domenica 19 gennaio 2014

Quattro punti per un partito

Verso la fine dell’estate 2007, nel comasco, alcuni esponenti di “Lavori in Corso” ed altri cittadini non schierati politicamente in altri gruppi cercavano di far nascere un movimento politico provinciale che si basasse su tre fondamenti principali: Autonomia, Responsabilità, Partecipazione.
Il progetto non decollò mai definitivamente, per varie vicissitudini, anche dopo un secondo tentativo messo in essere circa tre anni dopo. Ci demmo ai tempi il compito di disegnare un percorso politico, io produssi questo documento, che ancora oggi amo moltissimo.
Grazie a chi avrà il coraggio di leggersi il tutto.


PREMESSA:chiameremo,in forma del tutto momentanea,il soggetto in questione:partito INIZIATIVA POPOLARE.
Stara' all'Organo Costituente stabilirne il nome, la forma, l'indirizzo politico; questa e' solo l'esposizione di alcuni miei concetti in merito.

Consentitemi alcune citazioni

“Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto,mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”. 
Alcide De Gasperi 

“La vera scienza della società deve fondare quella sola unità che è compatibile con la conservazione delle distinzioni”. 
Carlo Cattaneo


"E' mia impressione che il sistema cerchi di congelare anche l’aspirazione federalista, perché il federalismo è uguale all’autonomia e l’autonomia è uguale alla cultura locale e la cultura locale produce indisponibilità all’omologazione dei popoli."  
Umberto Bossi


Prefazione

Il “Partito Lavori in Corso”
Con i cambiamenti avvenuti nelle ultime stagioni, gloriose organizzazioni partitiche tradizionali sono fisiologicamente sparite, perché la loro funzione storica era terminata.
 Purtroppo, un sistema partitico adeguato ai nuovi obiettivi stenta a decollare. Per dare risposte politiche adeguate in un'economia "online", le strutture partitiche devono essere ultraefficienti, perché questa efficienza devono trasmetterla anche alle istituzioni. La burocrazia pubblica deve essere al servizio di cittadini ed imprese per aiutare a vivere e produrre meglio.
Oggi servono partiti ed istituzioni che rispondano agli elettori sul piano della produttività politica.
I vecchi partiti aggregavano su basi valoriali comuni. Un partito moderno deve aggregare, esclusivamente, sui programmi. Insomma, lo strumento partito serve per creare precisi programmi politici, farli approvare dagli aderenti, realizzarli se vince l'elezioni.
L'aggregazione sui valori deve avvenire non più in ambito partitico ma nella società civile attraverso naturali processi d'aggregazione in associazioni, sindacati, gruppi religiosi e ideologici, imprese. Saranno gli aderenti a queste diverse forme d'aggregazione che modelleranno i programmi partitici attraverso il loro voto diretto. Partiti che non seguissero le indicazioni dei loro sostenitori sparirebbero rapidamente oppure non governerebbero mai. Per avere sistemi istituzionali efficienti è necessario entrare in questo ordine d'idee.
Oggi, chi vuol dar voce a determinati valori crei subito uno specifico partito,una specifica lista civica,un progetto politico insomma,poi domani sarà sufficiente aggregarsi, concorrere alla costruzione dei programmi politici ed esprimere propri candidati alle competizioni elettorali.
Bisogna sempre ricordare che i cittadini partecipano alla politica solo se verificano di poter migliorare la società sentendosi coinvolti nelle scelte.
LINCO fonda le sue radici sulla dignità della persona umana, sui principi di sussidiarietà, solidarietà, laicità della politica,pluralismo democratico. Pensiamo che ogni azione politica debba portare sempre concreti, nuovi, positivi miglioramenti nella vita dei cittadini. Un approccio politico diverso non è accettabile, ne socialmente, ne moralmente.
Nostro obiettivo principale è sviluppare ed elaborare idee nuove da proporre alla politica. Servono idee sempre nuove per migliorare concretamente la qualità della vita d'un quartiere, d'una provincia, d'un popolo. Le nuove idee servono perché le risorse economiche sono ogni giorno sempre piu' limitate. Ci vogliono idee innovative perché, se esistono ancora problemi sociali, significa che le  strategie attuate ad oggi non sono state sufficientemente efficaci nel risolverli.
Rifiutiamo aprioristiche ed inutili contrapposizioni partitiche. Per aiutare le persone a risolvere i problemi bisogna andare sul concreto. Noi seguiamo la disciplina delle idee non quella del partito. Un'idea è buona in se stessa, se la sua realizzazione migliora la vita della gente. Ad un'idea si puo' solo controbattere con un'altra idea,migliore.
Giorgio Bargna (testo personale)

Il progetto

INIZIATIVA POPOLARE  nasce nei primi anni del nuovo secolo ed è proiettata verso il futuro. La sua sfida è quella di dare vita a una nuova organizzazione della politica in Italia, a una nuova visione culturale e civile della democrazia e della libertà, a programmi e obiettivi capaci di aggregare vasti settori della società italiana dopo una lunga crisi della partecipazione politica.
L’aspirazione da parte dei cittadini,oggi, e' di partecipare allo sviluppo e all'evoluzione delle loro democrazie. Una partecipazione che  non può risolversi nel momento elettorale.
Le formazioni partitiche hanno rappresentato, soprattutto alla ripresa della vita democratica dopo l'esperienza fascista, un tentativo di far fronte a questa esigenza,ma le loro buone intenzioni si sono progressivamente logorate e proprio sul versante della partecipazione si e' avuto un tonfo clamoroso, anche e soprattutto a causa di forti spinte burocratiche ed oligarchiche.
INIZIATIVA POPOLARE  vuole rappresentare una nuova un'opportunità  in grado di  offrirsi  come luogo di partecipazione, di proposta,  di elaborazione, di confronto democratico, un po’ movimento e un po' partito organizzato. Un partito aperto che raccolga gli elementi del suo programma dalle esigenze che emergono dal vivo della lotta politica e sociale proponendosi come interlocutore attento e sensibile della domanda di rappresentanza, impegnato a ridare un'anima alla politica. Un partito basato sulla ricchezza e l'autenticità della dimensione locale, ma in grado di proporre una sintesi nazionale.
Le crisi degli attori e dell'assetto politico tradizionale devono spingerci ad un'iniziativa forte,prorompente,nella quale il valore di idee, principi e culture che fanno della libertà e della democrazia la propria insegna,diventino sinergia da cui nasca un nuovo sistema politico-istituzionale.Ispirandosi ai principi ed ai valori richiamati nella Carta dei diritti fondamentali dell’ Unione Europea ( dignità umana, libertà, uguaglianza, solidarietà, cittadinanza, giustizia),INIZIATIVA POPOLARE  aspira a raccogliere e a concretizzare al meglio le tradizioni e le sensibilità democratiche e riformatrici che hanno esaltato e appagato la storia politica europea. Il popolarismo con la centralità che esso conferisce ai valori della persona, della famiglia e delle comunità originarie; la concezione liberal-democratica, che scommette sull'autonomia e sul protagonismo del soggetto; nonché la sensibilità sociale e democratica, che si fa carico dell'effettività e dell'universalità dei diritti di cittadinanza,saranno le radici da cui fiorira' il nostro progetto.

 
I  VALORE AGGIUNTO DI INIZIATIVA POPOLARE:
La centralita' del Cittadino nella Gestione della Cosa Pubblica e nella Politica

La concezione della democrazia si basa,a nostro vedere,sulla semplificazione del rapporto tra Cittadino e Amministrazione attraverso il superamento di quelle azioni di bizantinismo burocratico che hanno manomesso la vita produttiva e l’iniziativa sociale, e la stessa efficacia dell’azione di governo. La base dialettica di una Democrazia moderna deve essere sorretta da uno scambio reciproco di decisioni e progettualita' tra istituzioni,forme politiche snelle,singoli cittadini e società civile, organizzatisi in comunità e associazioni che possano acquistare,pretendere,ricevere sempre maggiori responsabilità nella gestione della cosa pubblica. Ad ora il nostro sistema ha seguito un solo,inconcludente e degenerante,percorso:quello che seguiva la linea retta di mediazione partiti-Stato-sindacati.Oggi il bisogno di rinnovamento e la necessita' di risorgere richiedono anche altre configurazioni: il percorso individui-comunità-Istituzioni.
Secondo INIZIATIVA POPOLARE due ,almeno,devono essere i principi cardine:il consenso (il quale distingua che il vero sovrano della cosa pubblica è il popolo) e la responsabilità (che renda  trasparenti i programmi proposti al Paese da ciascun soggetto politico, impedendo che un sistema nebuloso,oligarchico e consociativo confonda meriti e demeriti);questi principi saranno la base per il controllo di ogni potere.
Secondo INIZIATIVA POPOLARE i diritti dell’uomo sono antecedenti e superiori rispetto a quelli dello Stato. Facciamo nostre le parole di Alcide De Gasperi:“Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”. 
INIZIATIVA POPOLARE non dovra' essere un partito basato sulle parole sterili, ma il partito della gente e non il partito-apparato,nascere strumento di riforma politica, raccogliere il movimento alla protesta contro la partitocrazia e costruire un nuovo simbolo di trasparenza tra elettore ed eletto,imporre il fare sbugiardando il teatrino oligarchico. Dovrà essere pronto ad aprirsi verso le correnti della realtà sociale,rappresentando cosi' la società civile. Necessaria sara' la sua lontananza da concezioni populiste che immaginano giustizie sorrette da un uso demagogico della piazza. Dovra' difendere sempre l’autonomia e la pluralità della società civile contro ogni "moralita' presunta" di qualsiasi soggetto,istituzionale,politico,mediatico. Politica quale principio valorizzante il cittadino, e politica come indispensabile manifestazione della vita umana dovranno essere per INIZIATIVA POPOLARE valori imprescindibili.

