sabato 27 settembre 2014

Interpretare il cambiamento

Il tempo passa lento ed inesorabile per tutti; per chi come me ha varcato la soglia di una certa età i ricordi possono già essere anche lontani.

Qualche giorno fa un comunicato di Confcommercio che ci informava del fatto che i redditi delle famiglie sono tornati indietro di 30 anni. Dicevo che i ricordi ci sono; i miei dicono che 30 anni fa la mia famiglia con due artigiani di basso livello ed una casalinga viveva serena, senza far fatica a pagare le tasse e le bollette. Certo la differenza, oltre ad una casta molto meno nutrita, la faceva il minor “consumo inutile”, però non è che ai tempi, ed anche prima, non avessimo case o vizi da soddisfare.

Non trenta, ma quarant’anni fa mio padre e mio zio, col reddito di due artigiani, si costruirono una casa che quindici anni fa, all’apice del boom edilizio, valeva più di un miliardo di vecchie lire spendendo una cinquantina di milioni.

Ricordo ancora il passaggio dell’ApeCar del gelataio e i soldi sempre pronti per il limoncino, i fumetti acquistati all’edicola, il film ogni domenica pomeriggio da bambino. Da ragazzo lo scooter, l’auto, la discoteca e la birra, le vacanze al mare, la ragazzina da scorazzare…tutto senza fatica; la certezza di una vita serena. Erano tempi in cui si riusciva a risparmiare, inoltre.

A sorpresa, per i pochi che non potevano tutto e per i primi che volevano di più, e qualche anno dopo per chi, grazie al primo incremento dei costi, non ce la faceva a seguire i primi “status symbol” ci proposero gli acquisti rateizzati: le prime preoccupazioni, i primi capitomboli, le prime notti in bianco.

E’ da molto lontano, tempi non sospetti, che scrivevo che saremmo diventati una seconda Argentina, ma da tempo descrivo cure diverse costituite da localismo e sana decrescita. Un processo, vista l’attualità lungo, ma che step by step  regala ogni volta un zic di serenità in più.

Ritorniamo al paragone iniziale, siamo molto meno ricchi di trenta anni fa, non di oggetti o comfort, ma di speranze per il futuro. A quel tempo magari ci mancava qualcosa che non si comprava solo perché sembrava superflua, oggi ci manca la serenità della certezza economica del domani; occorre quindi convincersi che è meglio rinunciare a qualcosa pur di conquistarci quella certezza di riuscire a vivere senza affanni all’interno di limiti ben definiti.

Occorre, necessita, farlo poiché a parità di reddito oggi si vive molto peggio, quello che anni fa era certezza oggi è un parametro inavvicinabile se non con costo e sforzo immani considerato che i servizi dello Stato sono meno e i beni primari costano molto di più.

Proprio dall’acquisto a rate è nata la maledizione, è cambiata la nostra capacità di capire cosa serve e cosa no, cosa è più importante e cosa lo è meno.

Oggi è importante combattere la casta e le lobbies economiche che ci schiavizzano, ma è altrettanto importante, necessario, ritrovare gli equilibri interni che ci consentano di riprendere contatto con la realtà di cosa ci serve sul serio. Sarà un percorso impervio che va affrontato però con una certezza: quel mondo di trent’anni fa non tornerà, occorrerà abituarsi a vivere in un mondo, in un modo, completamente differente.

Sono cicli, le cose non torneranno mai come prima, dobbiamo ancorarci all’idea che occorre costruire qualcosa di ancora migliore. Dobbiamo impegnarci in questa direzione, interpretare il cambiamento, apprezzarlo, quasi amarlo, per modellare un nuovo modo di vivere che sia degno di essere vissuto salvo volersi ancora una volta vincolare a delusioni ed ansie.
  

domenica 21 settembre 2014

Benessere equo e sostenibile

Abbiamo già discusso su queste pagine, sotto diverse forme, di “Terza Posizione”; torniamo a farlo una volta in più ragionando, per quel poco che è nelle mie capacità, di economia.

Come spesso accade su parecchi fronti, anche nel dibattito politico sulla macro economia i “padroni del vapore” ci portano a dividere, rigidamente, il discorso fra liberisti e keynesiani, semplificando con estrema sintesi come non esistessero alternative esistenti o da studiare. Esiste sempre e comunque quella minoritaria parte che non ci sta e che sostiene che il “divide et impera” qui sopra illustrato non faccia altro che rappresentare due facce di una stessa medaglia, formule di un pensiero comune che tende ad ignorare le leggi che regolano la vita di questo pianeta.

Ne abbiamo scritto spesso parlando di economia, lavoro, bene comune e sostenibilità: occorre compiere un salto di qualità per districarsi dal pensiero dominante e pervenire ad una scelta alternativa collegata e corrispondente ad un altro livello, completamente diverso, ordinato da leggi e regole diverse dal sistema eonomico-politico attuale.

Non stiamo trattando della scoperta dell’acqua calda ma comunque di criteri consolidati, notissimi, che per un errore/volere ideologico non condizionano il sistema delle istituzioni perché fa comodo allo status quo.

Tralasciando disquisizioni sul liberismo ed il sistema che lo precedette, che entrambi in nome della “crescita” giustificarono e giustificano (ad esempio) in favore di impianti industriali, miniere, dighe, porti e grandi strade lo spostamento di grandi gruppi di persone cacciate dalla loro comunità e
dalla loro terra, andiamo a scrivere di altri parametri ed andiamo a distinguere tra benessere sociale, esprimibile con la qualità della vita e benessere economico, che è misurale solo con la moneta.

E’ naturale invece basarsi su una ricchezza concreta dipendente unicamente dai flussi di materia e di energia prodotti dalla natura, sistema congenito che smentisce categoricamente la perpetuità del danaro.

I politici risultano restii  a sottostare alle leggi che ci mantengono in vita ed a legarsi ai nuovi modelli culturali descritti nel Benessere Equo e Sostenibile.

Abbandonando teorie malsane che stanno incidendo sulla qualità della nostra vita, occorre indirizzarsi verso ambiti virtuosi per migliorare la condizione dei cittadini e garantire un futuro alle prossime generazioni grazie all’uso razionale dell’energia e delle risorse limitate. Necessita indirizzarsi verso una rimozione degli sprechi, verso fonti alternative e sufficienza energetica, verso conservazione del patrimonio culturale ed ambientale, verso conversione ecologica dell’industria meccanica e manifatturiera, verso sovranità alimentare, verso “l’impatto zero”. Il tutto senza tralasciare un particolare non indifferente: l’innovazione indirizzata verso attività virtuose consente di lavorare meno, con un salario ugualmente dignitoso, e guadagnare tempo da investire nelle relazioni umane; l’esatto contrario del risultato susseguente alla strada intrapresa seguendo nei decenni ideologie dannose che sta peggiorando l’esistenza degli individui.

