mercoledì 29 luglio 2015

L'epoca moderna, da superare


Per chiunque mi segua non è un segreto che il mio pensiero vada spesso e volentieri di pari passo con quello del pensatore francese Alain de Benoist, personaggio, come me, difficile da collocare e incastonare in una precisa area politica di senso tradizionale.
Pur senza volere assolutamente paragonarmi al suo valore entrambi scriviamo delle stesse cose e se da lui ho affinato le idee vi assicuro che a queste ci ero arrivato solo.
Ribadiamo ancora una volta, non fa mai male, alcuni principi comuni.
Critichiamo entrambi, legandole l'una alle altre, ogni forma di individualismo e di universalismo oltre che, comunque, i nazionalismi etnocentrici; tutte formule basate sulla soggettività. Entrambi spingiamo verso dei passaggi che possano portare alla decomposizione di questa attualità basata sulla ragione mercantile e adagiata sui danni psicomorali esercitati dalla Forma-Capitale. Entrambi ci spendiamo in favore delle autonomie locali basate sulla difesa delle differenze e delle identità collettive, ma mai sull'esclusione.
Entrambi sponsorizziamo un federalismo reale, concreto, basato sul principio di sussidiarietà e sulle comunità, sulle tradizioni ma anche sul multiculturalismo.
Vi lascio in calce una sua intervista rilasciata alla rivista “Tradizione”. Buona lettura.

De Benoist, a più riprese Lei ha parlato del fenomeno della “colonizzazione dell’immaginario” prodotta dalla Forma-Capitale. In sintesi, in cosa consiste?
“E’ stato Serge Latouche che, per primo, ha parlato di “colonizzazione” dell’ immaginario simbolico per indicare l’invasione e il condizionamento degli spiriti da parte dei valori mercantili. Nell’epoca moderna, l’affermazione dell’individualismo borghese si è accompagnato all’espansione del capitalismo liberale, che ne è stato il principale strumento di diffusione. Ora, il capitalismo non è soltanto un sistema economico, ma è anche latore di un’antropologia: non concepisce in effetti l’uomo che come Homo oeconomicus, produttore-consumatore la cui esistenza è protesa a massimizzare in modo egoistico il suo non limitabile interesse materiale. In tale prospettiva, cioè quella dell’assiomatica dell’interesse, i componenti di una stessa società non sono più vincolati gli uni agli altri che dal contratto giuridico o dallo scambio mercantile. Questa “reificazione” (Verdinglichung) dei rapporti sociali, che Karl Marx aveva così bene anticipato, si sviluppa di pari passo con l’idea che “l’economia, è il destino”. Mentre tutti gli ambiti dell’esistenza, compresi quelli che un tempo vi si sottraevano almeno in parte (la terra, il lavoro, lo sport, l’arte, la cultura etc.), si sono progressivamente mercantilizzati, vale dire è stata loro imposta la sola legge della resa economica e del profitto, tutti i valori umani che non sono quantificabili cedono il passo al valore di scambio. L’economia considerata (a torto) come una scienza, può allora pervadere il mondo del pensiero.
La Forma-Capitale mette in vendita dei prodotti solo per riprodursi, cioè per accrescere la propria dimensione quantitativa senza alcuna considerazione di possibili limiti. Essa può così essere definita quale auto valorizzazione del profitto in una prospettiva illimitata. La novità del capitalismo fa si che tutte le cose, in esso, si trasformino in merci – a cominciare dall’uomo stesso, ridotto a vendersi sul “mercato del lavoro”. Ora, produrre per il mercato, significa produrre per un campo d’equivalenza ove ogni cosa vale l’altra, in quanto il valore è stato ridotto all’unità monetaria. L’immaginario simbolico, così “colonizzato”, diviene strettamente dipendente dal sistema del denaro, nel quale è possibile leggere la forma aggiornata del regno della quantità”.

