martedì 1 aprile 2014

La sfida

E’ innegabile che, un paio di secoli fa circa, qualcuno volle fortemente la nascita della nazione italiana. Non stiamo a sindacare sulle motivazioni, ma quando una nazione non sorge spontanea, sulle sue fondamenta qualche dubbio aleggia. La storia democratica del paese nei secoli iniziali probabilmente non è discutibile ai giorni nostri con paragoni seri, erano sicuramente epoche diverse (anche se vi sono state comunque isole felici), la democrazia spesso era un ipotesi e la voluta ignoranza imposta al popolo aiutava i beceri ad imporsi.

Diverso era già invece il discorso alla metà del secolo scorso, anche se le masse ancora erano analfabete già erano, a mio vedere, più coscienti ed una certa “intelligencija”, passatemi il termine, era già formata.

Malgrado ciò nell’affrontare la scrittura costituzionale del paese si fece di tutto per eclissare scelte federalistiche e/o indirizzate verso una formula democratica di tipo diretto o partecipativo.

Il Popolo è stato privato del diritto, ne avremmo poi conosciuto sulla nostra pelle le motivazioni, di esercitare in modo diretto e assembleare la sovranità. Depredato della possibilità di decidere secondo i canoni della cosiddetta democrazia partecipativa ha la sola facoltà di eleggere dei rappresentanti che esercitano il potere sovrano.

In quella che è sta definita tale, in quella che è la liberal-democrazia l’intromissione dei rappresentanti parlamentari è determinante.

Se c’è stato un tempo in cui la classe politica era fine a se stessa nel tempo, a mano a mano che il capitalismo si imponeva, in seguito abbiamo avuto una trasformazione essenziale … l’economia, anzi il profitto ha cominciato ad indirizzare.

Ad ispirare questo mio dire è stata una lettura sulla “governance”.

Si tratta sostanzialmente del governo di un’impresa, perché ormai, visti gli sviluppi internazionali non certo casuali, le nazioni sono diventate parti integranti, ma anche succubi, di qualcosa che in sostanza sono delle SPA … qualcuno alla fine incassa molto, altri ci mettono dentro altrettanto … esistono grandi azionisti, detentori del pacchetto di controllo, che non necessariamente devono corrispondere alla maggioranza assoluta delle azioni.

Lo stato/impresa ormai si disinteressa completamente della democrazia, diretta o indiretta che sia, l’importante è rispondere agli input della BCE o dell’ FMI, i governi nascono senza avvalli  e le leggi elettorali vengono varate nell’ottica di salvaguardare l’indipendenza decisionale della classe dirigente. Lo Stato ed il Libero Mercato dovrebbero cozzare tra loro, in sostanza pare avvenire il contrario.

Se ci pensiamo la nostra Costituzione, che teoricamente dovrebbe essere ancora rappresentante, tutelerebbe la Sovranità Popolare ( “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”),  si opporrebbe a  “gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese” e dovrebbe riconoscere ad ogni cittadini il diritto di lavorare e vivere decentemente.

La risoluzione sta a mio vedere nel localismo, nel Federalismo Municipale, ma occorre lavorare per questo, occorre la politica attiva sul territorio, occorre occupare democraticamente i Municipi e poi federarsi. La congiuntura economica potrebbe convincere alla fine la gente che questa è la giusta soluzione per liberarsi dallo schiavismo economico che ci ha aggiogati, ma occorre prodigarsi in merito, occorre che i mille rivoli rivoluzionari si aggreghino.


Se sia meglio poi un autogoverno o un’autodeterminazione oppure chissà che altro lo decideremo in seguito, l’importante è a mio avviso sfondare la porta tramite un fattore comune, l’autonomia economica e politica…la sfida è questa, mi auguro sino in molti a capire ed ad impegnarsi, mettendo da parte le differenze ed unendo le similitudini.

Giorgio Bargna

sabato 22 marzo 2014

La svolta (fam, füm, frèc e fastìdii)

Appare ormai chiaro a tutti che sia in atto un certo “difetto democratico”, un certo totalitarismo finanziario, di stampo, diciamo, europeo avvallato però dall’establishment politico nostrano.

Grida d’allarme arrivano da politici antagonisti, filosofi e giornalisti di ogni nazionalità ma soprattutto ultimamente (vedi il caso Veneto) si cominciano ad avere segnali dai cittadini. Se ne stanno accorgendo anche i nostri poco amati rappresentanti nazionali, l’attuale Presidente della Camera dei Deputati italiana durante una visita in Grecia nel 2013 auspica (oh, che amor di donna) “una conferenza sull’altra Europa per combattere il montante populismo antieuropeo e per arginare le ondate di intolleranza”.
Questo “difetto democratico”, una sorta di “spread politico”, è una situazione, un emergenza su cui costruire il cartello politico di un movimento innovatore; un cavallo di battaglia da cavalcare ad ogni prossima elezione, di ogni genere e grado.

Anche tra la gente comune, dicevamo, comincia cavalcare un disagio, un insofferenza, una voglia di cambiamento, lo dimostra il caso Veneto, ColoR44, il Drappobianco (ancora Lombardia), il movimento dei Forconi.
Cittadini ed imprenditori cominciano a capire di essere stati indirizzati ad un futuro fatto (come si dice dalle mie parti) di fam, füm, frèc e fastìdii . Cominciano a realizzare che è stato distrutto l’assetto economico di un Paese, il futuro delle generazioni presenti e prossime a venire, sterminato il mondo del lavoro.
Si comincia sempre così, cautamente, poi se i messaggi non vengono recepiti può succedere di tutto, le rivoluzioni accadono spesso a volte di stile ghandiano a volte meno.
Si sta svegliando chi in questi anni ha dormito. Si sta svegliando attribuendo in toto le colpe alla “classe dirigente”, ai sindacati, all’informazione. Si sta svegliando chi comunque, a mio avviso, dormendo è concausa del proprio male, anche se va detto che è stato drogato per benino tramite l’assetto consumistico di questa società.

Incredibilmente si è instaurata, pacificamente, una dittatura strisciante, all’acqua di rose, senza che i popoli se ne rendessero conto; che i sindacati, i giornalisti, gli economisti, gli autonominatisi democratici si rivoltassero contro questi attacchi alle nazioni, cito su tutti  l’attacco all’articolo 4 della Costituzione Italiana.
E’ giunta l’ora che un partito faccia proprie, seriamente, senza poi trasformarsi lui stesso in classe dirigente, queste istanze; questo movimento sbancherebbe ad ogni elezione accaparrandosi probabilmente i voti anche di chi ultimamente ha disertato le cabine elettorali, di ogni ribelle, di ogni dissidente, di ogni sincero democratico.
E’ giunta l’ora che ufficialmente qualcuno ponga accenti sull’euro e l’attuale Unione Europea, sugli attuali livelli ed i motivi scatenanti della disoccupazione, su un Welfare annientato, su un immigrazione apparentemente priva di controllo che serve solo ad alimentare le tasche di qualcuno, su una sicurezza ormai inesistente dentro e fuori le mura di casa e le mura del luogo di lavoro, su una democrazia solo di facciata, su una libertà fatta di nulla, su una moralità ormai latitante, su una sanità pubblica terzomondista, su una scuola svuotata di ogni contenuto.
Occorre indirizzare il popolo verso la democrazia reale, di stampo svizzero, in modo che possa capire i problemi, e risolverli. Vi sono gli strumenti democratici e vi sono le persone capaci e oneste in grado di portare alla svolta. Occorre solo crederci, ma crederci ed impegnarsi davvero e non dico sarà una passeggiata, ma nemmeno sarà una maratona.

