sabato 11 luglio 2015

Delìri

Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo.
Pier Paolo Pasolini (Saggi sulla politica e sulla società)

Malgrado più volte ho scritto che esistono tra noi diversi emuli degli struzzi, vi sono eventi di una certa importanza che non possono sfuggire agli occhi di nessuno, anche senza l'ausilio delle statistiche e dei tuttologi di turno.
 

Chi ha avuto la sventura di nascere nel terzo mondo, oppure in Argentina o Grecia (tanto per fare qualche esempio eclatante) si rende conto senza fatica di essere in uno stato di difficoltà economica, sia essa consolidata oppure temporale o transitoria.
 

Anche l'Italia sta subendo un processo simile a quello dei due paesi qui sopra citati, eppure, perlomeno nelle province del nord, dove io abito,  in questi ultimi anni il modo di vivere e di consumare non si è assolutamente modificato in uno modo epocale.
 

Nei bar, nelle osterie, nei circoli, nelle salette d'attesa dei medici tutti discutiamo di giovani che partono per l’estero in cerca di un lavoro, che da noi non c'è; di licenziamenti, di imprese che chiudono sempre più frequentemente, eppure lo stile di vita della stragrande maggioranza della popolazione non si é assolutamente modificato, modellato, sui parametri che la grande crisi pretenderebbe.
 

Bar, pub, ristoranti e bistrot sono sempre stracolmi di avventori. Sulle strade di qualsiasi genere e grado circolano, consumando ettolitri di carburante, un numero esorbitante di mezzi. Le località turistiche vengono prese d'assalto ad ogni week end utile. Smatphone, tablet ed alcool impegnano sempre e continuamente le mani (ed i portafogli) dei giovani e non solo. Sembra veramente che la crisi non ci sia, che ci stia solo sfiorando, che sia una balla inventata di sana pianta dai media...eppure, diamine, non è così, stiamo parlando di una realtà concreta, visibile, palpabile.
 

L'unica posibile spiegazione è che ci si stia abbeverando ai risparmi degli anni precedenti, ma è chiaro, lampante, che esauritasi questa risorsa, non occorrerà collegare il televisore al telegiornale per sapere che il disastro dilaga.
Molto più evidente a tutti gli uomini di buona volontà, in ogni luogo, in ogni circostanza, è invece la decadenza morale, lo è, evidente, il degrado civile. 

Riconosciamo quanto descritto elevandoci ad osservatori dinanzi all'affondamento di ogni aggregamento comunitario e/o formativo: famiglia, scuola, centri di vita comunitaria, Chiesa. Riconosciamo la decadenza morale ed il degrado civile nell’indifferenza per i beni pubblici e nell’incuria, ma anche ed ancor di più nella mercificazione di tutte le relazioni sociali e/o nella corruzione diffusa a tutti i livelli.
 

E' il rischio di quando la democrazia viene cavalcata in malo modo, di quando di tramuta nella copertura ideologica della dittatura di classe, di quando il denaro assume un ruolo sempre più crescente, di quando la finanza impera, di quando si instaura un processo che riduce tutto ciò che è umano a merce, a cosa, a materia.

Secondo alcune formule di pensiero filosofico, dalle contraddizioni dei sistemi dovrebbero emergere le forze nuove che li surclassano, creando la formazione di un nuovo assetto più avanzato. Uno schema, questo, che funzionò, almeno apparentemente e/o comunque per periodi nel passaggio fra il feudalesimo e il capitalismo; poi arrivarono la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese,  l’origine del moderno capitalismo.
 

Malgrado io, nel mio piccolo, provi a lottare per un nuovo Risorgimento in questi frangenti occorre essere degli idealisti privi di contatto con la realtà per vedere emergere dai processi di deterioramento del sistema forze che in positivo prefigurino la società futura.
 

Ritengo più probabile un passaggio simile a quello della scomparsa dell’Impero Romano fondato sull’inciviltà dilagante, i disastri relazionionali ed ambientali, su una rovina economica che abbiamo costruito noi e che pagheranno le generazioni a seguire.
 

Ma l'uomo e la natura spesso agiscono in forma improvvisa e chissà che non siano il crollo ecologico o una grande guerra a modificare il corso degli eventi.

