giovedì 27 ottobre 2016

Gorino e Roma, il becero ed il despota



Nelle recenti ore a Goro e Gorino è accaduto qualcosa (di comunque grave importanza) che agli occhi di alcuni è da condanna estrema, mentre agli occhi di altri appare come il giusto comportamento da tenere. Di certo vi è stata manipolazione politica, di certo tra alcune affermazioni che ho letto, rilasciate tra i barricanti, più che l’idea politica traspare l’egoismo accompagnato dalla paura e dall’incertezza verso il futuro.

Non possiamo però fermarci agli estremi opposti, dobbiamo impegnarci, ognuno di noi lo deve fare, a riflettere sui perché.

Non mi considero razzista (all’interno della lista civica dove milito sono stato tra i più decisi a volere che l’amministrazione non ponesse vincoli burocratici ad un eventuale nascita di una Moschea), malgrado questo non me la sento di criminalizzare chi ha alzato le barricate nel ferrarese. Non lo faccio per giustificarli, ma perché questa situazione è figlia partorita da scelte e situazioni che ho illustrato in due miei precedenti post: “Masse migratorie” e “Riflessioni sull’emigrazione condotta”.

Non criminalizzo chi ha messo in pratica quanto sento affermare spesso in locali pubblici e privati, il più delle volte da persone per le quali pagare le tasse è un miracolo e curarsi è un incubo, per le quali il lavoro è un miraggio e l’aiuto delle istituzioni è un niet quasi assoluto.

Non lo faccio perché è concepibile che una popolazione, costretta attualmente a lavorare oltre i limiti della fisiologia (quando un lavoro lo ha, come dicevo qualche paragrafo fa) per far quadrare i conti, alla merce di governanti che considerano un vuoto a perdere chi il lavoro non lo trova o chi ne rimane fuori, prima o poi si ribelli, colpendo nel mucchio, soprattutto su chi vede, errando, come primo nemico. Un errore madornale, il nemico è chi dovrebbe amministrarti con le regole “del buon padre di famiglia” ed invece si comporta da despota.

Non lo faccio perché nei momenti di difficoltà è altamente probabile che l’egoismo e la rabbia affiorino, così come altri mille difetti che ognuno di noi si porta dentro, esplodano nelle situazioni cariche di stress. E questo è il gioco che qualcuno vuole giocare. Impoverisci e “divide et impera”. 

Non lo faccio perché in genere chi non si sforza di capire i motivi di fondo del razzismo, dell'irrazionalità e delle paure ingiustificate, è colui che nonostante il crollo del sistema, sta ancora abbastanza o molto bene, oppure si nutre di un idealismo spesso cozzante con la realtà. 

Mi guardo attorno e mi accorgo che la buona volontà dei cittadini si sta trasformando, poco alla volta, in un fastidio crescente tanto da intravedersi le prime avvisaglie di rigetto. Soprattutto le piccole comunità cominciano a temere che l’ essere troppo solidali possa arrecare danni sulla convivenza e generare mancanza di lavoro.

Io punto il dito sui signori descritti nei precedenti post, faccendieri e politicanti che nel nome del denaro agiscono senza badare alle sorti delle popolazioni. Su quei signori che hanno reso beceri cittadini che, altrimenti, in tempi economicamente rosei, sarebbero stati mansueti e felici.

Su quei signori che stanno spostando masse migratorie a dismisura, a discapito in primis di chi dalla migrazione in un altro paese sognava ben altro futuro, ma anche a discapito di chi in una situazione già difficile vede profilarsi possibili scenari che potrebbero peggiorargli il futuro.

Sarà bene che questi signori, i “padroni del vapore” modifichino il tiro al più presto perchè temo che la questione immigrazione si trasformerà a breve in un rigetto comprensibile verso tutta la politica dell'accoglienza, che ad oggi ancora non è  riuscita a tirare fuori il bandolo della matassa. 

Ribadisco il concetto, non sono assolutamente razzista, sono pienamente cosciente inoltre che le migrazioni siano un “fenomeno naturale della vita”, oggi però siamo davanti ad un fenomeno che esce dai normali equilibri, siamo davanti ad una manovra geopolitica.

