domenica 3 agosto 2008

Parlare di Democrazia Partecipata: l'avvallo


Vediamo quali articoli, costituzionali e internazionali, avvallano la nostra voglia di partecipazione. Una voglia che pretende che partecipazione e democrazia partecipativa vengano riconosciute dello status di valore fondamentale e vengano introdotte concretamente nella pratica normativa e amministrativa. Del resto l’orientamento esplicitato nell’art. I-46 del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, dichiara che, accanto e complementarmente alle istituzioni di democrazia rappresentativa ed agli istituti di democrazia diretta, non solo la partecipazione in genere ma anche le forme più incisive della democrazia partecipativa abbiano un preciso collegamento con le realtà di base degli ordinamenti democratici. Riferimenti li troviamo anche nella nostra Costituzione Repubblicana, sono presenti, ad esempio, nell’art. 3.2, quando individua nel promovimento della partecipazione in campo politico, economico e sociale un fine generale dell’ordinamento della Repubblica e di tutta la sua azione, precisando che la “partecipazione” vi è prevista come un fine generale dell’azione della Repubblica, in stretta unione allo “sviluppo della persona umana”. Questo ragionamento non sta in piedi da solo, infatti viene sostenuto con l’art. 2, che esprime la centralità dei diritti della persona e il
loro complemento nelle formazioni sociali, e con l’art. 1 e l’appartenenza al popolo
della sovranità e del suo esercizio; inoltre, con tutti i diritti e i doveri
fondamentali degli individui e delle formazioni sociali codificati nella prima parte
della Costituzione. Pertanto la partecipazione diventa, sulla base dell’art. 3 e di queste altre norme, principio fondamentale delle regole e delle istituzioni repubblicane.Conseguentemente potremmo vedere Partecipazione Popolare e Democrazia Diretta e Partecipata come i contenuti di un vero e proprio “diritto soggettivo”, nella forma di un diritto individuale fondamentale: il che potrebbe ricondursi alla concezione tradizionale che concepisce l’ attività politica del cittadino come la vera e propria espressione di un diritto fondamentale (diritto politico).
Giorgio.

Parlare di Democrazia Partecipata


Oggi, sulla spinta delle esperienze latinoamericane, ma ormai anche europee, nonchè italiane, nella nostra società (spingendo sulle istituzioni) vanno acquisendo sempre più forma tratti di Democrazia Partecipata. Questo percorso obbliga ormai le istituzioni ad adeguarsi, generando una regolamentazione formale che pone con forza l’esigenza di una fondazione giuridica della partecipazione e della strumentazione capace di darle corpo.
Scartabbellando nei testi del diritto, malgrado sia già non poco che si discute il tema, non si risontra un vero riconoscimento giurido alla Democrazia Partecipativa, io dico: “e chissa mai perchè?”. Magari qualcuno ritiene che la Partecipazione Popolare non detenga il diritto di essere giustificata nel sistema giuridico. Io ovviamente non la penso così; chiaro però che il diritto non può tutto e, particolarmente in questo campo, non può da solo generare pratiche adeguate, se non si mettono, si producono solidi impulsi sociali e politici e, anzi, tutta una “cultura” nuova. Vedremo quindi, nel futuro prossimo di elaborare ragionamenti che potrebbero essere utili anche a chi voglia procedere in maniera chiara e definita nelle tappe di elaborazione di normative (di differenti livelli, dal comunale al regionale fino eventualmente allo statale) sulla partecipazione e la democrazia partecipativa. Occorre senza dubbio chiarezza sul tema, in quanto si trova difficoltà nell' avvicinarsi a questo tema .
Allora vediamo cosa occorre fare. Innanzitutto occorre un’opera di pulizia concettuale, poi bisogna diffondere al massimo il pensiero partecipativo, visto che, attualmente, a livello comunale e provinciale, sempre più enti locali sembrano voler evolvere questo principio; anche se ancora in minoranza,mostrando di voler investire su un’idea sempre più accreditabile nazionalmente. Poi bisogna, razionalmente, chiedersi cosa vogliamo in realtà, i modelli adottati sinora sono assai vari, quindi non abbiamo a disposizione un modello standard di riferimento, ma solo alcuni principi orientativi,occore quindi un mix ossimoro, intelligente, di immaginazione e di realismo.

Aggiungo un pensiero di Umberto Allegretti:
La base teorica primaria che si può rintracciare a fondamento della
partecipazione e della democrazia partecipativa affonda le radici nel generale
rapporto tra società e istituzioni, che conforma le strutture genetiche degli
ordinamenti giuridici democratici. Basterà appoggiarsi sulle nozioni fondamentali
proposte dalla scienza italiana normale, che distingue tra stato-apparato e stato-
comunità, per delineare un diverso rapporto tra i due livelli in cui la società sia dominante. E converrà riferirsi altresì alla dottrina, che sta a base degli ordinamenti contemporanei, dell’appartenenza della sovranità al popolo. Entrambi questi ordini di idee portano infatti a ritenere che le forme della democrazia – considerate nel loro sviluppo storico concreto – tendono naturalmente ad arricchirsi, nel senso di ammettere come loro elemento, i più elevati gradi di partecipazione.

Dobbiamo porre attenzione nella proposta, che va elaborata, non da profani come me ma , da esperti nel settore, perché il tema partecipativo si intreccia con delle affinità quali il ruolo delle formazioni sociali, l’associazionismo, il volontariato, la concertazione, la
sussidiarietà sociale; come pure con la partecipazione al procedimento amministrativo e il diritto di accesso o ancora con altre situazioni quali l’autonomia locale, l’articolazione dei diversi livelli di governo, la sussidiarietà detta verticale, e gli istituti di democrazia diretta.

