venerdì 30 gennaio 2015

Non avrai altro Dio


All’interno dell’Assemblea di “Lavori in Corso”, dopo il varo del PGT canturino, sono stato certamente tra i più strenui (se non il più strenue) difensori dell’idea che un referendum contro la costruzione non andasse fatto, per motivi ideologici e per coerenza, semmai una consultazione andava fatta prima del varo del documento urbanistico.

Per quanto io sia fermamente convinto (oggi come allora) che una lotta in difesa della libertà di religione (ma di ogni libertà) vada sempre fatta, a suo tempo ho sostenuto che i tempi non fossero ancora maturi per questo passo, per svariati motivi;  a mio vedere però una volta fatta la scelta questa deve essere difesa a spada tratta, con la convinzione pari a quella che la ha fatta maturare, a dispetto questo di quanto ne pensi il Sindaco di Cantù.

In campagna elettorale era stata spesa una promessa di consultazione, ma (ribadisco il concetto) andava concretizzata prima delle scelte. A bocce ormai lanciate era certamente più elegante e giusto ammettere un errore, piuttosto che rincorrerlo, commettendone altri ed aprendo il campo a chi su questa vicende costruisce una battaglia politica.
Come era ovvio, viste leggi e regolamenti, la proposta di Referendum avanzata dalla Lega nei giorni scorsi è stata cassata, senonchè proprio in concomitanza con “Il giorno della Memoria” è stata varata una norma regionale minante, a mio personale e magari sbagliato modo di vedere, in modo esplicito i principi di uguaglianza e di libertà religiosa.

Non sono ne un tecnico ne un esperto giuridico ma mi pongo una domanda pur non conoscendone il testo preciso in questo momento: sarà cassabile dalla Consulta questa norma?

Ma passiamo alla parte meno tecnica e più politica ed ideologica. A varare la norma un Consiglio presieduto da uno dei leader di un movimento politico proclamatosi di volta in volta libertario, indipendentista, federalista e autonomista, un movimento ed un leader che oggi invece agiscono da Podestà, calando dall’alto vincoli alle comunità, come farebbe un esperto centralista.

Si parla in questi giorni di integralismo islamico. Questo integralismo esce vincente, in queste ore, in questa regione, grazie ad un altro integralismo, quello cattolico che ha ingaggiato la battaglia locale varando una norma che va a creare enormi difficoltà a tutte le religioni che non siano quella cattolica, tanto che contro questa norma si sono schierati anche i rappresentanti delle altre 11 confessioni presenti in Lombardia.

Come leggo su “La stampa-online”: «Netto dissenso» esprime la Conferenza Evangelica nazionale, mentre i Valdesi scrivono che «ancora una volta in Italia si dimostra che la tutela della libertà di religione e di pensiero non è un dato acquisito».

Aldilà della legittimità della norma e della sua eventuale applicazione nella vicenda canturina (tutto da appurare davanti al testo) vedere telecamere, limitazioni urbanistico-edilizie praticamente impossibili da superare e organi regionali di censura che sottraggono autonomia agli enti locali, mi porta a pensare una cosa: semmai esista una guerra tra religioni questa battaglia non è stata vinta da una parte, ma persa dall’altra che, autisticamente comportandosi, davanti all’assenza di risposte legate all’intelletto è passata alle vie di fatto, vie di uno stampo  non propriamente legate al confronto, anzi, semmai, sommarie e isolazioniste.

Giorgio Bargna

mercoledì 28 gennaio 2015

Il paradosso (?)

Non sono in realtà molto avvezzo a commentare i post elezione, ma sulla situazione greca, sempre con la mia visione particolare, due parole le voglio spendere.

Alexis Tsipras è il nuovo premier della Grecia, il che (si dice) fa tremare e non poco l’Europa del rigore e degli stridii di denti, in primis la signora Angela Merkel e i suoi compagni di merende.

Storicamente Tsipras ha portato avanti battaglie contro l’Ue e la moneta unica e direi, a occhio e croce, che non ha nessuna idea di cambiare atteggiamento: il suo partito Syriza, di estrema sinistra, ha già stretto un accordo con i nazionalsocialisti di Kammenos, di schieramento diametralmente opposto, per governare il Paese andando contro a tutte quelle che sono state le indicazioni della Troika.

Innanzitutto è da vedere come Tsipras attuerà il suo programma e come questo inciderà sull’economia della Grecia e suoi rapporti internazionali. Non so quanta forza e convinzione abbia in se il nuovo premier greco e quanto margine di manovra gli potrà essere concesso prima che qualcuno “gli seghi le gambe”, fatto starebbe che un successo della politica del nuovo governo ellenico porrebbe a notevoli ripercussioni sugli altri Stati europei, soprattutto su quelli che non navigano in ottime acque, come l’Italia.

Dalla Grecia comunque è giunto un sonoro ceffone democratico all’elìte finanziaria che impera nel continente; i greci, votando le idee in merito di Tsipras, hanno dichiarato decisamente guerra all’ Europa Tecnocratica.

Ora però facciamo una riflessione un po’ particolare. Certamente i tecnocrati e quanti manipolano la grande finanza non vedono di buon occhio la situazione ellenica; ma i politici?

