venerdì 31 ottobre 2014

L'omissione

Non è raro sentire il “popolo” inveire pesantemente in rapporto ad amministratori della cosa pubblica, politici e/o politicanti in genere.
Nulla di sbagliato in fondo in questo atteggiamento, se non che la colpa sia sostanzialmente, in via generale, condivisa.
E’ pur vero che vi sono dei rapaci spesso al potere, ma è altrettanto vero che gli è stato concesso, tramite  abulia o indolenza, di farlo. Il “popolo” ha rafforzato, tramite la propria “non azione”, il potere di certi personaggi; di fatto apre la serratura a chi la sta scardinando.

La Natura, è noto, rende, anzi fa nascere, l’uomo ladro, disonesto, furbo; non si può delegare un uomo a gestire bene pubblico senza alcune accortezze morali e legislative.
Per quanto riguarda la legge, mille possono essere le proposte, ma tutte sarebbero vane senza l’apporto morale: ognuno di noi, sotto le varie forme, dovrebbe essere
presente in prima persona sulla scena sociale, anche per controllare l’ingordigia insita in ogni uomo, prima di tutto in noi stessi.

La mancanza di questi correttivi ha consentito che gli apici siano gestiti da nebulosi personaggi che ci accompagnano con costanza verso una situazione che definire fallimentare è poco. Necessita chiaramente un cambio di rotta, questo però può essere suggerito od imposto solamente da chi è penalizzato da questo stato di cose; chi ne trae giovamento ben se ne guarda, non pensiate che siano i predoni a cambiare e la parte lesa immacolata.

Il cittadino medio di questo Paese si considera senza macchia, ma per supponenza, abulia o indolenza “lascia che sia” ogni cosa in questioni politiche, economiche, militari, finanziarie; lascia che sia nelle mani di una classe dirigente o poco dotta o troppo furba la gestione della Cosa Pubblica, salvo poi lagnarsi.
Vige un indifferenza clamorosa verso un mondo dove svettano egoismo e cupidigia, dove il tornaconto personale pare scontato per chi siede su certe poltrone.

L’ho scritto qualche paragrafo qui sopra: è la Natura a plasmare l’indole umana. Esiste dai tempi biblici la lotta tra bene e male, tra crederci o lasciare andare.
I veri nemici da elencare non sono tanto i politici, gli sfruttatori o i burocrati; i veri nemici sono il Male e l’Accidia.

Se all’interno dell’arena non riconosci chi organizza l’incontro tu perderai sempre, qualsiasi sia l’attore in scena di fronte a te.
Amico mio devi risvegliarti dal torpore e riconoscere i tuoi nemici, uno sta intorno a te, l’altro dentro di te….sconfiggili ed il bene (comune) vincerà.

Occorre che tu diventi virtuoso e che rifondi il Sistema su principi più sani.
La decadenza non ci abbandona spontaneamente, occorre la tua azione per
colpire il male alla radice. L’omissione è moralmente e penalmente un reato grave, non sono più tollerabili ormai quei cittadini passivi che in silenzio (o palando a vanvera) subiscono.
Riconosciamo di non aver fatto abbastanza sinora ed attiviamoci.

Giorgio Bargna

martedì 28 ottobre 2014

(Rifondare) La Città

Poniamoci delle riflessioni sulla Città. E’ ancora libera o è schiava dell’urbanizzazione globale?
Siamo ben chiari, la Città, come la intendiamo oggi, non sarebbe esistita senza l’esperienza essenziale e storica della  città comunale indipendente, caratteristica dell’Italia e della Germania. In questo schema organizzativo di Città i Cittadini, subalterni si, ma autonomi rispetto ai feudatari svilupparono sia la libertà di commercio che le prime forme di democrazia attraverso le libere elezioni dei propri rappresentanti. Questo modello di Città  sviluppò un ordine sociale basato sul diritto alla cittadinanza per tutti quelli che vi risiedevano, non basato su vincoli di sangue o etnici, compreso il diritto alla protezione e alla sicurezza per lo “straniero”.
 
L’attuale modello di Città lo possiamo considerare politicamente e strutturalmente in crisi?
Io credo di si!
Oggi nelle Città non si respira più serenità ma paura e senso del pericolo, ciò è dovuto a parecchie motivazioni di vario aspetto, ma tutte legate ad un fenomeno comune.

Intanto oggi, al contrario di allora, quando ben in pochi si spostavano di luogo, le aree urbanizzate accolgono più della metà degli abitanti della terra; all'interno, anche, di aree metropolitane con più di 10 milioni di abitanti.

Oltretutto le aree urbanizzate, pur occupando solo il 2% della superficie terrestre, consumano tre quarti delle risorse del pianeta, producendo una massa enorme di gas inquinanti, di rifiuti e di sostanze tossiche.

Consideriamo che negli inizi del secolo scorso la più popolosa Città al mondo (Londra) contava  6,5 milioni di abitanti. Oggi l’urbanizzazione selvaggia materializza enormi problemi ambientali e sociali nei confronti ad esempio della sicurezza urbana e dell’aumento delle malattie.

Consideriamo che le  25 maggiori città della terra producono più della metà della ricchezza del pianeta.

