, perché coloro che, eletti dal popolo, nel
momento delle scelte difficili, nell’atto di aggiustare i danni da essi stessi creati, hanno preferito delegare ad altri, non eletti, siano definitivamente estromessi dalla vita politica del paese.
Liberarsi dello schiavismo del signoraggio bancario dovrà essere il secondo punto.
Il terzo punto, che  è però fondamentale alla realizzazione di tutto, è l’uscire dal modo antagonistico in cui si sono gestite le decisioni politiche negli ultimi decenni, occorre  un lavoro di equipe contro sorpassati verticalismi ed una maggior democrazia diretta.
Ultimamente lo scrivo spesso alla fine dei miei appelli, i tempi sono ormai fin troppo maturi, non aspettiamo oltre a tagliare la gola al Leviatano.


Giorgio Bargna

giovedì 27 ottobre 2011

Italia-Svizzera: l’ABC del Federalismo

Prendo liberamente spunto da un testo definito dall'Associazione per la Riforma Federale l’“ABC del Federalismo”, per mettere su carta (ancora una volta) il mio pensiero federalista.

Le pantomime federaliste in questo paese non cessano mai di esistere, ivi compresa la legge delega che regola i rapporti tra stato ed enti locali. Il Federalismo parte, invece, da un concetto chiaro ed inalienabile: il potere amministrativo è competenza del governo locale e quello decisionale è dei suoi cittadini. Un sogno ancora lontano in una nazione laddove un articolo della Costituzione è un raro esempio di autonomia locale: Roma decide come, quando e quanto gli Enti Locali si possono autogovernare, e in ogni momento Roma può cambiare idea.

Deve risultare chiaro un concetto basilare: il potere fluisce dai Governi Locali alla Federazione, non certo viceversa. Tra i Federalisti esistono molte correnti di pensiero, ma che si tratti di Municipi, Aree Territoriali Omogenee o Regioni il concetto base è uno solo: il Soggetto Locale deve avere la più ampia libertà di formare entità federate in grado di autogovernarsi.

Indiscutibile punto di partenza è il concetto che è lo Stato ad essere servitore del Cittadino e non viceversa, in tal senso mi piace spesso citare una frase di De Gasperi: “Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”.

Grazie al Federalismo gli Autogoverni Locali (quindi Cittadini ed Istituzioni) sono in grado di non doversi inginocchiare (prassi nazionale attuale acquisita e consolidata) in attesa di una questua calata dall’alto. Secondo i principi federalisti, infatti, il Tesoro maturato da imposte e tasse non sono proprietà dello Stato Centrale (punto cardine del Centralismo) ma degli enti territoriali che ne trasferiscono una parte allo Stato per assicurare i suoi i servizi: esercito, presidenza della Repubblica federale, Parlamento, Corte Costituzionale, polizia federale, relazioni con l’estero, e i pochissimi altri compiti di coordinamento della Federazione.

Il Filtro Fiscale, di cui discusso negli ultimi paragrafi, consente ai cittadini di avere molta più consapevolezza sul lavoro svolto da chi li governa, il che li rende più rispettati e tutelati, con correttivi di Democrazia Diretta e Partecipativa; poi, i cittadini possono anche essere, pur con dei limiti, anche Sovrani attivi e decisivi. Sicuramente il trattenimento alla fonte dei gettiti fiscali consente ai Contribuenti di essere molto più consapevoli dell’utilizzo fatto del loro denaro.

Altro pregio essenziale del Federalismo è l’abbattimento del monopolio dello Stato sui servizi sociali, quali possono essere il sevizio scolastico, quello sanitario o il sistema pensionistico, il che permette senza dubbio un servizio di pregio ad un costo infinitamente più basso; questo non accade certo per un colpo di bacchetta magica, ma grazie al principio della concorrenza, immaginate, magari addirittura, aree in grado di produrre un servizio pensionistico concorrenziale che vendono questo servizio ad altre zone dello Stato.

Questo principio competitivo è la base di una vera riforma federale, un involucro di principi cardine fissati dallo Stato Federale, seguito dai Territori che gestiscono l’operatività dei compiti dovuti alle istituzioni.