La tecnologia moderna è in grado di farci scegliere cosa, quanto, come e dove indicandoci la giusta quantità necessaria, la tecnologia più adatta e la giusta scelta tra le materie non rinnovabili e/o quelle rinnovabili ed alternative.

Ai più sembrerà improbabile la riconversione economico-sociale, io invece dico che occorre sostituire le chiacchiere da bar con le grandi opportunità offerte dall’innovazione tecnologica, e mostrare quanto sia facile trasformare un’economia basata sull’energia fossile in un’economia con fonti alternative.

Concludeva tempo fa Peppe Carpentieri una sua analisi: Comunità libere tramite le reti intelligenti. Un semplice mix tecnologico consente di transitare da un’economia ad un’altra.


Questo è l’unico futuro sostenibile, Giorgio Bargna

mercoledì 17 settembre 2014

Un concetto moderno di dignità

L’argomento  in essere probabilmente poteva rientrare in quel blocco di riflessioni dedicate ai “Valori”, non lo abbiamo fatto allora, recuperiamo oggi.

Parlando di dignità ci si riferisce essenzialmente ad uno stato, un sentimento che scaturisce dall’importanza, dall’autorevolezza che utilizziamo, in quanto esseri umani, per certificare il nostro valore morale e la nostra onorabilità ritenendo che esse non possano assolutamente essere lese per motivo alcuno. Non tutti viviamo un concetto di dignità comune, la gradazione dipende in massima parte dal percorso che ciascuno sceglie di compiere, sviluppando il proprio "io".

E’ incontestabile quanto possiamo leggere su Wikipedia: In filosofia, con il termine dignità umana si usa riferirsi al valore intrinseco e inestimabile di ogni essere umano: tutti gli uomini, senza distinzioni di età, stato di salute, sesso, razza, religione, grado d'istruzione, nazionalità, cultura, impiego, opinione politica o condizione sociale meritano un rispetto incondizionato, sul quale nessuna "ragion di Stato", nessun "interesse superiore", la "Razza", o la "Società", può imporsi. Ogni uomo è un fine in se stesso, possiede un valore non relativo (com’è, per esempio, un prezzo), ma intrinseco.

Chi sulla dignità ha puntato alto si vota senza indugio a questa frase: “L'orgoglio si può mettere da parte ma la dignità non si perde per nessuno”.

Sono parecchie le idee da difendere e per cui lottare nel percorso di una vita, ma in assenza di questo valore gli uomini, nella loro concreta vita di ogni giorno, sono in balia della sopraffazione, della schiavitú, del nichilismo.

Scrive Moni Ovadia in Madre Dignità:“La dignità umana è inviolabile ed è un valore che non ha prezzo. Non può esistere dignità sociale o collettiva senza dignità individuale della persona, cosí come non può esistere dignità della persona senza dignità sociale. La cosiddetta rivoluzione liberale, nel grembo delle sue derive mercantili, ha generato il piú efficace e terrificante dei totalitarismi, e cioè il totalitarismo del denaro e del profitto, responsabile dei due piú vasti e perduranti crimini della storia: il colonialismo e l'imperialismo. La micidiale deriva ideologica del sedicente liberismo ha fatto carne di porco della dignità della persona, nel suo aspetto individuale come in quello sociale, e i suoi sacerdoti si ingegnano cinicamente a persistere, giorno dopo giorno, in quest'opera nefasta”.

Orgoglio, onore ed autostima, tre vocaboli, tre modi di essere, tre valori che si sono persi nel tempo.

Come perdere la dignità senza accorgersene. Oggi parliamo della dignità sotto quello che considero il suo lato moderno e più infido. Sono anni ormai che sentiamo parlare della piaga dell’assistenzialismo, un governo dopo l’altro, senza soluzione di continuità, hanno riproposto questa subdola ricetta.

Come funziona? Semplice: se sei una ragazza madre ti danno soldi, se hai molti figli ti danno soldi, se sei povero ti danno soldi (e fin qui possiamo annoverare casi di veri bisognosi a cui un aiuto va dato senza ombra di dubbio alcuno tramite formule costruttive), se voti per quel politico ti danno soldi, viene l’amministratore di turno e ti dice: “Bene, se vuoi ti do una pensione per invalidità…”

Il meccanismo è viscido ed i cittadini, gradualmente, hanno riprogrammato il cervello su un unico input: “Ti voto se mi dai”. Come oche da ingrasso inghiottono di tutto, riempiono la pancia ignari di firmare la  condanna a morte propria e quella dei loro discendenti.

Ne parliamo tutti ogni giorno, con i colleghi e con gli amici del bar, ci sono cose che non funzionano, smodatezze delle autorità alla luce del sole, eppure ci si limita a constatare subendo. Si tratta, del resto, della scappatoia più comoda visto l’ambiente che è andato creandosi; il sistema assistenzialista è un salvagente che ti fa galleggiare quantomeno. Peccato, perché abbiamo braccia e gambe, e qualcuno potrebbe anche insegnarci a nuotare…

Chi si ferma davanti ai facili benefici dissipa la possibilità di dimostrare la grandezza della propria persona, la sua capacità di sopportare la situazione critica e di agire per superarla. Viene a diminuire anche il valore del bene comune: ognuno pensa ai benefici personali tralasciando la dimensione comunitaria della vita.
La gente ormai attende per anni le cose, perché le aspetta dall’istituzione, eppure la maggior parte delle cose sono attuabili anche dai cittadini, soli od accompagnati dallo Stato, occorre almeno una volta decidersi e farle di propria iniziativa. Si ascolta in sostanza un lamento continuo contro l’autorità, si denota un’apatia spiazzante di fronte a situazioni che gridano ingiustizia… un sistema perfetto per un potere politico che, dando contentini, continua senza ostacoli le sue strategie di proprio interesse, personale o lobbistico.

Dignità è l'unico vestito che può e deve essere indossato ad ogni occasione. Chi se ne priva, non solo non si ama, ma rinuncia.

Vi sono stati tempi e luoghi in cui  un uomo provava vergogna di una situazione perché considerato infame oppure disonesto, oggi le situazioni si sono invertite; chi delinque non prova rimorso o vergogna, oggi la dignità se la sentono sfuggire di mano solo i pochi onesti che credono ancora nei valori e  basta per loro semplicemente perdere il posto di lavoro o farlo perdere ai propri dipendenti oppure trovarsi nella situazione di non poter onorare i propri debiti. Le morti disperate susseguenti sono all’onore delle cronache.