Si sviluppa attraverso questo fenomeno di intesa delle Città Metropolitane un secondo, conseguente, fenomeno: la mega regione. Dati delle N.U. informano che all’interno di queste mega regioni viva un quinto degli abitanti della Terra e che in questi ambiti si svolga il 66% delle attività economiche e l’85% di quelle tecnologiche e scientifiche sviluppando un giro d’affari intorno ai 100 miliardi di dollari minimo, che le pone al di sopra della 40a più grande nazione in termine di PIL.

La mega-regione in pratica svolge la funzione che una volta era svolta dalla città ma
semplicemente su scala molto maggiore…ma numeri di questa caratura sono ecologicamente e democraticamente sostenibili?

L’impronta ecologica sostenibile del pianeta, necessaria a produrre le risorse utilizzate per assorbire i nostri rifiuti, equivale a un indice di 1,78 annuo  pro-capite. Ma un americano ne necessita di 9,5, un italiano di 4,8. Ogni metro dell’Africa, invece, ha invece un’impronta ecologica inferiore all’indice. Oggi consumiamo il 23% in più delle risorse che la Terra riesce a produrre in un anno.

Per essere ancora più chiari le risorse che la biosfera produce in 365 giorni noi le bruciamo in 282. Più la città è estesa, più questa impronta è forte. L’impronta ecologica è direttamente connessa al consumo di suolo sottratto alla natura e al suo uso produttivo primario. Stando ad uno studio dell’ISPRA  il nostro paese è passato da un consumo di suolo pari a 8.000 kmq nel 1956, ai 20.500 kmq nel 2010, equivalente a 343 mq pro capite rispetto 170 mq nel 1956, pari ad un consumo medio di territorio del 6,9% a fronte di una media del 2,8% nel 1956. Le media europea di consumo di suolo equivale al 2,3%.

La globalizzazione ha inciso sicuramente in questi aspetti, le Città inizialmente si sviluppavano per motivi di industrializzazione, oggi sicuramente  diventano sempre più luoghi dove estrarre profitto attraverso la loro valorizzazione immobiliare e la loro rielaborazione intesa alle esigenze di mobilità delle persone e delle merci, luoghi di estrazione di forza-lavoro a basso costo, di consumi di massa, dove si concentra il potere finanziario e direzionale dell’economia globale. Si tratta di meccanismi di dominio e di controllo economico, sociale, culturale del mondo: al vertice le grandi città sedi della finanza e del potere a seguire le grandi metropoli terziarie  orientate ai consumi di massa, poi il famoso terzo mondo figlio dalla privatizzazione della terra e dell’acqua.

In questo modello urbano risiede una molteplicità di collocazioni, intesa di bassorilievo nei confronti di un cerchia di stampo aristocratico disinteressata al bene comune, troviamo un “secondo valore di umanità” rinchiuso, emarginato, in enclave identitarie anche a base etnica, che lottano per la vita ai margini o fuori della legalità nelle anonime periferie urbane, dove regnano lo sradicamento, la solitudine, l’esclusione sociale e dove sembrano smarrite le speranze di emancipazione e integrazione sociale.
Questa impronta globalista, attraverso la quale la Città non riesce più a produrre Società, travolge e snatura le nostre città, e con esse la nostra democrazia trasformandola progressivamente in oligarchia e forse in tirannia.

Dove, come possiamo rifondare la Città?
Innanzitutto risfoderando i simboli ed il senso di Appartenenza, ridando la bellezza, architettonica e sociale, riprendendo nelle nostre mani il destino delle nostre città perché al principio del danno ci sono la crisi ed il fallimento della politica. E’ stato annientato il potere delle comunità locali nell’orientare le scelte dello sviluppo locale; il governo e la politica locale non conducono più le città in nome dei cittadini e nell’intesa del bene comune. Le Città sono state trasformate in merce e privatizzate a favore dei poteri forti della speculazione finanziaria e immobiliare, della rendita urbana: i comuni si finanziano con l’espansione urbana e il consumo di territorio, svendendo e privatizzando i propri beni comuni. L’effetto è evidente: insostenibilità ecologica e  centralizzazione del sistema decisionale in nome della necessità di governare le emergenze ambientali, le grandi opere infrastrutturali attraverso il conferimento di poteri eccezionali che aggirano le regole e le norme di legge.

L’unica alternativa non può che trovare le sue radici nel vero municipalismo e in un nuovo policentrismo territoriale e metropolitano ecologicamente auto-sostenibile, basato sulle bioregioni e sulla cooperazione municipale.
Necessita puntare su convenzioni di cooperazione orizzontale tra comuni  per riallacciare e
riunificare ambiti territoriali di area basandosi su delle specifiche peculiarità storiche, culturali, ambientali, morfologiche e geologiche del territorio, per promuovere sviluppo locale auto sostenibile.

Individuate, sviluppate queste aree governate attraverso patti federativi tra comunità locali, occorre rimettere in discussione l’attuale assetto delle Regioni e delle Province puntando ad una forte decentralizzazione degli ambiti decisionali e di governo a scala di Area, Comune e Quartiere.
Il territorio va inteso quale bene comune non alienabile assoggettato ad un governo collettivo da parte delle comunità locali aderendo al modello policentrico e multipolare della bioregione come ecosistema urbano e rurale dotato di una forte capacità di auto sostenibilità.