Non sono praticante da molto ormai, ma mi considero molto più cristiano di tanti che si nutrono periodicamente del “Corpo e del Sangue di Cristo” e sono convinto che chi è in difficoltà va aiutato, chiunque esso sia, per etnia, religione o posizione politica. C’è però un altro “fenomeno naturale della vita” dal quale non si può trascendere: solo un paese sereno può e vuole aiutare chi è in difficoltà.

Punterò il dito contro il becero solo quando il despota si sarà trasformato in buon padre di famiglia, però ricordo al becero che tale trasformazione può avvenire solo sulla spinta sua (e su quella di chi si dichiara candido) e che quindi oggi lo considero colpevole quanto il despota ed il candido.

Giorgio Bargna

martedì 11 ottobre 2016

La Nuova Destra (VI)



Concludiamo la parte riservata ai "Fondamenti" ed iniziamo quella dedicata agli "Orientamenti" all'interno del "Cartello Politico" del movimento "La Nuova Destra".Buona lettura, Giorgio.


9. Il cosmo: un continuum
La Nuova Destra aderisce a una concezione unitaria del mondo, di cui sia la materia che la forma costituiscono soltanto variazioni di un medesimo tema. Il mondo è nel contempo uno e molteplice, integrando livelli diversi di visibilità e di invisibilità, diverse concezioni del tempo e dello spazio, diverse leggi di organizzazioni delle proprie componenti elementari. Microcosmo e macrocosmo si interpenetrano e si rispondono. La Nuova Destra respinge pertanto la distinzione assoluta tra l’essere creato e l’essere increato, così come l’idea che il nostro mondo non sia altro che il riflesso di un retromondo. Il cosmo come realtà (physis) è il luogo di manifestazione dell’Essere, il luogo nel quale si disvela la verità (aletheia) della nostra coappartenenza a questo cosmo. "Panta rei", ha scritto Eraclito: nel tutto si tiene l’apertura al tutto.
L’uomo trova e dà senso alla sua vita soltanto aderendo a ciò che la oltrepassa, a ciò che supera i limiti della sua costituzione. La Nuova Destra riconosce pienamente questa costante antropologica, che si manifesta in tutele religioni. Essa ritiene che il ritorno del sacro si compierà in un ricorso ai miti fondatori e nell’implosione delle false dicotomie: soggetto e oggetto, corpo e pensiero, anima e spirito, essenza ed esistenza, razionalità e sensibilità, ambito mitico e ambito logico, natura e sovranatura, ecc.
Il disincanto del mondo esprime la chiusura dello spirito moderno, incapace di proiettarsi al di là del materialismo e dell’antropocentrismo che ne sono parte costitutiva. La nostra epoca ha trasferito al solo soggetto umano gli antichi attributi divini (metafisica della soggettività), trasformando così il mondo in oggetto, vale a dire in insieme di mezzi messi a disposizione illimitata dei suoi fini. Questo ideale di impossessamento utilitario del mondo si è accoppiato a una concezione lineare della storia, dotata di un inizio (stato di natura, paradiso terrestre, età dell’oro, comunismo primitivo) e di una fine (società senza classi, regno di Dio, stadio ultimo del progresso, ingresso nell’era della pura razionalità, trasparente e irenica), egualmente necessari.
Per la Nuova Destra, passato, presente e futuro non sono momenti distinti di una storia orientata e vettorializzata, bensì le dimensioni permanenti di ogni istante vissuto. Sia il passato che il futuro si mantengono presenti in ogni attualità. A questa presenza – categoria fondamentale del tempo – si contrappone l’assenza: oblio dell’origine e oscuramento dell’orizzonte. Questa concezione del mondo si esprimeva già nell’antichità europea, ove la si ritrova sia nei racconti cosmogonici, sia nelle forme di pensiero presocratiche. Il paganesimo della Nuova Destra non esprime altro che la simpatia cosciente nei confronti di questa antica concezione del mondo, sempre viva nel cuore e negli spiriti – proprio perché non è di ieri, ma di sempre. Di fronte ai surrogati settari delle religioni decadute e a certe parodie neopagane dei tempi di confusione, la Nuova Destra si colloca nella prospettiva della memoria più lunga: è sempre in un rapporto con l’origine che si inserisce il senso di quel che accade.