Giorgio Bargna

mercoledì 17 giugno 2015

Masse migratorie


Che da quando esiste il mondo esiste l'immigrazione non è certo una novità. La, le novità stanno nei numeri, nelle modalità, in un certo senso anche nelle motivazioni.

Occorre sovvertire questo sistema socio/economico basato su quel capitale e quel consumo indiscriminato che stanno ormai nemmeno più lentamente consumando l'ecosistema, l'ambiente ed i suoi abitanti.

Occorre sconfiggere, abbattere il sistema, se non affrontiamo il problema afferrandolo dalla radice non sbroglieremo mai la matassa, i migranti continueranno ad affluire con ogni mezzo che non sono solo i barconi.

Molti oggi osservano irrequiti i flussi migratori, ma se con il tuo stile di vita hai determinato queste condizioni ad una fascia molto ampia di persone, non puoi lamentarti oggi di quanto accade oggi attorno a te.

Riguardo quanto accade nel Mediterraneo è innegabile che ci sia un responsabile principe, responsabile che va individuato nella linea politica dell’UE e nell'azione della NATO che ha foraggiato e praticato tutte le guerre nel Mediterraneo Orientale, Medio Oriente e Nord Africa.

Il sistema capitalista in se stesso, piaccia o non piaccia saperlo, genera povertà, sfruttamento di classe, oppressione dei lavoratori e dei popoli, guerre.

Si, le guerre, perchè uno Stato indipendente che non segue questa dottrina deve essere attaccato, sconfitto, relegato nella lista nera degli stati pericolosi, sovversivi; se poi in questi paesi sono disseminate risorse importanti quali gas, petrolio, acqua “non si bada a spese”.

Quanto descritto ha fatto si che da paesi del Medio Oriente e Africa partano persone, partano in masse che sono disposte a rischiare le loro vite per spostarsi in altre aree, che sono disposte, a volte decise a trasformarsi in un nuovo reggimento, in un esercito industriale di seconda fascia.

L'imporsi del sistema sui paesi attaccati paga doppio visto che, oltre a consentire l'accapparramento delle risorse, produce flotte di disperati che con ogni sistema si spostano in Europa irrobustendo da un lato le politiche populiste e riducendo se non annientando dall’altro i diritti dei lavoratori.

Questo esercito di schiavi salariati a buon mercato che garantisce l’immigrazione, col riflesso dell’omologazione culturale al nostro stile di vita, vuoto di valori che non siano materiali, è un bisogno ed un disegno connaturato al nostro modello di sviluppo. Gli sforzi di petto di chi si dipinge la faccia di pratiche umanitarie non sono che l'altra faccia
mediatica di quel razzismo da quattro centesimi che spopola non solo sui social network.

E' chiaro, normale, che si viva, si incarni, la paura della cosiddetta invasione” soprattutto oggi quando i barconi impressionano mediaticamente. Eppure non occorre un grande sforzo per capire che il fenomeno parte da molto più lontano, attraverso spostamenti di
massa meno eclatanti, è decisamente più alto il numero di immigrati, clandestini o no, che sono entrati sul suolo nazionale con visto turistico.

I numeri oggi sono impressionanti e credo che neppure i padroni del vapore siano così certi di riuscire a gestire la situazione, ma un immigrato è business dal momento in cui parte a quello che approda a quello in cui entra nel mondo del lavoro ed è difficile non cedere al guadagno per chi specula e si arricchisce sulle loro e sulle nostre spalle.

Noi fin qui ci siamo concentrati solo su un aspetto, ma la questione non si limita solo a questo. Abbiamo accennato all'inizio della riflessione all'ecosistema, all'ambiente. Chi studia questi fenomeni ambientali è già certo che agli spostamenti dovuti alla desertificazione ne seguiranno altri, decisamente dalle dimensioni maggiori, dovuti
all’innalzamento del mare causato dal cambiamento climatico già in atto.

Nel prossimo futuro sarà anche e forse soprattutto l’emergenza ambientale che spingerà sempre più persone a muoversi in massa in cerca di vita ed è chiaro, lampante, che le società che perseguono la crescita economica come unica possibilità di salvezza e benessere hanno grosse responsabilità in tal senso.

Oltre ai fatti nostrani ne conosceremo altri nuovi e grazie ad un po' di semplice informazione già dovremmo conoscerne altri, in essere da molto, come ad esempio, quelli di Honduras, Guatemala, Nicaragua ed El Salvador, nazioni che sono punti di partenza verso il Messico, la porta d'ingresso verso gli Stati Uniti.