Le caste, le classi dirigenti, in fondo hanno orticelli più ristretti da rastrellare, quegli orticelli di casa propria che consentono loro di lucrare e vivere “sani e belli”. Le manovre vessatorie di un Europa despote a cui, in qualche modo, volenti o nolenti hanno DOVUTO aderire, oggi stanno impoverendo i cittadini sudditi, i quali senza lavoro e redditi, dopo aver lottato per arrivare alla fine del mese con la pancia semipiena e le bollette pagate, finite le riserve dei risparmi, il denaro per pagare i tributi (fondamentali per le classi dirigenti autoreferenziali) non li hanno praticamente più.

Io comincio ad avere il sospetto che, in fondo in fondo, ma nemmeno così in fondo, un po’ di tifo per gente come Tsipras i politici lo facciano, uscire dalle “maglie tecnocratiche europee” garantisce a loro una più lunga sopravvivenza.

Dico una baggianata? Vediamo, tutto sommato lo scenario ancora non si è aperto.


Giorgio Bargna

venerdì 16 gennaio 2015

(Effetto) Domino II

Nel chiudere la prima parte di questa riflessione auspicavo di trattare tra l’altro di istruzione, non intendo parlarne nel senso stretto, chi mi conosce è informato della mia convinzione che ormai l’istruzione “omologata e globalizzata” sia un efficace arma utilizzata dai padroni del vapore per rincoglionire i propri sottomessi; vado ad approfondire invece qualche sfumatura che collega l’istruzione alla “comunicazione sottoposta” ed alla standardizzazione.
Mesi fa pubblicai un post dedicato alla comunicazione moderna, a mio avviso, se utilizzata con criterio, porta vantaggi immensi, il dramma è purtroppo che qualcuno ne fa un uso veramente scandaloso.
Recentemente leggevo sul web un articolo sul tema, lo spunto è la notizia che tra le  intenzioni di chi governa in Finlandia ci sia anche quella di non voler più insegnare nelle scuole a scrivere in corsivo e nel tempo di puntare alla sola scrittura con la tastiera di un computer.
Condivido il pensiero dell’autore. E’ pur vero che praticamente PC, tablet e smartphone (prossimamente si aggiungeranno alla lista gli e-book) hanno soppiantato carta e penna nella praticità, ma con le funzioni automatiche stanno anche devastando la capacità di pensiero e concentrazione durante la scrittura; scrivere senza uno strumento digitale significa non poter tornare indietro ad ogni paragrafo, significa pensare bene cosa scrivere, significa tenere un foglio ordinato e ben pulito.
Eliminare il corsivo per votarsi allo stampatello (grafia del semianalfabetismo) ed ai correttori digitali (oppure agli idiomi degli SMS) significa voler creare un’ondata di (neo)analfabetismo di ritorno; ne guadagnerà chi vuole per necessità un popolo artefatto e bue anziché colto e maturo e ne guadagnerà l’industria informatica supportata dal solito gruppo “politically correct” che osannerà la salvezza delle piante.
Parlavo proprio oggi al bar con gli amici del rischio legato all’energia elettrica, non oggi, tra una ventina di anni, scrivere (e leggere, con l’avvento delle e-libraries) in caso di cataclismi o guerre potrebbe rivelarsi un impresa epica considerato che ormai, sottoposti all’omologazione, non ci trasmettiamo praticamente più le “memorie storiche” orali.
Queste considerazioni ci collegano, senza neppure sforzarci troppo in fantasia, con il mondo del lavoro; un cittadino ignorante diventa facilmente un lavoratore felicemente succube e devoto.

Passiamo quindi a “ragionare” di lavoro.

Sarebbe semplice e quasi rasserenante parlare semplicemente del tasso di disoccupazione che colpisce giovani e ultracinquantenni malgrado che le percentuali siano veramente inquietanti. Sarebbe altrettanto rinfrancante sostenere che siamo governati da inetti facenti capo a categorie che non conoscono le difficoltà di ogni giorno e che la presenza del popolino al Parlamento gioverebbe … POPULISMO di bassa lega!
Piacerebbe anche a me gongolarmi in quel pensiero che auspica il tracollo economico quale guado verso una rifondazione. Il collasso sicuramente è in vista, ma non illudiamoci che i “padroni del vapore” (multinazionali, banche, cerchie guerrafondaie, massonerie) che a questo sono voluti arrivare, non si siano già predisposti per governarci di nuovo a loro piacimento imponendosi all’occorrenza anche tramite la forza militare, se quanto già descritto non bastasse; la loro intenzione, neppure tanto celata, è imporci nuovi regimi autoritari fascistoidi di cui già si vedono all’orizzonte alcuni esempi.
Prossimamente andremo a visionare come ci abbiano scippato la dignità lavorativa e come in fondo lavoro ed immigrazione siano temi legati a doppio filo, oggi limitiamoci al ricordo delle prime vere spallate subite.
Il governo Craxi, il 14 febbraio 1984, varò il cosidetto decreto di San Valentino, primo, deciso attacco contro la scala mobile, destinata a essere completamente soppressa anche con l’avvallo del referendum dell’anno dopo. Crollarono vertiginosamente le quotazioni dei partiti e delle associazioni che fin li furono i “rappresentanti” (nel bene o nel male) dei lavoratori; la classe operaia iniziò letteralmente a disintegrarsi, sul piano culturale, su quello sociale e su quello politico. Ne patirono, in quel primo acchito, anche l’ intellighènzia, i quadri medi e i, fino ad allora invidiati, dipendenti impiegatizi. Lo spauracchio negli anni ottanta era quello dell’inflazione, agitato con il vero scopo di modificare la distribuzione del prodotto sociale fra lavoro e capitale, con la fatale e progressiva riduzione dei redditi popolari e da lavoro dipendente.
L’attacco al ceto medio allora partiva in sordina, per poi manifestarsi, aspramente, durante gli anni duemila; un “genocidio” che spianò la strada al dominio neoliberista, globalista, finanziario che abbiamo visto manifestarsi appieno praticamente ieri.
(continua)