Si è dormito troppo, alcuni ancora stentano a risvegliarsi malgrado le urla della situazione, ma possiamo farcela ad allontanare un accozzaglia di gente, in parte consapevole delle proprie azioni, in parte inetta che sapeva benissimo che, sia in caso di scelte consapevoli che in caso di errori, a pagare c’era lo Stato con i suoi cittadini.

Ho letto in un articolo di quando andava dicendo un banchiere, uno tra i più potenti: “se le cose vanno poi storte noi siamotoo big to fail” (troppo grandi per fallire)”.
Anche le persone possono essere numeri molto grandi, che contano, quando decidono di non essere più sbattute come tappeti.

Giorgio Bargna



lunedì 17 marzo 2014

Nazioni per conformità

Vi sono nette differenze tra "Nazione" e “Stato” tra “Individui” e “Uomini”.
La mercantilizzazione innata di quanti  possono essere considerati libertari moderni considera gli individui legati gli uni agli altri solo dalla loro interazione in un libero mercato; è innegabile che ci si accomuni anche per logiche di mercato ma è innegabile un concetto ben più fondato, tutti siamo parte integrante di una famiglia, di una data
realtà linguistica e culturale, di una data comunità.
Se ogni individuo complementa un tessuto economico, ogni persona nasce, cresce ed è parte integrante in una o più comunità sovrapposte, ogni uomo è parte comune di un gruppo etnico definito, di un insieme di persone che condividono determinati
valori morali, elementi distintivi culturali, credenze religiose e tradizioni.
Lo Stato-Nazione di concezione moderna, che cerca dalla sua nascita di identificarsi, di fatto, nella tipica "grande potenza", non possiamo considerarlo una vera “Nazione” poiché esso si espande attraverso la conquista imperialista messa in atto da una nazione “centralista” che produrrà una capitale ed una base politica d’elìte che si imporranno su una serie di altre nazionalità, che rimarranno in posizione periferica e di sottomissione.

Non sempre però lo “Stato” riesce a domare in toto la “Nazione”, ne sono esempi lampanti i marcati tratti indipendentisti delle popolazioni celtiche, di quelle catalane, basche, galiziane ed andaluse, quelli dei bretoni e di molte popolazioni del circuito sovietico e, perché no, quelli dei veneti e della parte “sveglia” del popolo insubre.

La "nazione", le nazioni, non hanno una nascita comune ben definita proprio perché non sono imposizioni belliche ma nascono dall’unione spontanea, o quantomeno non imposta con la forza, di diverse forme di comunità, lingue, etnie e religioni.
Esistono nazioni sottomesse che a distanza di anni, secoli, conservavano un proprio nazionalismo, una propria lingua sempre determinate a lottare per mantenere vivo ciò che il centralismo vorrebbe cancellare.

Il futuro non può che imporci, viste le “strutture congiunturali”, nient’altro che “Nazioni effettive” o meglio ancora "Nazioni per conformità", ovvero nazioni volute e costituite da comunità che sole hanno deciso di federarsi in nome dei propri principi e delle proprie necessità. Esse potrebbero intraprendere una via solitaria oppure staccarsi od aggregarsi, a seconda delle convenienze, rispetto a degli Stati-Nazione.

Anche a livello economico, forse questa sarebbe la liberazione maggiore, lo sganciamento da una economia collettiva imposta metterebbe in risalto le sventure procurate dalle “monete fiat”; il conio di monete locali garantite da oro e similari darebbe garanzie stabili su quanto è possibile e su quanto è invece semplicemente ipotizzabile.

Una base certa in una “Nazione per conformità" non può che essere il diritto,  il diritto di decidere, partecipare, revocare; il potere di privare le istituzioni di determinate funzioni o addirittura di cambiare le istituzioni stesse, in sostanza la “Sovranità Popolare”.

Difficile è la via dell’indipendenza totale, almeno nelle prime fasi, il percorso probabilmente, ce lo insegnano alcune situazioni in essere, migliore è quello dell’autonomia forte, la quale a volte annulla la necessità dell’indipendenza.

Un amico del web, Enzo Trentin parla, scrive, spesso di un contratto da stipulare tra stato e cittadini. Dobbiamo partire dal concetto che il popolo non è un raggruppamento casuale di uomini, ma una associazione sviluppatasi per accordo nell’osservare la giustizia e per comunanza di interessi. In base a questa concezione di nascita romana lo Stato è il risultato di un patto, di un “contratto” tra gli individui. Quindi l’unità e i poteri dello Stato non precedono, ma conseguono da questo accordo stipulato tra i cittadini, questo, tornando a qualche riga fa, è il concetto di sovranità e più precisamente di Sovranità Popolare, ossia l’emanazione umana del Potere.

Non proprio ieri Alexis de Tocqueville affermava che  la democrazia di per se stessa è una scatola vuota non funzionante perché esclude la viva partecipazione e che il suo antidoto si chiama Federalismo: “Eliminando l’accentramento all’interno della struttura dello stato, il Federalismo moltiplica le occasioni di partecipazione, mentre il Centralismo tende a soffocarle”.

E’ leggibile in ogni mio testo, le istituzioni comunali sono le palestre della vera Democrazia.
Negli anni più di un federalista italiano vedeva questo agglomerato di Nazioni come Federazione dei suoi Popoli, possiamo discutere sulla necessità di questa federazione, ma il concetto vale. Dei tanti amo, per le loro idee, due personaggi in particolare.

Adriano Olivetti per la sua critica ai partiti ed al parlamentarismo integrale e per l’idea di comunità come spazio naturale dell’uomo; per l’idea che non ci può essere democrazia senza quella base di esperienza umana ed affettiva dei rapporti interpersonali che è possibile alimentare e conservare solo a livello di una comunità naturale, federale e di dimensioni limitate.
Gianfranco Miglio, con queste sue parole sul Federalismo: “Con il consenso della gente si può fare di tutto: cambiare il governo, sostituire la bandiera, unirsi a un altro paese, formarne uno nuovo”.

Vi è solo un limite a tutto ciò: il contratto va prima chiesto, poi, se occorre, imposto; prima ancora bisogna però convincere il Cittadino di essere tale, cioè con la C maiuscola e Sovrano. Dopo i lavaggi di cervello subiti non sarà operazione semplice.

Giorgio Bargna

lunedì 3 marzo 2014

Monete complementari

Si è letto, scritto, parlato spesso in questi ultimi anni di decrescita, fosse essa “felice” od imposta. Vi sono senza dubbio molte persone che per scelta si sono votate ad esperimenti, più o meno riusciti di decrescita, ma con ancor meno dubbio che si sia sviluppata una crisi di dimensioni enormi che ha praticamente messo in ginocchio la confessione degli ultimi cinquant’anni, il consumismo. Dove non ha potuto o voluto spontaneamente l’uomo, ha fatto l’economia con le sue regole, oggi, volenti o nolenti, guardiamo ad una riduzione significativa degli sprechi alimentari ad una riduzione dei consumo di gas e petrolio che di riflesso ha generato una certa riduzione dell’inquinamento, non certo per scelta volontaria ma grazie alla caduta del reddito della popolazione.