Proseguiremo il tema, Giorgio.

sabato 26 luglio 2008

Come e perchè partecipare


E' fuori da ogni discussione che il tentativo di cementificare pratiche di Partecipazione Popolare sia il sintomo di una voglia di cambiamento, di una sorta di cambiamento epocale della concezione della Democrazia. Questa voglia la notiamo, soprattutto noi internauti, nel web, viene invece un po' nascosta da altri media e questa diviene una limitazione alla fantasia politica che le forme di Democrazia Partecipata generano; siamo una società
in cui un’autolimitazione del progresso delle tecniche e della conoscenza, viene posta non solo per motivi religiosi o di altra concretezza, ma credo anche per mere questioni di prudenza, intese proprio nel significato del termine. Io però rivolterei il calzino! Proprio la prudenza sostiene lo sforzo d' immaginazione di chi promuove la Partecipazione, quella volontà prudente atta a mantenere e ad attuare le condizioni della Democrazia, difatti spesso e volentieri la partecipazione è stimolata proprio da dibattiti relativi alla concezione del “progresso” e da questioni ecologiche. Molti obbiettano la lentezza a volte presente nelle pratiche partecipative e le difficolta ad essa collegate, ma possiamo controbattere, concretamente, che secondo la nostra filosofia la democrazia va inventata ora per ora. Questa sorta di opposizione alle istituzioni, ma in realtà non è questo, diventa salutare per la democrazia poiché per sussistere la Democrazia esige l’Opposizione! Di contro è stato di
conflitto di poteri, di fatto è lotta alla demagogia. Il problema della demagogia, la sua definizione e il suo protagonista, cioè l’uomo politico demagogico in democrazia ( colui che vuole governare da solo) , sono problemi noti già alla tradizione classica, nonché a quella moderna, e, nella storia “recente”, cominciano a trovare le prima dita puntate nel finire del XVIII secolo. La Democrazia, al contrario della demagogia, richiede la comune elaborazione civile del conflitto. Immaginare e promuovere pratiche di partecipazione, mostrare che un altro modo del “fare” democrazia è possibile, dovrebbe contribuire a destare nei cittadini gli anticorpi e l’insofferenza nei confronti del politico demagogico, e più in generale nei confronti dello stile demagogico, che può esprimersi tanto nell’esercizio del potere, quanto nella relativa comunicazione propagandistica.
Oggi partiti e relativi leader fanno sempre più ricorso a marketing e Tv, traviando il dibattito che non verte più sulle questioni ma sulle persone e la loro immagine; cosa stiamo facendo, dunque, parlando di partecipazione? Molto! Per sostenere le pratiche, per immaginarle, ci occorre però anche una svolta nella consistenza scentifica, non è solo questione di teoria o speculazione; le pratiche di partecipazione sono relazioni di comunicazione e pratiche di circolazione della conoscenza, la loro impostazione dipende sempre dalla capacità intelletiva e pratica di chi le sostiene. Sia chiaro che molte difficoltà possono nascere dai soggetti, in ognuno di essi possono esserci alterità difficilmente tollerabili, il problema è quanta ambiguità e quanta conflittualità siamo in grado di tollerare, di “sopportare”; c’è bisogno di immaginare pratiche avvincenti, di investire in formazione in modo intelligente, di curare l’epistemologia che sostiene le pratiche; c’è bisogno di pensare e di diffondere le pratiche di partecipazione come pratiche di elaborazione civile dei conflitti.
Giorgio Bargna

Per un futuro migliore


Ho letto e riletto più volte questo post, la paura di non esprimere correttamente il mio pensiero, unita al fatto che, in alcuni passaggi, mi sembra di sputare nel piatto in cui mangio, mi bloccavano dal pubblicarlo..... poi ho deciso......
Cosa potremmo oggi definire l'occidente? Potremmo tutto sommato definirlo un'entità non più solo geografica, ma ideologica,espressione di una razza; l 'universalità del messaggio cristiano e l'individualismo sono stati fondamentali nella costituzione di questo pensiero . Messaggio etico (quasi etnico) occidentale è la missione di liberazione degli uomini dall'oppressione e dalla miseria.
Contesta Serge Latouche:« La riduzione dell'Occidente alla pura ideologia dell' universalismo umanitario è troppo mistificatrice. È difficile dissociare il versante emancipatore, quello dei Diritti dell'uomo, dal versante spoliatore, quello della lotta per il profitto. »
Caratteristiche salienti dell'Occidente sono lo stretto legame con capitalismo, globalizzazione e industrializzazione, ed una serie di spostamenti di baricentro; di quel centro che un tempo stava in un luogo,poi in un altro dell' Europa, che nell'ultimo secolo si è spostato in America, seguendo una dinamica tale che fa si che non potremo mai prevedere dove potrebbe trovarsi domani. Principio fondamentale dell'Occidentalizzazione è stata, ad esempio, l'invenzione del "terzo mondo" sempre descritto in stato di abbandono. Sicuramente questa definizione non è del tutto opinabile, ma certamente è stata aggravata da una terapia d'urto tutta occidentale: le politiche di "sviluppo". Introdurre in altre culture valori magari sconosciuti ad esse, quali scienza, tecnica, economia ha minato sicuramente la loro stabilità etnica; l' Occidente non ha certo, nelle colonizzazioni esportato un dono, ma ha violentato etnie, razze e culture laddove si è presentato, tra le vittime più ecclatanti gli Indiani d'America.
Industrializzazione,urbanizzazione e nazionalitarismo (organizzazione nazionale sempre più importante e burocratizzazione) sono le caratteristiche di ogni "modernizzazione"; ma non sempre questi tre cardini portano al benessere che sembrano promettere, alle volte sono invece portatori della distruzione di ciò che poi si vorrebbe ricostruire diversamente. Il fenomeno non è del tutto involontario, che una parte delle persone si considerino "povere" è in un certo senso fisiologico per l'esistenza della macchina capitalistica, perché a livello simbolico la povertà è il segno dell'inferiorità, nell'immaginario occidentale, ed è in esso necessario che ci sia sempre qualcuno "sotto".
Così facendo però, vittima è diventato, per fortuna, anche l'ordine dello stato-nazione moderno, messo in discussione da questi processi globali. Il capitale, dopo essere stato fulcro in questa istituzione, porta alla crisi dello stato-nazione, che vede il proprio potere espropriato della finanza transnazionale. Questa deterritorializzazione della società non porta ad un nuovo ordine mondiale, ma ad un disordine, una crisi di civiltà.
Oggi tocca a noi curare questa piaga, certo i punti cardine dell' occidentalismo non possono essere smantellati in toto, ma il ritorno a principi e valori che risalgono alla nostra storia, neppure troppo remota, il “dissacrare” il profitto a vantaggio della sostenibilità e l'esaltazione della Comunità Locale, uniti ad una gestione territoriale delle risorse potrebbe rimettere in sesto quella civiltà che abbiamo svenduto al denaro. Fare un passo indietro nella modernizzazione e nel capitalismo sfrenato ( non in quello moderato, non consideratemi un bolscevico) costa parecchio a livello di benessere personale, ma potrebbe riportare a galla il valore dell' uomo a discapito di quello del profitto senza regole.