Quando si parla di immigrazione spesso si abusa del termine emergenza, se
ne abusa visto che questi fenomeni avvengono da parecchio con una certa regolarità, ma non distraiamoci dal problema ambietale e dalle sue conseguenze che quelle si procureranno delle emergenze di vasta scala. Gli esperti di settore hanno calcolato che entro il 2050 avremo un aumento di 2.4 miliardi di persone e che questi andranno a nascere in zone dove l'acqua è un miraggio, nel vero senso della parola.

Oltre ai profughi delle guerre (che comunque non cesseranno), conosceremo i profughi dell’acqua, che per necessità si sposteranno altrove in ricerca dell'acqua, pubblica o privata che sia. Brasile e Messico vedranno bruciare prossimamente una sessantina di milioni di ettari di terra a testa.

Avremo da affrontare fenomeni sempre più complessi e contemporanei frutto amaro della crescita intesa come unica via di benessere. Avere escluso l’ambiente, la sua tutela, dalla partita economica è stata, è, e sarà la scelta più sciagurata attuabile.

Sta colando a picco tutto, questo è innegabile, è visibile a tutti coloro
che la testa non la insabbiano, che si guardano attorno, che cercano almeno una piccola riflessione.

Sta colando a picco la nave, anzi il barcone. Ma non è il barcone solo degli immigrati, è quello dell'Europa e del mondo interi, è quello delle istituzioni, internazionali e nazionali, è quello dei parlamenti, dei fondi monetari, delle banche centrali e persino mondiali.

Sta colando a picco il naviglio delle grandezze archittettoniche e quello delle eccellenze alimentari, fenomeno che si è sviluppato nell'ultima epoca, proprio mentre due terzi del pianeta muore di fame.

Affondano capitalismo e multinazionali, li segue, lasciando una scia di sangue, quella guerra che ormai non conosce più nemmeno un barlume di umanità.

Affondano le religioni e la carità, affondano le icone e l'utopia, affondiamo tutti e non ci accorgiamo che stiamo colando a picco con tutto il transatlantico.

Alla fine di questa riflessione, lo chiarisco, non voglio dare ricette o sottrarmi alle mie colpe, anche io ho vissuto in questo sistema e lo ho avallato in alcuni momenti, non somministro ricette, chiedo solo a tutti una riflessione, lo sforzo per arrivare ad un mondo migliore, lo sforzo di lasciare un futuro sostenibile ai nostri figli ed, una volta tanto, anche a quelli degli altri.

Giorgio Bargna

sabato 13 giugno 2015

La strada elvetica

Di certo non sono un economista, anzi fatico anche a far quadrare i bilanci della mia famiglia, ma certe situazioni le noti, le capisci, anche se non sei un genio; quando non le noti è perchè hai le stesse tendenze dello struzzo.

Qualche anno fa il castello economico/sociale su cui ci basiamo arrivò allo stadio finale: la creazione di un Europa economica, unica, despota, uxoricida, in sostanza il “quarto reich”.

Quando venne introdotto l'Euro non avevamo nemmeno un requisito per entrarci, ma ne venemmo comunque assorbiti, assorbiti come una discarica, come uno dei primi paesi sacrificali.

Già la classe politica nostrana, che qualcuno descrive inetta e che invece sa benissimo il fatto proprio, ci aveva messi con la schiena piegata, li ci ha posti in ginocchio e con le mutande sfilate.

Stiamo mantenendo una casta autoreferenziata che ci sta sfilando ogni riserva da portafogli e conti correnti lasciandoci senza dei servizi decenti, ci stanno sfilando di mano il lavoro imponendo dei contratti schiavisti che ci hanno tolto la dignità, ci stanno sfilando di mano il lavoro assegnandolo ad una manodopera che negli anni hanno fatto entrare nel paese con l'intesa di mettere poveri contro poveri.

Quando c'è povertà subentrano due fattori: la rabbia e la paura.

Con la paura si gestice la rabbia. Aumentando il caos aumenta la paura ed il bisogno di sicurezza. ed allora è facile dirigere la rabbia nei luoghi desiderati. Ed ecco che l'italiano ha paura del rom, dell'immigrato, di chi gli ruba il posto di lavoro e si distrae da quello che è il suo principale nemico.