Il dramma consumatosi è proprio quello di non essere usciti dal circuito “lavoro e col guadagno spendo” ed dall’indebitamento ad esso correlato perché ci siamo accorti dell’errore ma perché l’inganno ci ha feriti mortalmente … a pagare per prime sono state le fasce più deboli ma oggi assistiamo, giorno dopo giorno, alla dipartita anche del tanto decantato ceto medio. Le reazioni a questa svolta storica sono ovviamente state diverse, modellate alla coscienza individuale ed a quella comune; qualcuno ha pensato solo a salvare la propria “baracca” combattendo guerre tra poveri, altri hanno cercato, stanno cercando vie decisamente più solidali e volte al bene collettivo e sociale. In risposta alle dure politiche di austerity imposte si sono sviluppate o rafforzate molteplici forme di economia solidale. In Italia possiamo prendere come paragone i G.A.S. (basati su un rapporto diretto consumatori/piccoli produttori) od esempi di finanza e microcredito solidale, ma anche “il conio” di monete locali complementari.

Cercando esempi esteri possiamo puntare diretti alla Grecia e principalmente al Tem, leggete qui di cosa si tratta e di cosa possa significare, ed altri similari; esempi di esperienze che riescono a rafforzare l’economia locale ed a limitare l’esoso sistema di tassazione che ci perseguita. Vi sono parecchi esempi sparsi in Europa e nel mondo, ma interessanti sono alcuni spunti provenienti dall’United Kingdom laddove i Municipi per far fronte alla crisi fiscale dei Comuni battono “moneta locale” tramite la quale viene pagato in parte anche lo stipendio dei dipendenti comunali e che può essere utilizzata per il pagamento di una certa percentuale delle imposte locali.

Credere in questo, applicarlo, concederebbe la possibilità a tanti Comuni sull’orlo del fallimento di ossigenarsi. A Roma, una compagnia elettrica starebbe progettando di scontare in Scec le bollette della luce nel IV Municipio. Spendiamo due parole, anzi le spende Pierluigi Paoletti, presidente di Arcipelago Scec: «Non è una vera e propria moneta, ma uno strumento per creare rete tra i consumatori e le aziende locali, e trattenere sul territorio la ricchezza evitando il drenaggio finanziario della grande distribuzione

Sia pur ancora un po’ flebili vi sono segnali che questa è una soluzione applicabile, certamente non risolutiva ma adeguata. Nel nostro paese oltre al già citato arcipelago Scec possiamo valutare un certo successo del Sardex (più di mille imprese in un sistema di credito mutualistico tra esse che salta le intermediazioni e gli interessi bancari); un altro esempio estero che potrebbe colpirci è l’esperienza svizzera del Wir, moneta complementare, che opera da più di sessanta anni ed ha ormai un peso significativo nel mondo della piccola e media impresa.

Queste sono solo alcune esperienze di uso alternativo del denaro che sembrano delle grandi novità o esperienze di lungo termine positive che possono controbattere questa grave crisi  e che dimostrano che il denaro è anche una forma di linguaggio, un idioma che consente alla società di scambiare beni e servizi così come la lingua parlata ci serve per comunicare gli uni con gli altri, esperienze che ci dimostrano che “il denaro” può essere un “bene comune”, un bene di cui le popolazioni di debbono riappropriare.

Abbiamo parlato molte volte di una nuova economia localista e sostenibile, ho espresso spesso concetti di comunità, di come occorrono comunità capaci di produrre energia rinnovabile sufficiente ai propri bisogni, produrre cibo per se stessi e non per il “mercato”, di realizzare autonomia idrica e quant’altro, di come sia necessario trattenere il denaro sul Territorio … tutto questo ha la necessità di sostenersi anche e soprattutto su una moneta locale e/o complementare.

Giorgio Bargna

venerdì 21 febbraio 2014

L'antidoto

Scrivo spesso su quel cambiamento epocale che stiamo vivendo, spesso edito qualche formula che mi appare atta all’occasione; ne scrivo di frequente perché manca sempre un ingrediente da aggiungere, un qualcosa in più che vale sempre la pena di addizionare per pervenire alla fine ad un sunto da attuare appena gli eventi lo consentono.

Anche arrivassimo alla svolta (ce lo consentiranno?) badiamo a non passare al napalm tutto quanto, smembriamo però questo Leviatano sviscerandone i drammi sociali, sostituendoli con ciò che giova al bene comune. Sotto vari aspetti l’essere umano è stato annientato da problemi creati spesso in provetta ai quali non poteva contrapporsi … l’arma della libertà del “Popolo Sovrano” si chiama Democrazia Diretta. Essa non può essere considerata che l’”articolo 1” di un nuovo "Contratto Sociale". Questo Contratto, questo patto tra gentiluomini sostituirà profitto, competitività e concorrenza con Solidarietà, Cooperazione, Merito". Competitività e concorrenza rimarranno in vita nelle sfere di Cooperazione e di Merito … questo descritto è il fulcro dell’unico sistema che è in grado di unire ponendo in competizione, di unire premiando chi lavora bene, di quel sistema denominato Federalismo.

Essenziale è il coinvolgimento della popolazione per due motivi; il primo, che viene spontaneo e visibile a tutti di primo acchito, è la necessità di sottrarre un potere illimitato ai governanti, il secondo è l’esigenza di responsabilizzare permettendoci così di rimetterci con vigore sulla strada di una rinascita di una dimenticata e/o disattesa "Etica". Etica, armonia ed un’economia pulita sono i tre elementi essenziali e necessari per migliorare la qualità della vita.

Occorre una Democrazia Diretta vera, forte che consenta al popolo di essere concretamente sovrano e gli consenta, tramite maggioranza di decidere e proporre direttamente le Leggi e i Regolamenti e non ritengo un’eresia pensare di affiancare ad essa una rotazione più flessibile negli incarichi.
Nella distribuzione delle competenze sono convinto che allo Stato vadano lasciati pochi ministeri da gestire: Esteri, Difesa, Giustizia, Interni. I primi due a titolo completo, i secondi devolvendo parte dei compiti agli enti più localizzati; ho sempre espresso il mio amore per il “Municipio” e per le “Aree Territoriali Omogenee” che possiamo intendere sotto due forme, una più limitativa paragonabile ad esempio ad un Brianza, l’altra più estesa paragonabile ad un Insubria. Non penso tocchi allo Stato tracciare le linee sulle cartine, i confini si disegnano di per se stessi in base a parametri sia culturali, che economici, che ambientali.

In questi decenni abbiamo visto transitare e bruciare molto denaro.
Molto denaro è stato bruciato in giochi legato al denaro, un erosione di ricchezza conseguente all’azione del PIL ed agli sprechi di risorse umane, animali e naturali ad esso legati, va ricercata una qualità della vita slegata da questo parametro ossessivo che non è certo l’unità di misura adatta a misurare la qualità della vita.                                                                     
Molto denaro è transitato sporco, nascosto, illegale. So di proporre qualcosa di poco liberale e/o libertario ma l’eliminazione del denaro contante aiuterebbe, e non poco, una accurata tracciabilità sui movimenti di valuta, con adeguati controlli incrociati adeguato a misurare la qualità della vita.

Auspicabile è l’introduzione della "moneta locale" accompagnata nel suo percorso da una scadenza temporale che impedisca l’accumulo in modo che oltre al risparmio generato dai circuiti economici locali vengano tutelati anche coloro che i beni li producono innescando la catena della moneta locale.
Lo Stato stia più lontano possibile dalle attività che riguardano beni e servizi rivolti ai cittadini, lasciando che queste vengano guidate dalla cooperazione di cui sopra, dai cittadini che utilizzano e usufruiscono di determinati beni e servizi. Citando De Andrè aggiungo questa frase: Quello che io penso sia utile è di avere il governo il più vicino possibile a me e lo stato, se proprio non se ne può fare a meno, il più lontano possibile dai coglioni.