Vi lascio un pensiero preso di seconda mano dal Web ma non per questo poco valido:
L'art. 1 della Costituzione italiana, come tutti sappiamo, stabilisce: "L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione." Quindi la nostra bella Costituzione inizia esattamente così, con tre parole fondanti per l'Italia: repubblica, democrazia, lavoro. Nonostante questo, ancora oggi, vi sono tante persone per cui il diritto al lavoro non è garantito, conseguenze? Per tre mesi, in estate, aveva lavorato come operatore ecologico stagionale. A novembre, con il passaggio di gestione del servizio di raccolta dei rifiuti, aveva presentato domanda alla nuova ditta, che tuttavia l'ha rifiutata. Un uomo di 45 anni, Paolo N., sposato, con un figlio di 18 anni a carico, ha così ritenuto di farla finita. Si è tolto la vita impiccandosi ad una trave del suo garage, nella tarda serata di ieri, senza lasciare messaggi o annunciare le proprie intenzioni. Così, in silenzio, al culmine di una crisi depressiva dovuta al mancato rinnovo del contratto di lavoro, l'uomo si è lasciato andare al tragico gesto di disperazione! Chi lo conosceva ed aveva lavorato con lui ha raccontato che Paolo soffriva parecchio per questa situazione di precarietà del lavoro. Aveva provato ad intraprendere anche altre strade, ma sempre di breve durata. Per questo motivo aveva riposto tutte le sue speranze nella domanda presentata alla nuova ditta. Quando gli hanno detto che al momento non c'era bisogno di lui, probabilmente colto dallo sconforto, ha deciso di togliersi la vita!!!! Personalmente provo un grande dolore per questa persona, per la sua famiglia. Non si può pensare che fosse impazzito, credo che un uomo, soprattutto se con la responsabilità di una famiglia da mantenere e con un'età non più giovane, possa raggiungere la disperazione assieme alla sensazione di non valere più nulla per la società a cui appartiene. Penso sia tremendo rimanere senza lavoro e perdere la speranza di poterlo riavere. Alcuni dicono che l'art. 1 della Costituzione sarebbe da cambiare, non si può dichiarare che la nostra repubblica è fondata su una merce. Propongono di sostituirla con la parola "libertà", valore importantissimo. Ma se non c'è il lavoro, dov'è la libertà, l'indipendenza di quella persona ?

L’incoraggiamento è quindi ad andare contro questo sistema, a dimostrare che si può fare altrimenti e soprattutto a non perdere la dignità. Non sono avvezzo a mettere in campo i pensieri religiosi ma recentemente Papa Francesco ha toccato il tema: “Non avere lavoro non è soltanto non avere il necessario per vivere, noi possiamo mangiare tutti i giorni: andiamo alla Caritas, andiamo a questa associazione, andiamo al club, andiamo là e ci danno da mangiare. Ma quello non è il problema. Il problema è non portare il pane a casa: questo è grave, e questo toglie la dignità! Il problema più grave non è la fame, è la dignità". 

È fondamentale allora “lavorare e difendere la dignità che dà il lavoro”.

Giorgio Bargna



venerdì 12 settembre 2014

Annichiliti

Da non poco seguo e vivo le situazioni politiche e sociali di questo sciagurato Paese; un dubbio mi ha sempre urticato, una domanda che forse non ha una risposta, visto che una risposta non c’è, oppure ne troviamo solo traccia dei motivi in parecchie riflessioni.

Sto parlando del motivo per cui gli italiani non dico si ribellino, ma almeno non si indignino della situazione politico sociale del Paese.
Esistono, va specificato, varie forme di ribellione; non sono per forza le armi a cambiare la storia di un Paese.
Proviamo, elementarmente e per sommi capi, a dare una spiegazione a perché la “gente” non si ribella considerato che possiamo dire di aver capito, almeno in linea generale, cosa “lorsignori” stanno facendo, ed il perché.

Si potrebbe pensare che probabilmente la gente sta bene o quantomeno non stia ancora nella palta col sedere, che le condizioni non siano ancora peggiorate davvero. Lo si pensa col contrappeso che si scatta nel momento in cui si sta davvero male, quando arriva la fame. Però, negli anni a cavallo tra il ’60 ed il ’70 scorsi, si intravidero lotte dure condotte da classi sociali che certo non erano ricche, ma che nemmeno subivano la povertà nel vero senso della parola.

Si potrebbe anche affermare che manchino i gruppi dirigenti. In parte è vero che manchino dei veri capopopolo carismatici, ma solo in parte, visto che comunque vanno radicandosi sui territori vari movimenti alternativi. La storia comunque insegna che capopopolo e gruppi dirigenti si materializzano solo dopo che la scintilla è scoccata.

Si potrebbe anche affermare che la gente è corrotta, come dico spesso io, che in Italia vige una cultura mafiosa dilagante e latente. E’ abbastanza lampante che corruzione, illegalità, concussione siano dilaganti anche nelle fila dei ceti subalterni, i quali oramai non insorgono più in contrasto a quel raccapricciante spettacolo offerto dai ceti dominanti. Quel panorama viene oramai considerato lecito, normale; molti considerano che messi al punto giusto farebbero altrettanto.
Ma io conosco ancora molta, ma molta, gente per bene che pensa esattamente il contrario.

Qualcuno afferma anche che la gente è stupida e non capisce certi argomenti da considerare difficili. Ma sarebbe come dire che la gente (il popolo, i padri di famiglia, i caporeparto e/o ufficio, i quadri dirigenti etc..) non capisca dei propri interessi, di come questi siano messi a rischio in base alle mosse degli attuali stati dirigenti. Non mi sembra di ricordare poi che i contadini cinesi o i francesi in rivolta fossero una congrega di esperti in politica o economia.
E poi, sinceramente, come si misura la stupidità? Su quali canoni? Affermiamo che la stragrande maggioranza della popolazione, quindi praticamente la totalità di quanti hanno da rimetterci dagli attuali andamenti sociali ed economiche (casalinghe e operai, pensionati e professori universitari, scrittori e droghieri) sia diventata stupida nella sua totalità?
Mi rifiuto. Quantomeno mi rifiuto di pensare che si tratti di stupidità allo stato naturale.

Abbiamo messo in campo varie ipotesi, valide, ma contestabili; ve ne sono, a mio avviso, altre, sempre contestabili ma relativamente recenti di costituzione, delle variabili aggiunte che assemblate a quanto precedentemente esposto probabilmente danno una sorta di risposta, anche se non certa, al nostro interrogativo.

Siamo, recentemente, diventati tutti individualisti; è lampante che l'ideologia neoliberista è penetrata talmente in profondità nelle nostre menti che ormai (ossimoro) collettivamente tutti ci comportiamo da homo oeconomicus calcolando freddamente i nostri interessi materiali senza l’influenza di ideologie e valori comuni.
Recentemente è venuta meno l'idea di una società alternativa, l’annientamento delle ideologie contrastanti ha trascinato con sé ogni tipo di rivolta popolare. Il capitalismo, la mercificazione, l’industrializzazione, il consumismo illimitato vengono intesi come l'unica realtà possibile e quanto
accade ai ceti popolari risulta ai più nulla altro che una catastrofe naturale rispetto alla quale la ribellione non ha senso.
Di fatto sono stati annichiliti i legami comunitari, ci hanno tramutato in individui isolati, che in quanto tali non riescono a lottare.