III. ORIENTAMENTI
1. Contro l’indifferenziazione e il tribalismo, per identità forti
La minaccia senza precedenti di omogeneizzazione che plana sul mondo porta per reazione a irrigidimenti identitari: irredentismi sanguinosi, nazionalismi convulsi e sciovinisti, tribalizzazioni selvagge e così via. La responsabilità di questi atteggiamenti condannabili incombe in primo luogo alla globalizzazione (politica, economica, tecnologica, finanziaria) che li ha prodotti. Negando agli individui il diritto di porsi all’interno di identità collettive ereditate dalla storia, imponendo un modo uniforme di rappresentazione, il sistema occidentale ha paradossalmente fatto nascere forme deliranti di affermazione di sé. La paura dell’Identico ha preso il posto della paura dell’Altro. Questa situazione è aggravata in Francia dalla crisi dello Stato, che per due secoli ha preteso di essere il principale produttore simbolico della società e il cui cedimento provoca un vuoto più importante che nelle altre nazioni occidentali. La questione dell’identità è chiamata ad assumere un’importanza sempre maggiore nei decenni a venire. Spazzando via i sistemi sociali che attribuivano agli individui un posto in un ordine riconosciuto, la modernità ha infatti stimolato l’interrogativo sull’identità, risvegliato un desiderio di collegamento e di riconoscimento sulla scena pubblica; ma non ha saputo né voluto soddisfarlo. Il "turismo universale" non è che un’alternativa risibile al ripiegamento su se stessi.
Di fronte all’utopia universalista e agli irrigidimenti particolaristici, la Nuova Destra afferma la forza delle differenze, che non sono né uno stadio transitorio verso un’unità superiore né un dettaglio accessorio della vita privata, bensì la sostanza stessa dell’esistenza sociale. Queste differenze sono certamente native (etniche, linguistiche), ma anche politiche. La cittadinanza designa nel contempo l’appartenenza, la lealtà e la partecipazione a una vita pubblica che si distribuisce a vari livelli: si può essere contemporaneamente cittadini del proprio quartiere, della propria città, della propria regione, della propria nazione e dell’Europa, a seconda della natura del potere devoluto a ciascuna di queste scale di sovranità. Non si può invece essere cittadini del mondo, perché il "mondo" non è una categoria politica. Voler essere cittadini del mondo significa rapportare la cittadinanza ad un’astrazione che fa parte del vocabolario di una Nuova Classe liberale.
La Nuova Destra difende la causa dei popoli, perché il diritto alla differenza è a suo avviso un principio che vale unicamente in virtù della sua generalità: si è autorizzati a difendere la propria differenza soltanto se si è capaci anche di difendere quella degli altri; il che significa che il diritto alla differenza non può essere strumentalizzato per escludere i diversi. La Nuova Destra difende inoltre le etnie, le lingue e le culture regionali minacciate di scomparsa, nonché le religioni native. Sostiene i popoli in lotta contro l’imperialismo occidentale.

sabato 8 ottobre 2016

Il mio assoluto NO a Renzi e Boschi



Dopo essermi allegramente disinteressato e pigramente informato sul web, al momento del dunque mi sono attivato e ho finalmente partecipato ad una serata "dal vivo" riguardante il tema della modifica costituzionale che voteremo, tramite referendum CONFERMATIVO, il 4 dicembre.

Diciamolo subito votare una modifica costituzionale che è passata in Parlamento a colpi di maggioranza e per dettato del Governo (e non è la prima volta che questa area politica lo fa), senza un dibattito che coinvolgesse il Cittadino, già per me, per il mio concetto politico, significa barrare NO.

Si tratta poi di una riforma sostanzialmente illegittima visto che è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale ( Porcellum ) dichiarata “parzialmente” incostituzionale dalla Corte competente e della quale ha dichiarato la scandalosità addirittura il promotore Calderoli, definendola una porcata.

Sapere che nascerà un fantasioso "Senato" di cui si conoscono al momento gli attori ma non la forma in cui verranno "eletti" (e non dai cittadini, ma da una risma di politicanti) conferma il mio NO.