Come dicevamo qualche paragrafo sopra, gli Autogoverni Locali cedono una parte minima della propria tassazione alle finanze centrali, le quali con questa quota si pagano i pochi essenziali servizi forniti ai cittadini e garantiscono un fondo perequativo in aiuto, e mai in assistenza perenne alle Aree in difficoltà, i calcoli dovranno essere sempre effettuati sulla base del “potere d’acquisto” ed aggiustati con le stime dell’ evasione fiscale e contributiva. Le quote erariali rimaste sul territorio, oltre che ad essere stabilite in quantità, saranno gestite dagli Autogoverni che decideranno come e dove spenderle, se spenderle. Nulla vieterà, vista la vicinanza tra Istituzioni e privati, che questi ultimi vengano coinvolti nell’esercizio delle funzioni istituzionali; il tutto assoggettato, ovviamente alla trasparenza e all’accountability, termine non traducibile in italiano, perché da noi mancano completamente la cultura della “resa di conto” ed il senso civico, se non la civiltà vera e propria. Cito, su questo principio una frase esaustiva, tratta dall’ABC del Federalismo: "La trasparenza dovrà essere uno dei principi cardini della Costituzione Federale, al punto che questo è uno dei pochissimi punti per i quali non si può dire che ogni ente federato si organizza come vuole. La trasparenza, anche contabile, ed il suo controllo da parte di professionisti indipendenti, dovrà essere un vero e proprio vincolo, un obbligo assoluto per tutti gli enti federati."

Alcuni leggendo queste parole potrebbe pensare che come Jules Verne stia scrivendo di fantascienza, invece il 90% di quanto scritto è vivibile quotidianamente a 22 km da casa mia, nella Confederazione Elvetica. Geograficamente parlando la Svizzera ha una densità di circa il doppio della Lombardia ed una cittadinanza più o meno eguale, col 22% di stranieri presenti sul territorio. Quest’ultimo dato, spacciato in Italia come rilevante, per le cause di delinquenza comune, in Svizzera non ha la stessa illustrazione: nella Confederazione si vive nella norma, senza grossi problemi tra l’altro d'integrazione (specie negli ultimi anni, va detto che una naturale xenofobia dilagò anche in terra elvetica anni fa) e con un controllo della sicurezza delegato agli autogoverni locali.

La popolazione elvetica è da considerare sufficientemente priva di problemi economici, occupazionali, previdenziali e istruttivi; il che non dipende certo dal DNA (ripeto che l’aria del Ticino si respira dalle mie parti), nemmeno dalla civiltà evidentemente, ma dalla migliore organizzazione istituzionale e materiale… noi viviamo di una cultura centralista, fatta di lontananza dal cittadino. Là, vige inossidabile da secoli il Federalismo. Date un occhiata alla Costituzione Elvetica ed al modo in cui viene interpretata e capirete il tutto; noi in queste settimane ci stiamo sforzando di pubblicizzare la nostra italianità come forza storica ed unitaria, ma non sappiamo nemmeno cosa successe quel 17 marzo tanto famoso, loro invece, ad esempio sono quanto descritto, qui sotto, dalla Associazione per la Riforma Federale:

“In quel fortunato paese, ogni singolo Cantone ha competenze irrevocabili perfino nel campo della giustizia e in quello fiscale. Eppure ogni 100 metri sventola una bandiera rossocrociata. Dunque, il federalismo non divide, come dicono i signori della Casta preoccupati solo di non modificare la mappa del potere e di tutelare i loro privilegi.”

lunedì 12 settembre 2011

Pensare

Può sembrare un idiozia, eppure oggi, per la stragrande maggioranza dei cervelli pensare, soprattutto se fatto criticamente ed in autonomia, pesa … travalicare uno stereotipo diventa più difficile che attraversare La Manica a nuoto.

Invero ne ho già scritto più volte di questo argomento, ma ritornarci di tanto in tanto non duole, ricordare che i padroni del vapore non ci abituano e non ci aiutano a sviluppare il pensiero critico, che anzi ne hanno terrore, non nuoce.

Non dobbiamo però rischiare di incorrere nell’errore di valutare il significato dell’azione di pensare, ragionare non deve essere semplicemente il conoscere un concetto, ragionarci e poi eventualmente se piace, adattarsi; una volta afferrato il concetto, condiviso o non condiviso che sia, dobbiamo essere in grado di elaborarlo, plasmarlo, modificarlo o semplicemente correggerlo, anche solo un pochino, in funzione delle esigenze dell’attimo vissuto. Può sembrare un ossimoro che chi parla spesso e volentieri, sponsorizzandoli, di tradizioni ed esperienze dica questo, eppure deve essere così, il mondo, comunque, ogni giorno, scrive una nuova pagina e da ciò che ci viene tramandato dobbiamo trarre anche le eventuali, obbligatorie, necessità di mutamento.

Questa però è pratica che può sembrare veramente difficile, applicabile ad una sola parte delle menti … ma il pensiero critico, secondo me, magari a diversi livelli di capacità, è alla portata di tutti.

Vanno, da parte di ognuno di noi, messe in discussione le banalità ed i luoghi  comuni, i miti della società globale; vanno elaborati nuovi modelli di vita assolutamente non basati sulla crescita incondizionata del PIL e sul consumismo più sfrenato.