Anche se non inossidabile una risposta da tutti questi concetti amalgamati ci arriva, ma forse occorrerebbe rivolgersi per ottenere una risposta più attendibile, oltre che alla politica, anche ad altre sfere quali magari filosofia, antropologia, psicologia.

Di certo non aspettiamoci che i “lorsignori” citati ad inizio riflessione ci spingano a trovare una risposta a perché siamo diventati un branco di pecore condotte da pastori e cani da gregge.

Giorgio Bargna


lunedì 8 settembre 2014

Un modello anarchico

Viviamo in tempi in cui si vivono e subiscono crisi di valori primari, davanti alla mancanza di opposizione a questa situazione è probabilmente giunta l’ora in cui le dottrine devono lasciare il posto all’istinto.

Chi si riconosce in un pensiero atto a costruire qualcosa di moralmente più alto non può che votarsi a questo, posti davanti ad un disordine distruttivo viene lecito predisporsi ad un disordine costruttivo; Nietzsche insegna che da un nichilismo subdolo e perverso l’uomo, alla fine, alimenta un singolo che tende a diventare padrone di sé.

Difficile, anche se esistono, nel contemporaneo incontrare comunità coese e saldate da principi legati al bene comune; più numerosi e rintracciabili sono i singoli ribelli che con difficoltà però intrecciano legami tra loro. Questo non vieta che nel percorso di questa post-modernità, all’interno della crisi delle comunità, del coesistere, nella
pressione della solitudine di massa, possano nascere reazioni, movimenti di segno avverso, tali da convogliare singoli dissidenti e i ribelli verso gemiti di ribellione morale, quella situazione di fatto che storicamente precede la rivolta e la rivoluzione vera e propria.

L’Anarca, ne parlavo in un certo senso ne “Il Ribelle”, non può essere considerato esattamente un oppositore, esso è più una mina vagante inserita all’interno della società in cui vive e vigila, non è precisamente il nemico di uno, qualcuno o nessuno; ogni presa di posizione gli è estranea.

L’anarchico non si aspetta nulla da quanto la politica e la deviazione della società concepiscono, rimane indifferente a quanto lo circonda, non si lascia assolutamente pressare dagli eventi e mentre la massa viene trascinata, esso avvalendosi della propria forza, sopravvive, macina futuro.

All’interno di una società che considera minata, l’Anarca vive in correlazione ad una sola funzione: alimentare la volontà umana.
L’anarchico di questa epoca è (deve esserlo) in allerta, vigile, è il soggetto che risveglia i dormienti; è colui che da uno spiraglio riesce a germogliare i podromi di un futuro.

Chi “comanda la baracca” oggi spinge verso l’autodistruzione, annullatrice di ogni eredità proveniente dal passato e abolisce lo sviluppo di ogni disegno teso verso il futuro; potrebbe esser un mezzo alimentare la follia autodistruttiva, acutizzarla, spingere verso l’autodistruzione del progressismo.

Di questi tempi non stiamo ormai più filosofeggiando di questo e dell’altro, siamo dinanzi ormai alla lotta per la sopravvivenza e alla ricerca, sanatoria, della capacità di rinascita di un modo di convivenza fra simili fondato, sull’appartenenza che è unico per definizione.


Giorgio Bargna


sabato 6 settembre 2014

Sogni

Il contenuto dei sogni viene sempre determinato, in misura maggiore o minore, dalla personalità individuale, dall'età, dal sesso, dalla condizione sociale, dal livello culturale, dal modo di vivere abituale, dagli avvenimenti e dall'esperienza di tutta la vita passata. (Peter Jessen)

Esistono una serie svariata di sogni che si possono realizzare: d’amore, sociali, economici, di soddisfazione egoistica e via dicendo. La concretizzazione credo però passi sempre per dei procedimenti molto comuni tra loro.

E’ indubbio che ognuno di noi, piccolo o grande che fosse, ha sentito nel corso della propria  la vita voglia, la necessità, di realizzare un sogno.

Sicuramente gli ambienti, gli accadimenti, le situazioni e la collettività di un sogno condizionano l’esito, ma innanzitutto (ed a noi questo interessa) la realizzazione dipende dalle azioni di chi questo sogno lo vorrebbe concretizzare.

Chiediamoci innanzitutto cosa farà di un sogno una realtà?

Senza fantasia non ci sarebbe il sogno, quindi ci vuole. Poi la volontà, perchè la probabilità non partorisce l'atto da sola. Attinenze ed interdipendenze con le persone che ci attorniano, perchè senza di loro la volontà sarebbe un motore senza frizione. Infine anche una certa parte di fortuna, che richiede tutte le cose precedenti per poter essere colta.

Il  Sogno,  quello autentico, è un disegno che riusciamo a comprendere solo durante alcuni momenti, alcune situazioni: si tratta di un incastro che si svela a step, passaggio dopo passaggio, pezzetto per pezzetto. Solo la fede nel proprio sogno e l’ostinazione mista al coraggio ed alla follia concedono la possibilità di vederlo un giorno realizzato. Per la realizzazione di un sogno, sono poi convinto, che occorra saper ascoltare. Occorre esser in grado di recepire tanto i segnali che ci giungono dall'esterno quanto quelli prodotti dal proprio cuore. Ognuno di noi attua le proprie strategie di ascolto, queste sono però fondamentali. Il nostro cuore, nello scorrere della vita, se sapremo ascoltarlo, ci indicherà lo scopo per cui siamo nati e viviamo su questa terra, la motivazione della nostra esistenza. Non esistono cuori silenti, ogni persona riceve quotidianamente messaggi e stimoli dal proprio cuore, esiste però chi non desidera ascoltare.

Aldilà di tortuose congetture psichiatriche nessun senso di colpa è più terribile di quello di non aver fatto della propria vita qualcosa di soddisfacente. La vita purtroppo pone tutti di fronte a strade spesso tortuose e difficili, un elemento essenziale è dunque la fiducia in se stessi. Esiste chi presume di non meritare e/o esigere nulla di più di quello che ha. Io credo sia vero l’esatto contrario e per quanto la strada del miglioramento e della soddisfazione sia spesso difficile e tortuosa, pur non sapendo in anticipo quale sarà l'esito, credo che Cuore e Fiducia siano ingredienti fondamentali e risolutivi.

Dopo l’analisi, provo a stendere una sorta di vademecum; nulla di perfetto e che tracci una strada certa, si intenda, ma comunque una visione lucida del percorso.