Necessita valorizzare la comunità e la capacità di autogoverno dei cittadini nella gestione dei beni in comune, l’educazione a coltivare il luogo di vita quale bene comune, con istituzioni e leggi che le promuovano e sorreggano.

Il rinnovo delle nostre Città e della nostra Società in generale è legato al protagonismo e impegno civico del cittadino da cui può rinascere la Città con la C maiuscola come nuova democrazia saldamente ancorata in città a misura d’uomo.

Giorgio Bargna

giovedì 23 ottobre 2014

Controbattere alla Tecnocrazia

Non solo in Italia, anche in Europa si sta affrontando quella che non possiamo limitarci a descrive come una semplice recessione economica, stiamo vivendo, anzi direi subendo, una concreta perdita della sovranità sia essa nazionale che continentale. Le sovranità storicamente si poggiavano su precisi principi fondamentali: la sovranità economica, quella militare ed infine quella culturale. La liberalizzazione dei mercati finanziari ha reso impossibile alle autorità politiche di influire sulle decisioni di natura economica, grazie alla NATO  l’Europa non gode più di una sovranità politico-militare. La globalizzazione poi non ha fatto altro che accelerare il processo di americanizzazione dell’Europa. La lingua inglese di fatto viene quasi imposta ed attraverso le produzioni cinematografiche e televisive  gli Stati Uniti hanno plasmato il nostro modo di fare erodendo pian piano gli usi e i costumi dei popoli europei.

Come alcuni di voi sapranno da sempre condivido in gran parte le idee di Alain de Benoist.
Il teorico francese si esprime in questo merito proponendo una formula consistente nell’applicazione di un protezionismo su scala europea, nel ritorno concordato alle singole monete nazionali, nella statalizzazione delle banche (accompagnata dalla creazione di un credito socializzato), nella tassazione delle transazione finanziarie, nel far scomparire i paradisi fiscali e nell’annullamento del debito.

Questa formula economica (protezionismo non autarchia), che poi di seguito trascinerebbe dietro di se anche “risanamenti” democratici, militari e culturali di certo non verrà praticata ne dai partiti politici di destra ne da quelli di sinistra, pare abbastanza appurato che l’odierno capitalismo non sia né di destra né di sinistra o meglio che sia di destra che di sinistra. “E’ di destra nell’economia ma è a sinistra nel costume. Criticarne l’aspetto meramente economico senza mettere in discussione quello sociologico  è un po’ come pensare che la febbre sia la causa della malattia”.

Qualcuno tra gli “studiosi” delle situazioni politico-economiche-sociali è dell’opinione che sia impossibile trasformare l’Unione Europea nel sogno perfetto dell’Europa dei Popoli visto e considerato che essa sta perfettamente incarnando il proprio ruolo affidatole: eliminare l’«eccezione europea» ed integrare pienamente l’economie dei paesi membri nel modello americano fondato sul liberismo selvaggio. Così facendo però l’Unione Europea segue un modello che vorrebbe trasformare l’Europa in una «grande Germania», ovvero un enorme macchina produttiva trainata dal commercio; il limite di una simile economia è che vive semplicemente sulla domanda esterna e stiamo già verificandone la debolezza così come stiamo assistendo ad una recessione dagli effetti potenzialmente devastanti. Inoltre seguendo questa linea l’Unione Europea costringe le nazioni facenti parte dell’area euro ad una politica deflazionistica messa in pratica attraverso una pressione al ribasso sui salari la quale non può altro che avere effetti negativi sulla domanda interna.  

E’ parere di alcuni che ad opporsi a questo sistema tecnocratico vi sia essenzialmente  una grezza democrazia populista capace soltanto di criticare e demolire priva delle capacità di costruire un alternativa.

Prendo le parole espresse da de Benoist su questo aspetto e di seguito aggiungo il mio pensiero.
“A mio parere la demagogia e il populismo prosperano proprio laddove il potere politico mostra la propria vulnerabilità. Quando le istituzioni si mostrano deboli ed incapaci di affrontare l’influenza dell’economia sulla vita pubblica si creano le condizioni affinché le masse popolari seguano i progetti di leader megalomani e folli”.

Ritengo, smentendo i critici, che esistano parecchie reti, parecchi movimenti che stiano invece lavorando per una ricostruzione alternativa a questo sistema folle. Alcuni di essi (ne sono testimone diretto) si ispirano a principi di autonomia e di responsabilità tracciando una linea che segue le direttrici del localismo supportato anche dalle sue formule economiche, della sostenibilità, della riconversione energetica e del bene comune.

Occorre però impegnarsi alacremente in tale direzione, “la gente affamata e senza lavoro è la pasta di cui sono fatte le dittature”; un pensiero questo di Franklin Delano Roosevelt su cui  riflettere attentamente. 