L' UOMO,OVVERO,IL LEGISLATORE
Necessaria e' certo la forma di rispetto che le istituzioni devono al cittadino (contribuente ed elettore) ma,altrettanto necessariamente,deve registrarsi da parte del cittadino il riconoscimento del dovere civico (attore comprimario),affiancato al diritto "naturale" che ad esso spetta. Stara' a noi,che intendiamo la politica come onore e non come onere,trovare le soluzioni istituzionali che avvicinino il cittadino alla cosa pubblica,non pensando di assolvere un obbligo ma sentendosi partecipe ad essa. Le assemblee di quartiere,i comitati di proposte,le lettere con le quali le istituzioni richiedono parere ed altri simili sono solo una parte di cio' che puo' rendere partecipe il "Principe Cittadino";la possibilita' di visibilita' maggiore a piccole liste locali e mandati piu' brevi,associati a rieleggibilita' limitate (oppure ad alternanza di legislazione),possono avvicinare il cittadino alla vita politica, non solo a quella civica (la civica sarebbe gia' un grosso risultato comunque).Una presenza in massa di cittadini non "politicamente professionisti" alle decisioni,oltre a far maturare la coscienza e l'intelletto di un popolo,non puo' che legare le mani a chi della politica ne fa un lavoro ed un affare economico. La piramide che sale dal cittadino alla piccola comunita',da questa ad un distretto un po' meno locale,dal distretto alla nazione e' la giusta direttrice che porta alla maturita' ed all'impegno,ma il "sistema" va smantellato fino all'ultima "carcassa oligarchica" perche' la non attuazione,ancora una volta,della volonta' popolare (da parte di chi l'ha promessa) significherebbe la vittoria finale dell' "homo politicus".Il cittadino comune deve governare,con il proprio giudizio,l'andamento della nazione; la sua partecipazione civica alle scelte federali e nazionali creera' di lui un uomo pronto alla vita legislativa,con risultato finale il debellamento della gerarchia politica. Rasentero' certo l'utopia,ed il sogno ad occhi aperti,ma spero presto di poter dire (con avvallo legislativo) su una legge finanziaria o un futuro intervento militare,prima da cittadino poi,magari,da "Homo Legislativens" (scusate le possibili inesattezze in latino).                                             
Giorgio Bargna (testo personale)


II VALORE AGGIUNTO DI INIZIATIVA POPOLARE:
Proposizione e Significato delle Autonomie Locali

A suo tempo,alla redazione della Costituzione Italiana,partecipò anche un folto gruppo di Autonomisti e Federalisti i quali fecero introdurre in Costituzione alcuni Principi Autonomisti, purtroppo inapplicati se non in minima parte e solo in talune aree geografiche di confine.
Nell'articolo 5 della Prima Parte della Costituzione, dove si indicano i Principi Fondamentali della Repubblica che "riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento".
Questo Valore è stato totalmente disatteso,sebbene gli autonomisti che fecero introdurre questo testo resistettero strenuamente al fascismo e parteciparono attivamente alla lotta partigiana,forse gia' allora qualcuno capi' che tali principi avrebbero reso difficile la nascita di un sistema partitico-economico (oligarchia).
INIZIATIVA POPOLARE non inventa niente di nuovo: ci poniamo nel solco delle idee federaliste di Cattaneo una riforma in senso Federale dà fastidio alla Partitocrazia perchè tende al rafforzamento delle Autonomie Locali, quali unici baluardi a difesa della Democrazia e della Libertà contro l'ingiusto stra-potere dei Partiti Oligarchici.
Un'alluvione di tavanate che è uscita dalla fantasia e dal vigoroso istinto di sopravvivenza dei nostri politicanti: Federalismo trasversale, obliquo, solidale... Gianfranco Miglio,ad esempio, aveva dedicato uno studio proprio ai “Federalismi falsi e degenerati” ,in questo studio il professore portava il Federalismo svizzero come solo vero esempio “vivente” di Federalismo compiuto e operante.
La vera differenza fra Federalismo e libertà veri e l’accozzaglia di cialtronate che da noi viene contrabbandata come democrazia parlamentare sta proprio qui: nell’esercizio diretto del diritto di organizzare e gestire la propria vita comunitaria. C’è un abisso fra la grande civiltà delle assemblee popolari di cittadini che si radunano magari in piazza e attorno ai più rassicuranti simboli identitari, dove ognuno decide direttamente secondo coscienza dei problemi che lo toccano, che riguardano le sue libertà, la sua cultura e i suoi beni e le riunioni di parlamentari riccamente retribuiti e scelti da non più di una quindicina di segretari di partiti. Ci passa un oceano fra i referendum propositivi e abrogativi delle comunità svizzere e quelli un po’ farseschi fatti di quorum, digiuni, rimborsi elettorali e di ministeri soppressi che cambiano nome e restano lì, alla faccia dei cittadini.Il Federalismo svizzero nasce da un’antica e radicata tradizione di libertà e di autonomia che è comune a larga parte d’Europa,e' da lì che dobbiamo trarre ispirazione e forza, è lì che dobbiamo guardare nei momenti più bui dell’oppressione centralista e degli inganni del falso Federalismo. Non aspettiamo che la piccola Svizzera venga risucchiata dall'illiberalita' che le ristagna attorno, ma lavorariamo affinche' l'Italia diventi una grande Svizzera.

PERCHE' AUTONOMI?
Per l'autogoverno del territorio locale superando lo Stato centralizzato con un moderno Stato federale che sappia rispettare tutti i popoli che lo costituiscono, indipendentemente dalla loro consistenza numerica.
Per la precedenza nell'assegnazione di lavoro,abitazioni, assistenza, contributi finanziar agli abitanti locali.
Perche' i frutti del lavoro e le tasse locali siano controllati e gestiti sul luogo.
Per un sistema pensionistico locale che garantisca l'intoccabilita' della pensione dei lavoratori.
Perche' l'amministrazione pubblica e la scuola tornino ad essere gestite localmente e non snaturalizzate (esattamente come succede in Svizzera).
Per la salvaguardia della cultura, storia, della lingua, dei valori locali.
Per la costruzione di un'Europa fondata sull'autonomia,il federalismo, il rispetto e la solidarieta' diretta fra tutti i popoli del continente.
                       

          

III VALORE AGGIUNTO DI INIZIATIVA POPOLARE:
Democrazia Diretta

PARTECIPARE.....DECIDERE!
L'impegno assunto dal nostro modesto pensiero di battersi per la realizzazione di un potere veramente democratico, del potere di tutti, ci ha fatto  sostenitori della democrazia diretta, di quel tipo di potere, per cui ogni cittadino partecipa direttamente alla discussione e alla decisione di tutti i problemi dello Stato. Qualcuno ci potrebbe ribattere: " Sono un po' perplesso sulla vecchia idea del " potere a tutti ". La democrazia diretta è sempre stata una illusione, a maggior ragione in una civiltà altamente tecnicizzata come la nostra, in cui la produzione è l'effetto di una organizzazione mastodontica, difficile da dominare, che riesce a funzionare soltanto se affidata a pochi esperti. Si immagini una fabbrica di 100.000 operai dove tutti siano chiamati a discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Dopo dieci giorni sarebbe chiusa ".Che la democrazia diretta in Italia sia stata finora un'illusione siamo anche noi d'accordo, anche se non ci sentiamo di affermare che lo rimarrà per sempre. Non possiamo accettare che, con questo pretesto e con il pretesto delle esigenze tecniche nella civiltà industriale, si rifiuti un discorso serio sulle esigenze reali e diffuse di una nuova strutturazione del potere, sul passaggio cioè del potere dalle mani dei pochi, che oggi lo detengono, alle mani dei molti che oggi ne sono privi. Ci rendiamo conto anche noi di vivere in una civiltà altamente tecnicizzata, anzi crediamo e speriamo che lo diventi sempre di piú, quello che noi sosteniamo è la necessità che anche le conquiste politiche e sociali progrediscano come quelle tecniche ed economiche, che venga superato nell'interesse dell'umanità il contrasto oggi esistente tra una civiltà che permette un maggior benessere, una migliore vita per tutti e le forme di governo di questa società che sono ancora le stesse di prima, quelle esistenti da molto prima del moderno progresso,arroccate e fossilizzate su vecchie forme di democrazia (e questo viene asserito nel voler pensar bene,non avanzando congetture).Noi ci siamo resi conto che ormai il comune mortale,spinto da una cultura oggi elevata e dalla ricerca di una maggiore egualianza economica e politica, si pone il problema di una maggiore partecipazione alla direzione della vita pubblica. Questo pericolo è stato per molteplici anni allontanato dalle classi dirigenti, sia capitalistiche che burocratico-staliniste, con colossali sopraffazioni e mistificazioni ideologiche, culturali e sociali, diffuse nelle masse con la strapotenza dei mezzi tecnici mass-mediali. Quando, malgrado tutto, il problema del potere si ripropone, le soluzioni in un paese come il nostro non possono essere che due:  

Prima soluzione : Il gruppetto dei pochi esperti, che dirigono la fabbrica precedentemente immaginata, si mettono d'accordo con i proprietari e si impadroniscono anche del potere formalmente politico, creando una dittatura o una repubblica presidenziale, come si ama dire, in cui la democrazia è ridotta alla funzione di vernice. Questa e' la soluzione che per anni ha permesso a lobby economiche e gruppi di potere in genere di imporre le proprie “necessità'” ai governi.                                                                                                              

Seconda soluzione: I 100.000 operai e impiegati della fabbrica immaginata conquistano effettivamente il diritto di discutere i metodi, i tempi, il processo di produzione. Per esercitare questo diritto creano e fanno vivere in tutti i reparti della fabbrica i loro comitati liberamente eletti, fino al consiglio di gestione, che insieme agli esperti dirige la fabbrica. Questa in poche parole e' la Democrazia Partecipata (Partecipativa,Diretta o come altro si voglia definire) della quale andremo ad illustrare le possibili forme in altri scritti.       Occorre a questo punto chiarire due equivoci, sui quali poggiano le riserve di molti:E' un equivoco credere che gli esperti della grande industria non abbiano possibilità di scelta tra un piano di produzione e un altro. In realtà essi preparano il piano che piú si avvicina agli interessi dei proprietari, dei cosiddetti "consigli di amministrazione". Non vediamo perché gli stessi esperti non debbano o non sappiano fare un piano che più si avvicini agli interessi dei lavoratori. Evitiamo che il nostro “Democratico Rappresentante” eviti di portare a fine gli interessi del “comune elettore” a favore dei “grandi interessi”.                                                                                                