Proviamo innanzitutto a chiederci qual è il compito da assolvere  per cui siamo stati creati. Il momento in cui la maggioranza rinuncia è quando, nonostante i tentativi di realizzare qualcosa, non si ottengono risultati apprezzabili. Necessita essere diversi, pazienti. Se vogliamo vivere la vita dei nostri sogni, dobbiamo assolutamente seguirli. Occorre non trovare scuse e non dare la colpa agli altri. Occorre creare i presupposti per cui le nostre parole e le nostre azioni manifestino chiaramente l’intento, questo ci aiuterà a realizzare l’obiettivo. Di conseguenza stop alle lamentele e spazio al coraggio ed alla voglia di agire. Perseverando nella riproposizione delle stesse azioni otterremmo gli stessi risultati, di conseguenza per giungere alla meta occorre cambiare abitudini, modificare (se occorre)  quelli che sono i sogni ad occhi aperti ed agire diversamente; due sono le possibilità: cambiare strada o affrontare le cose in modo diverso.

Per ottenere un risultato occorre non aver paura di agire, fare almeno un tentativo, non limitarsi alla lamentela, avere il coraggio di uscire dalle "acque sicure" e di provare a cambiare le cose, oppure di andartene. Davanti all’ intuizione che qualcosa stia per accadere agiamo in modo da creare i presupposti perché i sogni si realizzino impegnandoci al massimo e carichi di motivazioni.

Prima di ogni cosa però occorre riconoscere il proprio scopo nella vita, muniti di strumenti di scrittura descriviamo la nostra vita così come vorremmo fosse; una volta isolate le necessità da conclamare prima della dipartita, stendiamo un elenco di punti essenziali all’ obiettivo e le metodologie che pensiamo utili alla realizzazione.

Giunti a questa fase siamo pronti a spiccare il volo, buona realizzazione a tutti, Giorgio Bargna



martedì 2 settembre 2014

Terza posizione (3)

Nel settembre 2008 pubblicai sul mio vecchio blog Giorgio Partecipativo una mia opinione sull’immigrazione divisa in tre tranche; la ripropongo oggi pari pari ad allora,oggi la terza ed ultima parte.


Concludiamo velocemente il discorso intrapreso in questi giorni. Buona lettura, Giorgio.

Oggi ci troviamo davanti, in Italia e nella nostra città , a due principali posizioni sul tema, la sinistra avvalla da sempre anche le immigrazioni selvagge alla ricerca di futuri voti, la destra le avvalla cercando nella xenofobia dell'opportunismo politico. Ritengo che noi attivisti di “Lavori”siamo diversi da costoro, che siamo in grado di trovare risposte non urlate ai problemi; dovremo dunque,con la forza della calma e della riflessione, cercare di proporre qualcosa di concreto sul tema, studiando la soluzione in modo, di risolvere il problema della povertà in alcuni paesi là, sul luogo, almeno in parte. Volendo, già lo dissi nel periodo natalizio rispondendo a Giacomo, per risolvere il problema del terzo mondo basterebbero cinque minuti; sarebbe sufficiente trasformarsi in novelli S.Francesco, spogliarci di ogni bene e donarlo, trasferire parte della nostra economia industriale la dove non c'è, ma sappiamo che questa è un'utopia irrealizzabile a causa dell'egoismo dell'essere umano. E allora? Mi chiederete...Allora,dicevo,una seria politica di aiuto al terzo mondo ed anche evitare un'immigrazione sfrenata; noi promettiamo a chi entra in Italia l'AMERICA, ma poi doniamo loro solo una sorta di BANGLADESH . Non si aiuta nessuno invitandolo all'indigenza rendendolo facile preda della delinquenza o, nel migliore dei casi, della fame in un luogo diverso da quello di provenienza. Mimmo nelle scorse settimane ci ha invitato a rileggere la Carta Universale dei Diritti dell'Uomo, uno stupendo documento dove però vi è anche scritto:

Articolo 1:Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.
Articolo 3:Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.
Articolo 9:Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.
Articolo 14:Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Perchè sottolineo ciò?  Ve lo spiego utilizzando le parole di un mio post pubblicato sul mio spazio web:
...mi appare in sogno (oppure era un incubo?) un pellerossa di età avanzata con in testa il copricapo tipico di un Grande Capo Indiano. Mi racconta di quando lui e la sua gente si lanciavano in felici scorribande a caccia di mastodontici bisonti, e ,di quando felici e spensierate le tribù indiane pescavano a mano libera nei fiumi. Poi, mentre una ruga di tristezza attraversa il suo volto, mi racconta di quando per la prima volta uomini dal viso pallido si avvicinarono al suo villaggio; erano semplici famiglie di agricoltori e pastori che cercavano solamente una nuova terra dove rifarsi dalla sfortuna che li aveva colpiti in Inghilterra. Dopo di loro,che erano gentili ed amichevoli, piano piano, poco alla volta cominciarono ad arrivare personaggi sempre meno socievoli e sempre più armati fino a capire un giorno, che questi masnaderi altro non erano che dei galeotti inglesi che erano stati spediti li dal loro governo che, non sapendo come sbarazzarsene, non trovò idea migliore che spargerli in giro per il mondo. Con un affievolamento della sua ruga mi guarda e , col sorriso beffardo di chi si gusta una piccola rivincita ,mi dice:oggi i vostri governi occidentali ospitano ed aiutano tanta brava gente che arriva da paesi più sfortunati dei vostri,ATTENTI,i governi di quei paesi approfittano di loro per aggregargli delinquenti di ogni genere e fanatici religiosi che non sanno più come gestire.

Noi ci siamo posti davanti agli elettori come una TERZA POSIZIONE politica, non di destra, non di sinistra. Abbiamo proposto a TUTTI i nostri programmi, a TUTTI abbiamo chiesto di votare per noi alla ricerca di una politica onesta. Oggi siamo noi però nella posizione di dover accogliere le richieste di TUTTI , siano essi immigrati senza fortuna, italiani poveri o cittadini spaventati; senza favorire i bisogni di uno o dimenticarci dei bisogni degli altri, non solo perchè abbiamo chiesto il voto a TUTTI, ma anche e soprattutto perchè, almeno sotto il mio punto di vista, questo è il giusto modo di comportarsi.
Nei paesi civili, io trovo, si concede l'accesso agli stranieri solo se hanno garanzia di lavoro e vita decente; additarsi come " l' america" e accettare l'ingresso a chiunque è solo fare violenza a chi entra. Non si aiuta nessuno invitandolo all'indigenza, rendendolo facile preda della delinquenza o, nel migliore dei casi, della fame in un luogo diverso da quello di provenienza..La criminalità in Italia viene già ben rifornita dai nostri connazionali; la povertà in Italia è già sufficientemente diffusa tra i nostri connazionali.

Acconsentiamo dunque  l'ingresso solo a quanti siamo in grado di fornire una vita dignitosa ed un lavoro sicuro, concedendo loro una volta stabilitisi da noi gli stessi diritti e le stesse certezze, ne una di più, ne una di meno; ma evitiamo vi prego un sovraffollamento caotico che porterebbe negli anni ad una guerra tra poveri.

Giorgio Bargna

lunedì 1 settembre 2014

Terza posizione (2)

Nel settembre 2008 pubblicai sul mio vecchio blog Giorgio Partecipativo una mia opinione sull’immigrazione divisa in tre tranche; la ripropongo oggi pari pari ad allora.