martedì 13 gennaio 2015

La libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente

Sta di fatto che il terrorismo fine a se stesso va sempre condannato e che un giorno magari approfondiremo dove non è fine a se stesso, ma oggi, dopo essere stati tutti Charlie, ragioniamo anche sul fatto che è vero che "la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente", e continuerò a difendere sempre questo principio, ma se uno sbaglia bisogna anche un pò avvisarlo.

Sono iscritto a parecchie newsletters, tra queste anche una gestita da Marco Tarchi, sostanzialmente l'alter ego italiano di Alain de Benoist per anni; da lui mi giunge questa riflessione del pensatore francese che voglio condividere. Potete leggere qui l'articolo originale, io vi lascio in calce la traduzione. 
Evidenzio i punti a mio avviso salienti, buona lettura.

Charlie Hebdo, da giornale liberale-libertario, era diventato un portavoce dell’ideologia dominante

Al di là della legittima indignazione per il massacro perpetrato nella sede di “Charlie Hebdo”, quali lezioni si possono trarre da questo avvenimento? Bisogna vedervi, come fanno certi media, la prova che è stata dichiarata una “guerra totale” tra islam e cristianità, Oriente e Occidente?

La maniera abominevole in cui sono stati massacrati i collaboratori di «Charlie Hebdo» fa rivoltare lo stomaco, è ovvio. E quel che è più difficile quando l’emozione sommerge ogni cosa è conservare l’uso della ragione. E tuttavia ciò che è maggiormente necessario è imporsi la distanza interiore che consente di analizzare l’evento e di trarne delle lezioni
Di fronte a che cosa ci troviamo? 
Di fronte a una nuova forma di terrorismo, inaugurata in Francia dai casi di Khaled Kelkal e Mohammed Merah. Essa si distingue dalle precedenti ondate di terrorismo (tipo 11 settembre o attentato di Madrid), che erano concepite e messe in atto da basi estere attraverso grandi reti internazionali organizzate. Qui abbiamo invece a che fare con attentati concepiti in Francia da individui che si sono radicalizzati in maniera più o meno autonoma. Costoro sono passati progressivamente dalla delinquenza al jihadismo, ma sono il più delle volte soggetti che sono stati bocciati dal jihad
Hanno un grande sangue freddo, sanno utilizzare le armi di cui dispongono e sono completamente indifferenti alla via degli altri. Nel contempo sono dei dilettanti, dei pazzoidi, come questi fratelli Kouachi che decidono di andare a decimare una redazione “per vendicare il profeta” ma iniziano con lo sbagliare indirizzo, lasciano tracce dappertutto, non prevedono alcuna strategia di ripiegamento e dimenticano la carta d’identità nella macchina che hanno appena abbandonato. Sono dei pazzoidi imprevedibili, il che li rende ancor più pericolosi.
Bisogna anche stare attenti al contagio mimetico. La stessa logica imitativa che ha suscitato la comunione emotiva dei raduni spontanei a favore di “Charlie Hebdo” non mancherà di ispirare i potenziali emuli di Merah, dei fratelli Kouachi o di Amedy Coulibaly. Si immagini l’ondata di isteria sociale che la ripetizione a brevi intervalli di attentati come quello a cui abbiamo appena assistito potrebbe provocare. In un clima del genere, tutte le manipolazioni diventano possibili. Abbiamo visto già qualcosa del genere in passato: si chiama “strategia della tensione”
Si deve ovviamente fare la guerra a coloro che la fanno a noi, e farla con tutti i mezzi necessari. Ma parlare di “guerra totale” non vuol dire granché. I jihadisti (o i lanciatori di fatwa) sono altrettanto rappresentativi dell’islam quanto il Ku Klux Klan è rappresentativo della cristianità
Dopo tutto, non sono stati i jihadisti ma gli occidentali ad agitare per primi lo spettro dello “scontro tra le civiltà”, dopo essersi impegnati a destabilizzare l’intero Medio Oriente e ad eliminare tutti i capi di Stato arabo-musulmani che, da Saddam Hussein a Gheddafi, avevano eretto dighe contro l’islamismo radicale. La necessità di lottare contro le conseguenze immediate non deve far dimenticare la riflessione sulle cause prime.

Non è la prima volta che un giornale viene attaccato in modo violento. Vengono alla mente in particolare gli attentati contro “Minute” o “Le Choc du mois”, sia pure senza che vi si siano registrate vittime. Tuttavia, in occasione di quelle violenze, che avrebbero potuto rivelarsi mortali, si era registrata una minore empatia mediatica. Siamo sempre alla stessa storia dei due pesi, due misure?