La ragione mercantile tende a presentare lo stato attuale delle cose come invalicabile, la società dei consumi come il migliore dei mondi possibili e la “fine della storia” quale orizzonte esistenziale definitivo per l’ultimo uomo. Cosa pensa di tale rappresentazione della realtà?
“La maggior parte degli storicismi moderni, a partire dall’ideologia del progresso, postulano che la storia umana sia votata a concludersi in una fase terminale, verso la quale sarebbero incamminate necessariamente tutte le culture. Per altri liberali, tale stadio terminale si confonde con il regno planetario del mercato, considerato sistema autoregolatore ed autoregolato. Quando il mercato, avrà fornito la prova della propria superiorità assoluta, la storia recederà. E’ in tale ottica che si situò Francis Fukuyama quando annunciò la “fine della storia” per il solo motivo che dopo l’implosione del sistema sovietico, il mondo occidentale aveva perso il suo principale competitore. Ben inteso, la storia si è rapidamente ripresa i suoi diritti. Si è allora realizzato un periodo di transizione, un Zwischenzeit, dal quale oggi non siamo ancora usciti, ma che annuncia con tutta evidenza il darsi di un nuovo “Nomos della terra”, per dirla con Carl Schmitt.
Sfortunatamente, l’ideologia dominante continua a pensare che lo stato attuale delle cose sia più o meno insuperabile. Essa non sostiene che viviamo indubitabilmente nel migliore dei mondi possibili, ma che nonostante i difetti del mondo attuale (che si spera di poter progressivamente emendare), non sia più possibile realizzare un nuovo tipo di società. Ogni tentativo rivoluzionario, e non più soltanto riformista, condurrebbe al peggio (il “totalitarismo”) o equivarrebbe ad un “ritorno al passato”. Tale posizione è assai paradossale: l’ideologia del progresso non ha smesso di idolatrare il novum, ma tende ormai a rifiutare l’idea della novità radicale! Per fare un confronto con l’ideologie messianiche, l’ideologia progressista considera che il Regno non sia da porsi ancora nell’avvenire, ma che si sia già realizzato. I nostri contemporanei non sono molto felici nel mondo attuale, ma vivono schiacciati dall’orizzonte della fatalità, dell’inevitabilità. Bisogna che comprendano che la storia non è finita”.

Per Lei la storia è dunque inesausta apertura. In quali termini la sua valorizzazione dell’idea sferica della temporalità dipende dalla opzione “pagana” che ha caratterizzato la sue posizioni speculative fin dagli anni Settanta? E soprattutto, è oggi possibile proseguire nella ricerca di Nuove sintesi ideali su questo specifico tema? Penso in Italia alle posizioni recentemente espresse in un suo libro da Diego Fusaro.
“Dire che la storia è sempre aperta, vuol dire rifiutare il fatalismo storico, sia che tale fatalità sia interpretata come “progresso” necessario o come inevitabile “declino”. La nozione di “senso della storia” scaturisce d’altronde, con tutta evidenza, dalla idea giudaico-cristiana di una storia vettoriale, lineare, con un inizio e una fine assoluti, per il fatto di essere del tutto antitetica alla concezione ciclica o sferica della storia propria dell’antichità europea. Ma la questione delle “nuove   sintesi” ha poco a che vedere con la concezione della storia. In campo politico, essa emerge molto più dalla decomposizione della vecchia contrapposizione destra-sinistra, che non corrisponde più a nulla. L’epoca contemporanea non smette, in effetti, di produrre divisioni di tipo trasversale, che attraversano tutte le famiglie politiche ed ideologiche. Tale evoluzione rende possibile dialoghi proficui e l’affermarsi di “nuove sintesi” E’ in questa prospettiva che è necessario collocare le posizioni sostenute in Italia da Diego Fusaro (e prima di lui da Costanzo Preve) e in Francia da Jean-Claude Michéa”.

La società delle “acque basse” nella quale viviamo, per dirla con Cornelius Castoriadis, o dei “narcisi” dell’eterno presente consumistico, è in via di progressiva femminilizzazione. Questo fenomeno quali contraccolpi sociali potrebbe determinare?
“A giusto titolo il movimento femminista ha protestato ai suoi esordi contro la svalutazione dei valori femminili, che spesso è stata al centro delle società patriarcali. Il problema è che attualmente sia precipitati nell’eccesso opposto. A causa di diverse ragioni sociologiche ed economiche, sono i valori maschili e virili -a cominciare dall’autorità, dall’affermazione di sé, dal vincolo tra uomini, etc. – che sono stati via via denigrati e svalutati. Lo stesso Stato è divenuto uno “Stato terapeutico”, come lo definì Cristopher Lasch, una sorta di Big Mother che si consacra sempre più a problemi di gestione, di assistenza, sanitari, etc. L’equilibrio del maschile e del femminile, pertanto, andrebbe restaurato”.