Quel nemico si chiama tecnocrazia, parte da Bruxelles, passa attraverso Roma e si dirama nelle regioni, nelle province e negli altri enti, nei partiti, nelle istituzioni in genere.

Da quel nemico ci dobbiamo guardare, di quel nemico dobbiamo guardarci le spalle per primo, a quel nemico dobbiamo sottrarre il potere.

Occorre lavorare sulle menti offuscate, lavorare su quelle teste nascoste sotto terra che illustravo all'inizio, occorre portare il potere e la decisione vicine al popolo sovrano.

Non ci sono strade alternative a quella elvetica: una repubblica basata sui municipi che si raggruppano in aree territoriali omogenee e sostenuta da una fortissima e sviluppatissima democrazia diretta.

Non sottovalutate quest'ultimo aspetto, noi cittadini, elettori italiani in realtà non abbiamo mai deciso “una beata minchia”; è ora di cambiare!!!

Giorgio Bargna






























giovedì 11 giugno 2015

Salvaguardia comune


Spesso dai cassettini della memoria mi riaffiora il ricordo di “Tribuna Politica”, trasmissione nata negli anni sessanta e condotta, tra gli altri, da Jader Jacobelli ed Ugo Zatterin. Ero molto piccolo allora, non toccavo ancora i dieci anni probabilmente, ma ricordo come seguivo affascinato la trasmissione. La discussione era sostanzialmente pacata e si trovavano dei contenuti completi di validità. E' vero che la situazione sclerotizzata della politica odierna è sicuramente frutto di alcuni “vezzi” nati allora, ma certamente a quei tempi mentre si metteva fieno in cascina, nella propria cascina, si cercava anche di perseguire il bene comune.

Nei vari anni molto si è modificato passando anche tra i vari “scandali Lockheed” e le varie “Tangentopoli” fino a giungere oggi a “Mafia Capitale”. Non si è modificato solo il “modo di intendere la politica”, si è modificato anche e soprattutto il modello concettuale degli elettori.

Non è certo un mistero che parecchi elettori votino persone e politicanti da cui sperano di ricevere qualcosa in cambio, se non addirittura anche candidati chiaramente mafiosi o chiaramente collusi.
Significa che essi li eleggono come propri rappresentanti, il tutto aldilà che abbiano la fedina penale sporca o che siano impresentabili.

Questa è la nostra società odierna, una società dove chi ha le mani linde spesso le tiene in tasca e non agisce per difendere la propria società, la società che in un futuro prossimo sarà dei loro figli.

Il nostro paese ha due sport nazionali da bar: fare il commissario tecnico della nazionale e fare il critico politico. In questo secondo sport l'italiano medio, dopo le imprecazioni e le critiche da bar e/o social network, dopo le dichiarazioni di amore o di odio verso questa o quella parte politica o verso l'assetto della politica, si aspetta sempre che sia un altro ad intervenire, che qualcun altro scenda in campo, ci metta la faccia, gli attributi.
Siamo in un momento storico nel quale criticare e non partecipare personalmente al cambiamento culturale serve sempre e solo alla casta. Il generale, diffuso disinteresse aiuta a lievitare questa corruzione sistematica. Di questo passo, con questo atteggiamento, non cambierà mai nulla e non ci potrà essere un futuro sostenibile per i nostri anni di vecchiaia e per l'intero arco di vita dei nostri figli.
Non possiamo limitarci all'attesa del pm di turno che scoperchia i segreti di pulcinella, prassi che tutti conosciamo ma che non si possono, non si vogliono, nominare. Non possiamo girarci dall’altra parte e fingere che non stia succedendo nulla, o peggio ancora votare questo o quello per cercare fortuna e vie più veloci per i nostri interessi.
Questo è il male principe dell’Italia, di un Paese dove siamo bravi a criticare dal di fuori o dietro un pc per poi nella vita quotidiana aver paura anche di denunciare il più semplice sopruso, di intervenire personalmente perchè non avvenga più in futuro. Questa “formula politica”, questa casta che ci dirige come un pastore guidaun gregge, di certo non ha tra le proprie priorità il “cambiamento”; solo la coscienza collettiva e partecipata potrà partorire il “cambiamento” ed obbligare le istituzioni ad un cambio di rotta.
Basta leggere o ascoltare le cronache, quotidianamente affiorano scandali nei quali rimangono coinvolti tutti a vari livelli.
Mafia Capitale è una minima percentuale di quanto si consuma quotidianamente tanto nei piccoli comuni quanto all’interno delle varie istituzioni. Volessimo applicare alla lettera la legge probabilmente non dovrebbe essere chiuso solo il Parlamento, ma per Mafia l’intero paese.
Non siamo mai stati un popolo di rivoluzionari e probabilmente non lo saremo mai, ma senza una vera rivoluzione culturale, senza provarci, così siamo e così resteremo.
Non ha importanza la nostra provenienza politica e cosa sognamo da un paese rifondato. Oggi che destra e sinistra pari sono nell'impegno di denudarci, dobbiamo radanarci inizialmente solo sotto il vessillo del cambiamento e del bene comune; solo in seguito a Paese risanato possiamo orientarci verso questo o quel credo...ma fino a quel giorno tutti dobbiamo impegnarci nello sforzo di un cambiamento culturale, che significa anche vigilare sulla politica in prima persona, entrandoci personalmente.
Non abbiamo poi così molto tempo prima che ci lascino anche senza mutande, diamoci una smossa.
Giorgio Bargna