Da questo punto in avanti, nello stilare alcuni altri punti salienti di un percorso rinnovatore, utilizzo direttamente le parole di Francesco Bentia che ha ispirato molto questo intervento tramite un suo pensiero di qualche tempo fa.

1) Stabilire e porre in essere il nuovo Contratto Sociale sopra menzionato e come prima misura subito intervenire per una drastica riduzioni della forbice dei redditi pro capite da lavoro o risparmio. Il rapporto minimo/massimo reddito va subito ridotto a 1/7, per poi diminuire gradualmente a 1/4.

2) Produrre beni in genere e servizi il più vicino possibile ai luoghi di utilizzo e fruizione, in modo di avere catene di stakeholder, che possano garantire l'occupazione in modo costante, con controlli interni alle catene di stakeholder stesse e loro consorzi. (il capitalismo che nacque tra dazi vari, nella sua maturità cercò di eliminarli, ma ora vicina alla sua morte andranno, facilmente per curarlo, riattivati)

3) Occupazione: questo è l'argomento più difficile da risolvere, impossibile nel morente sistema capitalistico e suoi paradigmi, vediamo il perché e come si possa risolverlo.
Le crescenti continua informatizzazione, automazione e robotizzazione, portano a un altrettanto crescente diminuzione di lavoro umano. Il pensare di lavorare sempre più in pochi per mantenere anche chi non lavora è cosa insensata.
Quindi bisogna organizzarsi per potere offrire il lavoro a tutti, in modo utile, costituendo valide cooperative per la produzione e distribuzione di progetti, strumenti, beni e servizi, che andranno prodotti il più vicino possibile al luogo di utilizzo e fruizione per meglio garantire l'occupazione. La sola soluzione, per combattere efficacemente la disoccupazione in Italia e nel mondo, è la diminuzione delle ore pro capite di lavori giornaliere o settimanali. Ogni catena di stakeholder attraverso la sua dirigenza e le altre catene consorziate, dovrà farsi carico di risolvere le situazioni di crisi che si dovessero verificare, allargando in alcuni casi la collaborazione con altri consorzi di catene di stakeholder pur sempre "locali".

P.S. Bisogna cercare di evolversi e maturare una adeguata "Coscienza Etica", poiché altrimenti non si va da nessuna parte. Per un vero cambiamento la ricetta è pensare ed agire con "Amore, Cretività e Cura". La storia dovrebbe avere insegnato qualcosa ma sembra...

Giorgio Bargna


lunedì 17 febbraio 2014

Modelli

Stiamo vivendo senza ombra di dubbio un tempo che esprime la propria forma sostanzialmente in termini economici, un tempo giunto però, ormai all’epilogo con l’espandersi della crisi economica che ha raggiunto dimensioni globali. Contiamo ormai a migliaia, o forse servirebbe un altro parametro, quante sono le persone rimaste senza lavoro e denaro e le aziende in crisi e fallite. Un tempo, un modello di vita che basava il proprio benessere col solo parametro del possesso di beni economici, quando questi sono rimasti erosi le certezze non sono più state solide e il modello ha cominciato a vacillare.

Oggi iniziamo a toccare con mano, senza il flusso del denaro in cassa familiare, il problema di poter assolvere ai bisogni primari, cibo, acqua, casa; in termini pratici abbiamo un futuro praticamente, drammaticamente, insicuro.

Il dramma, oltre che concreto, è anche psicologico, per qualche decennio ci siamo valutati soprattutto in base a quanto possedevamo e quanto potevamo spendere, ora che possiamo poco ci sentiamo nulli ed in base anche a questi parametri ed alla dignità, che comunque non si cancella dal DNA, oggi non sono rari i casi di persone suicide a causa della perdita di un lavoro, perse ed impaurite in questa situazione.

La vergogna di questo tempo è aver equiparato il valore dell’uomo alla sua sola capacità di produrre reddito, di averlo reso nulla senza questo.

Forse, no sicuramente, questo meccanismo mortale, per somma grazia, si è inceppato; un meccanismo che ha falsato i valori, i ceti sociali, che ha minato il futuro nostro, dei nostri figli, dei nostri nipoti.

Abbiamo generato una cupidigia che ha ignorati le situazioni disperate dei terzomondisti (che oggi, è un giro naturale, cercano di imitarci), che ha minato l’equilibrio naturale del nostro pianeta, che ci ha portato a programmare il nostro futuro in brevi lassi di tempo, che ha portato alla disoccupazione prima i giovani ed ora i più maturi e che porterà ad una lotta tra generazioni per avere un posto di lavoro … un posto comunque sempre meno stabile e sempre più schiavizzante.


Ora c’è il futuro da affrontare, le modalità, le tempistiche che contraddistingueranno i comportamenti, sempre se ci sarà dato il tempo di vivere il tutto.

Il primo acchito sarà certamente caratterizzato dalla paura, dallo sconcerto, dallo sconforto, dallo scoprire che tutto quello che era il nostro mondo è svanito; verrà logico pensare che tanto vale arrendersi, arrangiarsi, sopravvivere depressi.

Poi verrà un passaggio obbligatorio, saranno prima i più forti ad innescarlo, poi i sopravvissuti tra i meno forti.


Stiamo vivendo una crisi, andiamo al suo significato etimologico, dal greco: [krisis] scelta, da [krino] distinguere:


"Dal decorso di una malattia alla vita di un governo, dal turbamento davanti a certi problemi ad una ciclica patologia dell'assetto economico, la crisi riempie i nostri discorsi. E non è un male. Certo, non pare una parola simpatica. Rappresenta un momento difficile, duro, spiacevole, e se ne farebbe volentieri a meno. Ma ciò che la sua saggia etimologia ci racconta è che la crisi altro non è che un momento di scelta, di decisione forte. Di rado capita che parole tanto potenti si ritrovino ad essere allocate tanto bene nella nostra lingua: ciò che possiamo fare, usandola come comunque faremmo, è solo ripulirla dal connotato pessimista che si concentra sul dolore o su un venturo esito funesto. Le crisi esistono e sono una delle infinite cifre della vita. Dicono che l'ideogramma cinese per 'crisi' sia composto dai segni che rappresentano 'pericolo' e 'opportunità'. È una baggianata. Ma quello che è vero è che, senza andare oltre la propria lingua, la crisi già rappresenta pericolo e opportunità. La crisi è la scelta che, volenti o nolenti, si è chiamati a fare".

In questo secondo passaggio potranno emergere (non è sicuro succeda) le qualità, le capacità, le infinite risorse dell’uomo, ci si renderà conto (volenti o nolenti) che la vita vale più di un sistema economico, del denaro, del lusso.

Verrà necessario cambiare rotta, rivalutare priorità di vita nascoste in cantina in nome di altro.

Tra chi vive già da tempo la crisi vi sono persone che hanno ridotto nel proprio piccolo gli sprechi di ogni genere, che hanno riprogrammato lo stile di vita, che hanno affittato un orto, che consumano in modo consapevole. C’è chi si è votato all’autoproduzione “casalinga” di beni, ai GAS, magari anche al co-housing.


Sono scelte belle e forti se vogliamo, che aiutano alla sopravvivenza quotidiana ma che non incidono più di tanto se non verrà ridisegnato quel quadro chiamato macroeconomia.

Si perché le scelte di vita familiari, personali, di gruppo sono vane se non si abbattono alcuni costi fissi calati dall’alto; si può anche guadagnare di meno, autoprodurre e scambiarsi quante più cose possibili, ma se bisogna sostenere delle spese fisse inevitabili diventa tutto molto difficile.