Un altro equivoco è rappresentato dalla opinione che il controllo dei lavoratori debba o possa interferire con le scelte tecniche della produzione. Per assurdo, nel caso di una fabbrica di mobili, si teme che tutti i lavoratori debbano dire la loro nella scelta di un nuovo tipo di legname o stoffa che verranno utilizzati per creare una sedia. Ciò è impossibile e inutile. Il controllo dal basso non può servire a trasformare gli operai in ingegneri, ma deve servire a salvaguardare ad ogni operaio nel luogo del suo lavoro i diritti e i doveri di uomo libero e di cittadino.                                                                                                                                                                                                       
Nella odierna società, i monopoli hanno la possibilita' di far pagare ai consumatori, cioè a tutti, gli aumenti sui salari e sugli stipendi. Per questo il controllo dal basso deve restituire ai cittadini,i dipendenti dell'esempio, il potere di discutere non soltanto i salari, ma anche i programmi di produzione, gli investimenti, i prezzi, permettendo loro di attuare un controllo democratico anche sulle influenze economiche e politiche della loro industria sulla vita nazionale.                                                                               

A chi ci parlasse di inconcludenti riunioni in cui uno dice bianco e uno dice nero, per cui in capo a dieci giorni la fabbrica  (la nazione) si fermerebbe, risponderemo: 1. che tutti noi abbiamo esperienze di riunioni popolari costruttive e intelligenti; 2. che nell'àmbito dei loro reparti(per il cittadino esperienza donata dalla vita di ogni giorno), gli operai e i tecnici della fabbrica sono altrettanto esperti del gruppetto che fa il piano di produzione; 3. che i lavoratori (i cittadini elettori), così organizzati, conquistano anche la forza politica necessaria a convincere il gruppetto dei pochi esperti, che dirigono la fabbrica, a lavorare per i consigli di gestione dei lavoratori invece che per i consigli di amministrazione dei proprietari.
Molti ancora non credono al nostro ideale,ma il sentore che tanti altri lo siano e' sempre piu'udibile anche alle orecchie di chi finge di non sentire!
Giorgio Bargna (testo personale)


ESEMPIO SVIZZERO
In Svizzera, oltre al parlamento (democrazia indiretta), anche i cittadini possono proporre modifiche costituzionali e nuove leggi. Per questo il sistema politico svizzero è ritenuto una democrazia semidiretta. I due principali strumenti di democrazia diretta sono l'iniziativa popolare e il referendum. Entrambi sono presenti a livello federale, cantonale e comunale. L'iniziativa popolare mira ad una revisione parziale o totale della costituzione. Il referendum rappresenta una specie di «freno»: a livello federale, le leggi approvate dal parlamento possono essere sottoposte al giudizio popolare. Un'altra espressione della democrazia diretta in Svizzera sono le assemblee comunali, che in buona parte dei comuni fungono da legislativo. Vediamo come si sviluppa il meccanismo semidiretto svizzero:
Accanto al parlamento, grazie agli strumenti della democrazia diretta anche la popolazione può attivamente contribuire a modificare la Costituzione o le leggi. Ogni anno, i cittadini svizzeri ricevono diverse buste da parte della Confederazione, dei cantoni e dai comuni. In questo modo vengono invitati ad esprimersi sulle questioni politiche più disparate.A differenza di ciò che accade nelle maggior parte delle democrazie rappresentative, il popolo non viene chiamato alle urne soltanto a ritmo biennale o quadriennale, bensì molto più regolarmente. I cittadini svizzeri possono esprimersi in qualità di ultima istanza politica anche su temi specifici e settoriali. In generale, ciò avviene attraverso delle schede di voto compilate segretamente ed immesse nelle classiche urne. In alcuni cantoni e comuni, le votazioni si svolgono invece pubblicamente durante delle assemblee popolari. Pure gli oggetti delle votazioni possono essere decisi dagli stessi cittadini.
Tramite le loro firme, 100'000 cittadini possono richiedere la modifica di singoli articoli costituzionali o addirittura la revisione dell'intera carta fondamentale dello Stato. Prima dell'entrata in vigore di qualsiasi mutazione, ogni iniziativa popolare deve comunque passare attraverso un processo a più livelli. Dopo la verifica della validità delle firme e della richiesta, sia il Consiglio federale che le due camere del parlamento sono chiamate a dibattere sul testo. Il legislativo propone poi ai cittadini di accettare o rifiutare l'iniziativa. In alcuni casi, il parlamento può elaborare un controprogetto che, pure sottomesso al voto popolare, rappresenta un'alternativa alle proposte originali dell'iniziativa.
 Quale secondo strumento di democrazia diretta, i cittadini dispongono del diritto di referendum, che permette loro di prender parte attivamente ai processi legislativi. La Costituzione federale garantisce al popolo svizzero il diritto di esprimersi a posteriori sulle decisioni del parlamento. In alcuni casi (referendum obbligatorio), le risoluzioni delle camere devono essere poste automaticamente in votazione. In altre occasioni (referendum facoltativo), con la loro firma 50'000 cittadini possono richiedere che una decisione già avallata dal parlamento venga sottoposta al popolo. Il diritto di referendum viene considerato una caratteristica del sistema di diritto pubblico svizzero. L'esistenza di questo strumento di democrazia diretta implica la costante minaccia di bocciatura popolare di una decisione parlamentare. Quale conseguenza, in occasione dei dibattiti in parlamento, le opinioni dei vari gruppi d'interesse capaci di condurre in porto un referendum devono sempre essere sufficientemente considerate. Il sistema politico svizzero viene così definito una democrazia referendaria.

PICCOLO ESEMPIO NAZIONALE
A dimostrazione che anche in Italia,nei limiti imposti dalla legge,qualcosa si muove,allego parte di quello che era il mio personale progetto partecipativo in caso di vittoria di Lavori in Corso alle recenti elezioni amministrative canturine. Esso non trova certamente il suo valore nel fatto che esprima le mie proposte,ma nel concreto riscontro di essere basato sulle esperienze pluriennali di alcuni comuni italiani quali: Ivrea,Pieve Emanuele,Grottamare.Esso e' la dimostrazione che il popolo puo',se vuole,essere partecipe alle decisioni istituzionali.

Affrontiamo la riflessione e la costruzione di un modello di partecipazione che possa
dare permanenza al ruolo della democrazia diretta nella vita politica ed amministrativa locale.
La scelta è quella di perseguire la partecipazione come elemento fondante di una ricerca di rifondazione della democrazia reale.
Potremmo a questo pro evidenziare quattro  nodi profondi della questione, espressi nella forma dell'esigenza di quattro superamenti, quattro “oltre”: “oltre la deliberazione democratica”; “oltre la tolleranza”; “oltre la sostenibilità”, “oltre l'efficienza”.
Soprattutto, io trasformerei questi “oltre” in un'assoluta necessità di critica evolutiva: dove il termine “critica” vuole indicare un'indagine sistematica, ed il termine “evolutiva” rinvia all'esigenza di andare alla ricerca continua dello sviluppo e del costante miglioramento.
Schematicamente, la critica della deliberazione democratica ci conduce al concetto di democrazia come processo che deve costantemente, permanentemente rinnovarsi e crescere, che non può essere una formula algebrica  riducendosi ad un insieme di meccanismi di deliberazione o partecipazione, non sarebbe più (in formula piena) democrazia.
 Il concetto di sostenibilità dovrebbe essere ricondotto al suo fondamentodi responsabilità: responsabilità nei confronti delle generazioni presenti e future. “Farsi carico” in senso radicale della responsabilità che deriva dalle proprie decisioni.
Si tratta di un concetto di sostenibilità che non si lascia addomesticare in una visione dolcificata di un generico “sviluppo sostenibile” o della sostenibilità che troviamo citata a decorare norme,progetti, iniziative di tutt'altro segno. Un concetto di sostenibilità che non permette di rimuovere la dimensione del conflitto.
La funzionalità acquisita nel tempo dalle amministrazioni, che, seppure non può essere accantonata nei processi decisionali che coinvolgono le stesse amministrazioni pubbliche, deve essere subordinato alla dimensione dell'efficacia.L’efficacia ha a che fare con i fini e non con i risultati: in questo senso la necessità di“efficacia” dei processi partecipativi è elemento determinante
.Il cammino che si intraprende per questa via è un cammino pericoloso, che ci espone costantemente al rischio di un uso distorto della partecipazione, anche al di là delle buone intenzioni che magari animano chi la promuove.
La partecipazione può ridursi facilmente a strumento di ricerca di consenso e di riduzione o rimozione del conflitto, in totale contraddizione con i fini di questa ricerca di democrazia reale; una ricerca costante che richiede di costruire la partecipazione come trasformazione, sia dei partecipanti che delle istituzioni e dei tecnici.
In questa dimensione, la pratica della partecipazione non può mai lasciarci soddisfatti, non permette di celebrarne con leggerezza i successi, pena il rischio di farne un “monumento”, quasi un atto autodiscolpa quotidiano che non richiede il minimo sacrificio”. Solo una costante tensione alla crescita ed il rinnovamento dei processi ci allontanano dal rischio di fossilizzazione del progetto partecipativo.
Nel mio girovagare attraverso le esperienze partecipative di vari comuni italiani mi accorgo che le pratiche partecipative non sempre riescono ad essere abbastanza inclusive (nei confronti della maggioranza degli abitanti e, in particolare, dei soggetti piu’ deboli) e solitamente riescono solo marginalmente a scalfire la nostra responsabilità collettiva nei confronti del modello di sviluppo,pensare che solo questa costante trazione fa dei processi partecipativi un fattore positivo di trasformazione.
Un altro rischio, complementare, deriva dall'”istituzionalizzazione” e dalla “strutturazione” dei processi di partecipazione e dall'introduzione in questi processi di meccanismi di deliberazione: il rischio di una malintesa e distorta rappresentanza. Non possiamo aggirare la constatazione che a tutti questi processi partecipa una minoranza dei soggetti che avrebbero titolo di esprimersi e che
questa minoranza è in qualche modo selezionata anche dalle caratteristiche dei processi che proponiamo, venendo a costituire, nei fatti, una élite. L'introduzione di meccanismi di conteggio di maggioranze, di deliberazione, credo debba essere sempre affrontata con estrema cautela, privilegiando processi che mantengano nella misura più ampia possibile la ricchezza degli esiti.
In conclusione, credo che la misura della qualità della partecipazione ruoti attorno a due chiavi fondamentali: l'efficacia e la permanenza.
L'efficacia ci costringe a recuperare una misurabilità del rapporto tra il nostro impegno ed i fini, che non si sovrappongono con gli obiettivi proposti ad ogni singolo processo: è fondamentale che la partecipazione, non solo sia efficace, ma sia anche correttamente percepita come efficace.
 I fini non possono che essere quelli di “fare società” e di porre la questione di affrontare, insieme a chi partecipa, la dimensione della sostenibilità e, quindi, della responsabilità.Nella nostra “visione” della vita,spesso purtroppo, è congenita un’estensione minima di responsabilità che ci accompagna nostro malgrado in una “zona grigia” nei confronti del modello di sviluppo.La sostenibilità di cui parliamo significa “ farsi coinvolgere da una felicità o da una disgrazia rappresentata solamente per le generazioni future” o meglio ancora da una felicità o da una disgrazia rappresentate solamente per un'umanità a noi lontana. Porsi in questa dimensione di responsabilità vuol dire porre in questione il modello di sviluppo,ed in situazioni di ricchezza economica e di comodita’ acquisite questo percorso trova forte atrito.
Per permanenza va intesa l'esigenza che i processi di partecipazione “producano” democrazia.
In incontri sul tema della partecipazione,di cui ho letto, le esperienze
proposte ricadono quasi sempre in due classi: spesso vi sono comitati, movimenti che chiedono ascolto e partecipazione ad istituzioni che non rispondono, oppure vi sono istituzioni che propongono occasioni di partecipazione dall’alto... credo che la ricerca dell'incontro tra queste due spinte sia il nodo decisivo.
La partecipazione deve perseguire la continuità e la permanenza, diventando un elemento costituente della società e della politica, facendo in modo che la società continui a richiedere partecipazione e sia in grado di produrre una propria rappresentanza che mantenga questa priorità anche nella vita delle istituzioni riuscendo ad innescare il circolo virtuoso dell'azione colleggiale.