Negli ultimi anni il mondo occidentale ha visto prepotentemente avanzare l’ideologia del genere che nega le identità sessuali. Quali sono i pericoli che essa nasconde e quali contromisure adottare per riuscire a scongiurarli?
“La teoria del genere è una teoria che pretende che l’identità sessuale non dipenda in nulla dal sesso nel senso biologico del termine, ma solo dai ruoli sociali attribuiti agli individui dall’educazione e dalla cultura. Se ne deduce che l’individuo sarebbe alla nascita sessualmente “neutro”: sarebbe sufficiente educare un bambino come una bambina per farne una femminuccia, o  educare come un fanciullo una bambina per farne un maschietto. L’idea sottesa a tale argomentare rinvia a  un essere indifferenziato. Ciò che bisogna rimproverare alla teoria del genere, non è di aver distinto il sesso biologico dalla costruzione dell’identità maschile e femminile, ma di credere che non ci sia alcun rapporto stretto tra il primo e le seconde, e che tutto ciò che comunemente viene considerato come maschile e femminile, si manifesti in un “genere” sconnesso dal sesso biologico. La costruzione sociale è certo onnipresente nelle società umane, ma non si realizza mai a partire dal nulla”.

Infine e per concludere. E’ possibile a suo giudizio parlare di “terzo” sesso?
“L’espressione “terzo sesso” è una semplice metafora letteraria. In senso stretto, non ci sono che due sessi: da una parte gli uomini, dall’altra le donne. I gay e le lesbiche sono anch’essi degli uomini e delle donne dal punto di vista del sesso biologico. Qualificare l’omosessualità come “terzo sesso”, significa quindi confondere l’orientamento sessuale con il sesso. Esistono molte pratiche, orientamenti e preferenze sessuali, sulle quali a mio avviso non c’è bisogno di articolare un giudizio morale, ma non ci sono che due soli sessi. La molteplicità delle preferenze sessuali non elimina i sessi biologici e non ne aumenta il numero. L’orientamento sessuale, qualunque sia, non mette in discussione il corpo sessuato”.