Diciamo che, se invece di prendersela con la redazione di “Charlie Hebdo”, dei terroristi avessero decimato quella di “Valeurs actuelles” [settimanale di destra moderata], si può fortemente scommettere che le reazioni non sarebbero state le stesse. Non si sarebbero visti fiorire i “Je suis Valeurs” come si sono visti fiorire i “Je suis Charlie” (dal verbo “essere”, suppongo, non dal verbo “seguire” – ndt: la prima persona singolare dei due verbi in francese è identica). 
La classe politica di governo non avrebbe certamente parlato di “unione nazionale” (tema mistificante per eccellenza, peraltro, perché una “unione” di questo tipo avvantaggia sempre coloro che detengono il potere e vogliono beneficiare di un consenso). Contrariamente al suo predecessore “Hara Kiri”, “Charlie Hebdo”, giornale liberale-libertario, era diventato uno degli organi della ideologia dominante. La quale sa riconoscere chi sta dalla sua parte.

Ci viene detto, unanimemente, che “Charlie Hebdo” aveva fatto della libertà di espressione il proprio cavallo di battaglia. Ma cosa si dovrebbe dire delle campagne di delazione che hanno incitato a mettere lo scrittore Richard Millet alla porta del comitato di lettura delle edizioni Gallimard, a far licenziare Fabrice Le Quintrec da “France Inter” o Robert Ménard e Éric Zemmour da "Télé"? La libertà di espressione può avere dei limiti?


Basta con l’ipocrisia. Il 26 aprile 1999, i dirigenti di “Charlie Hebdo” avevano portato al ministero dell’Interno una serie di casse contenenti 173.700 firme di persone che richiedevano la messa fuorilegge del Front national. In materia di difesa della libertà di espressione, si è fatto di meglio! Ancora poche settimane fa, Manuel Valls ha dichiarato che “il libro di Zemmour non merita di essere letto”, mentre un altro ministro ha chiesto, senza vergognarsene, che “i palcoscenici televisivi e le colonne dei giornali cessino di ospitare opinioni di questo tipo”. E non riparliamo neanche del caso Dieudonné. Ciò detto, siamo giusti: fra coloro che celebrano la libertà di espressione quando si tratta di Zemmour, purtroppo ce ne sono molto pochi che sarebbero disposti a reclamarla per i loro avversari. Ora, “la libertà è sempre la libertà di chi la pensa diversamente”, come ha scritto Rosa Luxemburg, il che vuol dire che si è meritevoli nel difenderla solo quando si è pronti a farne beneficiare anche coloro che si esecrano. Ma è proprio questo quel che rifiuta l’ideologia dominante, anche negli Stati Uniti, dove il primo emendamento consente a chiunque di dire o scrivere ciò che vuole ma le opinioni non conformiste sono ancor più emarginate di quanto lo sono in Francia. Così come il diritto al lavoro non ha mai fornito un posto di lavoro, il diritto di parlare non garantisce la possibilità di essere ascoltati!

sabato 10 gennaio 2015

(Effetto) Domino

Quando ho aperto il foglio intendevo scrivere di immigrazione, sulla scia di quanto avvenuto a Parigi poi, pensando da sempre che certi fenomeni non siamo per nulla svincolati da altri, ho deciso di dare più ampio respiro alle riflessioni allargando il tutto anche verso alti temi che possiamo collegare al primo.

Basta “guardarsi in torno” per scolpire chiaro nelle nostre cortecce cerebrali il convincimento che l’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme. Ad ognuno di noi è capitato almeno una volta di “assaporarsi” un immagine che immortalava prestigiosi uomini politici mescolati con palazzinari, mafiosi d'alto bordo, giornalisti mezzani, direttori nominati di reti televisive, puttane e parassiti di ogni fronda. Osservare un parlamentare all’interno di questo insieme può semplicemente portare ad una sola conclusione: gli strali lanciati contro la mafia ed il malaffare, le polemiche debordanti, gli scontri dialetticamente cruenti che ogni giorno ci vengono propinati altro non sono che il “teatrino della politica”, l’esecuzione artistica della parodia della politica…ma la via è concretezza e questo cancro sta divorando il Paese attraverso delle metastasi devastanti che possiamo identificare tranquillamente nel clientelismo, nella burocrazia, nel parassitismo e nella corruzione, nella mentalità mafiosa diffusa e capillare che ritroviamo ormai presenti in ogni scenario delle nostre vite.

Ho tradotto in mie considerazioni quanto scritto da Massimo Fini, ho disegnate nella mia mente queste immagini da quando ero un bambino, ho visto passare sotto i miei occhi “Tangentopoli”, ora assisto ancor più esterrefatto agli eventi di “Roma Capitale” e gli sviluppi successivi.

Scriveva recentemente Massimo Fini sugli ultimi eventi:
Da allora e dalla successiva Tangentopoli nulla è cambiato. Se non in peggio. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a comandare, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è intrecciata. Siamo governati dalla banda della Magliana. E non poteva che finire così. Perché una classe dirigente interamente corrotta, se in questo termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il parassitismo, la mentalità mafiosa di cui parlavo in quel lontano articolo del 1979, non poteva combattere il sistema del malaffare senza scavarsi la fossa sotto i piedi”.
Io sono convinto che la malavita, quella seria, non quella dei ladri di polli, abbia sempre compartecipato alla direzione della danza, magari sotto mentite spoglie, che essa non sia una conseguenza, ma una delle concause.