Giorgio Bargna

lunedì 20 ottobre 2014

Atomizzazione

In questi giorni un post di un’amica su Facebook e la manifestazione delle “Sentinelle in piedi” contro il “ddl Scalfarotto” mi ha portato a riflettere ancora una volta su come in fondo non esista solo il bianco o il nero e sul fatto che l’uno non prevalga necessariamente sull’altro.
Aldilà delle manifestazioni estremistiche di vario genere scatenate dalle due fazioni in campo, una sorta di carnevalata della divisione in tifoserie calcistiche pro e contro la famiglia tradizionale, a me che cerco di vedere sempre le questioni da un’ottica antiglobalizzatrice ed oppositrice di ogni pensiero unico questa situazione porta a rendermi conto che i padroni del vapore aspirano alla distruzione, alla disgregazione della famiglia, prima forma di comunità. Malgrado quanto di cui cerchino di convincerci i fanatici  dell’individualismo noi tutti nasciamo in comunità e l’individuo ne è parte integrante e può riconoscersi tale solo all’interno di un processo di soggettivazione la cui base è sempre e comunque comunitaria.

Torniamo al discorso iniziale, credere nella famiglia tradizionale non si traduce necessariamente in omofobia, io sono fermamente convinto che la famiglia esista e vada tutelata ma anche altrettanto convinto che le coppie gay godano del diritto di esistere e di quello di instaurare rapporti in forme legalmente tutelate. La mia visione mi porta a pensare che questa falsa opposizione sia figlia del pensiero capitalista il quale mira a dividere per comandare. Il gioco è semplice e lineare, l’omofobia e la distruzione della famiglia in nome della lotta all’omofobia risultano le due facce della stessa moneta coniata sotto il segno dell’integralismo economico: il primo consiste nella turpe violenza contro l’omosessuale; il secondo nella non meno indecente violenza ai danni della famiglia tradizionale in nome della difesa dell’omosessuale.

Da sempre sono convinto che una terza soluzione esista a dispetto di una situazione che paia prefigurarne soltanto due; io riconosco serenamente la possibilità dell’esistenza della famiglia tradizionale congiuntamente alla piena legittimità del rapporto omosessuale, questo aldilà dei diktat delle tifoserie di parte.
Chi tra i giovani o i portatori di molte più primavere protesta contro la famiglia perché si ritrova nella difficoltà di farne o mantenerne una deve rendersi conto di stare interpretando la parte delle pedine nel gioco proposto dal capitale il quale nel nome della flessibilità e della precarietà, sta distruggendo la famiglia come luogo della stabilità affettiva e sentimentale. Lo stesso discorso vale per chi si conforma nell’omofobia che va comunque ad opporsi ad una forma di amore e socializzazione che ha tutto il diritto di avere spazio nella comunità.

Più delicato e sicuramente pericoloso discutere il pensiero che vuole condurre all’assegnazione di figli a coppie gay, qui uscire dalla logica del tertium non datur mi appare decisamente (almeno a livello personale) più difficile. Come rispondevo all’amica citata qui sopra sono anche convinto che la natura ha un proprio senso compiuto. La famiglia con figli (non strettamente intesa in senso religioso, ma anche quale coppia di fatto) è formata da un uomo, una donna e dai figli procreati; se la natura ha disposto questo come assetto naturale, questo è l'assetto sostenibile, non solo per un discorso biologico, ma anche perché un papà non sarà mai sostituito da una papina ed una mamma non sarà mai sostituita da mammo; queste sostituzioni risultano a mio avviso delle semplici surroghe con i limiti e le difficoltà che ne conseguono tanto per i genitori che per i figli.

Giorgio Bargna

venerdì 17 ottobre 2014

Regione Autonoma a Statuto Speciale

Quanto andremo ad illustrare è un’azione politica già messa in opera nell’aprile del 2008, i tempi allora però non erano ancora maturi; l’atrito delle istituzioni rallentò molto la procedura e la mozione venne bocciata persino dalla locale Lega Nord. Oggi la gente è molto più conscia delle difficoltà di ogni giorno e la delibera passerà, ci sono i numeri, sicuramente al Consiglio Comunale.

Ora, il 16 Ottobre 2014, il Sindaco di Cantù Claudio Bizzozero (sostenuto dalla “Coalizione Civica Lavori in Corso” e dalla lista civica “Cantù Rugiada”) ha protocollato una delibera che porterà all’inizio dell’iter atto alla nascita di una nuova Regione a Statuto Speciale. Le Province interessate sono Como, Lecco e Sondrio. Nei Territori interessati vivono ad oggi circa 1.122.000 persone, un numero sufficiente, sulle basi della Costituzione, per costituire una nuova regione. 

L'art.132 della Costituzione prevede che la richiesta di nuova costituzione debba essere deliberata da tanti consigli comunali che rappresentino almeno 1/3 della popolazione interessata (e dunque che rappresentino almeno 374.000 abitanti).
I primi 40.000 saranno garantiti da Cantù, il resto dovrà venire di seguito grazie all’azione dei molti consiglieri comunali e sindaci davvero civici e davvero liberi dalle gabbie di partito, che in questo momento, governano molti nostri Comuni.

Siamo ormai esausti del chiacchiericcio partitocratico, non c’è più nulla da ascoltare, non c'è più alcuno spazio per i soliti giochini partititici. Come dice Claudio Bizzozero “Da oggi si gioca a carte scoperte in modo che tutti possano vedere e giudicare chi fa sul serio e chi no”.