Sapere che questo "Senato" sarà composto da Sindaci e Consiglieri Regionali che non avranno renumerazione (anche se sicuramente verranno “rimborsati”)  poi conferma ancora di più il NO. Non si tratta tanto del “problema economico”, non tanto per i soldi, che hanno la loro importanza ed il loro stimolo e che comunque verranno elargiti sotto altra forma, ma perché, pur non conoscendo gli impegni di un Consigliere Regionale, conosco bene quelli di un Sindaco e sinceramente non capisco come possa farcela senza avere il dono dell'ubiquità. Certo Sindaci e Consiglieri regionali “di fiducia” sarebbero un bell’avvallo per Governo e Camera dei Deputati.
Poi scopro che una volta varata una legge dalla "Camera" si hanno al massimo, da parte del "Senato", 15 giorni per far presente qualche proposta di modifica, che però non ha alcun valore pratico senza l'accoglimento positivo da parte della "Camera", ma per quanto citato poche righe orsono ciò è un problema solo teorico.

Da democratico poi mi urta sapere che una forza che raggiunge il 20% dei voti rischi di governare con maggioranza assoluta, potendosi permettere qualsiasi cosa, si tratta del rischio del fascismo barattato con la governabilità e l'accentramento dei poteri; questo perché è prevista l’approvazione a data certa dei disegni di legge mentre questa «corsia preferenziale» non è contemplata per le leggi di iniziativa parlamentare. Così il governo monopolizza l’attività legislativa del Parlamento.

La nuova legge elettorale e la riforma costituzionale sono connesse, potrebbe anche essere accettabile che se al primo turno una lista supera il 40% e ottiene il premio di maggioranza, molto meno lo è che chi vince al ballottaggio, anche di un solo voto, governi  grazie ad un vero premio “di minoranza”. Questo è un meccanismo accettabile su base comunale, che anzi paga, ma a livello nazionale è un rischio troppo pesante, soprattutto in una nazione dove la classe dirigente ha accettato senza far partire querele un libro intitolato “La casta”.

I promotori del si citano tra le magagne da risolvere  i ritardi causati dalle “navette” tra le Camere, vero in parte, ma solo a causa di volontà politiche: la modifica costituzionale dell’articolo 81 (pareggio di bilancio) è stata fatta in poco più di tre mesi.

Ora poi spiego perché da persona che si ritiene autonomista, localista e fautrice della democrazia diretta  non vi può essere come risposta che un SECCO NO!!!
Negli anni si era presa una via politica che portasse verso il Federalismo ed il decentramento dei poteri, anche se nei fatti praticamente nulla si è concretizzato,  ora si è deviato in direzione opposta. Quel minimo di legislazione concorrente che fu data alle regioni è stata cancellata, le Province vengono eliminate anziché sviluppate e ristrutturate e sui Comuni si vuole imporre la scelta statale sull'utilizzo dei fondi disponibili; con il pretesto della stabilità, il Governo cercherà solo di rendere stabili gli interessi dei suoi componenti e  la loro permanenza al potere.

È una riforma legittima?
NO, perché è stata prodotta da un parlamento eletto con una legge elettorale (Porcellum) di cui abbiamo detto qualche riga sopra

Garantisce la sovranità popolare?
NO, perché insieme alla nuova legge elettorale (Italicum) già approvata espropria la sovranità al popolo e la consegna a una minoranza parlamentare che solo grazie al premio di maggioranza si impossessa di tutti i poteri.
Inoltre triplica da 50.000 a 150.000  le firme per i disegni di legge di iniziativa popolare. Ora è notorio che praticamente mai nessuna legge ad iniziativa popolare sia mai stata approvata, chi vuole una riforma su questo agisce in modo diametralmente opposto da quello proposto.
 Per la richiesta di referendum abrogativo le firme richieste aumentano da 500 mila a 800 mila. 

Si risparmia sui costi del Parlamento?
Si dice che verrebbero risparmiati 50 milioni di euro per ogni esercizio annuale del Senato, ovvero quanto costa un solo aereo F35 ordinato dalla Difesa.
Diminuiscono i senatori ma la struttura del Senato rimane tale e quale i costi del Senato, previsti dalla riforma, sono ridotti solo di meno di un quinto. Permangono invariati i costi della struttura burocratico-organizzativa del Senato come istituto. Gli emolumenti riguardanti i senatori sono sostituiti dalle diarie e dai rimborsi per i viaggi e le permanenze a Roma dei delegati delle Regioni e dei Comuni.
La soluzione, semmai, se si puntava a risparmiare, era quella di tagliare i  parlamentari che sono all’incirca 915, trasformandoli magari in parlamentari di milizia, pagati solo in caso di lavoro reale.