Organizzazione dei processi partecipativi
Specifichiamo la seguente definizione del contesto e della strategia in merito alla democrazia partecipativa.
• La promozione delle forme di democrazia partecipativa costituisce una priorità fondamentale per ricostruire un rapporto tra istituzioni e società, per ricostituire uno spazio pubblico di decisione sui destini del nostro territorio, costruendo così una nuova cittadinanza.
•  La “partecipazione” deve essere intesa come processo di arricchimento e di crescita reciproca, che deve quindi ricercare costantemente nuove vie di inclusione e di allargamento, dando voce a tutti gli abitanti, evitando con attenzione il rischio di volersi delineare come forma malintesa di rappresentanza. In questo contesto si potrebbe definire un modello di sviluppo del processi di democrazia partecipativa che veda il superamento del modello delle commissioni consultive proiettandoci verso un modello più aperto, ispirato ad meccanismo simile a quello dei forum.

Criteri di riferimento
Ad integrazione della “definizione del contesto e della strategia” sopra riportata, si individuano i seguenti criteri, come linee guida nello sviluppo e nell'attuazione della proposta di modello:
• La partecipazione rappresenta un modello di coinvolgimento, codecisione nelle scelte che il legislatore toglie alla partecipazione stessa,obbligo di esecuzione da parte dell’istituzione pubblica delle scelte partecipative ammesse , crescita della cittadinanza consapevole ed arricchimento. Non deve essere confusa con meccanismi di consultazione, informazione, mediazione di rappresentanza, risonanza di decisioni già assunte.
• Il ruolo della partecipazione deve essere progressivamente esteso e deve riguardare tendenzialmente ogni settore di attività, evitando il rischio di limitarsi a singole aree di
intervento.
• I meccanismi di partecipazione devono essere improntati al perseguimento dell'obiettivo della permanenza e della crescita qualitativa e quantitativa del livello di partecipazione.
• Gli elementi fondamentali da perseguire sono quelli della continuità della partecipazione, dell'organizzazione dei processi, del riconoscimento degli obiettivi e delle azioni,
dell'uguaglianza degli abitanti.
• Elemento determinante per il successo della partecipazione è la capacità di ottenere ed essere in grado di verificare l'efficienza e  l'efficacia dei processi.
 • L'organizzazione dei processi partecipativi non può che essere in certa misura sperimentale e quindi prevedere la possibilità di una revisione ed aggiornamento dell'organizzazione sulla base
dell'esperienza nei processi stessi.


Modello di organizzazione
Si individua un modello articolato in luoghi, momenti e soggetti della partecipazione come segue:
1. Il Cantiere permanente della partecipazione
Il Cantiere permanente è, appunto, il luogo deputato alla permanenza, continuità, organizzazione e visibilità dei processi di partecipazione: si articola in:
• la bacheca della partecipazione: luogo fisico (bacheca/bacheche sul territorio nonche' informazione gestita tramite invii postali) e virtuale (sito web collegato al progetto in  spazio permanente sull'informatore comunale) dove siano costantemente visibili lo stato, i risultati e la programmazione dei processi di partecipazione in corso o completati, nonché il quadro generale di riferimento.
• l'ufficio partecipazione responsabile dell'organizzazione(comprensivo di sportello/i della partecipazione sito/i in sede/i comunale/i), gestione e comunicazione dei processi e dei loro risultati.
• il forum permanente della partecipazione, anch'esso fisico e virtuale: fisico, basato su momenti di lavoro “aperti” dell'ufficio partecipazione (assemblee di quartiere,tavoli di partecipazione,contributo delle associazioni,PGT Partecipato,box delle idee ecc.), con cadenza nota e fitta, cui sono invitati a prendere parte tutti coloro che vogliano proporre, informarsi, verificare o contribuire ai processi di partecipazione; virtuale, basato sulla piattaforma costituenda tramite il progetto webgià citato.
 2. Il Forum civico
Evento di partecipazione con frequenza relativamente bassa (di norma due volte l'anno) e durata definita (indicativamente una – massimo due settimane), con un'elevata visibilità pubblica, articolato in una serie di momenti di partecipazione sui temi generali della vita, della società e del territorio.
3. La Consulta delle associazioni
Luogo di incontro delle associazioni: essa viene attivata dall'amministrazione comunale, ma è largamente autonoma nella propria attività. Si riunisce in sessione plenaria e coinvolge i soggetti.
4 Finanziamento da parte del Ministero dell'innovazione scientifica,dell’Unione Europea o da parte di “borse di studio” elargite da fondazioni o concorsi sul tema partecipativo.
Altri compiti o obiettivi di interrogazione ed interazione con l'amministrazione sono auspicati, ma lasciati alla piena autodeterminazione di ciascuno,associazione o privato,consulta tematica, secondo le esigenze, le volontà e le potenzialità dei partecipanti.
L'amministrazione si estromette dal determinare i lavori, salvo che per la attivazione, ma è a disposizione di chiunque “partecipi”.

 I Progetti del fare comune
Progetti partecipati – o meglio di collaborazione -con obiettivi specifici, definiti nel tempo e nel risultato, attivati dall'amministrazione o dagli esiti del forum civico o della consulta, nei quali diversi soggetti (abitanti, associazioni, soggetti economici, amministrazione) mettano in campo energie per il conseguimento del risultato. I progetti devono avere la caratteristica di amministrare direttamente risorse assegnate e di poter agire direttamente nel perseguimento di risultati visibili e misurabili, nei tempi e nell'entità.
 I Progetti di visione condivisa
Progetti di partecipazione per la definizione di visioni e piani d'azione condivisi,  a titolo meramente esemplificativo alcuni progetti attivabili: progetti ad “uso e gestione” per i giovani, progetti attivati da un PGT partecipato, progetti di qualità del vivere civile con associazioni, forme sperimentali di accesso da parte del cittadino alle attivita’ istituzionali (es.:consiglio comunale aperto).


Al termine di questo mio ragionamento,che spero possa trovare estimatori,io vedo la necessita' di un fine prioritario che vada al di la' della qualita',del margine di miglioramento, del coinvolgimento,della continuita' e della quantita' di un progetto partecipativo;questo fine deve essere la maturazione del cittadino,portandolo a capire l'importanza (per lui,non per l'istituzione) di tale progetto cercando di coinvongerlo con tutti i mezzi a disposizione ma rendendolo anche consapevole che se non "partecipa" non e' cittadino degno di nota.

…(qui trasmisi un mio progetto comunale che qui ometto per non tediarvi troppo)…


E' ovvio,per chi crede nella Democrazia Diretta,che non ci si possa fermare a questo. Sara' compito di INIZIATIVA POPOLARE e dei suoi iscritti formulare e proporre nuove forme di compartecipazione popolare alle scelte nazionali,regionali,provinciali e comunali,nel mio piccolo sto cercando di formulare una linea retta che colleghi le scelte nazionali semidirettamente alle Assemblee Popolari Comunali o di Quartiere




IV  VALORE AGGIUNTO DI INIZIATIVA POPOLARE:
Il Federalismo,quale risultato naturale delle Autonomie Locali