lunedì 27 aprile 2015

Il tramonto e l'alba

Ogni santo e benedetto giorno sfogliando le pagine di cellulosa ed il WEB leggiamo di morti e violenza. Leggiamo di suicidi ed omicidi determinati dal mondo del lavoro e nel mondo del lavoro, sempre più messo in difficoltà, e leggiamo di violenza nell’ambito famigliare,  all’interno del focolare, di quel luogo che dovrebbe stare a significare serenità e sicurezza.

Leggere di imprenditori ed operai suicidi, di madri che uccidono i figli, di mariti che annientano la famiglia duole immensamente. Il cuore si dilania davanti al mostro che sta trucidando la nostra società, davanti alle violenze fisiche e verbali, davanti agli stalking ed alle prepotenze, davanti a vittime che si trasformano in carnefici, davanti a disperati che sbagliano l’obbiettivo della rabbia, della ribellione.

Mancano oggi, non c’è dubbio, la serenità e la fiducia, si va esaurendo l’amore.

Davanti ai nuovi poveri che ti praticano una concorrenza con cui fatichi a confrontarti, davanti al ladro che ti sottrae quel poco che possiedi, davanti al burocrate che oltre al danno ti somministra pure la beffa, davanti al lavoro che latita, al fisco rapace, al parlamento famelico e cialtrone non può che montare, crescente, la rabbia; una rabbia che sostituisce gradualmente, sistematicamente lo sconforto.

Quanto di negativo si assimila durante la giornata esplode spesso in casa, tramutandosi sia in liti ed incomprensioni che anche in gesti estremi, violenti, altre volte succede sul lavoro, altre per le strade o negli stadi,  anche in quelli di piccole dimensioni.

E’ errato però che la negatività di una società illogica esploda in questi ambienti. La rabbia potrebbe, lo è, essere giustificata,  sono gli obbiettivi ad essere sbagliati; un errore questo presumibilmente generato da una forma di vigliaccheria. Questa carica di rabbia collettiva dovrebbe sfogarsi altrimenti; innanzitutto in un impegno civile volto al bene comune; in seconda istanza, per chi sente di dovere essere obbligatoriamente violento (ed io ad oggi lo sconfesso)  nelle strade, nelle, piazze per travolgere istituzioni caratterizzate da ignavia e parassitismo.

Grazie alla storia sappiamo che i cambiamenti epocali sono frutto di rivoluzioni (non per forza assoluta violente), quindi è del tutto inutile suicidarsi per la vergogna di un fallimento oppure sbraitare con la moglie o trucidare i figli, occorre unirsi nella battaglia che porta ad un cambiamento, ma subito,  prima che sia troppo tardi e non ci sia più nessun culo da salvare.

Giorgio Bargna

lunedì 6 aprile 2015

...nemmeno lentamente muore...

Prendo in prestito le parole di Martha Medeiros (o se preferite di Pablo Neruda) e dico che “nemmeno troppo lentamente muore, muore questo mondo negli occhi dei bambini”.

Muore nell’orrore che vedono tra i cadaveri delle guerre, siano esse nascoste dai credo o dai danari.