Discorso difficile da affrontare, ma grazie al quale i nostri figli, un giorno, ci potrebbero ringraziare, Giorgio Bargna.

sabato 26 aprile 2008

Un altro 25 Aprile

Alcuni di voi (forse) si saranno chiesti come mai non ho postato nulla sul 25 aprile; la risposta, anzi le risposte, sono due. Due risposte di carattere completamente diverso tra loro.

La prima motivazione è semplice (e futile, forse, allo stesso tempo), lo avete fatto in molti, una voce in più non sarebbe di certo servita a molto; poi credo sia già chiaro a tutti che mi riconosco pienamente nella democrazia, che aborro fortemente ogni traccia di forma dittatorale. La seconda è un pochino più profonda, più critica, come nello stile che sempre mi ha contraddistinto nella vita (non solo politica), facendo spesso piazza pulita intorno a me.

Rinuncio a gridare “evviva” a questa nostra democrazia, non perchè la disconosca, ma per alcune sue latitanze, anche estreme se vogliamo. Non dico certo che in Italia ci siano restrizioni strette e limitative della libertà personale…anzi… ma lo stato ci toglie molto. Questa casta costretta ogni giorno ad autofinanziarsi per sopravvivere ci lede dei diritti, che in genere non vengono classificati primari nei proclami, ma che nella vita di ognuno sono essenziali.

Ecco, io, ad esempio, non posso gridare “w l’Italia” quando la sera devo accompagnare mia moglie a fare del volontariato a scuola, accompagnarla perchè il semplice attraversare un paese di periferia, tra l’altro non estrema, è diventato insidioso, se non pericolosamente estremo.

Non posso gridare “evviva”, quando entro con mio figlio in un ospedale e non ho la certezza che ne uscirà guarito, vista la mancanza dei mezzi a disposizione delle strutture…io di strutture, poi, conosco quelle lombarde, a detta di molti tra le migliori…non oso immaginare l’affanno di un padre calabrese quando porta il figlio in ospedale.

Non posso gridare evviva quando vedo anziani che hanno faticato una vita, vivere tra la fame e gli stenti….e mi fermo qui con la lista, che potrebbe essere molto più lunga.

Un giorno a forza di provarci apriremo la strada ad una nuova repubblica, basata sui Liberi Comuni e sulla Democrazia Diretta, libera dalla casta e vicina al cittadino.

Un giorno forse questo avverrà…quel giorno sarà un nuovo 25 aprile.


Giorgio Bargna.