Pensare, sosteneva Hegel, significa soprattutto “negare ciò che ci sta immediatamente dinanzi”, dico io “liberarsene se possibile e rientrarci solo se ne riconosciamo un merito”.

La scuola dovrebbe essere la palestra del pensiero, ma già altre volte ne abbiamo scritto è purtroppo asservita, da essa viene invece forgiato, in serie, ormai solo un uomo spento, potremmo dire assuefatto ed acritico (mi si passi il termine), dalla mente piena di stereotipi e slogan, un uomo che non si spinge a vedere oltre sugli argomenti di cui la nostra mente è già stata farcita.

Non solo la scuola però è assoggettata, anche i media lo sono e anche gli intellettuali ormai, logica conseguenza di quanto scritto, scemano … temo dovremo arraggiarci autodidatticamente, sudarci lo sforzo di essere autonomi, situazione difficile da raggiungere. ma che ripaga con un profumo di soddisfazione che non ha pari.

Giorgio Bargna

sabato 12 febbraio 2011

Io non festeggio i 150 anni

Voglio partire con una precisazione personale (a scanso dei soliti equivoci che accompagnano la discussione di questi temi) e con la citazione di una frase dalla paternità importante.
La precisazione: sono figlio di padre canturino e di madre foggiana, lavoro, colloquio, scherzo e ceno senza problemi con siciliani, calabresi, romeni, albanesi e africani.
La citazione è di Carlo Cattaneo: “La vera scienza della società deve fondare quella sola unità che è compatibile con la conservazione delle distinzioni”
Sono sincero, ci ho provato negli anni a sentirmi italiano, ma proprio non ci riesco; accetto mio malgrado questo status giuridico perché qui sono nato e qui ho le mie radici, ma le mie radici non le considero italiane.
La citazione di Cattaneo, fossimo in una nazione federata, mi concederebbero di sentirmi italiano esattamente come un italiano può sentirsi europeo.
Per quello che è il mio pensiero mi va già un po’ stretto considerarmi Insubre, io già la vedo su posizioni che richiamino alle “Aree Territoriali Omogenee”, quale può essere la mia Brianza.
Non posso però negare che un popolo venga considerato tale se non su alcune specifiche basi: la lingua, la tradizione, la cultura….la terra che parte dal Novarese ed arriva ai confini col Trentino (l’Insubria appunto) è la sintesi di queste specifiche basi.
Non scendo ad analizzare la storia risorgimentale, ognuno potrebbe portare acqua al proprio mulino acquisendo fonti ovunque…proprio volendo potrei andare ad analizzare i fenomeni del secondo dopoguerra…da quei giorni siamo eterodiretti dalla finanza internazionale e ospitiamo i soldati, le basi, le flotte, gli aerei e le bombe nucleari dei nostri padroni…l’Europa degli usurai ha finito di smantellare quel poco di dignitoso che avevamo ed ora si prepara a mandarci in bancarotta alla stregua di greci, irlandesi, iberici.

Ma torniamo al punto…nella storia la mia terra è stata invasa da molti tiranni; tedeschi, austriaci, francesi…ognuno ha lasciato la propria impronta, prima di essere scacciato, nessuno però aveva preteso che noi fossimo francesi o alemanni. Invece il Principe francese che volle conquistare l’Italia e chi lo ha seguito al governo di questa nazione hanno preteso di nominarci italiani…ma da dove nasce questa pretesa? Non esiste il popolo italiano, non esistono i polentoni ed i terroni, esistono semmai popoli locali che non sono riusciti a liberarsi dell’ultimo, il più potente (evidentemente) invasore. Un invasore furbo, che ha mischiato le carte in tavola, ha fatto migrare da una regione all’altra popolazioni cercando di annacquare il localismo.

Non ne faccio neppure una questione politica…un popolo nasce dove la natura vuole, si accresce dei frutti e dei prodotti che la sua terra gli concede, delle capacità concettuali del proprio popolo. Dalle mie parti si sarebbe andati avanti felicemente di agricoltura ed artigianato, delle fabbriche ne avremmo fatto a meno, come a meno ne avremmo fatto delle città che ne sono conseguite…lo stesso, sono certo, che sarebbe valso per tutti i popoli assoggettati, alcuni dei quali si sono visti, tra l’altro, rapinare delle capacità industriali che avevano già un centinaio di anni fa, ma che avevano un difetto…distavano troppo dagli snodi commerciali verso l’Europa.

No, sono convinto di non poter essere italiano e spero un giorno di non esserlo più, nemmeno giuridicamente…quel giorno, sulle basi del pensiero di Cattaneo, spero però di potermi federare (per scelta e non per imposizione) coi popoli confinanti.


Giorgio Bargna