Muore nello schifo di chi picchia e stupra i bambini, picchia e stupra le loro madri, sfrutta e maltratta i loro padri per un tozzo di pane.

Muore nei loro occhi quando non capiscono perché qualcuno muore di fame e non siamo in grado di spiegargli il perché.

Muore nei loro occhi quando si fidano di qualcuno che li tradisce, li usa, li sfrutta ne fa arma di ricatto in faccende domestiche.

Muore nei loro occhi quando nessuno è più in grado di regalare loro un sorriso, una carezza, un gesto d’amore.

Muore negli occhi di tutti quando ci guardiamo attorno e ci accorgiamo che vicino a noi c’è Giuda e non un solo amico.

Questo mondo, nemmeno lentamente, muore perché si sta dimostrando degradato, perverso, meschino, orribile, senza più valori e dignità.

Nel mio piccolo, senza pretendere di essere perfetto, anzi errando spesso, cerco di non farlo morire questo mondo, ma non è facile. Ci sono ancora persone che ci credono e lo vogliono un mondo che vive; non ho ancora capito bene se sono poche o se io sono miope.

Non posso considerarmi certamente un praticante di valore, ma vi lascio in calce quanto riportato nella II lettera di San Paolo a Timoteo:

"...negli ultimi giorni ci saranno tempi difficili.  Poiché gli uomini saranno amanti di se stessi, amanti del denaro, millantatori, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, sleali,  senza affezione naturale, non disposti a nessun accordo, calunniatori, senza padronanza di sé, fieri, senza amore per la bontà,  traditori, testardi, gonfi [d’orgoglio]"


Facciamo non muoia davvero, Giorgio Bargna

domenica 29 marzo 2015

Il valore del lavoro

E’ sulla bocca di molti canturini, quale avvenimento di questi giorni, il tema del dipendente comunale pescato a fare il “furbetto”.

Sostanzialmente, per stare alla cronaca, il Sindaco di Cantù passando davanti ad un ufficio postale ha notato un veicolo comunale in divieto di sosta. Nell’indagare, entrando nell’ufficio postale, sul perché di questo parcheggio illegale, il Sindaco sorprende il dipendente comunale (a quell’ora in servizio) intento a pagare qualcosa di personale.

La cronaca politica di questi anni vede invece Claudio Bizzozero in prima linea contro i “lazzaroni” presenti, a suo dire, negli edifici comunali canturini. Il braccio di ferro con i sindacati e con i lavoratori ha toccato anche momenti molto caldi e delicati.

Io, come il Sindaco canturino, sono pienamente convinto che tra i suoi, i nostri, dipendenti, come in ogni azienda, vi sia il buono ed il gramo. 
Il buono va premiato, sia pur senza esagerare, sta facendo il proprio dovere. 
Il gramo va isolato e possibilmente, se recidivo, severamente punito.

In questa situazione le aggravanti, a mio avviso, sono due.
La prima è che stiamo parlando di un dipendente pubblico, come tale è pagato dai contribuenti ed ognuno di noi sa quali sono le difficoltà economiche dei contribuenti oggigiorno.
La seconda è che oggi il lavoro è un dono prezioso (lo scrive chi sopravvive tra contratti a termine da mesi), non averne rispetto merita severità di giudizio.


Non credo che questo dipendente verrà licenziato e probabilmente è giusto che sia così, ma credo che la massima punizione possibile, sottostante al licenziamento, sia giusta, non tanto per la gravità del fatto (esiste di peggio) ma quanto per l’oltraggio al valore del lavoro, per lo sfregio al rispetto di chi un lavoro non lo ha e lo sogna ogni ora della settimana.

Giorgio Bargna

giovedì 26 marzo 2015

Società liquida

Seppur con sempre minor densità seguo le pubblicazioni che diffondono il pensiero di Alain de Benoist; recentemente sono “incappato” su una riflessione che riguarda un tema di cui spesso ho trattato: il progressivo allontanamento dalle regole sociali frutto di comunità, appartenenza, tradizione, rispetto reciproco.

Il pensatore francese si sofferma su quel colpevole lassismo che si abbatte su esse nel nome di quella che alcuni definiscono “libertà di scelta”, la quale in realtà è definibile quale specchietto delle allodole dell’atomizzazione.

In merito de Benoist, abbiamo citato spesso questa etichetta, parla di una società liquida, di una società dai contorni fumosi, indecifrabili, vaghi, indefiniti che spinge ad allontanarsi dalla “solidità”.