venerdì 4 aprile 2008

LA TRIADE


“Il portafogli è la tua gloria”, è una frase concisa e inibitrice di ogni resistenza, che sembra essere lo spot di un modo di essere, di quel modo di essere dominante in questo nostro tempo. Ormai oggi, molti, troppi direi, italiani (e non solo, credo) sono votati essenzialmente a tre obbiettivi: il denaro, il potere, la gloria. Io sono tra quelli che non si riconoscono in questa triade, se per arrivarci bisogna abbandonare per la strada valori, tradizioni ed onestà (intellettuale o materiale che essa sia). Questa triade svuotata da queste virtù è il nulla, è valore zero; è un vuoto contenitore di soddisfazioni scolorite che obbliga i propri adepti a svilire il proprio ego, a vivere solo dell' “apparire”, con l'ansia e l'angoscia tipiche di chi venderebbe l'anima al diavolo, per ottenere in un giorno, quanto un' onesta dimensione umana tradurrebbe in anni di onesto lavoro.
Su cosa si basa la strategia pianificatrice di questi uomini? Sul nulla, perchè denaro, potere e gloria, conquistati senza freni inibitori, non sono quotati in borsa, non hanno futuro preventivabile, basterebbe un collega, un concorrente, un amico di poco superiore in capacità e sfrontatezza e quanto conquistato...puff...sparisce, così come arrivato.... velocemente. Succede perchè in questo gioco perverso, non è l'uomo (superiore o sottoposto che sia) a decidere il futuro, ma la triade, essa detta le “regole” (chiamiamole così, ma tra virgolette), che stima il potere e che ti impone il futuro, e se non accetti di rivenderti ad un nuovo gioco al rialzo della viltà, esci dal gioco.
Ma perchè si è arrivati a questa povertà intelletuale dell' essere umano? La globalizzazione, l' omologazione e la uniformizzazione hanno cancellato dei contesti sociali storici, togliendo dalla morale dell'essere umano tratti di storia, tradizione e valori; spogliato da queste vesti morali l' uomo si è ritrovato schiavo e seguace (per obbligo e convenienza) della triade. Tutto questo perchè l' uomo cerca il potere, la gloria ed il denaro facili, ma oggi, in un contesto in cui il denaro latita a tutte le altitudini, la triade non può più offrire un posto garantito a tutti; la classe politica che ci ha fin qui condotti e la casta (stracolma di adepti alla triade) che li ha appoggiati sin qui ci lasciano in eredità sfascio e povertà. A questo punto tiro in ballo delle parole, che ho scaricato mesi or sono, alle quali non so dare paternità, che parlano delle carestie che colpirono l’Europa nel XVIII secolo: “ In periodi così dolorosi si è sentito ripetere mille volte che ciò che mancava non era il grano né gli alimenti, ma il denaro. Difatti vasti granai restavano spesso pieni fino al raccolto successivo; le scorte, se ripartite proporzionalmente fra tutti gli individui, sarebbero quasi sempre bastate a nutrire la popolazione. Ma i poveri, non avendo denaro da dare in cambio, non erano in grado di acquistarlo. Essi non potevano ricevere denaro in cambio del loro lavoro o non potevano ricevere abbastanza per vivere. Mancava il denaro mentre la ricchezza naturale sovrabbondava”.
Il genere umano ormai si è venduto alla triade, rinunciando ai valori e alla morale, per una rapida carriera ed il dominio sull' altro, ma la triade, come il diavolo, quando muore chi ha stretto un patto con lui, ha presentato il conto, e i poteri economici e mediatici, che l' hanno indottrinato negli ultimi decenni, oggi lo lasciano nudo e povero sulla strada, privo in più di quei fondamenti, che erano la base della Civiltà Umana, che lo avrebbero potuto aiutare a risorgere.
Uomo, omologato ed assoggettato alla triade svegliati ora, prima che il nulla; sponsorizzato dal “Grande Fratello” ti anestetizzi del tutto.
Giorgio Bargna.

lunedì 24 marzo 2008

Riflessioni sulla politica


Pubblico l'ultimo mio testo presente, da qualche giorno, sul sito del Partito d'Azione Civica. Nei post a venire, diviso in diverse parti, proporrò un mio "inno" alla "Democrazia Partecipata". Buona lettura, Giorgio.

La nostra storia
Per anni nel nostro paese si è riusciti a lavorare con profitto e possibilità di migliorare ulteriormente, poi una classe politica (da definire perlomeno inetta) ha trasformato quello che viene definito "liberismo globalizzatore" in una sciagura. Sindacati compiacenti e classe politica tramite contratti di lavoro sciagurati (a termine, a favore solo delle imprese, privi di coperture sanitarie e pensionistiche, a favore solo dello "stato") hanno buttato alle ortiche anni di progresso realizzati dalle generazioni precedenti, nel campo del lavoro e del benessere sociale.
Qualcuno tra gli italiani, coloro che ancora non avevano capito che dx e sx erano facce della stessa medaglia, con l'avvento di Prodi nel 2006, pensò che fosse finita l'era del liberismo senza valori morali. Ma il centro-sinistra non si dimostrò per nulla diverso dalla "bieca" destra, anzi continuò la strada intrappesa da questa e affinò al meglio l'uso degli studi di settore (nati, invero, anni prima) in modo da poter taglieggiare al massimo i lavoratori autonomi ( e di conseguenza i loro dipendenti, il tutto con relative famiglie).
Con buona pace della Costituzione oggi le tasse vengono pagate su quanto stabilito da terzi e non sul reddito denunciato da produttore e consumatore. I veri evasori invece? Mai colpiti, avvantaggiati dalla "sciagurata" gestione dell'euro e liberi di praticare a loro piacimento economia e commercio, avvantaggiati da leggi predisposte.
Chi ha preceduto Prodi però, nei cinque anni avuti a disposizione, l'unica cosa che ha fatto con perfezione è stato il decreto (passato in esecuzione poi a Prodi) "salvaladri", che ha concesso di togliersi molti pensieri dalla testa a chi aveva pendenze con la giustizia. Il Polo delle Libertà ha,inoltre, ucciso ogni speranza di prosperità alla nostra nazione gestendo sciaguratamente la transizione dalla Lira all'Euro; nel solo periodo 2002-2003 il costo della vita è raddoppiato, 1000 lire= 1 euro, questo quando nel resto d'Europa si è intravvisto al massimo un assestamento di pochi centesimi.