L’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme poiché il massimo boato dell’italiano onesto è stato un approccio timido ai voti verso movimenti alternativi (a seconda delle fasi Lega e M5S) ed ora l’astensionismo che seppure è un messaggio importante non ha gli effetti di una ribellione. Ma in fondo, senza una rivoluzione di tipo culturale antecedente, è meglio che non vi sia una rivoluzione pratica.

Che si arrivasse a questo stato di fatto poteva essere logico? Elaboro il concetto prendendo sempre spunto da Fini e lo dettaglio con la mia visuale.

La democrazia trova il proprio punto debole nella sua massima espressione: la scelta da parte dei cittadini dei propri rappresentanti. Nelle idee dell’integralismo democratico si contemplava che si dovessero scegliere semplicemente dei singoli individui in rappresentanza, ma la presenza pressoché immediata dei partiti ha annullato di fatto questa prerogativa; i singoli individui quindi sono stati soverchiati dalle oligarchie. Va tenuta in considerazione un’ altra variabile della situazione: la competizione elettorale obbliga il partito a prendere delle scelte non sempre dello stampo migliore; sostanzialmente, almeno per quanto riguarda il consenso, in parte la politica si lascia guidare dagli umori degli elettori.

Avendo necessità di finanziamento i partiti sono diventati ben presto preda della corruzione e come dettaglia Fini:
Paesi di frontiera fra Est e Ovest, i suoi partiti sono stati finanziati per decenni da potenze straniere, Dc e Psdi dagli americani, il Pci dall'Urss. Restavano fuori i socialisti che non a caso saranno i più assatanati durante l'epopea di Tangentopoli. In seguito, illanguidendosi quei finanziamenti esteri, lo scenario cambia”.

Descrive Fini, a suo avviso, l’ultima parte della corruzione in Italia: “Nemmeno l'avvertimento di Mani Pulite è servito ai partiti per emendarsi. Al contrario, ci hanno messo pochi anni a trasformare i ladri in vittime e la Magistratura nel bersaglio preferito. Del resto una classe partitica interamente corrotta, al 100% se nel termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il familismo, la mentalità intimamente mafiosa, non poteva combattere seriamente la corruzione senza scavarsi la fossa sotto i piedi. E così arriviamo alla quarta fase, all'oggi. Ma con una differenza di non poco conto che è stata sottolineata da tutti. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a dirigere le danze, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è strettamente intrecciata. Non solo a Roma ma in tutte le regioni del Paese e quindi nell'Italia intera, noi siamo governati non da coloro che formalmente rappresentano le Istituzioni, ma da una qualche 'banda della Magliana' ”.

Scrivevo all’inizio che l’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme; possiamo darci una speranza? Solo se lo vogliamo con tutte le nostre forze e le nostre capacità, la nostra onestà individuale.

Troppi tra noi hanno presunzione di onestà intellettuale ritenendosi, di fatto, vittime del sistema ed addossando in toto le colpe ai politici, ai fannulloni ed in genere al proprio prossimo; troppi non avvertono la necessità, il dovere, di essere attori nell’attuazione di cambiamenti personali di grande entità, troppi non avvertono alcun senso di colpa dinanzi allo scempio a cui assistiamo.

Di questo passo, con queste convinzioni, non si uscirà mai da questo obbrobrio, la colpa è anche e forse soprattutto di milioni di persone ignare di averlo determinato con le proprie azioni viziose. Tra questi soggetti ci sono stato (in parte ci sono ancora) io e ci sei, molto probabilmente, anche tu che in questo frangente stai leggendo. Ho parlato anche di me, non sono immune, ma oggi se vogliamo cambiare insieme mi sento autorizzato ad inquadrare soprattutto te affinché tu non ti senta autorizzato a stare alla finestra a guardare.

Avendo noi, di fatto, consentito lo sviluppo di questa situazione critica sta a noi, a me e a te, costruire la soluzione! Non sono richieste grandi cose, solo di fare ciascuno una piccola parte. Non occorre poi chissà cosa, volendo si può partire anche semplicemente da quanto indico qui per poi andare, volendo, oltre tramite un vero impegno socio-culturale.

Direi che già mi sono dilungato parecchio, scriveremo e leggeremo prossimamente magari di istruzione, di immigrazione e di lavoro e delle paure che conseguono a questi due ultimi temi citati che spesso viaggiano collegati.

(continua)

mercoledì 31 dicembre 2014

Futuribilità

Si sta concludendo in queste ore un anno, il più terribile di una serie recente che hanno minato la mia vita. Soprattutto quest’ultimo ha colpito duro, alcuni accadimenti sono prettamente privati e solo il mio cuore ed il mio istinto potevano avere campo di scelta, vedremo dai frutti se la semina è stata la migliore; altre circostanze, altri problemi sfuggono al mio potere decisionale, sono conseguenze di una macchina molto più grande che milioni di persone faticano a controllare.

Ho dovuto raggiungere la boa della mezza età per riuscire a ritrovarmi senza un lavoro garantito, a volte proprio senza; sono dovuto arrivare a questa età a studiarmi come eseguire i salti mortali per riuscire a pagare tasse e bollette, li ho fatti quando ancora un lavoro lo avevo “certo” e (credevo) sicuro, domani sinceramente mi preoccupa come riuscire a bissare questo traguardo, questa impresa.