domenica 19 luglio 2015

Lettera aperta a Francesco


E' capitato più di una volta che io scrivessi delle lettere aperte, hanno certamente il valore che hanno, ma mi consentono di esprimere un parere direttamente al destinatario, fosse che la legga oppure no.
Questa odierna è indirizzata ad una persona che ricopre un ruolo importante e tocca un tema scottante e sempre più attuale, l'indigènza.
La scrivo a te Francesco, si proprio tu, Papa Francesco. A te che non a caso hai scelto questo nome, ispirandoti allo “stile” di questo Santo, alle sue opere, alle sue azioni.
Ricopri il tuo ruolo dal 13 marzo 2013, secondo il Diritto Canonico, oltre che il Capo assoluto della Chiesa Cristiana, sei il Vescovo della Diocesi di Roma, il capo del Collegio dei Vescovi e il Primate d'Italia.
Molti hanno fiducia in te per un cambiamento radicale dei rapporti tra Chiesa e “resto del mondo”, molte tue parole vanno dirette in quel senso, probabilmente anche molte tue azioni anche se è probabile che tu incontri frizioni molto forti al tuo percorso.
Mi rendo conto che non deve essere facile affrontare problematiche tipo lo IOR e la pedofilia nella Chiesa e so che probabilmente non ti sarà mai consentito di far maturare un cambiamento radicale su questi temi, ma io voglio andare a parare altrove.
Sono questi anni di difficoltà per molte persone, sia nel mio Paese che in altri, mi rivolgo a te proprio perchè sei Primate in Italia (e poco conta se si tratta di un titolo più formale che concreto) e Capo della Chiesa nel Mondo.
Oggi in Italia migliaia, milioni di persone vivono una fatica economica pesante, molti di loro non hanno dove dormire e /o mangiare e la situazione sociopolitica attuale non dona loro grandi speranze per il futuro, anzi il lavoro diminuisce ogni giorno a dismisura ed i fondi sociali si riducono quotidianamente. Oggi in Italia approdano quotidianamente decine, migliaia di profughi di ogni nazionalità e/o religione, dai perseguitati agli esiliati, ai delinquenti, a chi cerca solo una vita più umana. Anche loro hanno necessità di un tetto e di un piatto. Tutti coloro che ho elencato sarebbero stati gli amici del Francesco a cui ti ispiri.
Ti volevo dire, chiedere, allora Francesco: la misericordia e la carità sono due principi cardinali della religione cristiana? Se la risposta è si hai l'occasione per dimostrare che ci sei, un occasione che troverà frizioni meno forti di quelle citate in precedenza.
Prendo spunto da alcune parole di Don Mazzi: “E’ comodo dire agli italiani di aprire le loro case quando ci sono conventi vuoti che potrebbero diventare luoghi di ospitalità anche belli. Apriamoli per ospitare i migranti e i profughi.” Io aggiungo a queste parole che possono, devono diventare luoghi di ospitalità anche per gli italiani in difficoltà, che comunque la Chiesa di alto livello deve obbligatoriamente impegnarsi su questo tema, in questo od in altro modo, come fanno già alcuni (purtroppo solo alcuni) Parroci.
Qui caro Francesco puoi dimostrare di essere veramente un Papa che incarna un nuovo stile di Chiesa, un novello Francesco che scende in strada con i poveri. Questo varrebbe molto, ma molto di più di cento Giubilei Straordinari.
Buon lavoro, Giorgio Bargna


domenica 12 luglio 2015

Il muro di gomma


Prendo spunto dallo sfogo che oggi il mio amico, Sindaco di Cantù, Claudio Bizzozero ha pubblicato su Facebook.
Dall'anno 2007 mi impegno concretamente in politica locale. Lo faccio da aderente della Lista Civica “Lavori in Corso”, lo faccio perchè vorrei cambiare il mio orticello ed il mondo. Lo faccio perchè da sempre credo nella democrazia e nella sua applicazione più partecipata possibile.
Ho sempre saputo che era molto utopico il tragitto che mi ero immaginato, ma ero anche convinto che questa situazione socioeconomica aprisse gli occhi a molti e che, pian piano, cambiasse il trand, che la gente cominciasse a capire che occorre un punto di svolta, che era ora di seguire un altro percorso, che fosse giunto il momento in cui questa classe politica autoreferenziata che ci sta sodomizzando andasse spazzata via.
Mi guardo attorno e non vedo questo. Vedo solamente che chi vorrebbe cambiare qualcosa continua a viaggiare solo e fatica a farlo, che chi vorrebbe amministrare una città in modo virtuoso non riesce a farlo fino al massimo, abbandonato a se stesso, criticato e vilipeso.
C'è stato un momento che amministrando questa città si è dovuta alzare la posta delle tassazioni locali (che comunque incidono ben poco sul totale delle gabelle subite), ero, e sono ancora, contrario a questo, piuttosto avrei rimesso i mandati, ma c'era un occasione da cavalcare in nome del bene comune e mi sono adeguato.
Leggere però quanto esprime oggi Claudio mi dice che forse avevo ragione. Di una cosa sono sicuro, per migliorare il livello di sostenibilità della mia città devo migliorare il livello dei territori che la circondano, devo avere a disposizione del denaro, devo avere il campo sgombro dai freni burocratici.
Dal 2008 ho seguito più percorsi che andavano nella direzione di creare un cambiamento a livello quantomeno regionale, oggi ancora stiamo perseguendo questa strada, l'unica che potrebbe consentire ad un Sindaco di governare nel nome del bene comune. Se anche questa volta il risultato non fosse concreto, sinceramente, io mollo.
Fare politica in modo serio costa fatica e costa tempo sottratto alla famiglia ed agli altri interessi. Già da tempo ho abbassato la quota e dovesse andare avanti così la azzero. Non sono disposto a fare il taglieggiatore in nome dello Stato e “l'amministratore” che fatica a chiudere le buche della propria città e non riesce a mettere in esecuzione opere pubbliche perchè ogni giorno il “Patto di Stabilità” e la casta tagliano qualcosa e nemmeno ti danno la certezza che per due mesi le regole non cambiano.
Sono stanco come Claudio, ma al contrario di lui non ho la vocazione a fare il Don Chisciotte della Mancia.
Non amo arrendermi, ma un detto dice che “i ball in ball e a picaj e fan mal”.
Giorgio Bargna