Che speranza abbiamo per il futuro?
Alle nostre spalle il ricordo di una classe politica che in modo unito ha favorito, sia in recessione che in periodi di vacche grasse, l'industria, colpendo sempre invece con tasse e balzelli tutti gli altri; davanti a noi abbiamo una destra liber-berlusconista pronta ad aiutare amici di categoria e una sinistra che vive ancora di una cultura ottocentesca, che ha vissuto sino a ieri dell'antagonismo tra lavoratori autonomi e dipendenti, e che oggi scimmiotta il programma degli avversari.
Prego ogni sera che gli italiani capiscano che il sistema elettorale attuale non consente la libera scelta dei candidati, espressi dalle segreterie di partito, rendendosi così conto che non si può più parteggiare per partito preso, ma solo parteggiare per se stessi.
E' necessario dunque che ogni cittadino prenda atto che deve diventare protagonista delle scelte, partecipando in maniera diretta a quanto lo riguarda. E' giunta ormai l'ora in cui una nuova forma di governare doni la possibilità di una partecipazione continua dei cittadini nelle scelte fondamentali. Attraverso la Democrazia Partecipata (e Diretta), ogni cittadino DEVE contribuire nel governare il proprio paese, il proprio territorio. Al tempo della Rivoluzione Francese nacque un nuovo modo di intendere la democrazia, quello in cui i "Borghesi", i ricchi senza titoli nobiliari, potevano condizionare la politica delle scelte. Oggi è giunta l'ora di cambiare, che non siano solo alcuni a gestire, tutti devono oggi poter condividere e discutere, oltre che mettere in pratica, come governare la società! Tutto ciò è riconoscibile in una sola definizione: DEMOCRAZIA PARTECIPATA.
Giorgio Bargna.

mercoledì 19 marzo 2008

LOCALISMO E RAPPRESENTATIVITA'


Dopo essermi sottoposto a “lezioni di metapolitica”, da un amico blogger, provo a rispondere alle domande di un ipotetica “commissione esaminatrice”. Il tema: come “verticalizzare” partiticamente, la “orrizzontale” spinta della proposta di cambiamento popolare. Alla prossima, Giorgio.

Non c'è democrazia senza partito
Innanzi tutto non crediamo possibile che il ruolo del politico possa venire surclassato dalla pura e semplice partecipazione collettiva. Ritenere di gestire le società, rinnovarle e replicarle, alienando la necessità di un ruolo di comando e il conflitto politico, è sottovalutare la realtà dei fatti.
La partecipazione diretta è necessaria, insostituibile ed importante nelle prime fasi del nostro cambiamento, altrettanto anche in quelle successive alla nuova "situazione nascente", ma ogni movimento che spinge dal basso, se ha intenzione di sopravvivere e lasciare il proprio “marchio di fabbrica”, ha la necessità di strutturarsi in “soggetto fisico” di rappresentanza: una nuova e moderna forma di partito, come la nostra, nascente dal basso, all' ascolto perenne del cittadino, ma pronta anche a fornire “servizio” in una forma di democrazia rappresentativa.
Non riuscire a strutturare il movimento che nasce dal basso in partito, significherà lasciare questa spinta popolare nelle mani del potere politico dominante che, fingendo di assecondarla, alla fine la reprimerà. L'ingresso nell' arena politica rappresentativa di un soggetto “partitico-popolare”, contrarrà, civicamente, la possibile nascita di una deriva plebiscitaria, rischio di una democrazia diretta che prende troppo il sopravvento, e difenderà le istanze dei cittadini dalla reazione oligarchica.

Come colpire il nemico
Come movimento nascente dal basso ci viene spontaneo designare come nemico la classe politica, la ormai tragicamente famosa "casta”; ma quando poi dobbiamo cercare di gestire la rinascita, sottoforma di azione democratica, essere populisti risulta poco produttivo nel mondo della politica reale, li per gestire il potere nato dall' auspicata democrazia diretta, si deve necessariamente scendere a “compromesso” con un minimo di rappresentatività. Di contro il rischio è che la classe politica, sentendosi attaccata, reagisca subito, “remando contro”, utilizzando forme di risposta solo all' apparenza democratiche.
Pertanto il “localismo” deve fare un salto di qualità, se vuole contare politicamente; dal momento che un’unità politica, può tanto più garantire risultati economici e sociali, quanto più il suo potere è coerentemente organizzato. Insomma, le esperienze collettive dal basso, se tardano a verticalizzarsi, a lanciarsi verso l'alto, sono destinate a soccombere di fronte a entità politiche, direi, “verticalmente dinamicizzate”. Al nostro partito non potranno mancare la snellezza organizzativa e una linearità di comando che sia rapida e funzionale; le decisioni vanno prese velocemente, quando non vi è il tempo di una discussione “orrizzontale”.
Una forza politica che pratica in minoranza non ha scampo, come una Circe deve ipnotizzare, edulcorare e sfrontatamente aprire in due il cuore dell nemico, appena la situazione lo consente, per poi avventarcisisi sopra senza pietà, il tutto, ovviamente, in piena formula democratica.

Un rischio da evitare
Questa protesta che sta nascendo “dal basso” deve sforzarsi di crescere, conquistare il potere politico, ogni cittadino deve sforzarsi, essere un politico, capire l'importanza di trasformare la sua protesta in partito, partito nel vero senso della parola, quel partito che in queste pagine abbiamo già illustrato ampliamente. Un partito diverso, responsabile, democratico e partecipativo si, ma anche rappresentativo, perchè tutti non possiamo parlare insieme ogni volta, ma coloro di cui ci fidiamo, a volte, possono perorare la nostra causa, la nostra decisione.
Non vi è altra possibilità, un movimento popolare solo, senza rappresentanza politica, rischia di essere alienato, l' importante è non farsi rappresentare, ancora una volta, dalla casta.
Giorgio Bargna.

domenica 16 marzo 2008

Alain de Benoist: L' altro mondo


Pubblico parte di un testo estratto dall sito www.alaindebenoist.com , una seconda parte, in cui il pensatore francese parla dell' altromondismo dei no global, la potete leggere nel sito dell'autore. Io mi sono limitato alla parte illustrativa della situazione, quella parte che più mi interessava. Buona lettura e buon week-end, Giorgio Bargna.