Sono anni che lavoro, sono anni che faccio politica (una politica alternativa), devo oggi arrendermi all’evidenza che davanti a questo muro di gomma che è il “sistema itaglia” poco si può fare se non proclamare principi ed aspettare che qualcosa avvenga.
Sebbene stia impegnando qualche ora della mia vita ad aiutare la mia amministrazione in alcuni settori, sebbene stia spendendo qualche ora nel progetto che vorrebbe vedere nascere una nuova Regione a Statuto Speciale ormai sto seduto in riva al fiume ed aspetto che passi quel famoso cadavere.

E’ difficile stabilire la densità del tempo, la sua brevità, la sua infinità; è difficile stabilire per me quando, ma sono certo che, a tempi non lunghissimi, il “sistema itaglia” scorrerà sotto la riva dove fingo di pescare fumando quintali di sigarette.

Ci scorrerà perché questo sistema si sostiene, si sosteneva sulle nostre tasse, sui nostri sprechi, su un consumismo che non possiamo più sostenere. Come il cane che si morde la coda ci ha tolto (succede in un regime che si autoalimenta) la possibilità di sostenerlo.

Il “sistema itaglia” prima di vivere la propria Brindisi ci spremerà fino all’osso, poi quando non sarà più in grado di pagare lo stipendio ai propri lacchè scapperà dal linciaggio, quel linciaggio che vorranno fortemente quanti di esso sono stati i servi, essi lo vorranno più di quanti ne sono stati gli schiavi moderni.

Parlavo di un anno che finisce, descrivo una situazione che sono convinto stia per accadere, ma non credo ai limiti temporali che ci diamo per le scadenze, succederà tutto per conseguenze, quando dovrà; a preoccuparmi però non sarà quando succederà (spero anche domani), ma quanto accadrà.

Questa è una nazione ad alta mentalità mafiosa, piena di schiavi silenti e di passeggeri saliti al volo sul carro del vincitore. Una nazione dove pochi fanno qualcosa senza pensare di avere un rientro personale.

Questo futuro mi fa quasi più paura del presente; mentre sarò seduto in riva al fiume in attesa oltre che fumare e fingere di pescare parlerò ad ogni viandante cercando di convincerlo che solo nel “bene comune” risiede il futuro.


Giorgio Bargna

martedì 23 dicembre 2014

Dire, fare, baciare, lettera ...



Gli accadimenti e i comportamenti si susseguono nel tempo seguendo la teoria del caos?

Verrà un giorno in cui chiederai chi sono, chi sono stato, cosa potrei essere; mille e più persone potranno risponderti.

Qualcuno ti dirà che ho affrontato gente di malaffare semplicemente chiudendo i pugni, altri che non ho mai avuto gli attributi.

Qualcuno dirà che rubavo, altri diranno che non c’è mai stata persona più onesta di me.

Qualcuno dirà che sono stato un fascista, altri che sono stato anarchico, qualcuno comunista, altri diranno che sono stato un ribelle.

Qualcuno dirà che bestemmiavo Dio, facendo sforzi di petto, altri diranno di non aver mai sentito una parola di troppo da me.

Qualcuno dirà che sapevo amare sopra le righe, rispondendo a chi è convinto sia arido di cuore.

Di fronte a chi mi ha sempre visto come un lazzarone ci sarà chi loderà il mio lavoro.

Ti diranno che sono stato grugnoso, in contraltare a chi ha riso con me mille e più volte.

Tutte queste cose sono vere, anche se può sembrare strano; non sempre le persone si comportano allo stesso modo, non sempre le situazioni lo consentono.

Se tu lo chiedessi a me ora ti risponderei che ogni azione è la logica conseguenza di una situazione e non sempre ti comporterai in egual modo nel corso della tua vita.

Sono sempre stato convinto che si debbano sentire i consigli di chi ha più esperienza per poi sbagliare da soli, quindi ti lascio il mio consiglio.

Nella vita fatti guidare dal cuore e dall’istinto, la ragione è un marchingegno costruito dagli altri che mal ti si adatterà.

Buena vida a mi hijo.


martedì 16 dicembre 2014

La nuova forma di autodeterminazione

Per chi segue quanto scrivo è noto che è iniziato un processo teso alla nascita di una nuova Regione a Statuto Speciale il quale racchiude le aree geografiche del Lario, della Brianza e della Valtellina. Chi mi legge sa anche che ho scritto recentemente di Insubria ed Insubri. Affermavo al termine di quel pensiero che oggi è ora di rendere consapevoli gli Insubri di esserlo, qualcuno glielo ha fatto dimenticare, noi abbiamo il dovere di farli rinascere.

Specificavo nell’estensione del pensiero che, a mio avvisio, la nostra Regione (l’Insubria è per me il passo successivo e logico a Lario, Brianza e Valtellina) in causa deve essere sostenuta da un concetto geo-culturale ma anche da un fattore legato agli interessi economici. Le aree territoriali che descrissi hanno in comune sicuramente un tessuto produttivo comune, ma in collegiale, inserite nel contesto lombardo, hanno pure una tassazione decisamente iniqua e che non produce servizi e beni sociali.

Mi è sempre risultato antipatico porre questi termini, ma oggi viviamo schiavi di una tecnocrazia costosa e parassitaria ed ognuno deve trovare la propria via di salvezza; snocciolo qualche dato.