Prosegue il mio pensiero sull'immigrazione inviato agli amici di “Lavori in Corso”. Buona lettura, Giorgio.

Primo traduttore ufficiale in Italia di A. de Benoist è stato Marco Tarchi (anch'esso transfugo della destra storica) e scartabellando nell'orbita del pensiero Debenoistiano ho trovato un testo di Tarchi sull'immigrazione da cui estraggo alcuni passaggi.

Un eminente studioso dei problemi sociali come Luciano Cavalli (a questo indirizzo troverete una sua rapida descrizione,http://www.fupress.com/scheda.asp?idv=1741 ), ad esempio, deplorando "il permanere dei veli ideologici" che impedirebbero di percepirne il significato di "ulteriore colpo demolitore" della nazione intesa "come comunità di stirpe, cultura, storia e destino", in un suo saggio recente ha attaccato frontalmente l'immigrazione extracomunitaria di massa in termini di sorprendente durezza. "Se l'immigrazione si sviluppa, per il tacito consenso della classe politica, nelle dimensioni ritenute probabili dagli esperti", ha scritto il sociologo dell'Università di Firenze, "al di là della crescita certa di malessere, scontento e conflitto (...) c'è il pericolo di quella che possiamo chiamare la saturazione migratoria. L'invasione dall'altra sponda e dall'Est, se praticamente incontrollata, scardinerebbe economia, società, ordine pubblico, cultura (...), dunque la civiltà che ci siamo costruiti nel corso dei secoli, che dà una sua peculiarità al nostro popolo e a tutti i nostri rapporti interpersonali, che è parte di ciascuno di noi, elemento della nostra più intima essenza personale".

Tre atteggiamenti di fronte all'immigrazione

Per verificare la plausibilità di questa ipotesi, partiamo dagli atteggiamenti attualmente riscontrabili nell'ambito delle elaborazioni politico-culturali in materia di immigrazione. Volendo costruirne schematicamente una tipologia, ci sembra di poterli ridurre a tre:

a) L'esaltazione senza riserve della positività dell'incontro fra immigrati e popolazione di accoglienza, per i suoi caratteri di potenziale arricchimento, reciproco o meno. E' la posizione che si esprime, nelle sue punte più estreme, in un elogio della commistione e del meticciato  i cui fondamenti ideologici risiedono nei postulati del cosmopolitismo e dell'individualismo.

b) Il rifiuto del contatto e dello scambio, basato su due rappresentazioni assai diverse, anche se spesso strategicamente convergenti, dell'Altro, dell'Alieno, ora visto come inferiore e sottoposto a comportamenti di sopraffazione e di dominio (è il caso delle forme di razzismo consapevole e dichiarato esibite dagli skinheads e da altri gruppuscoli consimili), ora visto come il diverso, lo sconosciuto che incute timore ed apprensione, e fatto oggetto di discriminazioni dettate dal senso di insicurezza (questa è l'immagine prevalente, come dimostrano numerose ricerche e sondaggi, fra gli elettori dei maggiori partiti xenofobi, a partire dal Front National francese). Un amalgama dei due atteggiamenti è riconoscibile nel modello dell'apartheid sudafricano.

c) L'accettazione pragmatica del fenomeno, che senza scadere in contrapposti eccessi di giudizio etico, mira a controllarne la portata e ad organizzarne le forme. E' la posizione che si esprime nella convinzione che una parte del flusso migratorio di questi ultimi venticinque anni si debba considerare definitiva, come è accaduto fra Ottocento e primi decenni del Novecento con i numerosi gruppi etnici europei sparsisi attraverso il Vecchio continente, le Americhe e l'Australia, ma che nel contempo esista in ogni società una soglia di integrazione degli allogeni che, se varcata, induce turbative e disagi non controllabili. L'espressione che definisce la convenzione alla base di questo atteggiamento può essere presa a prestito da un articolo di Marcel Gauchet: Gli immigrati degli ultimi decenni "Sono qua e ci resteranno!”


Differenzialismo o assimilazionismo

Molto più interessante è scandagliare la terza opzione. Essa si fonda su un'argomentazione estremamente semplice: che lo si voglia o meno, che la si consideri una potenziale tragedia o una occasione di arricchimento, oppure, come a noi pare più logico, un fenomeno oscillante nell'ampio spazio situato fra questi due estremi, la multirazzialità è una realtà ormai inscritta nel futuro delle società industrialmente avanzate. Esorcizzarla con il ricorso a fantasmi apocalittici [...................] Oppure come una società differenziata e multiculturale, retta da una dinamica di scambi e interazioni ma fondata sul riconoscimento del diritto alla specificità di ogni gruppo etnoculturale, in un contesto che si potrebbe definire quasi di una società di comunità, al plurale. [...................] Quel che appare sin da oggi certo è che i paesi sviluppati dovranno necessariamente scegliere fra questi contrapposti modelli di sviluppo, salvo soccombere, in caso contrario, ad un'inevitabile crescita di microconflittualità anarchica ed anomica.

Fra i sostenitori delle due prospettive in contrasto la polemica è aperta, ed ha assunto talvolta toni esasperati. In particolare, come ha ben rilevato Alain de Benoist, [..................] l'atteggiamento differenzialista, che afferma la possibilità e la necessità di una convivenza fra diversi coscienti della propria rispettiva specificità, si esprime come una forma esplicita e meditata di antirazzismo.

Chiarire gli aspetti tragici del fenomeno migratorio, e porre la coscienza vissuta dell'identità come unico strumento per attenuarli, non significa d'altronde in alcuna misura abbandonarsi a tentazioni razziste. A meno di non voler accusare di razzismo anche l'Unesco, che in numerosi inserti pubblicitari comparsi sulla stampa italiana ha enfatizzato i suoi programmi di aiuto allo sviluppo dei paesi africani proprio facendo ricorso all'argomento dello sradicamento, del disagio e delle umiliazioni a cui deve sottostare chi, strappato alla cultura e all'ambiente d'origine dalla miseria, intraprende la via, spesso senza ritorno, dell'espatrio. Nel contesto del fenomeno migratorio, la consapevolezza della differenza ed il suo riconoscimento esercitano un'azione positiva in una duplice direzione: consentendo a chi si trova a dover vivere in un contesto civile per molti versi estraneo di mantenere un solido referente identitario e allontanandolo da quelle forme di anomia e di perdita di senso del proprio essere che creano una disponibilità psicologica all'infrazione delle norme e all'aggressività.

Della personalità carnale e spirituale dell'Altro non sembra invece tenere il dovuto conto quella corrente assimilazionista, [...................] che spesso copre con un velo di ipocrisia la dura realtà del confronto fra culture autoctone e allogene parlando eufemisticamente di "scambio di popolazioni", accetta a cuor leggero l'idea di una società multirazziale, di cui vede i margini di utilità economica - manodopera a buon mercato e di pretese, anche abitative, per adesso modeste -, ma ne rifiuta ogni declinazione in termini multiculturali, sperando di ripetere l'esperienza di centrifugazione/assimilazione riuscita, in condizioni ben diverse, nell'Europa del secondo dopoguerra con le popolazioni di origine contadina affluite nelle città industriali.