L’ALTRO MONDO
di A.de Benoist (da “Eléments” 111, traduzione a cura di Simone Belfiori)

“Nessun mondo” scrive Philippe Muray, “è mai stato più detestabile di quello attuale”. Ma qual è dunque questo mondo? Dopo l’affondamento del sistema sovietico, si è passati da un mondo diviso in due blocchi a un mondo dominato da una sola potenza, che tenta di imporre la sua legge al pianeta intero. Virtualmente, questo mondo non sarebbe altro che un villaggio globale, dove il progresso economico, dal quale si suppone tutti possano trarre giovamento, accrescerebbe l'ineluttabile evoluzione verso un modello politico, la democrazia liberale rappresentativa, della quale gli Stati Uniti d’America costituirebbero il modello più completo. Alla fine, il mondo diverrebbe un vasto mercato popolato da semplici consumatori,sottomessi di volta in volta all'ordine marciante. Il capitalismo si è deterritorializzato. I raggruppamenti industriali infine hanno dato luogo alla formazione di società transnazionali, i cui bilanci superano di gran lunga quelli dei singoli paesi. Allo stesso tempo, le nazioni sono state invitate ad abolire le loro barriere doganali, ad aprire le loro frontiere alle persone ed ai capitali, a favorire con ogni mezzo la " libera circolazione " dei prodotti e dei beni. Questo è il senso primario di una globalizzazione che supporta la volatilità dei mercati, le delocalizzazioni, la ricerca permanente di una maggiore produttività, la reificazione generalizzata dei rapporti sociali. Questo sistema è fondato sulla trasformazione di tutte le attività viventi in mercantili. Il mercato non vale se non attraverso il denaro. Il denaro è l'equivalente generale che cela la natura reale degli scambi ai quali è preposto. Nel mondo del mercato, la legge suprema è la logica del profitto, legittimato da un’antropologia che fa dell’individuo un essere avente il cui obiettivo permanente è la massimizzazione del proprio interesse. La sottomissione progressiva di tutti gli aspetti della vita umana alle esigenze di questa logica destruttura il legame sociale. Essa genera una società puramente commerciale dove, come ha già affermato Pierre Leroux, gli “uomini non associati non sono soltanto estranei tra loro, ma necessariamente rivali e nemici”. Gli altri uomini dunque non sono percepiti se non attraverso il loro potere d'acquisto e la loro capacità di generare profitto, attraverso la loro attitudine a produrre a lavorare e
consumare. I media uniformano i desideri e le pulsioni, al prezzo di una radicale desimbolizzazione degli immaginari, produttori di una falsa coscienza, di una coscienza alienata. È esattamente questo il mondo in cui viviamo. Un mondo senza esteriori, che ha abolito le distanze e il tempo, dove il capitalismo finanziario non è connesso all'economia reale (la maggioranza degli scambi di capitale non corrispondono più agli scambi di prodotti), dove l'economia reale si sviluppa senza considerazione dei limiti, dove le passioni si riducono agli interessi, dove il valore è ribassato sul prezzo, dove i bambini stessi divengono dei beni (e degli utili) di consumo durevole, dove la politica è ridotta alla porzione congrua, dove i detentori di potere non sono più eletti e dove coloro che sono eletti sono impotenti. Un simile mondo non minaccia soltanto la vita interiore, le identità collettive, la diversità dei viventi. Esso minaccia l'umanità propria dell’uomo. Per contrapporsi alla miseria affettiva ed agli stress materiali che ne risultano, la Forma-Capitale usa strategie differenti. Da un lato, crea senza interruzione nuovi bisogni, moltiplica le distrazioni e i divertimenti, propaga l'idea che non esista felicità se non in un consumo il cui orizzonte è continuamente riposto più lontano. Dall’altro lato, il suo pretesto di lottare contro il “populismo”, il “comunitarismo”, il “terrorismo”, rafforza le procedure di controllo e di sorveglianza. Si restringono le libertà con il pretesto della sicurezza. Si instaura la “democrazia delle bocche cucite”, per dirla con Paul Thibaud. Per smorzare la portata dei movimenti sociali, per distogliere la gente dal porsi domande, per disarmare le nuove “classi pericolose” e rendere inoperante la loro velleità di rivolta, crea nemici onnipresenti, demonizzabili a piacimento, strumentalizza i conflitti culturali e gli urti tra comunità. Come sempre, si divide percomandare. L'obiettivo è quello di instaurare tutto ciò che crea caos per continuare a regnare senza alcuna minaccia. (....)

lunedì 18 febbraio 2008

CONGRESSO DI "LAVORI IN CORSO"

Si è tenuta ieri, presso il Centro Civico di Vighizzolo di Cantù, la prima sessione del I° Congresso di “Lavori in Corso”. La sessione si è articolata in due parti.
Il mattino si è discussa democraticamente, il tutto è durato più di tre ore, la Carta dei Principi (appena avrò il file la pubblicherò), alla quale, con partecipazione accorata di tutti, si sono apportate parecchie modifiche dovute ad un necessario aggiornamento.
Nel pomeriggio si sono tenuti gli interventi di tipo politico, tra essi spicca quello di Claudio Bizzozero (leader indiscusso). Claudio, tra le altre cose, ritenendo che ormai non ci si possa più fermare alla sola politica cittadina, ha invitato il movimento a federarsi con il nascente “Partito d'Azione Civica”, visto che comunque questo nuovo partito nasce proprio dall'esperienza di “Lavori...” e si richiama agli stessi principi , oltre che annoverare tra i fondatori molti iscritti della Coalizione Civica canturina (anche di questo intervento appena possibile vi posterò).
Tra due domeniche si terrà la seconda sessione, che prevede tra l'altro: la discussione sullo statuto, il voto sugli interventi (quelli che il voto stesso richiedono) e la elezione della Segreteria e delle altre cariche sociali.
Vi allego nel frattempo il mio intervento.
Buona lettura, Giorgio.