Dicono tu sia un cittadino, FALSO : per loro sei un contribuente da spolpare.
Il tuo voto vale solo nello spoglio delle elezioni, ti promettono da decenni sempre le stesse favole, fumose ed imprecise, ogni quattro anni, perche' non le realizzano mai.
Il rappresentante che ti fanno eleggere arriva sempre da chissa' dove, i candidati sono scelti per motivi misteriosi nelle segreterie dei partiti.
Sempre più spesso sono i figli di quello che votava tuo padre, voi lavorate tutta la vita, loro vivono di rendita senza preoccupazioni.
I soldi pubblici corrono, ma tu non vedi mai niente : per quello che ti serve non ce ne sono mai.
Se hai bisogno di qualcosa hai da chiedere la carita' ai tuoi cosiddetti rappresentanti, che dicono di essere al tuo servizio.
Se siete disoccupati vi dovete arrangiare, loro hanno stipendi pubblici sicuri, per sempre e senza rischi,per voi al massimo vi fanno un paio di tavole rotonde, grandi sparate sui giornali, cortei pieni di striscioni e dopo non succede niente,...tutta una sceneggiata inutile per tenervi tranquilli.
Anche se hai un lavoro vieni estromesso dalla vita istituzionale della tua città, nessuno ti chiede di partecipare alle scelte, di dire la tua sui programmi,se vuoi collaborare nelle decisioni di un partito ti fanno passare la voglia. Se insisti a voler fare qualcosa devi farlo attraverso una organizzazione di volontariato, magari pagando di tasca tua.
Tu non contima le enormi risorse finanziarie dello stato vengono spese, le decisioni vengono prese, delle cose vengono fatte, in un modo che non capisci ma che senti spesso essere ingiusto e sbagliato.
Tutto ti fa pensare di essere solo un suddito, invece che un membro del popolo,quello che ha il potere di dirigere lo Stato.
Milioni di Italiani si sentono come te, anche se non hanno inquadrato con chiarezza il problema, anzi se non gli hanno permesso di farlo.
Perchè non conviene agli altri Italiani
Chi sono gli altri Italiani / Il top
In alto sta una classe di politici di professione che passa la vita tra vergognosi privilegi nelle aule del Parlamento e del Senato : hanno occupato mantenendone fasti e splendori gli spazi una volta riservati al Re ed alla nobilta', e stanno trasformandosi in dinastie ereditarie: i La Malfa, Craxi, Fassino, D' Alema vengono, per esempio, da famiglie dove da decenni si vive di denaro pubblico : hanno la capacità di governare nel DNA?
Chi sono gli altri Italiani / La base
Sono i milioni di persone ai quali viene garantito un impiego pubblico spesso ben pagato ma sempre sicuro e tranquillo per dare ai signori del top il controllo della economia nazionale, della spesa pubblica e dei voti che permettono la rielezione degli stessi gentiluomni per l'eternità. Sono l'esercito sterminato della Amministrazione Pubblica, dai Ministeri fino alle Amministrazioni Regionali, Provinciali e Comunali. Sono Amministratori e dipendenti delle enormi Aziende statali e parastatali come Alitalia, Ferrovie, ANAS e l'elenco interminabile che se ne può fare.
Sono Amministratori e dipendenti di ASL, Aziende di nettezza urbana e via dicendo.Tutti costoro lavorano con la brillante efficienza che tutti sappiamo e sono mantenuti dai cittadini che pagano le tasse, i quali se non vanno a baciare le mani del politico locale non hanno nessuna speranza di vedere il proprio figlio trovare lavoro in queste isole di privilegio.
Gli altri Italiani si oppongono al Federalismo, certo che si oppongono, mica sono scemi,ci hanno messo decine di anni a creare il paradiso, dove gli ingenui lavorano e loro fanno la vita comoda e adesso...se lo fanno demolire ? Non se ne parla nemmeno...fai un favore a te stesso ed all' Italia, diventa Federalista 
(Dal sito del movimento politico pavese DEMOCRAZIA FEDERALE)
     
A partire dagli anni ottanta, il federalismo ha tenuto banco nelle discussioni culturali: talvolta le ha persino monopolizzate. Il federalismo, patto tra popoli coniungante decisione e libertà, è un modello autentico di democrazia decentrata, poiché riconosce a pieno titolo le autonomie locali, ma anche di democrazia diretta poichè non può prescindere dalla partecipazione dei cittadini,veri detentori della sovranità. L'odierno Stato-nazione è divenuto troppo grande per affrontare i piccoli problemi e, al tempo stesso, troppo piccolo per affrontarne di grandi. Per intenderci: non spetta al Governo centrale decidere i programmi scolastici di cultura locale di Varese, Bologna o Catania e nemmeno allo Stato italiano decidere, da solo, se intervenire "preventivamente" in una guerra lontana. Tanto premesso, i popoli che rivendicano un riconoscimento giuridico e politico, sono ad un bivio,quello che ci indirizza al Federalismo.
In passato il federalismo fu visto come un metodo per unificare popoli diversi sotto un unico stato. Basti pensare ai modelli federali di Stati Uniti e Confederazione Elvetica, dove popoli diversi per lingua, religione e cultura fanno  parte di un unico stato. A lungo andare la tendenza alla centralizzazione e alla burocratizzazione dello stato-nazione, determina però una situazione dove la democrazia partecipativa è impossibile e la democrazia rappresentativa degenera rapidamente in una specie di oligarchia, dove le decisioni vere non vengono più prese dal popolo, ma da interessi particolari predominanti (lobby) che manipolano il risultato delle votazioni a loro piacere. I cittadini vengono de-responsabilizzati - perché esautorati dal loro ruolo decisionale - perdono interesse per la partecipazione politica e cresce l'astensionismo.
Risolviamo questi problemi e superiamo il concetto di federalismo tradizionale,orientato verso l'unità e il disconoscimento delle pluralità,tramite un neo-federalismo teso alla salvaguardia e alla rivalutazione delle pluralità a partire dalla dissoluzione dello stato-nazione ed alla sua riformulazione tramite gli importanti concetti di sussidiarietà e diritto di Autonomia Decisionale su basi il piu' possibilmente Locali.
Cosa vuol dire sussidiarietà? Significa che la centralizzazione dei compiti dovrebbe aver luogo solo quando e dove essi non possano essere gestiti con la stessa efficienza ad un livello più basso.
Sussidiarietà vuol anche dire che il voto popolare è superiore a qualsiasi legge dello stato, ovvero è il primato della società civile sullo stato.
Sussidiarietà è anche una rivoluzione morale che coniuga la solidarietà,ma che non vuol dire né collettivismo né assistenzialismo all'italiana, ma il rispetto e il ripristino della responsabilità dei singoli e delle comunità nelle funzioni sociali; con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo”.
                 
L’EUROPA DELLE CITTÀ
Declineranno, una dopo l’altra, tutte le grandi strutture istituzionali che hanno caratterizzato, nel corso dei secoli, il nostro paesaggio politico. Ad esempio il Parlamento su base nazionale, non solo strutturalmente incapace di produrre decisioni, ma ormai continuamente scavalcato, sulle questioni politicamente ed economicamente più importanti da organismi che agiscono al di fuori della struttura parlamentare. Con parlamenti e le loro mischie interne verrà meno la classe dei parlamentari, queste figure ottocentesche, un po’ noiose e arroganti, che abbiamo sempre immaginato, obbedendo a una certa oleografia, come i protagonisti assoluti e necessari di ogni politica. I grandi partiti di massa, dal canto loro, sono già un ricordo, sostituiti oramai da aggregazioni di interessi nelle quali non conta più l’ideologia, ma il carisma dei capi e l’uso scientifico della propaganda. Cambiando i partiti, cambia anche il meccanismo della rappresentanza. Così come è destinato mutare il significato sin qui attribuito alla Costituzione. La politica ha oggi assunto una dimensione pienamente mondana e secolare: come può dunque concepirsi un atto politico, come appunto la Costituzione, avvolto da un’aura quasi sacrale e religiosa, giudicato intoccabile, un sistema chiuso di norme che una volta posto è destinato a vincolare la vita di tutte le generazioni a venire? In realtà, ogni generazione dovrebbe poter scrivere la propria Costituzione, fissare autonomamente le regole della convivenza politica secondo le proprie esigenze e necessità. Io sostengo il Federalismo come soluzione e via d’uscita al declino irreversibile dello Stato nazionale. Ma se debbo dire qual è il mio vero modello politico di riferimento, il novum che mi piacerebbe vedere realizzato, si tratta di un modello che definisco “anseatico”, che ricalca quello delle città commerciali libere che l’Europa ha conosciuto prima che ovunque nel continente si imponesse la struttura statuale moderna, con i suoi eserciti e la sua burocrazia. Infatti la più genuina tradizione federalista è stata quella dei secoli XII-XVII, delle città mercantili libere, sopraffatte dall’avvento violento dello Stato moderno. Anche Otto von Gierke non è però andato al fondo della struttura contrattuale anseatica delle città commerciali libere.
In questa fase nelle città non c’erano persone di grande rilievo politico, né parlamenti, ma solo una gestione degli affari quotidiani negoziata continuamente e un Governo frammentato. In Europa oggi esistono grandi aree metropolitane coese Randstad Holland( a struttura polinucleare, con sei milioni di abitanti fra Amsterdam, Rotterdam, L’Aja e Utrecht), grandi centri urbani – Milano, Lione, Parigi, Monaco, Londra, Francoforte che sono a tutti gli effetti vere e proprie megalopoli, aree di riferimento dal punto di vista degli scambi economici, dello sviluppo demografico, dell’innovazione tecnologica e dei rapporti politici.
Vere e proprie comunità politiche sempre più quasi-indipendenti de facto, talvolta in stretta relazione (e magari in competizione) le une con le altre e sempre meno in sintonia con i rispettivi Stati nazionali, che vivono anzi come una limitazione.
L’Europa ha già conosciuto qualcosa di simile, all’epoca del Sacro Romano Impero, che era una struttura “internazionale” pluralistica che non produceva sovranità, nella quale le città godevano di una grande indipendenza, pur potendo disporre di un’autorità superiore alla quale rivolgersi per risolvere le proprie controversie. Mi è molto piaciuto, debbo dire, il richiamo del ministro tedesco Fischer alla struttura del Sacro Romano Impero come modello per l’Europa del futuro: un richiamo che non a caso non è stato invece gradito dai custodi del modello dello Stato giacobino e livellatore, Chirac in testa. La realtà è che la storia dello Stato moderno ha diffuso un’idea limitata e parziale delle innumerevoli possibilità di organizzazione della convivenza internazionale. Costituzionalisti, studiosi di Diritto pubblico e giuristi internazionalisti però non se ne rendono conto, se non confusamente, a causa della concezione ossessiva della sovranità nella quale sono cresciuti. Fra cinquant’anni una nuova combinazione di elementi politici e privatistici darà luogo a strutture di tipo neofederale quasi ovunque. 
(Gianfranco Miglio)


La nostra formula sarà semplice: tutto il potere alle Comunità Locali. La semplicità della formula è solo apparente, ci e' ben chiara la dimensione dei problemi organizzativi, la necessità di costruire uno Stato che pur essendo più aderente e sensibile alla volontà popolare sia veramente in grado di risolvere la situazione altamente compromessa di una Nazione allo sbando. Allora la formula: tutto il potere alle Comunità Locali, non deve essere e non sarà uno slogan demagogico, né un motivo di propaganda politica, ma il solo modo in cui il nuovo Stato e la nuova Società dovranno crearsi.
Nello schema della Comunità Locali, i centri comunitari - che ne sono le cellule democratiche - la cultura organizzata, le forze del lavoro, creano, insieme, le Comunità: le Comunità daranno luogo allo Stato; la politica si svolgerà nell’interno delle istituzioni. Non vi saranno altri poteri a contestare e contendere il potere dello Stato.
 Le nostre Comunità Locali visibili e vivibili come minuscoli Stati positivamente organizzati, si potranno perciò aggregare per regioni e le regioni aggregarsi, a lor volta, con una piramide a tre gradini per formare sull’ultimo lo Stato.
Il concetto non è complicato,ma nell’ordine delle Comunità lo Stato sara' severamente organizzato con rigidi criteri, ma a uno scopo solo: affinchè la società sia libera.Così lo Stato sarà un mezzo affinchè la Società si esprima liberamente. Se l’ordine dello Stato verra' costruito sul fondamento di giusti contrappesi la società potrà esprimersi.