Non siamo partiti allo sbaraglio, da tempo stiamo tessendo una rete con Movimenti e Sindaci del Territorio, che deve comunque sempre più alimentarsi, dalla diffusione di questa delibera in tanti Consigli Comunali e da far rete sul territorio anche per la gestione delle risorse i prodromi di un Federalismo che nasce dal basso sulla spinta dei Municipi.

Un Federalismo che si fonda sul localismo, sull’autonomia, sulla responsabilità e sulla partecipazione popolare; un Federalismo che si fonda sul Municipio e che vuole arrivare lontano.

Giorgio Bargna


martedì 14 ottobre 2014

IL FEDERALISMO

Pubblico quest’oggi  un mio pensiero sul Federalismo scritto nell’Aprile del 2011, o meglio su la mia visione di esso, buona lettura.

Federalismo, Stato federale e Stato regionale.
Da ormai quasi un ventennio il nostro paese, almeno a parole, si è affacciato al panorama del federalismo, attrezzandosi verso di esso con alcune "formulette magiche", cercando di adeguarsi al trand normativo proprio di alcuni stati di area comunitaria;  in realtà, in Italia di federalismo vero e proprio non si può di certo parlare, anche se esso (così come dicemmo dei processi partecipativi)  non è un concetto unico e ma un principio definibile una volta per tutte, è piuttosto un processo dinamico che segue il percorso tracciato dalla voglia di autonomia dei vari status territoriali e da quella dei cittadini.
Per proseguire lucidamente il nostro discorso distinguiamo immediatamente lo Stato federale dal Federalismo:  uno è un'organizzazione politico-costituzionale, l'altro è un processo storico che si delinea grazie alla condivisione di intenti di componenti di varia natura che tendono a trattarsi con dei rapporti di tipo paritario; a volte i due concetti si incontrano, ma lo stato federale non necessariamente nasce da una spinta federalista concreta. In Italia durante questo processo si è parlato di federalismo fiscale, di devolution, financo di stato regionale, di federalismo reale, ben poco.
Il Federalismo, di per se stesso, lo dice la parola, è un processo, non solo politico, che tende ad aggregare tanto nel privato (vedi le associazioni), che nel politico-istituzionale.
Il vero Federalismo, a dispetto della falsità propinataci, fa si che lo stato centrale serbi per se solo alcuni poteri, gli altri sono riservati alle comunità associatesi, nella legislazione e nell'amministrazione; le falsità federative italiane invece dispongono leggi stabilite a Roma e fatte rispettare dagli enti locali: definirlo stato regionalista a fargli un complimento!
E' chiaro che nei nostri territori la Federazione non possa nascere certo dall'esistente teoria di aggregazione (lo stato unitario) ma bensì delle Autonomie Locali associate in territori omogenei, aventi lo stesso ceppo linguistico, le stesse tradizoni, le stesse ambizioni; il tutto supportato dalla decisione popolare, la democrazia diretta e partecipata, in pratica la sovranità popolare, unici poli aggregativi moderni.
Punto di forza necessario al Federalismo è il principio di sussidiarietà che presuppone un assetto fondato su di un criterio di distribuzione delle competenze che lascia molto spazio alle competenze concorrenti, consentendo di preferire il livello locale piuttosto che quello centrale nell’erogazione delle prestazioni, in quanto il livello locale, essendo per sua stessa natura più vicino ai cittadini, è certamente il più adatto ad avvertire i bisogni della collettività e di conseguenza a soddisfarli.
L’introduzione del principio di sussidiarietà, infatti, dà luogo ad una sorta di “sistema binario” che va a basarsi sulla relazione esistente tra interessi generali ed interessi locali, ma è comunque sempre tendente all’integrazione tra il centro e la periferia.
Spesso i detrattori del federalismo si appellano alle differenze di natura demografica, economica e sociale esistenti nei vari territori, che io ritengo ovvie, ma che costituiscono però la vera ragione di una necessità federativa costituendo il più grande motivo associativo, appianato però dal rischio causato dalle difficoltà alla realizzazione concreta del progetto federale, e che può andare a compromettere l’effettivo rispetto del principio di uguaglianza. Ecco perchè si è posta da subito la necessità di riaffermare che il rapporto tra federalismo, su cui si è avviato il Legislatore costituzionale italiano, ed eguaglianza dei diritti, principio fondamentale contenuto nell’art. 3 della Costituzione, anche nella sua delicata e difficile armonizzazione, è un rapporto che deve necessariamente trovare una combinazione in una ripartizione equilibrata e chiara del potere tra Stato ed autonomie; va dunque applicato un decentramento equilibrato, ma non "buonista" che riequilibri le differenze sostanziali ( a livello economico) tra le varie realtà locali, evitando che si vadano a creare differenze di trattamento tra i cittadini in relazione al luogo ove essi risiedono.
Scrivo questo perchè se io lasciassi parlare la sola parte federalista presente in me asserirei che la libertà sia primaria posta innanzi all'egualianza, per fortuna però mi ritengo anche democraticamente presente e presuppongo quindi che l'istanza libertina e quella egualitarista debbano viaggiare il più possibile di pari passo, anche se questo percorso è di certo tormentato.