Andate a scaricarvi l’opuscolo intitolato  NUOVA COSTITUZIONE RENZI-BOSCHI.

Scoprirete che consiste in una quarantina di articoli. Alcuni riguardano innovazioni che potremo chiamare OPERATIVE della Camera, con un obiettivo ben preciso, ridurre al minimo qualunque tipo di opposizione nella maggioranza e della minoranza.

Altri riguardano innovazioni OPERATIVE del nuovo Senato, con un obbiettivo ben preciso, inviare al nuovo Senato pochi rappresentanti delle Regioni, scelti tra i fidati e con capacità operative non solo limitate, ma rapidamente stoppabili per decisione di chi governa.

Scoprirete che l’ articolo 8 ribadisce un concetto determinante per la salvezza dell’Italia “…..il mandato parlamentare non è assolutamente impegnativo”, il che significa che gli eletti si possono rimangiare quanto promesso in sede elettorale e navigare dall’uno all’altro schieramento secondo le proprie personali convenienze.

Scoprirete tramite l’ articolo 15 che la Legge è calibrata proprio per evitare sconfitte come quella dell’ultimo referendum sulle perforazioni. Viene elevato il numero dei proponenti abolizioni di Leggi in modo che oltre ad infischiarsene dei risultati dei Referendum riducono il rischio che aumenti il numero delle Consultazioni popolari perché anche solo dai risultati  potrebbe apparire un cenno di scontento da parte di quegli “stupidi” elettori.
Naturalmente sempre più valido il principio “niente referendum sui soldi e sui trattati internazionali

Scoprirete che dall’articolo 17 a salire si troveranno:
a) variazione della procedura relativa alla “dichiarazione dello stato di guerra”
b) abolizione delle Provincie, senza porsi il problema a monte di chi e in che modo sopperirà alla loro dipartita. Si cancellano delle competenze senza prima avere idea di come ridestribuirle.
c) abolizione della democrazia, perché la democrazia è un bel concetto, ma se possibile facciamone a meno. Quindi se qualche parlamentare, se qualche commissione, se qualsiasi organo fosse di un intralcio imbarazzate ecco che il Governo si assume il potere di portare viail pallone a questi “bimbi biricchini, compreso la possibilità di un intervento diretto per togliere o modificare oltre a quelle nazionali anche le leggi regionali.
d) abolizione dell’autonomia economica locale, lo Stato, sempre più affamato e sempre più costoso nella propria autoreferenzialità, può avocarsi le tasse locali alla faccia dei cittadini, dei Comuni, delle ex Provincie e delle Regioni
e) abolizione dei controlli, tramite variazione operativa della Corte Costituzionale. Troppi soloni impediscono azioni veloci, quindi è sembrato logico a questi “illuminati padri costituenti”. mettergli un po’ di ulteriori impedimenti in mezzo ai piedi.

Quanto descritto è basato sui miei pensieri, su quanto mi è stato illustrato dall’Avv. Vincenzo Latorraca, su quanto mi ha permesso di documentarmi tramite internet.

Lo scritto è basato in parte su mie parole, in parte su quanto letto in un testo del Comitato Costitueni per il No in parte su quanto descritto in un articolo esemplificativo che trovate a questo link.

Grazie della lettura,
Giorgio Bargna


mercoledì 28 settembre 2016

La Nuova Destra (V)



Continuiamo a scorrere il capitolo "fondamenti", del cartello politico del movimento "La Nuova Destra", sempre attraverso quanto ho trovato, scritto da Alain de Benoist e Charles Champetier su "DIORAMA LETTERARIO" - Numero 229-230 (ottobre-novembre 1999)