SPERO NON ESSERE STATO ECCEZIONALMENTE PESANTE,UN SALUTO A TUTTI

Giorgio Bargna

venerdì 17 gennaio 2014

L'Italia delle Autonomie Locali

Stiliamo delle ipotesi e delle proposte tese a creare prospettive localistiche migliorative della qualità di vita, in una società decadente ed ormai esasperata.

Proviamo, utilizzando un linguaggio il più lineare e semplice possibile a tracciare una riflessione, nulla di nuovo sotto il sole, nulla di scientifico, qualcosa di dettato dal cuore, magari qualcosa di impreciso ma a mia convinzione vero.

La nostra nazione non è certo famosa al mondo per l’ampiezza delle proprie dimensioni eppure contiene in essa una serie di microcosmi naturalistici ecoculturali e di popolazione; centinaia di oasi naturali ed una moltitudine di sue minoranze etniche, culturali e linguistiche.

Quando mi è possibile visito borghi dalle origini medioevali o comunque antiche, oltre ad apprezzarne la bellezza e la morfologia noto che sono fonte attrattiva per molti stranieri, una vera macchina turistica mal gestita e mal interpretata ogni giorno a rischio di estinzione.

Non è la prima volta che lo scrivo, l’Italia non ha un vero e proprio fondamento storico, esiste in realtà solo sulla cartina geografica. La non proprio spontanea Unità d’Italia raccolse una serie variegata di territori contraddistinti da una quantità incalcolabile di lingue,dialetti e costumi sociali talmente variegati che lo stato accentratore impose una lingua per far comunicare tra loro varie popolazioni che neppure si capivano tra loro.

Chi ha gestito questa nazione attraverso tre secoli ha sempre cercato di abortire il "senso dello stato" e  di marcare i toni della privatizzazione e del business a favore di pochi intimi, ha sempre cercato di favorire l’esistenza di una classe politica elitaria composta da nobili, notabili e professionisti, ha sempre cercato di accentuare le poche negatività presenti nel localismo. La storia ha prodotto però alcuni difetti condivisi su tutto il territorio che denotano la sostanza di un popolo troppo individualista, immaturo ed irresponsabile incapace di poter gestire il bene comune, ma abile a curare il proprio interesse.

Chi ha gestito questa nazione ha ereditato ai tempi (ed è normale fosse così) una popolazione (da nord a sud, da est ad ovest) quasi interamente analfabeta in senso vero e proprio del termine riuscendo poi a far sopravvivere un analfabetismo "di ritorno" che si quantifica con una popolazione in gran parte non avvezza a leggere, studiare, analizzare, documentarsi, quindi carente di una cultura che permetta valutare le proposte politiche e demistificare le menzogne e di valutare la parzialità dei messaggi provenienti dai media informativi.

E’ maturata una situazione socio-politica molto particolare, l’opinione pubblica costituta da quella parte della popolazione ancora in grado di pensare autonomamente ormai è satura, l'esasperazione verso questo sistema politico basato sula partitocrazia clientelare e l’oligarchia ha raggiunto ormai livelli intollerabili; temo purtroppo, mio malgrado, che si deriverà inevitabilmente verso conflitti sociali non negoziabili, che si rafforzeranno l'individualismo e l'immoralità, e che aumenterà l'ingovernabilità del Paese, i cui segnali precursori sono evidenti da tempo.

Coloro che sono parte interessata nella partitocrazia parassitaria, che in questi decenni ha  occupato tutti centri nervosi del potere politico ed economico della penisola, arrecando danni incalcolabili causa la loro stoltezza e sfrontatezza, ovviamente non hanno  alcuna intenzione di rinnovarsi adeguandosi alle istanze provenienti dalla società civile, perché costerebbe loro rinunciare ai propri privilegi ed al proprio potere.

I tempi di implosione della casta sono ormai innescati, a noi l’onere morale di accelerarli e nei dettami della storia localistica abbiamo la possibilità di raccogliere elementi, condizioni e spunti che possano essere rielaborati ed adattati quali soluzioni di svolta e futuro sostenibile. 

Uno spunto di rilievo è il fenomeno storico medievale dei "comuni e delle signorie cittadine”, fenomeni in cui spiccarono esempi che si conservarono a lungo, per secoli, e non a caso, grazie alle loro forti identità comunitarie ed alle loro omogeneità territoriali. Malgrado il ferro e fuoco scagliato sui nostri territori da molte potenze europee essi resistettero a lungo nelle forme che permisero l’esistenza di spazi intrisi di libertà e di autonomia. Alcuni di questi territori rimasero in qualche modo integri ed autonomi fino alle conquiste napoleoniche ed anche fino all'Unità d'Italia. Variarono magari le dinastie regnanti, ma rimasero forti nelle loro identità storico culturali. Andrebbero riprese dunque,quale modello di riferimento politico istituzionale, la dimensione e possibilmente la storia identitaria  di questi spunti.

Anche volgendo l’occhio all’esterno dei confini troviamo esempi di buona gestione dei territori in nazioni di stampo localista; senza indugi, seppur anch’essa certamente non vergine dai peccati, la Svizzera spicca in cima. Non sto qui ad elencare i pregi amministrativi di questa Nazione (li potete trovare sui motori di ricerca senza fatica), ma è certo che il senso dello Stato sia al primo posto nei sentimenti di tutti i politici e di tutti i cittadini; tutt’altro che il senso civico nostrano privo del senso del pudore, della misura, della dignità, e di mille altri valori. Si tratta di un modello di riferimento suddiviso in Cantoni che mantengono un'ampia sovranità, delegando al governo federale solo alcune funzioni, governo per altro composto da poche persone e tenute sotto stretta osservazione dagli elettori e che applicano tra di loro la rotazione dell'incarico di Presidente.

Un modello referendario dove prevalgono le istanze della società civile, un modello da programmare ed attuare, a cui si può giungere solo attraverso una riforma netta del “modo di far politica”, per tramite soprattutto di proposte ed azioni che solo liste civiche, movimenti ed associazioni potranno essere in grado di sviluppare e concretizzare e che porterebbe alla riduzione drastica delle poltrone, dei privilegi e delle rendite da posizione.

Nell’attuale situazione praticamente nessuna provincia o regione corrisponde a quanto sussisteva storicamente e culturalmente quale identità omogenea sociopolitica, si tratta semplicemente di tratti di matita su una cartina geografica, suddivisioni politiche atte ad accontentare qualche potente politico, a favorire feudi elettorali ed interessi economici particolari e partitocratici, significati che hanno portato ad una situazione di ingovernabilità diffusa e sempre più grave, ad una grave disaffezione ed un profondo distacco tra la cittadinanza e la politica.

Viene dunque chiara la necessita di rielaborare radicalmente la politica territoriale, attraverso aggregazioni territoriali liberamente concepite dalle popolazioni stesse, che potrebbero assumere una connotazione simile a quella dei Cantoni, come in Svizzera, dotati di ampia autonomia, per sfociare appunto in una Confederazione. Una riposizione e rielaborazione in chiave moderna e con tutti gli adattamenti del caso dei fenomeni storici qui sopra elencati, non calata dall'alto e studiata a tavolino ma elaborata dalla società civile, in maniera condivisa e partecipata e con il ricorso all'istituto referendario per confermare le scelte effettuate.

La base di tutto sicuramente deve risiedere nei Municipi ed in una loro possibilità di consorziarsi, confederarsi in aree territoriali omogenee oppure in consorzi di sviluppo economico locale. A sostenere questo mio pensiero la visione dell’esistenza di diffuse espressioni autonomiste ed identitarie della società civile locale, dotate di un notevole consenso latente che sono un segnale inequivocabile di un forte desiderio di libertà, di volersi liberare dal parassitismo e dalla corruzione soffocante, pervenendo a nuove aggregazioni politiche di piccole dimensioni, meglio governabili e controllabili, dove un sano individualismo creativo, tramite l'applicazione della democrazia diretta e partecipata, può dare più facilmente il suo contributo al benessere generale, migliorando la qualità della vita dei suoi abitanti.

In questo periodo di crisi finanziaria ed economica, che è figlio dell'attuale sistema dominante, si rende indispensabile rivedere totalmente le basi strutturali su cui fondare la società (che deve essere sostenuta da chi crea vera ricchezza con le proprie idee ed il proprio lavoro, con i propri risparmi ed investimenti, e non su chi ne abusa autoritariamente, appropriandosene parassitariamente) salvo suicidarsi in forma eutanasistica.

Giorgio Bargna



martedì 14 gennaio 2014

I principi del Federalismo

Se volessimo illustrare i principi fondamentali del Federalismo per spianarci la strada credo proprio dovremmo innanzitutto relazionare l’esatto contrario del Federalismo stesso cioè la forma più intensa della concezione di Stato moderno, ossia lo Stato-nazione.
Questa concezione bestiale tende, attraverso l’azione di un potere centrale, che si definisce unico rappresentante dei cittadini, a far convergere meticolosamente, appiattendole su se stesse, l’unità politica e l’unità culturale, linguistica o etnica su un'unica posizione.

Il tempo ha donato molti significati alla Sovranità Centrale. Nel passato remoto rappresentava solamente la più alta autorità, quella depositaria dell’ultima estrema decisione, in un era più moderna rappresenta la possibilità del Sovrano di imperare.
Il Sovrano oggi finge di dimenticarsi di essere un delegato, si arroga anche tutte le decisioni dei corpi intermedi; i gruppi sociali sono solo sudditi, possibilmente da spennare.
Il nostro Sovrano, infatti, non solo  non rispetta le regole del contratto, ma si arroga anche un’obbedienza totale da parte dei sudditi.

Passa il concetto cardine che accorpa nazionalità e cittadinanza, non c’è più un membro della nazione che non sia cittadino, né cittadino che non sia membro della nazione, il popolo riconosciuto è solo quello “nazionale” e null’altro è immaginabile.
La rappresentanza unica che fa capo alla nazione politica esclude leggi particolari che si applicano ad un gruppo ben definito e limitato, esistono solo leggi ad ampio raggio da applicare uniformemente ad ogni individuo al di la di ogni specificità, la Patria non si identifica più con il popolo o con la società, ma con lo Stato.

Il Sovrano odierno annienta lingua, cultura, credenza, sesso; omologa, assimila, senza pietà: quanto differenzia, identifica viene limitato alla sfera privata.
Chi è minoranza non ha diritto di riconoscimento, sostanzialmente diventa un oppresso.