Il Federalismo puro
Il Federalismo puro, non quello spacciato dalla Lega in questi decenni, non si connota nella chiusura territoriale,  ma è un federalismo di tipo cooperativo. Laddove il federalismo nasce di sana pianta converrà vigilare con attenzione affinchè esso, essendo visto quale mezzo in grado di tutela delle diversità, non diventi mezzo sterilizzatore dell'eguaglianza, questo perchè, da sempre, il federalismo è visto come un processo tendente all’unità, anche se si tratta dell’unità di diversi, e che l’unità trova, nell’eguaglianza, il suo fattore determinativo.


Equilibrio tra autonomia ed unità.
L'organizzazione federale di uno stato, pur essendo strumento di tutela delle diversità, si orienta comunque ad essere mezzo di integrazione tra centro e periferia, integrazione che va sostenuta grazie alla realizzazione di normative che sostengano l’equilibrio tra autonomia ed unità, equazione di libertà ed eguaglianza; normative che si oppongano ad una troppo marcata frammentarietà del sistema. Le esigenze dello stato centrale e quelle delle autonomie locali vanno inquadrate unitariamente e complementarmente, così da essere in grado di salvaguardare l’indivisibilità della Repubblica ed il principio della cittadinanza sociale, ma anche di tutelare le diversità sociali, economiche e territoriali da sempre presenti nel Paese. Sono assolutamente necessari di tutela due valori: da un lato quello dell’universalismo nell’accessibilità dei beni comuni da riconoscere a tutti i membri della comunità politica nazionale, e dall’altro il rispetto e la promozione dell’autonomia e della responsabilità delle comunità locali che significa, si, dare maggiore spazio alle decisioni che siano più vicine alle preferenze locali, ma che significa anche che in questo modo possono realizzarsi differenze nei servizi pubblici a livello locale.


Giorgio Bargna

venerdì 10 ottobre 2014

Società sinceramente civile

Teoricamente (fisicamente di certo) viviamo tutti assieme in una società, grande o piccola che sia, questo presuppone che dovrebbe sussistere una convivenza. Il convivere, il fatto e la condizione di vivere insieme, in uno stesso luogo presuppone si il rispetto degli altri e delle regole che ci sono nella comunità, ma soprattutto significa porsi il problema di come le persone che vivono in una società possano convivere tra di loro senza ledere gli uni la libertà degli altri. Purtroppo non è storia recente che uno dei più grossi problemi sociali e civili è la difficoltà degli uomini di vivere assieme.

Di fatto sta che più o meno volontariamente la convivenza civile è necessaria e può essere fondata su elementi sostanzialmente positivi, perché i componenti della società in questione aderiscono volontariamente o per motivi ideali alla comunità, o su elementi di necessità, in tal caso si ha una convivenza forzata, basata sul rispetto di regole imposte, la cui osservanza garantisce comunque il regolare svolgimento della vita comunitaria.

Sostanzialmente la “civiltà” è scaturita da un lungo processo che ha portato da società basate sul potere del più forte a società regolate da norme condivise (la democrazia); un processo partito nel medio evo che potrà sempre migliorare.

La convivenza civile, negli stati moderni, è sempre tutelata da leggi, è cioè fondata su regole la cui osservanza è garantita e addirittura imposta dallo Stato. Ma la differenza sostanziale tra una società veramente democratica e una democrazia immatura sta nella condivisione da parte dei cittadini, convinta o meno, delle istituzioni che garantiscono la convivenza civile.

Ne provo esperienza sia nella società più ampia che in tanti percorsi politici che provo ad affrontare, l’uomo (per natura) è  persona del tutto diversa dalle altre, per esperienze, carattere, cultura: di fatto ogni persona ha le sue convinzioni etiche, sociali, filosofiche, politiche diverse da quelle di ogni altra persona. Di fatto, spesso e volentieri, molte persone vivono nella convinzione, del tutto legittima, di essere dalla parte della verità.

Per riuscire a mettere in sintesi numeri considerevoli di persone esistono sostanzialmente due sistemi, quello calato dall’alto, imposto, e quello del dialogo, della coesione, della concordanza. Il dialogo, l’unica amalgama sostenibile, consiste nel rapportarsi con gli altri tenendo sempre conto della diversità dell'altro e della necessità di comprendere il diverso punto di vista dell'altro.

Potremmo, lo facciamo, asserire che esiste una sola regola principe alla base di una società sinceramente civile, quella del dialogo; il resto delle regole ne sono la naturale conseguenza.

Malgrado però una evidente necessità di comprendere non si deve passare all’estremo rischiando il caos assoluto, necessita che il sistema sappia accogliere le istanze di tutti ma che preponderino quelle che siano più convenienti per la collettività.

Non essendo possibile valutare, a prescindere, la qualità delle opinioni, il giusto compromesso della democrazia è quello di fare prevalere l'opinione della maggioranza dei cittadini, ma anche (e soprattutto) di creare quanti più possibili centri di “potere” che si equilibrano e si controllano a vicenda.

Il valore del principio democratico di una società, si misura da questo principio, il rispetto delle leggi e della convivenza civile è spontaneo e lo stesso l'accettazione di sanzioni per comportamenti irregolari anche minimi. Anche il rispetto delle istituzioni e delle persone di opinioni diverse è massimo, pur nella convinzione di essere dalla parte della verità.