Partendo da questo pensiero mi nasce spontanea una riflessione. Noi viviamo in una città dove la popolazione (in parte lo sono anch'io) quasi in maggioranza è composta da immigrati meridionali giunti qui negli anni 50. Se ad essi avessimo dovuto imporre il dialetto canturino e il risotto con gli ossibuchi avremmo distrutto l'integrazione e perso dei patrimoni culturali. Chi ha voluto tra gli adulti si è "integrato", chi no è rimasto un "terrone", un "terrone" però che ha rispettato le leggi nazionali e le tradizioni altrui. I figli di entrambe le categorie sono oggi integrati e "mischiati" in matrimoni misti, se avessimo imposto una monoculturizzazione forzata ora mangerebbero gli ossibuchi, ma non si sentirebbero canturini. No al monoculturismo, alla globalizzazione ed a ogni forma di omologazione forzata.

(continua)


domenica 31 agosto 2014

Terza posizione

Nel settembre 2008 pubblicai sul mio vecchio blog Giorgio Partecipativo una mia opinione sull’immigrazione divisa in tre tranche; la ripropongo oggi pari pari ad allora.


In questo periodo, all'interno di “Lavori in Corso” , si è avviata una discussione sull'immigrazione clandestina. Ne segue diviso in tre parti il mio pensiero che ho inviato a tutti, Giorgio.

Ritorno a parlare di immigrazione ripartendo da quella che è una mia profonda convinzione, l’immigrazione “malgestita”, così come in Italia accade, è un imposizione per noi ed una denigrazione della figura umana di chi entra nel nostro paese seguendo una speranza, spesso irraggiungibile. Se così fosse in realtà ogni discussione sul tema potrebbe risultare inutile, ma anche lo fosse si può sempre tentare di sovvertire l'ordine delle cose, del resto il nostro impegno politico va proprio in questa direzione. Molte volte, dalla parte di pensiero opposta alla mia, chi la pensa come me viene additando dell'etichetta di “razzista mascherato”, viene guardato con sospetto e con pietà da chi ritiene di avere nelle mani la verità assoluta. Non sono certo un esperto in psichiatria ma è noto anche a me che dopo l'avvento della dottrina freudiana tutte le negazioni possono essere intese come conferma del sintomo: in tal modo Marx potrebbe ben essere considerato un “anticomunista mascherato”. Io non mi considero razzista, vedrò di non limitarlo a parole ma cercherò di dimostrarlo con le mie teorie e se possibile con delle proposte.


Intanto ordiniamoci le idee sui due significati che riesco a dare al termine razzismo:

- sul piano ideologico possiamo considerarlo una dottrina che fa della razza il fattore principale dell’esistenza umana

-sul piano sociologico possiamo descriverlo come un’attitudine di sistematica ostilità verso uno o più gruppi umani


Al di là della parentesi nazista, considero il razzismo teorico meno pericoloso di quello sociologico, la razza (quanto l' economia) non potra mai essere concetto che illumina la storia; chi si richiama ad esso come parte essenziale di un pensiero dona poca vita alla durata del proprio potere.
Il razzismo sociologico invece lo trovo molto più pericoloso, è una delle varianti della paura dell’altro, vale a dire l’incapacità di riconoscere il valore delle differenze e il carattere positivo dell’alterità; ho sempre modo di tremare davanti alle paure, in particolare innanzi alla xenofobia.


Cerco, spesso ma non sempre vi riesco, nella mia “filosofia” il rigetto di tutti gli atteggiamenti consistenti nel porre l’“Io” o il “noi” come criterio del valore della verità.
Pur non avendo affatto “l’ossessione” della differenza a tutti i costi, constato comunque che viviamo in un mondo dove le identità culturali, i modi di vita differenziati, tendono mano a mano ad essere sradicati dalla logica del capitale, il quale omogeneizza il sociale assoggettandolo all’immaginario della merce.


Ma usciamo dalla divagazione sulla mia persona e torniamo al fenomeno dell'immigrazione.
Partiamo da un pensiero che io definisco in un certo senso “ecologico” che un blogger che scrive nella mia stessa piattaforma ha pubblicato giorni addietro, una visione certamente parziale del fenomeno, da cui però potremmo prendere qua e la qualcosa di effettivo. Leggiamo dunque questo appello alla sostenibilità scritto per una volta da un uomo di destra:


“Una popolazione di dimensioni stabili è essenziale per proteggere l'ambiente. La politica dell'immigrazione dovrebbe essere basata su un dato di fatto che una popolazione di dimensioni stabili è essenziale se vogliamo evitare un'ulteriore deterioramento del sistema che ci sostiene, il nostro ambiente e le nostre risorse naturali, indipendentemente da quanto risparmiamo in termini di risorse, rimane un fatto fondamentale che un numero sempre maggiore di persone pesa inevitabilmente in modo crescente sul nostro ambiente naturale e sociale. Più gente significa un maggiore impiego di energia, maggiori ingorghi nel traffico, maggiore produzione di rifiuti tossici e una accresciuta tensione che risulta dal vivere in ambienti urbani sovraffollati. Per quanto efficienti possiamo essere nel nostro utilizzare le risorse e per quanto risparmiamo nel tentativo di preservare l'ambiente, più persone significano semplicemente un maggiore stress per l'ecosistema. E il sistema sociale, fenomeni di affollamento esasperato deforestazione, dimostrano ampiamente che ogni persona, per quanto punti alla conservazione, aggiunge un ulteriore carico all'ambiente in cui vive. La considerazione chiave è la capacità di carico del territorio tenetelo presente  per "capacità di carico" s'intende il numero di persone che possono essere mantenute in modo sostenibile da una determinata area senza degradare l'ambiente naturale, sociale, culturale e economico per le generazioni presenti e future. La capacità di carico comprende la capacità dell'ambiente naturale di fornire le risorse, il cibo, l'abbigliamento e il rifugio dei quali abbiamo bisogno, e la capacità dell'ambiente sociale di fornire una qualità della vita ragionevole, questa capacità di carico in Italia è prossima ai limiti ma le mezze seghe della politica non hanno il coraggio di dirvelo, potrebbero essere scelti molti fattori (ad esempio, l'energia, le foreste, gli inquinanti) per illustrare i limiti che la capacità di carico impone alle dimensioni della popolazione, esaminare un esempio lampante, l'energia, fornisce molto rapidamente la misura dell'importanza e dell'utilità del concetto di capacità di carico, inoltre, non esistono modi economicamente o energeticamente efficienti all'orizzonte per incrementarne la disponibilità.”