Nel Federalismo i concetti si ribaltano, i suoi fondamenti si identificano nel principio di sussidiarietà, nella ripartizione della sovranità, nella democrazia diretta, nel riconoscimento dei corpi intermedi, delle identità collettive e delle comunità.
Il federalismo è il sistema laddove il governo centrale condivide le differenti competenze costituzionali e legislative con le collettività sulle quali ha autorità, facendo in modo che tali competenze si esercitino al livello più basso possibile.
Il Federalismo implica autonomia, partecipazione, responsabilità e sussidiarietà, mutua solidarietà e reciprocità.

Nel Federalismo la società ha il primato sui membri, si costituisce tramite una serie di patti
politici e sociali conclusi successivamente, risalendo dalla base, da parte di
una infinità di associazioni autonome, naturali ed istituzionali, pubbliche e private: famiglie e dinastie, comunità civili, città e province.
Il cittadino contratta, ma non come individuo ma come membro di una comunità già esistente che non abbandona mai la totalità dei suoi diritti a beneficio di una società più vasta. La Sovranità appartiene al popolo, e non smette mai di appartenergli, il popolo può
delegarla, ma non può rinunciarvi. Il Federalismo è la dottrina che più è in grado di tradurre in fatti concreti l’idea di una sovranità strettamente associata ai principi di autonomia e di sussidiarietà; le decisioni vengano sempre prese al livello più basso possibile, da parte di coloro che ne subiscono più direttamente le conseguenze.

Non si tratta di volgare decentramento che rappresenta comunque parte di una piramide,
nel caso della sussidiarietà avviene il movimento opposto: il livello locale non delega ai gradini superiori che le responsabilità de i compiti di cui non può farsi carico esso stesso, non rinuncia che alle competenze che non può assumersi, mentre risolve con i suoi propri mezzi tutti i problemi che sono effettivamente di sua competenza, assumendosi lui stesso le conseguenze delle sue decisioni e delle sue scelte. La gente decide il più possibile da sola riguardo a ciò che la riguarda creando un sistema politico e sociale in cui i problemi possano essere risolti al livello più basso possibile grazie anche ad un’idea di una democrazia partecipativa che si oppone all’idea di una democrazia puramente parlamentare e rappresentativa.

Oggi la disaffezione sempre maggiore dell’elettorato per i partiti politici di tipo classico, la rinascita della vita associativa, la comparsa l’emergere di nuovi movimenti sociali o politici
(ecologisti, regionalisti, identitari) la cui caratteristica comune è non più la difesa di interessi contrattabili ma di valori esistenziali, lasciano intravedere la possibilità di ricreare una cittadinanza attiva a partire dalla base.

Il controllo del potere non può essere appannaggio dei soli partiti politici la cui attività si risolve troppo spesso nel clientelismo. La democrazia partecipativa non può essere oggi che una democrazia di base. Tale democrazia di base non ha lo scopo di generalizzare la discussione a tutti i livelli, ma ha piuttosto lo scopo di determinare, con il concorso del più gran numero, nuove procedure decisionali conformi sia alle sue proprie esigenze,
sia a quelle che provengono dalle aspirazioni dei cittadini.

Il principio politico della democrazia non è quello secondo cui la maggioranza decide, ma quello che vuole che il popolo sia sovrano.

Faccio dunque mia un impressione di Alain de Benoist: I fondamenti essenziali del federalismo mi sembrano essere dunque questi: una società in cui la libertà e la responsabilità, strettamente legate l’una all’altra, sono ripartite a tutti i livelli in funzione del principio di sussidiarietà; una concezione della sovranità non come potere assoluto e competente su tutto, ma come istituto che ha autorità sulle materie più vaste solamente in ultima istanza; e infine, una concezione della democrazia che riposa in origine non sulla nozione di numero o su quella di delibera parlamentare, bensì su quella di partecipazione più ampia possibile di tutti i cittadini alla cosa pubblica.


Grazie per l’attenzione, Giorgio Bargna

domenica 12 gennaio 2014

Federalismo Municipale, l'unico futuro plausibile

Quanto trattiamo in questo articolo altro non è che un punto di vista, un approccio, uno sguardo sul modo di affrontare il tema dell’autogoverno, del rapporto partecipazione / progettualità sociale e governo anticentralista proprio del municipalismo e del federalismo municipale. Valutiamo la prospettiva del federalismo municipale, in particolare per il suo significato strategico nella possibilità di governare dal basso il paese nella  geografia politica e sociale delle regioni, delle province e soprattutto dei comuni e delle loro reti.

Innanzitutto il programma di governo non deve, non può, essere prodotto da un istituzione centralizzata, in un luogo “extraterritoriale”. Il cantiere, dichiariamolo “diffuso”, tendenzialmente, anzi praticamente, esiste già nei territori, nella relazione tra istituzioni locali e società civile ed il programma è vivente, incarnato dai cittadini, dalle istituzioni locali, sperimentato già in percorsi partecipativi ed istituzionali di base, nell’autogoverno dal basso.

Prove, esperienze vive, di possibile governo dal basso, nei territori, si sono materializzate, anche se non in numero mastodontico, proprio negli anni che volevano incarnarsi nel “federalismo della devolution”, del potere dei governatori accompagnato dal “premierato forte”, disegno  della destra italiana, in realtà profondamente neocentralista, statalista e autoritario.
Si trattava esattamente dell’antitesi dell’ ipotesi di un autogoverno locale composto in reti di scala più ampia e di cooperazione solidale tra aree regionali ed interlocali nel paese.
Non ci si può che votare ad una opzione di autogoverno che è espressa in modo rigoroso nel federalismo a base municipale, che è nel “dna” delle nostra storia.

La contrapposizione centralista ad una opzione localista la si evince sia dalla sistematica azione di demolizione delle autonomie comunali che il governo centrale mette in atto, sia per la sottrazione di risorse che per l’erosione dello spazio di gestione del territorio e di servizi in relazione diretta con la società.
Ed i comuni sono nel cuore dell’attacco.

In una nazione dove, di fatto, il federalismo non è praticabile per legislazione occorre crearsi il federalismo attraverso le linee guida di un municipalismo cooperativo tra amministrazioni comunali non suddite di enti maggiori ma intese anzi quali azioni e strumenti di cooperazione e co-pianificazione inserite in una catena di reti interlocali ed arricchite da una relazione partecipativa con le società insediate: il federalismo municipale, l’autogoverno locale, che viaggia di pari passo con il tema del welfare “municipale” e della difesa e valorizzazione dei beni pubblici (che ne sono una delle espressioni fondamentali).

Di contro, lo abbiamo appena detto, l’autoritarismo neo-liberista del governo centrale si attiva quotidianamente nel tentativo di distruggere l’autonomia comunale proprio per costruire la base della privatizzazione dei beni pubblici e della aziendalizzazione e commercializzazione dei servizi.
Si sono intesi, in questi anni, i servizi da offrire ai cittadini/contribuenti quale mercato dove inserire i propri amici, spesso su vasta scala, anche regionale, mentre i comuni e le loro reti territoriali venivano spesso espropriati delle possibilità gestionali, decisionali; in sostanza declassati a “passacarte burocratici”, privati di capacità di mediazione, programmazione, progettazione. Il mercato trionfa ed il servizio è selettivo e costosissimo.

Se intendiamo riaffermare il carattere pubblico di beni e servizi e della loro effettiva fruizione sociale quale bene comune appare sempre più chiaro che vi è una sola basilare garanzia e si tratta della fondazione della disponibilità dei beni e dei servizi nello spazio pubblico, della relazione tra istituzione di base e società insediata, ove la relazione non è mercantile ma fondata sulla cittadinanza, Chi fruisce un servizio e un bene condiviso non è un cliente ma un cittadino ed un abitante, che assume corresponsabilità appunto nello spazio pubblico, civile.

Occorre rivitalizzare, fondare in toto forse, una gestione “civico/municipale” del ruolo di progettazione, definizione e gestione del servizio e della valorizzazione dei beni comuni.
Il municipio ha l’obbligo di essere  in campo, così come le reti di municipi, verso una incidenza nelle politiche strategiche di welfare di area vasta (supportate dal ruolo di provincia e regione), ma sempre a partire dalla relazione locale società / istituzione.
Si può inoltre sostenere che welfare municipale e produzione pubblica di servizi non possono non avere fondamento su un controllo, o meglio, una “sovranità” sui beni pubblici (aria, acqua, cicli delle materie prime e seconde e dell’energia) e sul bene pubblico primario che li comprende, il territorio.

Con l’attorcigliamento su se stesso del sistema capitalistico (che va detto in onor del vero, qualche anno di serenità lo ha donato) si manifesta sempre più pressante negli ultimi anni quella crisi economica (micidiale) che ha radici ormai decennali.
Come già scritto nel recentemente occorre trovare una via assolutamente alternativa, antitetica.
La sovranità e la responsabilità di territorio sono il fondamento della possibilità di un “altro sviluppo”, che produca un riattivazione del ciclo di riproduzione del valore territoriale.
L’autogoverno in rete (il federalismo municipale) si esprime infatti, strutturalmente,nella attivazione del patrimonio locale, dei caratteri distintivi propri dei territori e delle società insediate e propone la formazione di ricchezza durevole che esprime le “chance” dei territori, differenziati, fondata sui capitali sociali e sulle qualità proprie dei luoghi, su risorse locali.
La responsabilità di territorio si esprime prima di tutto evitando processi di espropriazione e di svendita di suolo e contestualmente attivando economie di valorizziamone del patrimonio territoriale.
Le diverse vie alla trasformazione qualitativa sono la base dell’autogoverno e della sovranità e le reti (inter)locali sono il terreno fertile  di “scambio equo tra associati.

Nel manifestarsi della crisi dello sviluppo industriale e della produzione quantitativa e omologata appare sempre più chiaro che il futuro delle economie si può concretizzare solo attraverso la produzione di qualità differenziata nei diversi territori e culture, caratterizzata localmente, distinta per luogo di origine.
Potrà essere solo questa la risposta efficace posta di fronte al mercato internazionale invasivo della produzione omologata a basso costo ed a bassa qualità, un opzione che può riprodurre a scala mondiale, una rete di scambio delle diversità e delle qualità differenziate per culture e caratteri locali.