Una cosa così elementare da sembrare impossibile.

Giorgio Bargna










mercoledì 8 ottobre 2014

Il valore del territorio

Abbiamo scritto spesso su queste pagine di obbiettivi da raggiungere e di filosofie innovative da tracciare e seguire. L’abbiamo già scritto più volte, l’obbiettivo primario è ridurre al minimo la dipendenza dalle fonti fossili e realizzare la maggiore autosufficienza produttiva, opporsi alla realizzazione delle grandi opere e alla privatizzazione dei servizi pubblici essenziali, il tutto emarginandosi dalla globalizzazione e rivalutando le economie locali. In questo contesto può, deve avvenire la coordinazione armonica tra i piccoli contadini, i commercianti al minuto, le piccole e medie aziende, gli artigiani e i professionisti radicati nel territorio in cui vivono ed i movimenti che sponsorizzano quanto sin qui illustrato per giungere alla materializzazione di una nuova economia.

Al contrario di quanti sperano in passaggi naturali che convoglino verso questa teoria, sono convinto che quanto decritto qui sopra avviene solamente grazie ad una spinta volontaria, deliberata da chi intende raggiungere le massime autonomie nelle produzioni alimentari ed  energetiche e nelle fabbricazioni necessarie a soddisfare i bisogni fondamentali: edilizia, abbigliamento, arredamento, utensileria, attività artigianali, riparazioni e manutenzioni.

E’ ovvio che la  riduzione, la scomparsa quasi totale della dipendenza dalle fonti fossili implica lo sviluppo dell’agricoltura biologica, l’accorciamento delle filiere e la riduzione delle intermediazioni commerciali tra produttori e acquirenti.

E’ ovvio si debba optare verso un “nuovo” stile di vita. Singoli cittadini, famiglie, amministrazioni (locali e non) piccole (o meno) cooperative, hanno un futuro avanti a se solo se intraprendono la strada virtuosa della autosufficienza energetica etica ed alimentare. Ho espresso spesso concetti di comunità; ecco occorrono comunità capaci di produrre energia rinnovabile sufficiente ai propri bisogni, produrre cibo per se stessi e non per il “mercato”, di realizzare autonomia idrica e magari di sostenersi su una moneta locale.

All’interno un’economia globalizzata le piccole e medie aziende recitano solo una parte terza, limitata alla produzione di semilavorati e componenti per le aziende che
operano sul mercato mondiale. Solamente liberandosi da questo giogo queste aziende possono valorizzare la ricchezza della loro professionalità, della loro creatività e della loro esperienza.

Quanto occorre per vivere decorosamente e nel giusto benessere può tranquillamente essere prodotto tramite piccole e medie aziende distribuite sul territorio.

Esiste anche il lato politico/amministrativo della questione. In parte si è già innescato un meccanismo di autodifesa durante questi ultimi anni, un netto radicamento della popolazione sul territorio anche a livello politico, persone, movimenti, comunità che rivendicano se non l’autodeterminazione quantomeno l’autogoverno. Potrebbe essere questo lo scenario futuro europeo: una serie di tanti Stati, piccoli sì, ma più radicati con i popoli e quindi sempre più espressione di una forte identità, da cui poter far ripartire il corso democratico interrotto con l’avvento della dittatura della finanza internazionale.

Si delinea su alcuni fronti una volontà popolare orientata verso una maggiore identificazione con la propria terra, in risposta alle mire di un sistema senza Stati teorizzato e portato avanti dagli architetti del nuovo ordine mondiale.
Anche se qualche globalizzatore nega questa possibilità esistono innegabili le radici "vere" della nostra identità, il legame con la madre terra.
La cultura, la storia, la lingua, identificano (legando l’uomo al territorio che calca o in cui è nato) ogni tentativo posto in essere a negare l’esistenza di tali elementi e chi nega questo scoprirà nel tempo una reazione crescente, del tutto opposta, da parte dell’individuo stesso.

Giorgio Bargna

venerdì 3 ottobre 2014

Dopo l'individuo

Ne abbiamo dissertato già più volte, ma vale sempre la pena di ridiscuterne.

L’uomo moderno, interpretato quale individuo, concepisce se stesso come primo, niente potrà, nella sua ottica, antecedere se stesso. Non potranno farlo l’ordine costituito, ne le comunità di appartenenza, neppure le professioni di fede. Nel travagliato percorso individualista la prima congrega messa in discussione, ai tempi di Lutero, è quella della Chiesa, poi (e qui probabilmente non è stato un male) è toccato alle monarchie fino a giungere all’annientamento dell’appartenenza a comunità e famiglia.

L’uomo moderno, l’ individuo slegato dalle sue appartenenze, si adagia nello status di libertà illimitata, ma in realtà i monarchi moderni quali la burocrazia, la tecnocrazia, il mercato, i mass media lo intrappolano nella “gabbia d’acciaio” descritta da Max Weber. Esso continua a presumere se stesso come centrale nell’universo e negando ogni forma di autorità collettiva nega di conseguenza le comunità che lo precedono, in quanto appartenenza originaria, legame costitutivo del suo essere.