7. La tecnica: mobilitazione del mondo
La tecnica accompagna l’uomo sin dalle origini: l’assenza di specifiche difese naturali, la deprogrammazione dei nostri istinti e lo sviluppo delle nostre capacità cognitive vanno di pari passo con una crescente trasformazione del nostro ambiente. Ma la tecnica è stata per lungo tempo regolata da imperativi non tecnici: necessaria armonia tra l’uomo, la città e il cosmo, rispetto della natura come dimora dell’Essere, sottomissione della potenza (prometeica) alla saggezza (olimpica), ripudio dell’hybris, preoccupazione per la qualità piuttosto che per la produttività, e così via. L’esplosione tecnica della modernità si spiega con la scomparsa di queste codificazioni etiche, simboliche o religiose. Affonda le sue lontane radici nell’imperativo biblico "Riempite la Terra e dominatela" (Genesi), che Cartesio farà suo due millenni dopo invitando l’uomo a "rendersi signore e possessore della natura". La cesura dualista teocentrica tra l’essere increato e il mondo creato si è in tal modo trasformata in cesura dualista antropocentrica tra il soggetto e l’oggetto, in cui il secondo è offerto senza riserve al dominio del primo. La modernità ha inoltre assoggettato la scienza (contemplativa) alla tecnica (operativa), dando così vita alla "tecnoscienza" integrata, la cui unica ragion d’essere è una trasformazione sempre più accelerata del mondo. Nel solo XX secolo, il nostro modo di vita ha conosciuto più sconvolgimenti che nei quindicimila anni che lo hanno preceduto. Per la prima volta nella storia dell’umanità, ogni nuova generazione deve integrarsi in un mondo che quella precedente non ha sperimentato. La tecnica si sviluppa per sua stessa natura come un sistema autonomo: ogni nuova scoperta viene immediatamente assorbita nella potenza globale di operatività che contribuisce a rendere più complessa e a rafforzare. Il recente sviluppo delle tecnologie di stoccaggio e circolazione dell’informazione (cibernetica, informatica) accelera a una velocità prodigiosa questa integrazione sistemica, di cui Internet è l’esempio più conosciuto: questa rete non ha né centro decisionale né controllo di ingresso e uscita, ma mantiene e accresce di continuo l’interazione fra i milioni di terminali che le sono collegati. La tecnica non è neutra, ma obbedisce a un certo numero di valori che ne guidano il corso: operatività, efficacia, efficienza. Il suo assioma è semplice: tutto quello che è possibile può essere e sarà effettivamente realizzato, essendo inteso che solo un sovrappiù di tecnica potrà rimediare ai difetti dell’attuazione delle tecniche già esistenti. La politica, la morale, il diritto vengono soltanto dopo,per giudicare gli effetti desiderabili o indesiderabili dell’innovazione. La natura cumulativa del progresso tecnoscientifico – che conosce stagnazioni, ma mai regressione – ha a lungo confortato l’ideologia del progresso, certificando l’accrescimento dei poteri dell’uomo sulla natura e riducendo i rischi e le incertezze. La tecnica ha così dato all’umanità nuovi mezzi di esistenza, ma nel contempo gli ha fatto perdere le ragioni per vivere, dal momento che il futuro sembra dipendere unicamente dall’indefinita estensione del dominio razionale del mondo. L’impoverimento che ne risulta viene sempre più nettamente percepito come la scomparsa di una vita autenticamente umana sulla Terra. Dopo aver esplorato l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, la tecnoscienza inizia adesso a dominare lo stesso uomo, soggetto e nel contempo oggetto delle proprie manipolazioni (clonazione, procreazione artificiale, schedatura genetica, ecc.). L’uomo diventa il semplice prolungamento degli strumenti che ha creato, adottando una mentalità tecnomorfa che ne aumenta la vulnerabilità. Tecnofobia e tecnofilia sono due atteggiamenti inaccettabili. La conoscenza e le sue applicazioni non sono biasimevoli in sé, ma l’innovazione non può valere per il solo fatto della sua novità. Contro il riduzionismo scientista, il positivismo arrogante e l’oscurantismo ottuso, è importante subordinare lo sviluppo tecnico alle nostre scelte sociali, etiche e politiche, nonché alle nostre aspettative (principio di prudenza), e reinserirlo nella simbologia di una visione del mondo come pluriverso e continuum.