“La politica dell’ascolto che parte dal basso e raccoglie le istanze delle persone, contrapposta a chi, dall’alto si accorda e, dall'alto decide.”
Questa frase è l'essenza dell'essere di “Lavori in Corso”,quanto descritto in questa frase è ciò che ci differenzia,e sempre ci differenzierà da ogni altra fazione politica.
Effettivamente il risultato raggiunto durante le ultime consultazioni amministrative oggi ci obbliga a fare sul (e consentitemi il termine) serio.
Abbiamo oggi l'obbligo di una linea programmatica stabilita in un luogo deputato a farlo con ufficialità, l'obbligo di stabilire come attuare questa linea e l'obbligo di stabilire anche dei responsabili, possibilmente,per ogni settore.
Io ho avuto la fortuna, preparando questo congresso, di partecipare ai lavori di due commissioni (chiamo così anche la seconda): quella che si è occupata della revisione dello statuto e quella (ne ho un cruccio, non è stata una commissione, ma un lavoro personale) che si è occupata della Partecipazione Popolare.
Le due strade si sono incrociate nell'attimo in cui io e Fabio abbiamo deciso di istituzionalizzare le liste di quartiere, introducendole ufficialmente nel preambolo allo statuto.

Ma in questo intervento soffermiamoci alla sola Partecipazione Popolare, a decidere se farne un reale punto di forza, a decidere su quale forma deve plasmarsi e non in ultimo se cercare di portarla in essere da soli, o cercare contributo anche da altre forze politiche locali.

Perchè parlare di Partecipazione Popolare?
Perchè se io adesso affermassi “Alzi la mano chi non si dichiara democratico”, avessi davanti mille persone, credo che potrei vedere una platea di mani incrociate. Spesso, però, dietro alle singole parole esiste un significato che scompare, con l'uso quotidiano e non ragionato dei termini. Basterebbe un dizionario per comprendere una cosa molto importante: noi non viviamo e non stiamo appoggiando una vera democrazia. In un momento nel quale si cerca di esportare la democrazia, come fosse un prodotto commerciale, addirittura, in alcuni casi, con l'uso della forza militare, si è totalmente perso il suo significato.
Fatto salvo qualche caso sporadico, il cittadino viene coinvolto solo per le elezioni, momento in cui i candidati cercano consensi nelle maniere più insensate possibili. Promettendo progetti irrealizzabili, facendo bassa demagogia, dicendo frasi brevi e senza senso, che vengano trasportate da bocca in bocca, come un assurdo gioco del telefono, per raccogliere voti.Un cittadino interessato alla vita politica vale un voto, una piazza è un grosso insieme di voti, un programma televisivo rappresenta un potenziale potentissimo di firme.
Ma si può considerare una croce su un foglio, basata su considerazioni da slogan, una partecipazione politica? I cittadini partecipano alla vita politica? Se chiedete ad una persona qualsiasi, presa a caso, se è un politico, risponderà affermativamente?
Se la risposta a questa serie di domande è sempre no, e siete convinti di quello che state pensando, allora allo stesso tempo state anche affermando che in questo momento non viviamo una vera e propria democrazia, quindi, sarà bene sistemarla, rattopparla e darle un senso.

Perchè dare un senso alla democrazia e conseguentemente alla politica?
Perchè la democrazia e la politica sono l'arte della decisione, del bene comune, e per esserlo devono nutrirsi necessariamente del pluralismo degli attori presenti nell'arena e dei loro punti di vista. La democrazia nella nostra ottica non può essere che un campo d'azione dove la reciprocità è legge, prassi, dove non esiste il contrasto tra pubblico e privato, non esiste uno scontro tra varie categorie di attori, ma esiste un “luogo” dove uomini e organizzazioni (istituzioni,associazioni culturali e religiose,sindacati, rappresentanti di varie categorie, etc. etc.) appaiono gli uni alle altre sullo stesso livello agendo e decidendo in comune. Questa democrazia è dunque il luogo del faccia a faccia. Li si regolano le questioni comuni, si trovano le soluzioni, si evitano gli scontri frontali.

Chiudiamo ora però con la filosofia e parliamo dunque di questo possibile punto di forza e vediamo se è il caso di condividerlo con altri.

Credo, personalmente, che dovremo qui votare su quale strada scegliere, innanzitutto; poi col tempo la potremo perfezionare, e poi decidere, con calma, se è meglio percorre la strada da soli o cercare compagnia.
Io vedo tre possibili alternative,significativamente diverse tra loro,vediamole e specifichiamole dove serve:

1)Quanto lo statuto comunale già ci offre.
L'art.3 del Titolo I recita così: Il Comune promuove, facilita e garantisce la partecipazione alla vita pubblica locale dei cittadini italiani, dell’Unione Europea e stranieri regolarmente soggiornanti, anche su base di quartiere o di frazione, alla realizzazione della politica comunale nei modi previsti dallo statuto e dai regolamenti.
Ma sinceramente abbiamo,credo e correggetemi se sbaglio,visto ben poco di questo sinora.
Poi in linea di massima dice pure:
“Il comune promuove e tutela la partecipazione dei cittadini, singoli o associati, all’amministrazione dell’ente al fine di assicurare il buon andamento, l’imparzialità e la
trasparenza.”
“La partecipazione popolare si esprime attraverso l’incentivazione delle forme associative e di volontariato e il diritto dei singoli cittadini a intervenire nel procedimento amministrativo.”
“Il consiglio comunale predispone e approva un regolamento nel quale vengono definite le modalità con cui i cittadini possono far valere i diritti e le prerogative previste dal presente capo.”
Tutto,credo,disatteso;anzi la nostra amministrazione ha ribaltato anche i risultati di un referendum.
Io di conseguenza dubito che potremo seguire una linea che ci porti alla realizzazione effettiva della Partecipazione Popolare basandoci su articoli dove l'amministrazione ha un potere decisionale quasi esclusivo.