E’ chiaro, logico, che vadano abbassate le tassazioni, come i costi energetici, come gli affitti ed i costi sanitari, che vadano rivalutati gli stipendi ed i contratti di lavoro, o forse meglio, che vada ridisegnato il “lavoro”; concepire nuove forme ed orari di lavoro, con meno tassazione è una delle svolte che questa crisi deve produrre, tenendo presente le tematiche ambientali, generando così nuovi posti di lavoro e formando nuovi lavoratori.

Esistono realtà imprenditoriali di ogni formato che sono vere eccellenza, che possono essere dei veri esempi per creare posti di lavoro nuovi ed utili.

Vi sono decisioni che possono sorgere solo dal basso, ma devono essere espresse anche e soprattutto da chi è nella stanza dei bottoni.

Se venissimo dotati degli strumenti necessari generati da una politica produttiva rispettosa dell’uomo e dell’ambiente sono convinto ci rigenereremo.


Lo scrivo spesso, è soprattutto nel Locale che ritroviamo quello spazio naturale in cui l’individuo torna ad essere un tassello organizzativo, torna a sentire in se stesso lo status di appartenenza, torna a sentirsi responsabile del proprio territorio; in questo “terreno fecondo” possono crescere, oltre alla vera democrazia partecipativa ed il vero federalismo, il commercio sostenibile e l’abbattimento del consumo energetico.

Occorre, senza ombra di dubbio alcuna, ri-localizzare quelle risorse che risultano fondamentali alla comunita'; potremmo inserire in scaletta ad esempio cibo, energia, edilizia, sanita', oggetti  ad uso essenziale.

Ogni buon amministratore locale potrebbe così riuscire ad analizzare le ricchezze della propria comunita' e costruire un piano di trasformazione che miri al massimo dell’autonomia, intesa nel significato completo del termine.

Si possono, si devono, stimolare gli artigiani, le imprese nel produrre in prospettiva al consumo locale e non di quello esportativo.

I manufatti che passano direttamente dal produttore al consumatore si ritrovano ad essere sgravati dei costi dei sistemi di distribuzione, inoltre un trasporto a breve raggio permette di abbattere una delle cause dell’inquinamento.

Chi amministra un ente locale spesso si ritrova in difficoltà quando cercando di adempiere ad un proprio compito cerca soluzioni di rilancio economico e produttivo. La cosa vista con  superficialità appare spesso arida di soluzioni, ma esistono visioni più profonde e coraggiose. Possiamo pesare la ricchezza della comunita', se la vogliamo intendere veramente per tale, anche tramite la capacità di autoprodurre quanto poi viene acquistato ed usufruito sul territorio, sia come servizi, che come consumo generico.

Possiamo su questo tema aiutare sia chi produce che chi consuma; ad esempio l’acquisto consociativo di cibo e beni essenziali si traduce in risparmio.

La  creazione di una rete di produzione locale efficiente e che porti realmente ad un servizio valido, ad un abbattimento dei costi ed una certa sostenibilità consente di proporre di investimenti localmente. Cittadini ed imprese spesso e volentieri investono i propri risparmi o gli utili in titoli di stato o in svariati fondi di investimento; occorre invece dirottarli verso un investimento locale, economicamente anche più sicuro e controllabile.

Aldilà dell’investimento su un edilizia cooperativa e solidale i nostri amministratori possono puntare anche verso lo sviluppo di una rete di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili che renda autosufficiente il territorio. Potrebbero investire e far investire aziende e consumatori indicando la via di un perfezionamento energetico degli edifici tramite azioni quali l’ isolamento dei tetti, tripli vetri, muri coibentati.

Non va sottovalutato neppure l’aspetto monetario locale. Se ben intesa e sviluppata la moneta locale crea un meccanismo di doppio prezzo, spendendo denaro locale (che viene così reinserito in circolo) hai uno sconto sulle merci.


Quanto scritto, sebbene possa avere un valore, però sono parole, oggi NOI abbiamo un dovere, quello di portare avanti queste od altre idee alternative e rigeneratrici e renderle al più presto concrete.

Presto si, perché il presente, per molti ormai è divenuto invivibile.


Giorgio Bargna

giovedì 13 febbraio 2014

Il voto svizzero

Recentemente in Svizzera è passato con il 50,3% dei sì la stretta sulle quote di immigrazione. In sostanza la Svizzera si sgancia dalla programmazione europea dei flussi e da oggi in poi deciderà in base alle convenienze economiche. Sui risultati ha certamente pesato il voto ticinese (il 68%. di si) che nella pancia sicuramente si ritrova il flusso dei frontalieri e delle aziende di matrice estera che nell’economia svizzera, più libera ed efficace, hanno cercato un naturale sfogo.

Stando a dei dati di circa un anno fa si contavano nel territorio elvetico (il 23% dei residenti è ormai straniero) 1.846.500 stranieri domiciliati , inoltre la Svizzera ed il suo benessere economico attirano inoltre molti frontalieri dai Paesi confinanti ed in particolare da Germania (56.920), la Francia (145mila) e l'Italia, oltre 65mila quasi tutti in Ticino. La manodopera straniera e' considerata un elemento importante del mercato del lavoro svizzero ed i lavoratori stranieri svolgono un ruolo importante nel settore secondario, dove rappresentano il 37% degli attivi occupati (2011) contro il 26% nel terziario (dati tratti dalla rete).

Guardiamo un attimo il testo approvato:

- "La Svizzera gestisce autonomamente l'immigrazione degli stranieri. Il numero di permessi di dimora per stranieri in Svizzera è limitato da tetti massimi annuali e contingenti annuali. I tetti massimi valgono per tutti i permessi rilasciati in virtù del diritto degli stranieri, settore dell'asilo incluso. Il diritto al soggiorno duraturo, al ricongiungimento familiare e alle prestazioni sociali può essere limitato".

- "I tetti massimi annuali e i contingenti annuali per gli stranieri che esercitano un'attività lucrativa devono essere stabiliti in funzione degli interessi globali dell'economia svizzera e nel rispetto del principio di preferenza agli Svizzeri; essi devono comprendere anche i frontalieri. Criteri determinanti per il rilascio del permesso di dimora sono in particolare la domanda di un datore di lavoro, la capacità d'integrazione e una base esistenziale sufficiente e autonoma. Non possono essere conclusi trattati internazionali che contraddicono al presente articolo".

- I trattati internazionali che contraddicono all'articolo "devono essere rinegoziati e adeguati entro tre anni dall'accettazione di detto articolo da parte del Popolo e dei Cantoni".

Di certa c’è credo una sola cosa, a chi gestisce l’economia quanto negli anni si è consolidato in Svizzera piace e continuerà a piacere, supportato anche dalle firme europee; al popolo probabilmente piaceva, oggi un po’ meno e gli strumenti partecipativi elvetici lo hanno comunicato, soprattutto nei cantoni di lingua italiana e tedesca, e questo probabilmente metterà in difficoltà chi guida questo paese.

Spesso quando si parla di immigrazione viene messo in campo il razzismo. Ritengo sbagliata questa ipotesi poiché ritengo il razzismo parte dell’aspetto psicologico di una persona, una scelta preconcetta che è innata e che essendo limitata ad un certo numero di individui non sposta le tendenze come in questo caso. Credo si sia trattato invece di scelta “economica” in un momento contraddistinto da una crisi economica e occupazionale internazionale di vaste proporzioni, la cui fine ancora non s’intravede e davanti ad uno scenario simile il referendum in causa ha certamente voluto colpire i transfrontalieri che non sono immigrati qualsiasi. 