Quanto Oscar  abbia torto o ragione poco importa, poiché il fenomeno delle trasmigrazioni, che esiste dalla notte dei tempi, se ne strafotte di questo genere di discussione, continuando imperterrito il proprio corso; negli ultimi due decenni un massiccio trasferimento di popolazione, sta spostando milioni di esseri umani dai paesi in via di sviluppo, o sottosviluppati, del cosiddetto Sud del mondo, verso le aree geografiche dove è maggiormente diffuso il benessere economico: l'Europa e il continente nordamericano in primo luogo, ma anche verso zone meno analizzate ad oggi da sociologi e demografi, quali magari l'Oceania e il Sud-Est asiatico, portando alla luce fenomeni di diffidenza, rifiuto e intolleranza connessi all'incontro/scontro tra popoli di diversa estrazione etnica.



E' chiaro, con questo dato di fatto, che le migrazioni intercontinentali ed interculturali, nelle proporzioni attuali, rappresentino un serio banco di prova per la tenuta dell'ordine sociale in Occidente, non a caso  tanto nel campo "conservatore" quanto in quello "progressista" va crescendo una consapevolezza che travalica la sfera dei commenti dettati da pregiudizi o dagli storici dettami ideologici.
Trovo molte concordanze col mio pensiero “popolar-partecipativo” intriso di sussidiarietà, ecolocalismo, antiglobalismo e valore della persona, nel modo di pensare di Alain de Benoist, un “pensatore” francese, che nasce ideologicamente a destra ma che nel portare avanti la sua ideologia fondando un movimento chiamato “La Nuova Destra” in Francia si ritrova nel fuoco incrociato delle due posizioni storiche del pensiero politico. Tanto per illustrare velocemente vi lascio un suo brevissimo pensiero:
“Alcune idee che erano state coltivate soprattutto a destra, passano oggi a sinistra (ad esempio la critica dell’ideologia del progresso) mentre altre che erano state coltivate soprattutto a sinistra passano a destra (ad esempio, la critica del mercato). Ne risulta che le nozioni di destra e sinistra non sono più efficaci per comprendere il paesaggio politico-intellettuale che abbiamo di fronte. Se qualcuno mi dicesse che è “di sinistra” – o “di destra” non saprei praticamente nulla di ciò che pensa. Tutti i grandi avvenimenti degli ultimi anni (costruzione europea, guerra del Golfo, riunificazione tedesca, intervento dell’occidente nel Kossovo ecc..) hanno creato degli smottamenti all’interno delle famiglie politiche. È l’annuncio di una ricomposizione di cui mi rallegro.”


(continua)

lunedì 25 agosto 2014

Valori (11) Il bene

Abbiamo deciso di chiudere questo tour sui valori parlando del bene. Come in altri capitoli ci siamo trovati davanti ad un soggetto che racchiude in se molti significati. Come in altri capitoli ci siamo trovati davanti ad un soggetto di cui abbiamo già trattato su queste pagine. Di quella che possiamo considerare la vena politico/sociale del bene ne abbiamo ad esempio trattato qui.

Prendendola molto alla larga potremmo esemplificare col termine "bene"  tutto ciò che agli individui appare desiderabile e tale che possa essere considerato come fine ultimo da raggiungere nella propria esistenza. Pragmaticamente potremmo identificare questo concetto  con quello di "azione buona" oppure con il "fare del bene", equivalente a "compiere buone azioni", azioni che rispondano a regole morali che ci si autoimpone.   
Il concetto di bene, all’interno del concetto filosofico occidentale, è tipicamente opposto a quello di male, che come quello di "bene" ha assunto un significato sia etico che ontologico.                          

Abbiamo parlato di regole morali, il termine morale, di origine greca, "èthos",  si riferisce a comportamento, costume, carattere, consuetudine; nelle sue accezioni acquista anche il significato di principi delle caratteristiche della condotta umana che influiscono sulla collettività.

Parliamo però ora più articolatamente del bene pratico con se stessi e nei rapporti interpersonali.

Il bene più legato all’ego potremmo identificarlo nello stimarsi, rispettare il proprio corpo e vederlo come un entità che aspetta di accogliere il nostro amore, avere un buona auto stima e mantenere dignità di noi stessi. L'amore di noi stessi (ma anche quello verso gli altri), lo si misura in particolar modo quando si intraprendono relazioni sociali. Sicuramente la stima ed il valore che si danno a noi stessi vengono minati quando ci si lascia disprezzare senza reazione, quando ci si fa mancare di rispetto, quando si lascia detenere il poter di scelta personale ad altre persone  permettendogli di determinare ciò che meglio per loro, quando lasciamo che ci tolgano la nostra libertà, quando permettiamo a qualcuno di gestire la nostra vita, quando diventiamo burattini nelle mani degli estranei. Non consentiamo a nessuno di sottovalutarci.

Occorre conoscersi, rispettarsi, avere la dignità di non farsi mettere i piedi in testa, dedicarsi alle proprie passioni e scegliendo quello che veramente ci piace e quanto che ci sembra giusto senza lasciarsi condizionare.

Al contrario voler bene ad una persona significa anche, soprattutto, volere il bene di quella persona; qualunque cosa sia e se pensiamo che la sua scelta non fosse il meglio per essa, per il suo bene, abbiamo il dovere di dirglielo. Questo non significa che essa abbia l'obbligo di seguire i nostri consigli, anzi, ma se non glielo dicessimo e le cose andassero male, non potremmo perdonarcelo. Se le scelte di chi amiamo lo portassero lontano da noi , per il suo bene soffriremo in silenzio e lo lasceremo andare. E' dura, richiede una maturità tale da costringerci a soffrire per amor suo, ma è la vita che ce lo impone. Del resto si fa così anche con i figli e se funziona con loro, che è la forma d'amore più alta al mondo, non può che funzionare anche in questo caso.

Di certo, lo abbiamo detto, esistono varie versioni di bene, ma a mio avviso dire "voler bene" è solo un modo politically correct (con tutti i difetti del caso) per dire "amare". Molti interpretano il "voler bene" come qualcosa di meno che "amare", a mio avviso, intesa nella forma più pura, è una distinzione che non esiste, voler bene significa amare: te stesso, qualcun' altro, chiunque; volersi bene è il saper sacrificare se stessi, oppure qualcosa di se stessi, per far si che la persona che ti sta accanto sia felice.

Probabilmente non esistono parole precise per descrivere il bene, esso è la stima, il rispetto, l'affetto, la riconoscenza, la comprensione, la voglia di aiutare le persone, aiutare se stessi, rinunciare per gli altri, dare tutto quello che si ha. Il "volersi bene" significa certamente dare tutto noi stessi verso chi ha affetto nei nostri confronti. Ripeto non esiste termine preciso di descrizione, io voglio bene in modo diverso da come tu vuoi bene, per cui se ti spiego la mia idea potrebbe essere tutto l'opposto di un'altra persona, conta però l’intenzione.


Giorgio Bargna