Nello svilupparsi della società  odierna ormai sempre più raramente possiamo fare ricorso a qualcosa di assodato e acclamato, a qualcosa che sia frutto di regole sociali ben delineate. Il cosiddetto pensiero libertario, ormai, di fatto sommerge, soffoca, appiattisce e livella ogni cosa; la sua scia è composta da devastazione e caos.

La famiglia (e non la intendiamo in senso religioso, ma bensì biologico) composta da uomo, donna e figli, secondo il francese, viene investita dal fiume in piena di istanze che sfidano la fisiologia della procreazione arrivando a ridurre la donna a mera macchina incubatrice, l’uomo a puro e semplice fornitore di spermatozoi e il bambino ad autentico giocattolo/merce di scambio.

Quelle regole intese all’integrazione e all’accoglienza verso gli stranieri, che rispettano l’impatto di sostenibilità, vengono costantemente disintegrate da un “mare” di sbarchi senza soluzione di continuità nella noncuranza e/o nell’interesse di chi di dovere. Non ho mai avuto nessun problema verso altri culti religiosi, verso altre tradizioni, anzi tutt’altro, ma devo constatare che oggi il paese, a forte connotazione cristiano-cattolica, viene sferzato da una burrasca iperlaicista che finisce per sfilacciare e distruggere il tessuto stesso della società infischiandosene degli equilibri naturali e maturati nei secoli.

L’uomo, l’atomo, privato di certezze conclamate quali la famiglia, la religione, gli ideali politici, la propria natura sessuale, vive come in balia di una tempesta, osservando inerte un paesaggio che muta di continuo creandogli dubbi ed incertezze.

Privato di regole di riferimento l’uomo osserva lo svilupparsi di una società malata, deviata, dove gli uomini uccidono le donne, le donne uccidono i figli, i figli uccidono i genitori, le famiglie si disgregano, i bambini diventano campi di battaglia umani su cui rivendicare orgoglio di categorie, le città, trascurate, abbandonate e svilite dagli autoctoni, divengono preda di nuovi barbari che vi si muovono da padroni.

La società liquida rende liquidi in primo luogo i rapporti personali e sociali, rapporti su cui si fonda l’umanità stessa, sarà bene porre rimedio velocemente prima di un suicidio collettivo che a prima vista mi pare si stia conclamando.

Giorgio Bargna

venerdì 30 gennaio 2015

Non avrai altro Dio


All’interno dell’Assemblea di “Lavori in Corso”, dopo il varo del PGT canturino, sono stato certamente tra i più strenui (se non il più strenue) difensori dell’idea che un referendum contro la costruzione non andasse fatto, per motivi ideologici e per coerenza, semmai una consultazione andava fatta prima del varo del documento urbanistico.

Per quanto io sia fermamente convinto (oggi come allora) che una lotta in difesa della libertà di religione (ma di ogni libertà) vada sempre fatta, a suo tempo ho sostenuto che i tempi non fossero ancora maturi per questo passo, per svariati motivi;  a mio vedere però una volta fatta la scelta questa deve essere difesa a spada tratta, con la convinzione pari a quella che la ha fatta maturare, a dispetto questo di quanto ne pensi il Sindaco di Cantù.

In campagna elettorale era stata spesa una promessa di consultazione, ma (ribadisco il concetto) andava concretizzata prima delle scelte. A bocce ormai lanciate era certamente più elegante e giusto ammettere un errore, piuttosto che rincorrerlo, commettendone altri ed aprendo il campo a chi su questa vicende costruisce una battaglia politica.
Come era ovvio, viste leggi e regolamenti, la proposta di Referendum avanzata dalla Lega nei giorni scorsi è stata cassata, senonchè proprio in concomitanza con “Il giorno della Memoria” è stata varata una norma regionale minante, a mio personale e magari sbagliato modo di vedere, in modo esplicito i principi di uguaglianza e di libertà religiosa.

Non sono ne un tecnico ne un esperto giuridico ma mi pongo una domanda pur non conoscendone il testo preciso in questo momento: sarà cassabile dalla Consulta questa norma?