Probabilmente il pensiero dello svizzero, anche di quello immigrato, ha ritenuto che un immigrato porta un contributo alla società al contrario di chi alla sera torna a casa (in Francia, Italia o Germania); consideriamo che spesso poi un italiano confinante può accettare uno stipendio di 1500/1800 euro a fronte dei 1000/1200 euro che prenderebbe in Italia…non conosco le cifre ma sono certo che un lavoratore svizzero venga pagato almeno 3.000 euro (e magari fiscalmente costa qualcosa in più). Davanti a questo si può capire la scelta di svizzeri naturali e residenti ed il messaggio lanciato ai governatori svizzeri e sicuramente ora per frontalieri e stranieri in cerca di cittadinanza sarà terreno minato.

Che gli svizzeri non scherzino sul lavoro lo si evince dal fatto che negli ultimi anni abbiano votato altri due referendum sui salari sia di azienda privata (a memoria vinsero i no)  che pubblica e li mi pare vinsero i si; a prescindere la democrazia vige ed è consolidata nei secoli alla faccia di che dipinge gli svizzeri trogloditi razzisti senza identità storica e culturale.

A questa disamina, da definire “tecnica”, vorrei aggiungere un pensiero diciamo “ecologico” facendo così rimanere il confronto su temi concreti e reali senza scendere in temi sociologici o razziali, questi magari li discutiamo un’altra volta. Il pensiero non è mio, lo ho tratto dalla rete (non ho salvato il nome dell’autore) ma lo condivido:

Una popolazione di dimensioni stabili è essenziale per proteggere l'ambiente. La politica dell'immigrazione dovrebbe essere basata su un dato di fatto che una popolazione di dimensioni stabili è essenziale se vogliamo evitare un'ulteriore deterioramento del sistema che ci sostiene, il nostro ambiente e le nostre risorse naturali, indipendentemente da quanto risparmiamo in termini di risorse, rimane un fatto fondamentale che un numero sempre maggiore di persone pesa inevitabilmente in modo crescente sul nostro ambiente naturale e sociale. Più gente significa un maggiore impiego di energia, maggiori ingorghi nel traffico, maggiore produzione di rifiuti tossici e una accresciuta tensione che risulta dal vivere in ambienti urbani sovraffollati. Per quanto efficienti possiamo essere nel nostro utilizzare le risorse e per quanto risparmiamo nel tentativo di preservare l'ambiente, più persone significano semplicemente un maggiore stress per l'ecosistema. E il sistema sociale, fenomeni di affollamento esasperato deforestazione, dimostrano ampiamente che ogni persona, per quanto punti alla conservazione, aggiunge un ulteriore carico all'ambiente in cui vive. La considerazione chiave è la capacità di carico del territorio tenetelo presente  per "capacità di carico" s'intende il numero di persone che possono essere mantenute in modo sostenibile da una determinata area senza degradare l'ambiente naturale, sociale, culturale e economico per le generazioni presenti e future. La capacità di carico comprende la capacità dell'ambiente naturale di fornire le risorse, il cibo, l'abbigliamento e il rifugio dei quali abbiamo bisogno, e la capacità dell'ambiente sociale di fornire una qualità della vita ragionevole, questa capacità di carico in Italia è prossima ai limiti ma la politica non ha il coraggio di dirvelo, potrebbero essere scelti molti fattori (ad esempio, l'energia, le foreste, gli inquinanti) per illustrare i limiti che la capacità di carico impone alle dimensioni della popolazione, esaminare un esempio lampante, l'energia, fornisce molto rapidamente la misura dell'importanza e dell'utilità del concetto di capacità di carico, inoltre, non esistono modi economicamente o energeticamente efficienti all'orizzonte per incrementarne la disponibilità.

Giorgio Bargna


lunedì 10 febbraio 2014

Il lavoro

Ne accennavo anche in Ripartiamo dalle città, nella parte finale.

Se ben intesa la moneta locale significa anche ciò che molti definiscono  ‘banche del tempo’ (per me si tratta essenzialmente di baratto). Questo meccanismo crea economia e moneta virtuale, col tuo lavoro prestato acquisti un servizio, un interscambio di servizi ben veicolato consente di maturare il servizio acquisito  tramite una terza persona, che poi si rivolgerà ad una quarta e via proseguendo … in tempi di vacche magre non è male, e forse un tempo funzionava così automaticamente”.

La tendenza che beneficia di un séguito di massa grazie a stampa, radio, TV e parte di  internet ci rassicura con cautela, quotidianamente, se non ad ogni fascia oraria, che alla fine del tunnel si vede la luce e che per raggiungerla occorre continuare a perseguire la strada percorsa negli ultimi anni. Ci vengono somministrate varie ricette di ogni sapore ispirate agli interessi della BCE o del FMI, la politica si modella a questa “scienza” ed il nostro futuro si alimenta ogni giorno di più di incertezza, paura e povertà.

La mutazione genetica dell’economia si è materializzata quando questa si è trasformata in finanza. Se una volta il valore del benessere si basava sul posseduto in proprietà, materie e forza-lavoro dopo la mutazione si è cominciato a pensare che il denaro possa auto-generarsi per solo circolo e rendersi autonomo dalla forza-lavoro e dalla ricchezza che essa produce.

E’ stato ucciso, in questi anni, il lavoro, malgrado che le mani sporche di lavoro profumino di dignità. Forse però anche noi, uomini delle ultime generazioni, abbiamo un po’ perso di vista quale  è il giusto valore da dare al lavoro.
Tutti abbiamo, dobbiamo avere diritto al lavoro, ma forse dobbiamo averlo solo come necessità a garantirci l’essenziale, a sentirci gratificati, a renderci utili…come un diritto alla libertà di lavorare, mettendo le proprie competenze al servizio di noi stessi e degli altri.

Al lavoro però negli ultimi decenni è stato dato, abbiamo dato un significato ben diverso, un significato che ora è stato minato dall’ eccessivo carico fiscale, dalla burocrazia, dalla concorrenza straniera. Abbiamo la possibilità di agire verso la trasformazione del lavoro attraverso questa sua crisi. Possiamo renderlo non più finanziario ma umano, sostenibile, utile al bene proprio, ma anche a quello comune. Possiamo (ne saremo magari costretti) guardarlo per la sua valenza morale e la sua bellezza estetica, pensando meno al reddito e più alla concretezza che un manufatto dona al quotidiano, viverlo più in base allo spirito che non alla ragione.

Torno spesso indietro nella storia a ricercare ragione; noi nella modernità ci basiamo su un’economia innalzata sulle fondamenta del PIL che riconosce come unico lustro il profitto. La storia ci ha mostrato spesso naviganti, artisti, artigiani, letterati, scienziati, inventori che non erano mossi principalmente dal lucro, personaggi che agivano soprattutto per il proprio “sentirsi realizzati” nell’azione intrapresa.

Oggi, lavorando, possiamo, se l’economia ci ha inchiodato ai blocchi di partenza rianimarci seguendo questo principio umano e spirituale.
Soprattutto, ma non solo, se fermi, con poco o senza lavoro, possiamo anche pensare di poter agire senza avere in vista un preciso utile economico, certi che qualcosa accadrà comunque. Ogni azione intrapresa nella vita porta sempre e comunque un ritorno, se fatta in maniera autentica.
Ci si sente disoccupati perché si è perso questo genere di lavoro che porta lucro e possibilità dell’acquisto di servizi e, nel lato pratico, ragionando sul principio economico moderno è così; sul lato morale si soffre questo stato, inconsciamente, perché ci si sente inutili.
Ognuno di noi, chi più chi meno, è titolare di una qualità lavorativa e se oggi abbiamo meno lavoro automaticamente, di riflesso, ci rimane in possesso più tempo.