L’ultimo saldo, lo prendo da questa fonte, è da quasi 48 miliardi di euro, pari a circa cinque mila euro pro capite, differenza tra quanto versato (in tributi) dalla Lombardia al governo centrale e quanto ricevuto indietro (in termini di servizi erogati). Nel triennio 2009-2011, la regione dal maggior «residuo fiscale» è la Lombardia (47,773 miliardi), seguita da Emilia Romagna (13,5 miliardi) e Veneto (11,5 miliardi). Chiudono la classifica Campania (-14,5), Calabria (-10,8) e Puglia (-10,6) che ricevono di più di quanto versano.

Dal web apprendo anche (scoperta dell’acqua calda) che uno studio della Cgia di Mestre ha effettuato un confronto su scala regionale sul gettito fiscale derivate dalle tasse versate dall’intera platea dei contribuenti, siano essi imprese, pensionati, lavoratori dipendenti o lavoratori autonomi. Analizzando le 20 Regioni italiane, e prendendo a riferimento i ultimi dati relativi all’anno 2007, l’Associazione degli artigiani mestrina ha rilevato come i contribuenti lombardi versino ogni anno in media sia allo Stato centrale, sia ai governi locali, un ammontare complessivo di tasse pari a ben 12.456 euro, corrispondenti ad una media di 1038 euro al mese.

Se il territorio, le tradizioni, la cultura e la lingua forse, e solo forse, fungono da collante tra coloro che possono essere considerati autoctoni, quando si parla di denaro, di servizi, di tasse e gabelli proprio tutti, anche il cittadino arrivato ieri, rimangono coinvolti.

In questo periodo dove si lotta per la sopravvivenza tra una casta auto referenziata e il cittadino che ogni giorno deve studiarsi come sopravvivere, la battaglia sull’autodeterminazione di un territorio, sul proprio autogoverno va giocata su questo settore, un settore che non divide, nella difficoltà, nessuno. Chi vuole continuare a mantenerli faccia pure, ma a proprie spese.

Giorgio Bargna



sabato 6 dicembre 2014

Lario, Brianza e Valtellina, l'esempio da seguire

Quando gli uomini sono scontenti di se stessi e di ciò che li circonda, secondo un principio di scuola anarchica, si accende una rivolta, una ribellione; può manifestarsi sotto diverse forme, pacifiche o cruente, non è una levata di scudi, ma un sollevamento di individui, una ribellione che, generalmente, non si preoccupa assolutamente delle istituzioni che potrà produrre, una lotta contro ciò che esiste. Una volta riuscita, ciò che esiste crolla da solo.

Pur nutrendomi di molti principi anarchici non sono attratto solo da questi ideali, la mia filosofia ribelle al sistema si nutre parecchio anche di principi legati all’autonomia, alla responsabilità ed alla partecipazione, nonché al localismo ed alla sostenibilità, ambientale ed economica.
Quindi mi preoccupo anche dell’istituzione che i miei moti potrebbero produrre, mi preoccupo di come scardinare il sistema.

Da qualche anno, con Claudio Bizzozero ed altri amici, coltivo il sogno dell’autonomia decisionale ed economica del Territorio che vivo, di un federalismo a base municipale, della compartecipazione del Cittadino alle scelte politico/amministrative.
Si trattava di trovare una leva, un grimaldello in grado di scardinare il sistema costituitosi un questo Paese: riteniamo che il passaggio ad Autonomie Regionali strutturate sull’esempio della Regione Autonoma Altoatesina  sia la chiave giusta.

In queste settimane è partita la procedura che intende costituire la nuova Regione a Statuto Speciale che potremmo definire (prendendo spunto dai nomi dei territori che la compongono) Lario, Brianza e Valtellina; tradotto nel geograficamente scolastico: Lecco, Como, Sondrio.

Io auspico che nel proprio diritto ogni Territorio di questo Paese si voti ad azioni simili.

La procedura è certamente lunga e difficile ma pare non spaventare molto i Consigli Comunali di questa costituenda Regione; in poche settimane hanno discusso e votato la delibera i Comuni di Cantù, Lanzo Intelvi, San Fedele Intelvi, Luisago, Laglio, Crandola Valsassina e Cedrasco.

I passaggi che seguono le discussioni e l’approvazione da parte dei Consigli Comunali che insieme rappresentino almeno 1/3 della popolazione interessata sono:

- Referendum Popolare di approvazione da parte della Popolazione delle tre provincie
- Parere della Regione
- Legge Costituzionale conforme alla volontà espressa dai Consigli Comunali e dalla Popolazione

Il mio invito, caldo e sincero, è rivolto innanzitutto ai Consigli Comunali di Lario, Brianza e Valtellina affinché deliberino a favore della costituzione della nuova Regione, poi anche ad ogni amministratore locale di questo Paese; se dilagano iniziative di questa natura Popolazione ed Istituzioni non potranno che convincersi della bontà di questa iniziativa, di questa voglia di ripulire il Paese da un Sistema che ormai non può più autoalimentarsi e che è destinato a fallire.

W la libertà, Giorgio Bargna

mercoledì 3 dicembre 2014

Processo partecipativo e comunicazione (2)

Proseguiamo in quel viaggio che tocca quei due temi che mi stanno parecchio a cuore: la Partecipazione, la Comunicazione.