8. Il mondo: un pluriverso
La diversità è implicita nel movimento stesso della vita, che evolve in maniera sfuggente, facendosi più complessa. La pluralità e la varietà delle razze, delle etnie, delle lingue, delle abitudini o delle religioni caratterizza lo sviluppo dell’umanità sin dalle origini. Di fronte a questo fatto, si manifestano due atteggiamenti opposti. Per gli uni, questa diversità bioculturale è un fardello e bisogna sempre ed ovunque ridurre gli uomini a ciò che hanno in comune, il che non manca di comportare, per reazione, tutta una serie di effetti perversi. Per gli altri, fra i quali ci iscriviamo, le differenze sono ricchezze che è opportuno difendere e coltivare. La Nuova Destra manifesta una profonda avversione per l’indifferenziato. Essa ritiene che un buon sistema è quello che trasmette perlomeno tante differenze quante ne ha ricevute. La vera ricchezza del mondo consiste prima di tutto nella diversità delle culture e dei popoli. La conversione dell’Occidente all’universalismo è stata la causa principale della sua volontà di convertire a sua vita il resto del mondo, un tempo alla sua religione (crociate), ieri ai suoi principii politici (colonialismo), oggi al suo modello economico e sociale (sviluppo) o ai suoi principii morali (diritti dell’uomo). Intrapresa sotto l’egida dei missionari, dei militari e dei mercanti, l’occidentalizzazione del pianeta ha rappresentato un movimento imperialista alimentato dal desiderio di cancellare qualsiasi alterità imponendo al mondo un modello di umanità pretesamente superiore, invariabilmente presentato come "progresso". In questo quadro, l’universalismo omogeneizzante non era altro che la proiezione e la maschera di un etnocentrismo allargato alle dimensioni del pianeta. Questa occidentalizzazione-globalizzazione ha modificato la maniera in cui intendiamo il mondo. Le tribù primitive si definivano "gli uomini", lasciando intendere di considerarsi le uniche rappresentanti della propria specie. Un romano e un cinese, un russo e un inca potevano vivere nella medesima epoca senza avere consapevolezza della reciproca esistenza. Quei tempi sono finiti: a causa della smisurata pretesa dell’Occidente di rendere il mondo interamente presente a se stesso, viviamo in una nuova epoca nella quale le differenze etniche, storiche, linguistiche o culturali coesistono nella piena consapevolezza della loro identità e dell’alterità che la riflette. Per la prima volta nella storia, il mondo è un pluriverso, un ordine multipolare nel quale grandi insiemi culturali si trovano messi a confronto l’uno con l’altro in una temporalità planetaria condivisa, vale a dire in tempo zero. Tuttavia, la modernizzazione si distacca a poco a poco dall’occidentalizzazione: nuove civiltà accedono ai moderni strumenti della potenza e della conoscenza, senza per questo rinnegare le loro eredità storiche e culturali a profitto dei valori o delle ideologie occidentali. L’idea secondo cui potremmo giungere alla "fine della storia", caratterizzata dal trionfo planetario della razionalità mercantile, generalizzando il modo di vita e le forme politiche dell’Occidente liberale, è falsa. Stiamo viceversa vivendo l’emergere di un nuovo "nomos della Terra", un nuovo ordinamento delle relazioni internazionali. L’Antichità e il Medioevo avevano visto svilupparsi in modo ineguale grandi civiltà autarchiche. Il Rinascimento e l’Età classica furono segnati dall’emergere e dal consolidarsi degli Stati nazionali in concorrenza tra loro per il dominio dell’Europa e poi del mondo. Il XX secolo ha visto disegnarsi un ordine bipolare nel quale si affrontavano il liberalismo e il marxismo, la potenza talassocratica americana e la potenza continentale sovietica. Il XXI secolo sarà segnato dall’avvento di un mondo multipolare articolato attorno a civiltà emergenti: l’europea, la nordamericana, l’iberoamericana, l’arabo-musulmana, la cinese, l’indiana, la giapponese e così via. Queste civiltà non sopprimeranno i vecchi radicamenti locali, tribali, provinciali o nazionali; in compenso si imporranno come la forma collettiva ultima nella quale gli individui potranno identificarsi al di qua della loro comune umanità. Esse saranno probabilmente chiamate a collaborare in taluni ambiti per difendere i beni comuni dell’umanità, in particolare quelli ecologici. In un mondo multipolare, la potenza si definisce come capacità di resistere all’influenza degli altri piuttosto che di imporre la propria. Il nemico principale di questo pluriverso di grandi insiemi autocentrici è ogni civiltà che si pretende universale, si crede investita di una missione redentrice e vuole imporre il proprio modello a tutte le altre.