Giorgio Bargna

venerdì 10 gennaio 2014

Piccole realtà

Ho scritto spesso di localismo, sostenibilità, comunità e tradizioni.
Sono e rimarrò sempre convinto di un idea: le piccole realtà sono di fatto (scusate il gioco di parole) le più grandi depositarie di rapporti sociali e civici robusti. Chiunque si adoperi nella loro consolidazione e proposizione, opera, senza dubbio, a favore della ricostruzione sociale e politica di un Paese.

Non bisogna comunque illudersi che le nostre “piccole patrie”siano immuni dalla disgregazione civica, sociale e (soprattutto) morale, questo va subito chiarito.
Abbiamo davanti un compito immane, ridisegnare da capo il senso di città, di comunità, di civicità; valori che negli anni hanno visto deviare la propria parabola in modo estremamente significativo.

Sono fermamente convinto che lo Stato (federale senza ombra di dubbio) che dobbiamo (ri)fondare ci chieda principalmente, per cementificarne le proprie fondamenta, di risviluppare il senso di città e di comunità, basandosi anche, e soprattutto, sulla specifica dimensione storica e sulla proiezione universale imprescindibile.

Le nostre comunità locali sono passate attraverso parecchi periodici storici, spesso è capitato che abbiano subito qualche mutazione, a volte vacillando, raramente però sono state stravolte. Laddove, la storia non è riuscita, oggi a colpire è uno status socioeconomico moderno e quasi inedito: il capitalismo. L’individualismo che ne consegue, il consumo ad ogni costo, hanno minato “modi di essere” di valenza millenaria.

Ritengo che ogni Cittadino  con la C maiuscola abbia il dovere sociale di operarsi a riedificare, al massimo del valore, il senso del radicamento. A questo livello sociale ed economico avariato va invertita la rotta (tracciata,purtroppo, sciaguratamente, da un’urbanizzazione che ha creato mostruosi ammassamenti) dirottando verso il ritorno all’agricoltura, all’artigianato, alla piccola industria, alle fonti energetiche diversificate e rapportate alle risorse del territorio, all’autoproduzione e all’autoconsumo.

A livello politico abbiamo la necessità di recuperare quell’ universalismo smembrato dagli Stati Nazionali, un universalismo che non potrà certamente essere quello della globalizzazione, né un riferimento all’attuale UE, bensì una nuova “Europa dei Popoli” , riferimento per noi irrinunciabile, che potrà nascere solo da un processo rivoluzionario di mobilitazione di passioni popolari che deve trasformarsi in un’ ideologia, in quella spinta che cambia e salva il mondo,  tanto economicamente che ambientalmente, basandosi si sulla tradizione, ma anche su una nuova comunità rigenerata che sia in grado di  attingere dagli errori recenti.

Questo obbiettivo richiede senza dubbio alcuno un salto di qualità culturale non indifferente, teso verso un piano completamente diverso, ordinato da leggi e regole opposte a quelle imposte dal sistema economico-politico attuale.

Badate che stiamo parlando di nozioni che non sono assolutamente sconosciute, anzi, ma che vengono eluse, per pura convenienza, dallo “status quo”.
Ai padroni del vapore, credo sia chiaro, conviene cercare di riproporre quelle politiche originarie degli anni ’20 e ’30 del secolo scorso, esattamente le cause della nascita quelle che hanno fatto nascere questa crisi, quel tipo di politiche che ignorano palesemente  le leggi della fisica; si parla di una crisi non è ciclica, ma di sistema. Non è inseguendo  vecchie o nuove dottrine del sistema  che si risolve il dunque, ma uscendone e riscrivendo da zero (o giù di li) il percorso.

E’ comunque scattato, a mio vedere, opinabile se volete, un meccanismo di autodifesa negli ultimi anni, un netto radicamento della popolazione sul territorio, praticamente un “effetto non desiderato” dalla nomenclatura europea, la quale sperava che con la crisi si potesse spazzare via ogni residuo di identità e si ritrova invece con tanti popoli che rivendicano se non l’autodeterminazione quantomeno l’autogoverno.
Potrebbe essere questo lo scenario futuro europeo: una serie di tanti Stati, piccoli sì, ma più radicati con i popoli e quindi sempre più espressione di una forte identità, da cui poter far ripartire il corso democratico interrotto con l’avvento della dittatura della finanza internazionale.

Si delinea su alcuni fronti una volontà popolare orientata verso una maggiore identificazione con la propria terra, in risposta alle mire di un sistema senza Stati teorizzato e portato avanti dagli architetti del nuovo ordine mondiale.
Anche se qualche globalizzatore nega questa possibilità esistono innegabili le radici "vere" della nostra identità, il legame con la madre terra.
La cultura, la storia, la lingua, identificano (legando l’uomo al territorio che calca o in cui è nato) ogni tentativo posto in essere a negare l’esistenza di tali elementi e chi nega questo scoprirà nel tempo una reazione crescente, del tutto opposta, da parte dell’individuo stesso.

Non mancheranno nel futuro nuove occasioni per discutere ed approfondire ancora temi basati sui localismo, sostenibilità, comunità e tradizioni.

Giorgio Bargna

domenica 5 gennaio 2014

Liberi di essere schiavi


Riconosciamo francamente una mancanza di idee, una carenza di uomini, una crisi di partiti”. Parole d’estrema attualità,  le scrisse Adriano Olivetti nel, non proprio prossimo, 1949.

Erano gli anni in cui la nazione italiana intendeva riabilitarsi, gli anni anche in cui si formarono le due colonne portanti del nostro sistema politico recente votate ai pensieri democristiani e comunisti. Mai come in quel momento nessuno poteva immaginarsi che si sarebbe strutturato un sistema chiamato partitocrazia, un sistema che però menti illuminate come quella di Olivetti, ed in seguito Pasolini, videro in ampio anticipo.
Si giocava in quegli anni una battaglia verso il benessere che si sarebbe vinta solo con la tecnica, se questa non fosse stata utilizzata quale arma del lavoro inteso come cosa “gretta”.

Socialisti, comunisti, democristiani e liberali non seppero, non vollero forse, dare la giusta risposta negli anni.

Era chiaro già allora ad Olivetti quanto sembra necessario ora a me:decentramento amministrativo, autogoverno comunitario, federalismo.
Necessaria ritengo, oggi più che mai, una “Democrazia Reale” basata su questi punti di riferimento ma soprattutto affiancata da dei positivi valori: scientifici, sociali, estetici,etici; diciamo così, “spirituali”.

Come me, come Simone Weil, Olivetti sognava ad un “ripensamento generale” della politica e dell’economia, ad una democrazia senza partiti, quantomeno con una loro minima presenza  praticata con molto spirito.

Parlava, come me, Olivetti di “comunità”, un concetto purtroppo nell’attualità e nel passato, più o meno recente, disatteso.

La politica che ha guidato questo paese negli ultimi decenni ha reso questa nazione schiava ed chiaro che una nazione schiava non possa partorire “l’uomo libero”.
Il “nuovo ordine mondiale” ci offre una sorta di “libertà drogata” ed etichetta l’ ”uomo moderno” quale il più libero storicamente.
La  loro libertà consente di vivere una vita piena di piacevoli avventure private e di comfort, consente o ci consentirà di sovvertire anche certe regole che alcuni, non stiamo a giudicare se a torto o a ragione,  considerano stantie (magari potremo liberamente drogarci, sposare persone del nostro stesso sesso, adottare bambini pur in una situazione da singles), ci consente di spostarci come  e quando vogliamo per il mondo, ci illude di poter credere o non credere in tutto od in niente, ci consente di sentirci realizzati alla guida di un SUV vestiti da capo a piedi con capi firmati.

Tutto questo però, queste scelte decennali, ha un prezzo molto alto da pagare. Lo scotto è una politica monetaria imposta da altri, le leggi sono ormai, e saranno, sempre più scritte da lobbies straniere, non potremmo avere più nemmeno la libertà di vivere delle nostre tradizioni.
Il prezzo di tutto questo però lo pagano anche altri, abbiamo infatti anche la libertà di schiavizzare e/o far morire milioni di persone di fame, sfruttandole in paesi sottosviluppati, per avere quei prodotti e quelle merci che,poi, di fatto polverizzano i nostri
stipendi … saremo certo liberi, ma con l’accortezza di non voltarci a guardare la distruzione di una civiltà che si basava su valori millenari.

Su quale base ci permettiamo di sentirci liberi quando uno speculatore in poche può bruciare una quantità di denaro che consente ad una nazione di cibarsi per anni?
Su quale base ci permettiamo di sentirci liberi quando i nostri posti di lavoro sono sempre più a rischio ed il rapporto tra azienda e dipendente assomiglia sempre più al rapporto che vige in stato di schiavitù?
Su quale base ci permettiamo di sentirci liberi quando viene calpestata quotidianamente la dignità umana?
Come possiamo ritenerci liberi quando telefono e PC sono tracciati e catalogati?

Qualcuno tra noi probabilmente potrebbe contestarmi la sua disponibilità a pagare uno scotto per questo “status”, questo qualcuno però non si rende conto di essere pari ad uno schiavo ed al pari dello schiavo può avere delle libertà che al padrone non procurano danno alcuno; dunque la vita sessuale che si preferisce e ogni divertimento narcotizzante possibile … balla e sballati quanto vuoi, ma non spezzare le catene.

Non spezzare le catene significa non disconoscere questo tipo di mercato restando servi del consumismo sfrenato, significa ignorare l’oppressione dei popoli sfruttati, significa una cultura millenaria annientata, significa essere un individuo privo di valori sociali.

Oltre che un giudizio morale, che potete anche contestarmi, quanto scritto è soprattutto la fotografia della situazione attuale, io preferisco sicuramente riconoscermi in quanto scritto e descritto nelle prime righe di questo testo.

Preferisco impegnarmi per il pubblico nei momenti in cui non mi occupo del mio privato.
Preferisco non avvantaggiare il mio privato mentre mi preoccupo del pubblico.
Preferisco rispettare le leggi se sono giuste ed eque.
Adoro rispettare quelle leggi non scritte basate su ciò che è giusto e ciò che è di buon senso.
Provo ad incidere sulla politica fino a dove ne sono in grado, poi giudico attivamente il resto.

Giudico che si disinteressa del bene comune complice di chi lo sta sgretolando.
Aspetto, da tassello di puzzle, situazione da cui non si esce da soli, la mia vera libertà, ma potrà arrivare solo attraverso quella di coloro che oggi sono incatenati.


Giorgio Bargna