I confini della manovra
Quando un amministrazione si propone verso un processo partecipato occorre che essa preliminarmente definisca dei margini di manovra, quanto ciò che è possibile progettare e quanto che non potrà essere discusso. Si pone, in sostanza, con questo passaggio, la definizione del confine tra i vincoli che limitano il processo partecipato e la libertà inscritta nell’idea stessa di processo partecipato

I vincoli possono essere di carattere etico, economico, riguardanti gli obiettivi del progetto, le sue possibili funzioni sociali, gli aspetti di carattere politico, le possibili opportunità riguardanti i privati, il ruolo degli attori coinvolti.
Accade storicamente che si metta in gioco anche quel rapporto tra la memoria del luogo e la sua possibile ridefinizione, questo soprattutto quando (ed accade spesso) si va a deliberare una scelta riguardante un quartiere, un edificio, un parco o un intervento urbanistico; si può però mantenere una memoria così come lasciare aperte le possibilità e lo spazio per una re-invenzione del luogo fuori da un possibile rapporto con la sua storia pregressa.

In queste ore è a Cantù attualità la riqualificazione dell’Area dell’ex Tribunale, attraverso questo progetto constatiamo che le nuove tecnologie non solo consentono di bypassare il classico si/no, allargando il numero delle variabili sia pure all’interno di uno schema, ma favorisco un processo attraverso il quale la soluzione è concretizzata attraverso il processo di consultazione che cambia sostanzialmente natura poichè approda a un risultato non prefigurabile in precedenza.

Pur rimanendo nei margini di manovra che legislazione, buonsenso e  situazione economica consentano la libertà ha la necessità di essere effettiva: non paga, anzi diviene  controproducente la realizzazione di un processo partecipativo se la decisione è già stata presa: è basilare che venga riconosciuto un margine di libertà durante tutto il progetto deliberativo. A questo fine la prima analisi dei confini e del contesto deve servire anche a capire se veramente esista lo spazio per una decisione condivisa.

Durante lo sviluppo del processo deliberativo non tutti i punti di vista necessitano di essere accolti ma tutti i punti di vista possono essere avanzati, negoziati e  motivatamente respinti.


Chi sono gli interlocutori interni del processo partecipato

Facendola breve potremmo conclamare che nell’applicazione di un processo partecipato vi sono tre tipologie di attori, che possono però essere slegati tra loro, ma anche uno e trino: lo sponsor politico, il gruppo di lavoro, il comitato promotore.

L’avvio del processo, ideologicamente nasce da una scelta politica che può nascere da un esigenza amministrativa o da una scelta politica che può arrivare anche dalle forze politiche che appoggiano l’Amministrazione, nello sviluppo viene adottato dal Sindaco o dall’Assessore alla Partita, la gestione del processo partecipato è invece in capo a un gruppo di lavoro, che però si confronta con chi precedentemente citato e anche col Segretario Comunale, non plus ultra dei Regolamenti e delle Legislazioni.

Il gruppo di lavoro è quello che, fin dal suo inizio, segue il processo partecipato e la relativa comunicazione, lavorando anche alla definizione, di volta in volta, delle azioni precise da realizzare nelle diverse fasi. E' importante che oltre  alla fase dedicata allo sviluppo della partecipazione fine a se stessa sia ben sviluppata anche una fase comunicativa.

Capita spesso, erroneamente, che la comunicazione venga coinvolta solamente quando si produce materiale mentre sarebbe utile il suo coinvolgimento fin dall’inizio del processo per definire una strategia comune. Il lavoro in parallelo della partecipazione e della comunicazione, potrebbe anche facilitare una maggiore sensibilizzazione verso l’interno dell’ente. Il gruppo deve necessariamente aver studiato i temi dei processi partecipati, conoscere le metodologi ed i risultati raggiunti da altre esperienze. Gli esempi positivi, infatti, fanno capire il potenziale di certi strumenti e possono motivare le persone a provare esperienze analoghe nella propria realtà.


Chi sono gli interlocutori esterni del processo partecipato

I soggetti a cui ci si rivolge, soprattutto quando si mira ad un progetto ben delimitato ad un area o ad un tema specifici, nell’ambito dei processi partecipati devono preesistere ed è opportuno (fattibilmente) che essi vengano coinvolti nel processo partecipato: non è possibile inventarsi di sana pianta interlocutori interessati al tema oggetto del processo partecipato, di conseguenza occorre concentrarsi in modo da  non dimenticare, escludere, nessuno dei possibili interessati. Un processo partecipato come può essere  sottoposto a tutta la cittadinanza può anche svilupparsi come un’azione mirata, rivolta a particolari categorie di interlocutori, gli stakeholders.

Nello sviluppo di un progetto partecipato occorre anche non dimenticarsi di alcune fasce emarginate come magari gli abitanti di quartieri “poveri” o le generazioni future, interessi che sono faticosamente organizzabili e che spesso non hanno la possibilità di far sentire la propria voce e che andrebbero considerate in qualsiasi progetto che abbia implicazioni di carattere ambientale, la stragrande maggioranza dei casi.

Oltre a quanto possono produrre nel concreto, i processi inclusivi sono in grado di generare un secondo, importante, effetto: stimolare la nascita di nuove relazioni tra i partecipanti o rafforzare quelle esistenti. Più queste relazioni si solidificano più è probabile che nascano in futuro iniziative cooperative per risolvere i problemi comuni.

(continua)