Ma passiamo alla parte meno tecnica e più politica ed ideologica. A varare la norma un Consiglio presieduto da uno dei leader di un movimento politico proclamatosi di volta in volta libertario, indipendentista, federalista e autonomista, un movimento ed un leader che oggi invece agiscono da Podestà, calando dall’alto vincoli alle comunità, come farebbe un esperto centralista.

Si parla in questi giorni di integralismo islamico. Questo integralismo esce vincente, in queste ore, in questa regione, grazie ad un altro integralismo, quello cattolico che ha ingaggiato la battaglia locale varando una norma che va a creare enormi difficoltà a tutte le religioni che non siano quella cattolica, tanto che contro questa norma si sono schierati anche i rappresentanti delle altre 11 confessioni presenti in Lombardia.

Come leggo su “La stampa-online”: «Netto dissenso» esprime la Conferenza Evangelica nazionale, mentre i Valdesi scrivono che «ancora una volta in Italia si dimostra che la tutela della libertà di religione e di pensiero non è un dato acquisito».

Aldilà della legittimità della norma e della sua eventuale applicazione nella vicenda canturina (tutto da appurare davanti al testo) vedere telecamere, limitazioni urbanistico-edilizie praticamente impossibili da superare e organi regionali di censura che sottraggono autonomia agli enti locali, mi porta a pensare una cosa: semmai esista una guerra tra religioni questa battaglia non è stata vinta da una parte, ma persa dall’altra che, autisticamente comportandosi, davanti all’assenza di risposte legate all’intelletto è passata alle vie di fatto, vie di uno stampo  non propriamente legate al confronto, anzi, semmai, sommarie e isolazioniste.

Giorgio Bargna

mercoledì 28 gennaio 2015

Il paradosso (?)

Non sono in realtà molto avvezzo a commentare i post elezione, ma sulla situazione greca, sempre con la mia visione particolare, due parole le voglio spendere.

Alexis Tsipras è il nuovo premier della Grecia, il che (si dice) fa tremare e non poco l’Europa del rigore e degli stridii di denti, in primis la signora Angela Merkel e i suoi compagni di merende.

Storicamente Tsipras ha portato avanti battaglie contro l’Ue e la moneta unica e direi, a occhio e croce, che non ha nessuna idea di cambiare atteggiamento: il suo partito Syriza, di estrema sinistra, ha già stretto un accordo con i nazionalsocialisti di Kammenos, di schieramento diametralmente opposto, per governare il Paese andando contro a tutte quelle che sono state le indicazioni della Troika.

Innanzitutto è da vedere come Tsipras attuerà il suo programma e come questo inciderà sull’economia della Grecia e suoi rapporti internazionali. Non so quanta forza e convinzione abbia in se il nuovo premier greco e quanto margine di manovra gli potrà essere concesso prima che qualcuno “gli seghi le gambe”, fatto starebbe che un successo della politica del nuovo governo ellenico porrebbe a notevoli ripercussioni sugli altri Stati europei, soprattutto su quelli che non navigano in ottime acque, come l’Italia.

Dalla Grecia comunque è giunto un sonoro ceffone democratico all’elìte finanziaria che impera nel continente; i greci, votando le idee in merito di Tsipras, hanno dichiarato decisamente guerra all’ Europa Tecnocratica.

Ora però facciamo una riflessione un po’ particolare. Certamente i tecnocrati e quanti manipolano la grande finanza non vedono di buon occhio la situazione ellenica; ma i politici?

Le caste, le classi dirigenti, in fondo hanno orticelli più ristretti da rastrellare, quegli orticelli di casa propria che consentono loro di lucrare e vivere “sani e belli”. Le manovre vessatorie di un Europa despote a cui, in qualche modo, volenti o nolenti hanno DOVUTO aderire, oggi stanno impoverendo i cittadini sudditi, i quali senza lavoro e redditi, dopo aver lottato per arrivare alla fine del mese con la pancia semipiena e le bollette pagate, finite le riserve dei risparmi, il denaro per pagare i tributi (fondamentali per le classi dirigenti autoreferenziali) non li hanno praticamente più.

Io comincio ad avere il sospetto che, in fondo in fondo, ma nemmeno così in fondo, un po’ di tifo per gente come Tsipras i politici lo facciano, uscire dalle “maglie tecnocratiche europee” garantisce a loro una più lunga sopravvivenza.

Dico una baggianata? Vediamo, tutto sommato lo scenario ancora non si è aperto.


Giorgio Bargna