Ed allora, lo citavo all’inizio, mettiamo la nostra qualità al servizio di chi non può pagarci, potremmo trovare molti come noi che ci ripagheranno della stessa moneta (un servizio), una moneta che certamente ci porterà in dote meno agi e lusso ma che ci libererà dalle catene di uno status economico che si certifica tramite parole tipo disoccupazione, povertà, crescita,benessere.

Parlavo di riferimenti alla storia … quando il profitto non era l’obbiettivo principale dell’ essere umano ed esistevano ancora dei lavori e delle figure professionali che avevano soprattutto valenza sociale ed all’interno dell’esistente “comunità” non esisteva realmente lo status di disoccupato (non lo era neppure l’epico scemo del villaggio).

Al di là della filosofia, il prossimo futuro ci porterà alla fine di questo orribile sistema economico sociale ed ai crolli dell’attuale sistema e delle attuali istituzioni quali naturali conseguenze … a quel punto potremmo, dovremo, vedere il lavoro non più inteso come “impiego” ma come possibilità di azione all’interno di relazioni inter-personali all’interno di  una rete di soggetti desideranti e potenzialmente capaci di agire in modo determinante a beneficio di terzi. 

L’economia odierna spinge alla dipendenza dal denaro e sulla disperazione che ci motiva a procurarcelo, le comunità da sempre spingono alla crescita le persone facendo leva sui meccanismi dell’autonomia e della speranza ben riposta nel mutuo sostegno.
Per millenni abbiamo vissuto di queste ultime e del poco denaro che occorreva, tornare ad ispirarsi a questa economia potrà essere solo salutare, senza fare balzi nel passato ma crescendo in modo sostenibile.

Giorgio Bargna


venerdì 7 febbraio 2014

Il passaggio naturale

Spesso, per convinzione, identifico nella Comunità l’alternativa allo Stato, inteso nel senso “moderno”. Non soppresso, ma modificato, il nuovo (si fa per dire) modello di Stato lascerebbe libero sfogo alla Comunità, un' entità oggi dai più dimenticata e cancellata di fatto dall’individualismo di forma capitalista estrema.
Ritengo un grande pregio della Comunità  quanto i detrattori, spesso, descrivono come limite: una fiducia di prossimità, affidata non più all’ impersonalità di un apparato burocratico ma a consuetudini non scritte, capaci nel corso del tempo di divenire tradizione.  I detrattori sostengono spesso anche che il concetto di Comunità porterebbe alla diffidenza verso tutto ciò che è “progresso” in base a quanto descritto qui sopra, si dimenticano però i signori che sino a poche generazioni fa il mondo era basato essenzialmente sul territorio ristretto, eppure il progresso non si è mai fermato, semmai si alimentava in modo assennato.

E’ indiscutibile che le “Piccole Patrie” siano da sempre un punto di riferimento certo ovunque si creda nell’ autodeterminazione, nel bisogno di libertà dalla burocrazia e di rinnovamento della forma politico/amministrativa. Mia è una certezza: una Regione, un Territorio non possono essere definiti e ritenuti tali se al loro interno non esprimono nemmeno un movimento autonomista, per quanto piccolo esso sia.

Solo la presenza di questo presupposto può costruire qualcosa utilizzando, quale immagine illustrativa, una pianta dall’anima con radici ben piantate nel terreno della storia e tronco slanciato verso il domani.


Tra le idee e le tesi di Gilberto Oneto che condivido vi è quella che afferma che “il vero motore, il luogo di incubazione delle civiltà sono state soprattutto le piccole comunità, le aggregazioni di poche migliaia di individui. I riferimenti fondativi vanno ricercati nel diritto naturale, nella tradizione, e nella consociatio symbiotica che Althusius pone alla base di ogni struttura comunitaria”.
Le Comunità possiamo certamente, e senza paura di sbagliare, descriverle come pacifiche, vivaci, produttive, “libertarie” e valorizzatrici del talento locale.

Le “Piccole Patrie”, proprio perché piccole, portano in se molti vantaggi (tutti slegati dalle “grandi ideologie moderne”), si può partire nella loro descrizione dal risparmio nella gestione degli apparati burocratici, passando attraverso ad una più circoscritta, se non quasi inesistente, conflittualità sociale per approdare ad una quasi inesistente casta politico burocratica. Va aggiunto a tutto questo l’espressione localista  di una specializzazione produttiva peculiare, completamente disgiunta dai mercati esterni, un argine ben saldo a riparo delle esondazioni delle monocolture e delle monoproduzioni tanto care alle multinazionali ed ai loro rappresentanti; il tutto senza voler aggiungere qualcosa che dovrebbe essere ovvio ed invece viene ignorato: la presenza di molteplici piccoli mercati è la protezione assoluta del libero mercato, se inteso nel senso onesto e vero del termine.

Il passaggio a Nazioni di ampie dimensioni ha propagato a dismisura le differenze sociali e di ricchezza, poche aree centrali(ste) si arricchiscono a discapito di zone rese periferiche, sfruttate, ignorate nelle loro necessità  e rese schiave; il principio della globalizzazione ha moltiplicato all’ennesima potenza questo fenomeno anche su Stati e Continenti creando di fatto il “centralismo economico”.

Il vantaggio certo di una compravendita ed una produzione localizzata, l’ho scritto più volte, è il contenimento nei propri confini di molta della ricchezza impiegata, il tutto associato alla re-immissione del valore prodotto sul territorio, oltre che ad evitare il coinvolgimento in una filiera molto ampia in cui la comunità locale viene coinvolta solo nella fase della vendita del prodotto finito. Se applicato onestamente e secondo canoni legittimi questo modus operandi  alimenta un benessere collettivo in diversi settori produttivi , favorendo un sistematico sviluppo  del localismo economico e tutelando la conservazione buona parte dei bisogni della Comunità e gli strumenti materiali e culturali utili a soddisfarli.

Stati e Territori dalle dimensioni sostenibili maturano una maggiore consapevolezza dei propri limiti a livello economico ed anche, in parte, culturale e proprio perché consci di questo automaticamente tendono, si a preservare i propri linguaggi e le proprie tradizioni, ma anche, ad assimilare linguaggi esterni, il che consente di relazionarsi con altri territori e di contrarre una tolleranza verso la diversità che può svilupparsi solo grazie all’abitudine del confronto tra gli uni e gli altri. Questa consapevolezza porta automaticamente ad una posizione in cui si tende si a tutelare la propria identità, ma anche ricercare una congrua integrazione; da questo status prende avvio quel percorso che pur salvaguardando le piccole e proprie peculiarità aggrega. Un percorso, un obbiettivo che si materializza con un termine specifico: Federalismo.

Sulla base di quanto descritto, sulla sempre più elevata voglia di rifondamento da parte di cittadini e territori e della vetustà dell’attuale assetto geopolitico è ipotizzabile che negli anni a venire osserveremo una nuova cartina geografica europea (e forse non solo) nella quale spiccheranno nuove forme istituzionali di Nazione nate dalla progressiva voglia di aggregazione di piccoli territori in forma federale. 