2)Quali spunti ci offre la legislazione
Il nuovo art.118 della costituzione,superando le specificazioni effettuate dall'ordinamento del 1990 ha stabilito che i comuni,le province e le città metropolitane sono titolari di funzioni amministrative proprie e di quelle conferite con legge statale o regionale,secondo le rispettive competenze.Stato,regioni,città metropolitane,province e comuni favoriscono l'autonoma iniziativa dei cittadini per lo svolgimento di attività di interesse generale,sulla base del principio di sussidiarietà.
Ispirandoci a questa specifica noi oggi potremmo, ed il ruolo di forza di minoranza ci tutela in questo, impegnarci nell'organizzare qualcosa che si avvicini alla Partecipazione Popolare, ma comunque non di istituzionalizzato.
Mi spiego, potremmo organizzare Comitati di Quartiere che si riuniscono in Assemblee di Quartiere per discutere dei problemi del Territorio (che magari l'amministrazione sfugge), per poi organizzare tramite esse istanze, petizioni e quant'altro.
Dubito però che anche questa strada, che rischia di diventare un muro contro muro, porti a raccogliere risultati fruttuosi.

3)Un progetto da condividere
Per parlare seriamente di Partecipazione Popolare all'interno di un ambito comunale ed oltre occorre, a mio vedere, che quante più forze politiche presenti sul territorio siano interessate.
Per arrivare a questo occorre preparare almeno una bozza di progetto su cui discutere (io vi ho allegato una mia, dalla quale (non necessariamente) magari prendere spunto e cominciare a sondare se, tra le forze presenti, vi sia interesse altrui. Raggiungendo una certa unione di intenti si può provare ad inserire nello Statuto Comunale la vera Partecipazione Popolare.
Si potrebbe, una volta sviluppato un serio progetto, presentarlo in Consiglio Comunale e tentare di forzare la mano. Questa strada non credo sia ricca di fruttuosi risultati, ma ci consentirebbe di mettere con le spalle al muro l'attuale maggioranza, soprattutto chi tra loro dichiara di essere vicino ai cittadini; ci consentirebbe anche di valutare quelle che sono le reali intenzioni del resto dell' opposizione (la sinistra tanto per essere chiari): centralisti (come io credo) o dalla parte del cittadino.

4)Prepariamoci, in attesa di essere forza di governo
Abbiamo anche la via alternativa dell' attesa, dell'attesa di essere forza di governo. Sfruttare quindi gli anni che mancano alle prossime elezioni amministrative per approntare quello che ci manca: un serio progetto di Partecipazione Popolare. Dico serio perchè, sinceramente, ad ora, all'interno del nostro movimento un progetto su questo argomento io non lo ho ancora trovato!Poco più di un anno fà Sabrina Russo, all' uscita da una Messa domenicale, mi offriva un depliant informativo di “Vighizzolo Insieme”, all' istante aveva fatto la fine di ogni materiale informativo che ricevo (la tasca del giaccone) , poi dopo un paio di giorni me lo sono letto, e parlava di democrazia partecipata. Questa è stata la molla che è scattata e che mi ha portato verso “Lavori in Corso”, maaa...sinceramente...fin dalle prime riunioni sono rimasto un pò sconcertato: si parlava dei “Gruppi di Lavoro” alle riunioni generali (ed erano parecchi i gruppi), ma di un gruppo che si occupasse di questo tema ho notato subito la mancanza, e anche quando mi sono messo di mia iniziativa a svilupparne uno (malgrado l' abbia pubblicizzato) nessuno si è unito. Oggi, dopo un anno, devo essere sincero, noto ancora un certo disinteresse verso l'argomento, tanto che la commissione auspicata che doveva occuparsi di questo argomento non ha mai visto nemmeno i germogli.

In conclusione
Alla fine di questo intervento non mi rimane che esplicitare quanto da me auspicato:
1)decidere con voto, se accontentarci di quanto le istituzioni ci offrono in tema di Partecipazione Popolare o se prendere la via di un nostro progetto, serio ed articolato
2)decidere, con un secondo voto, se tenere il tutto per noi o coinvolgere le altre forze presenti nel Consiglio Comunale
Sarò sincero, nella votazione che riguarda il secondo punto,qualsiasi esito mi soddisferà; ma per quanto riguarda la prima votazione no! Il ritrovarmi in un movimento che rifiuta di progettare con serietà la Partecipazione Popolare dei Cittadini alle scelte istituzionali, sia votando no al primo quesito, sia non partecipando in massa allo sviluppo di questo progetto, mi porterà ad allontanarmi dal movimento stesso, causa l' inesistenza del motivo che ad esso mi ha fatto avvicinare. Scusate il tono polemico ma, senza il tanto ventilato “Federalismo Municipale”, la nostra Coalizione risulta un movimento eguale agli altri e quindi, secondo me, inutile. Ed ancor di più inutile risulterebbe, consentitemi questa variazione di tema, oggi, visto che nei prossimi giorni si costituirà ufficialmente il Partito d'Azione Civica, movimento che nasce anche sotto la spinta di un' ala numericamente consistente del nostro movimento, quell'ala che si riconosce con forza nella Democrazia Diretta e Partecipata. Ma di questo ne ha già parlato dettagliatamente Claudio.
Grazie per avermi ascoltato con pazienza.
Giorgio Bargna.