Storicamente e tradizionalmente la comunità precede l’individuo, per l’uomo moderno, invece, l’individuo precede la comunità di cui fa parte, fosse essa una comunità religiosa o una comunità civile.

Spesso legata all’idea moderna dell’individuo vi è l’esaltazione della Patria, legato a questa idea destrorsa si cela però il ripudio parziale e/o completo delle patrie carnali, cioè le patrie naturali. Vi è da aggiungere però che anche l’utopia mondiale di stampo comunista di un mondo senza classi e Stati è stata una delle icone di quello status che l’attuale mondialismo finanziario impone su tutte le appartenenze.

L’uomo moderno si incarna nell’atomo, quale figura rappresentativa, e non accetta l’ordine comunitario che lo precede ed in questo piano di desacralizzazione viene appoggiato, spalleggiato dallo Stato centralista e burocratizzato (uxoricida primo dei livelli intermedi e di un mercato equo) che logora il legame sociale sostituendolo con lo scambio impersonale e il primato del denaro.

Le ideologie moderne (falsamente contrastanti tra loro), fascismo, comunismo e liberalismo materializzano trine la stessa icona: l’essere che si autodivinizza  e conia idoli malvagi quali la nazione, la razza, la classe, il benessere materiale.

Nella storia più recente il liberal-capitalismo ha soverchiato il comunismo, ma anche per esso sta per suonare la campana a morte, sta a noi vigilare, a lavorare, affinché il nuovo mondo sia migliore e sostenibile.

Giorgio Bargna

sabato 27 settembre 2014

Interpretare il cambiamento

Il tempo passa lento ed inesorabile per tutti; per chi come me ha varcato la soglia di una certa età i ricordi possono già essere anche lontani.

Qualche giorno fa un comunicato di Confcommercio che ci informava del fatto che i redditi delle famiglie sono tornati indietro di 30 anni. Dicevo che i ricordi ci sono; i miei dicono che 30 anni fa la mia famiglia con due artigiani di basso livello ed una casalinga viveva serena, senza far fatica a pagare le tasse e le bollette. Certo la differenza, oltre ad una casta molto meno nutrita, la faceva il minor “consumo inutile”, però non è che ai tempi, ed anche prima, non avessimo case o vizi da soddisfare.

Non trenta, ma quarant’anni fa mio padre e mio zio, col reddito di due artigiani, si costruirono una casa che quindici anni fa, all’apice del boom edilizio, valeva più di un miliardo di vecchie lire spendendo una cinquantina di milioni.

Ricordo ancora il passaggio dell’ApeCar del gelataio e i soldi sempre pronti per il limoncino, i fumetti acquistati all’edicola, il film ogni domenica pomeriggio da bambino. Da ragazzo lo scooter, l’auto, la discoteca e la birra, le vacanze al mare, la ragazzina da scorazzare…tutto senza fatica; la certezza di una vita serena. Erano tempi in cui si riusciva a risparmiare, inoltre.

A sorpresa, per i pochi che non potevano tutto e per i primi che volevano di più, e qualche anno dopo per chi, grazie al primo incremento dei costi, non ce la faceva a seguire i primi “status symbol” ci proposero gli acquisti rateizzati: le prime preoccupazioni, i primi capitomboli, le prime notti in bianco.

E’ da molto lontano, tempi non sospetti, che scrivevo che saremmo diventati una seconda Argentina, ma da tempo descrivo cure diverse costituite da localismo e sana decrescita. Un processo, vista l’attualità lungo, ma che step by step  regala ogni volta un zic di serenità in più.

Ritorniamo al paragone iniziale, siamo molto meno ricchi di trenta anni fa, non di oggetti o comfort, ma di speranze per il futuro. A quel tempo magari ci mancava qualcosa che non si comprava solo perché sembrava superflua, oggi ci manca la serenità della certezza economica del domani; occorre quindi convincersi che è meglio rinunciare a qualcosa pur di conquistarci quella certezza di riuscire a vivere senza affanni all’interno di limiti ben definiti.

Occorre, necessita, farlo poiché a parità di reddito oggi si vive molto peggio, quello che anni fa era certezza oggi è un parametro inavvicinabile se non con costo e sforzo immani considerato che i servizi dello Stato sono meno e i beni primari costano molto di più.

Proprio dall’acquisto a rate è nata la maledizione, è cambiata la nostra capacità di capire cosa serve e cosa no, cosa è più importante e cosa lo è meno.

Oggi è importante combattere la casta e le lobbies economiche che ci schiavizzano, ma è altrettanto importante, necessario, ritrovare gli equilibri interni che ci consentano di riprendere contatto con la realtà di cosa ci serve sul serio. Sarà un percorso impervio che va affrontato però con una certezza: quel mondo di trent’anni fa non tornerà, occorrerà abituarsi a vivere in un mondo, in un modo, completamente differente.

Sono cicli, le cose non torneranno mai come prima, dobbiamo ancorarci all’idea che occorre costruire qualcosa di ancora migliore. Dobbiamo impegnarci in questa direzione, interpretare il cambiamento, apprezzarlo, quasi amarlo, per modellare un nuovo modo di vivere che sia degno di essere vissuto salvo volersi ancora una volta vincolare a delusioni ed ansie.