Affermava qualche mese fa Marco Bassani: “La nuova Europa che si profila all’orizzonte non deve suscitare timori di sorta: non avremo conflitti, né scontri. Con ogni probabilità, tutto avverrà attraverso un voto e una serie di negoziati: prendendo a modello quell’accordo tra Cameron e Salmond che ha fissato, sempre per il 2014, il referendum sull’indipendenza scozzese. Non è un caso che il primo ministro britannico, proprio mentre apre negoziati con le comunità storiche, si appresta a chiedere agli inglesi se vogliono continuare a far parte di quel cartello mummificato di Stati nazionali ottocenteschi chiamato Unione europea”.

Condivido in toto questo pensiero che non ritengo essere una speranza ma bensì una certezza.


Giorgio Bargna

martedì 4 febbraio 2014

Abbecedario federalista

Spesso è capitato e  capita in questo paese, su questo tema, di leggere pareri ed interpretazioni veramente dalle formalità ridicole. Sarò anche presuntuoso ed arbitrario, ma permetto di mettere giù una sorta di “ABC del Federalismo”  per mettere su carta (ancora una volta) il mio pensiero federalista.

In questo paese da qualche decennio non sono mai mancate, e probabilmente non mancheranno nemmeno in futuro, le pantomime federaliste, ivi compresa la legge che regola i rapporti tra stato ed enti locali. Il Federalismo parte invece da un concetto chiaro ed inalienabile: il potere amministrativo è competenza del governo locale e quello decisionale è dei suoi cittadini. Un sogno ancora lontano in una nazione laddove Roma decide come, quando e quanto gli Enti Locali si possono autogovernare, e in ogni momento Roma può cambiare idea. 

Deve risultare chiaro un concetto basilare: il potere fluisce dai Governi Locali alla Federazione, non certo viceversa. Tra i Federalisti esistono molte correnti di pensiero, ma che si tratti di Municipi, Aree Territoriali Omogenee o Regioni il concetto base è uno solo: il Soggetto Locale deve avere la più ampia libertà di formare entità federate in grado di autogovernarsi.

Indiscutibile punto di partenza è il concetto che è lo Stato ad essere servitore del Cittadino e non viceversa, in tal senso mi piace spesso citare una frase di De Gasperi: “Si parla sempre di diritti dello Stato come fossero sovrani e superiori a qualunque altro diritto mentre la verità è che prima viene l’uomo e poi lo Stato”.
Grazie al Federalismo gli Autogoverni Locali (quindi Cittadini ed Istituzioni) sono in grado di non doversi inginocchiare (prassi nazionale attuale acquisita e consolidata) in attesa di questua calata dall’alto. Secondo i principi federalisti infatti il Tesoro maturato da imposte e tasse non sono proprietà dello Stato Centrale (punto cardine del Centralismo) ma degli enti territoriali che ne trasferiscono una parte allo Stato per assicurare i suoi i servizi: esercito, presidenza della Repubblica federale, Parlamento, Corte Costituzionale,  polizia federale, relazioni con l’estero, e i pochissimi altri compiti di coordinamento della Federazione.

Questo Filtro Fiscale consente ai Cittadini di avere molta più consapevolezza sul lavoro svolto da chi li governa, il che li rende più rispettati e tutelati, con correttivi di Democrazia Diretta e Partecipativa, poi, i Cittadini possono anche essere, pur con dei limiti, anche Sovrani attivi e decisivi. Sicuramente il trattenimento alla fonte dei gettiti fiscali consente ai Contribuenti di essere molto più consapevoli dell’utilizzo fatto del loro denaro.

Altro pregio essenziale del Federalismo è l’abbattimento del monopolio dello Stato sui servizi sociali, quali possono essere il servizio scolastico, quello sanitario o il sistema pensionistico, il che permette senza dubbio un servizio di pregio ad un costo infinitamente più basso; questo non accade certo per un colpo di bacchetta magica, ma grazie al principio della concorrenza, immaginate per assurdo Aree in grado di produrre un servizio pensionistico concorrenziale che vendono questo servizio ad altre zone dello Stato.

Questo principio competitivo è la base di una vera riforma federale, un involucro di principi cardine fissati alla nascita dello Stato Federale, poi Territori che gestiscono l’operatività dei compiti dovuti alle istituzioni.

Come dicevamo qualche paragrafo sopra, gli Autogoverni Locali cedono una parte minima della propria tassazione alle finanze centrali, le quali con questa quota si pagano i pochi essenziali servizi forniti ai cittadini e garantiscono un fondo perequativo in aiuto, e mai in assistenza perenne, alle Aree in difficoltà, i calcoli dovranno essere sempre effettuati sulla base del “potere d’acquisto” ed aggiustati con le stime dell’ evasione fiscale e contributiva. Le quote erariali rimaste sul territorio, oltre che ad essere stabilite in quantità, saranno gestite dagli Autogoverni che decideranno come e dove spenderle, se spenderle. 
Nulla vieterà, vista la vicinanza tra Istituzioni e privati, che questi ultimi vengano coinvolti nell’esercizio delle funzioni istituzionali; il tutto assoggettato, ovviamente alla trasparenza e all’accountability, termine non traducibile in italiano, perché da noi mancano completamente la cultura della “resa di conto” ed il senso civico, se non la civiltà vera e propria.

Cito, su questo principio una frase esaustiva, tratta dal WEB (non ricordo purtroppo la fonte): “La trasparenza dovrà essere uno dei principi cardini della Costituzione Federale, al punto che questo è uno dei pochissimi punti per i quali non si può dire che “ogni ente federato si organizza come vuole”. La trasparenza, anche contabile, ed il suo controllo da parte di professionisti indipendenti, dovrà essere  un vero e proprio vincolo, un obbligo assoluto per tutti gli enti federati”.

Alcuni leggendo queste parole potrebbe pensare che come Jules Verne io stia scrivendo di fantascienza, invece il 90% di quanto scritto è vivibile quotidianamente a 22 km da casa mia, nella Confederazione Elvetica. Geograficamente parlando la Svizzera ha una densità circa del doppio della Lombardia ed una cittadinanza più o meno eguale, col 22% di stranieri presenti sul territorio. Quest’ultimo dato, spacciato in Italia come rilevante per le cause di delinquenza comune, in Svizzera non trova la stessa illustrazione, nella Confederazione si vive nella norma, senza grossi problemi di integrazione (anche se va detto che una naturale xenofobia dilagò anche in terra elvetica anni fa) e con un controllo della sicurezza delegato agli autogoverni locali.

La popolazione elvetica è da considerare sufficientemente priva di problemi economici, occupazionali, previdenziali e istruttivi; il che non dipende certo dal DNA (ripeto che l’aria del Ticino si respira dalle mie parti), nemmeno dalla civiltà, evidentemente, ma dalla migliore organizzazione istituzionale e materiale … noi viviamo di una cultura centralista, fatta di lontananza dal cittadino, in quella nazione vige, inossidabile da secoli, il Federalismo. 
Date un occhiata alla Costituzione Elvetica ed al modo in cui viene interpretata e capirete il tutto; i nostri capo cultura si sforzano di pubblicizzare la nostra italianità come forza storica ed unitaria, ma poi in realtà non sappiamo nemmeno tanto bene cosa successe quel 17 marzo tanto famoso, loro invece sono un fortunato paese laddove ogni singolo Cantone ha competenze irrevocabili perfino nel campo della giustizia e in quello fiscale; eppure ogni 100 metri sventola  una bandiera rossocrociata. Dunque, il federalismo non divide, come dicono i signori della Casta preoccupati solo di non modificare la mappa del potere e di tutelare i loro privilegi, ma unisce.”

Giorgio Bargna