sabato 11 luglio 2015

Delìri

Basta ai giovani contestatori staccarsi dalla cultura, ed eccoli optare per l'azione e l'utilitarismo, rassegnarsi alla situazione in cui il sistema si ingegna ad integrarli. Questa è la radice del problema: usano contro il neocapitalismo armi che in realtà portano il suo marchio di fabbrica, e sono quindi destinate soltanto a rafforzare il suo dominio. Essi credono di spezzare il cerchio, e invece non fanno altro che rinsaldarlo.
Pier Paolo Pasolini (Saggi sulla politica e sulla società)

Malgrado più volte ho scritto che esistono tra noi diversi emuli degli struzzi, vi sono eventi di una certa importanza che non possono sfuggire agli occhi di nessuno, anche senza l'ausilio delle statistiche e dei tuttologi di turno.
 

Chi ha avuto la sventura di nascere nel terzo mondo, oppure in Argentina o Grecia (tanto per fare qualche esempio eclatante) si rende conto senza fatica di essere in uno stato di difficoltà economica, sia essa consolidata oppure temporale o transitoria.
 

Anche l'Italia sta subendo un processo simile a quello dei due paesi qui sopra citati, eppure, perlomeno nelle province del nord, dove io abito,  in questi ultimi anni il modo di vivere e di consumare non si è assolutamente modificato in uno modo epocale.
 

Nei bar, nelle osterie, nei circoli, nelle salette d'attesa dei medici tutti discutiamo di giovani che partono per l’estero in cerca di un lavoro, che da noi non c'è; di licenziamenti, di imprese che chiudono sempre più frequentemente, eppure lo stile di vita della stragrande maggioranza della popolazione non si é assolutamente modificato, modellato, sui parametri che la grande crisi pretenderebbe.
 

Bar, pub, ristoranti e bistrot sono sempre stracolmi di avventori. Sulle strade di qualsiasi genere e grado circolano, consumando ettolitri di carburante, un numero esorbitante di mezzi. Le località turistiche vengono prese d'assalto ad ogni week end utile. Smatphone, tablet ed alcool impegnano sempre e continuamente le mani (ed i portafogli) dei giovani e non solo. Sembra veramente che la crisi non ci sia, che ci stia solo sfiorando, che sia una balla inventata di sana pianta dai media...eppure, diamine, non è così, stiamo parlando di una realtà concreta, visibile, palpabile.
 

L'unica posibile spiegazione è che ci si stia abbeverando ai risparmi degli anni precedenti, ma è chiaro, lampante, che esauritasi questa risorsa, non occorrerà collegare il televisore al telegiornale per sapere che il disastro dilaga.
Molto più evidente a tutti gli uomini di buona volontà, in ogni luogo, in ogni circostanza, è invece la decadenza morale, lo è, evidente, il degrado civile. 

Riconosciamo quanto descritto elevandoci ad osservatori dinanzi all'affondamento di ogni aggregamento comunitario e/o formativo: famiglia, scuola, centri di vita comunitaria, Chiesa. Riconosciamo la decadenza morale ed il degrado civile nell’indifferenza per i beni pubblici e nell’incuria, ma anche ed ancor di più nella mercificazione di tutte le relazioni sociali e/o nella corruzione diffusa a tutti i livelli.
 

E' il rischio di quando la democrazia viene cavalcata in malo modo, di quando di tramuta nella copertura ideologica della dittatura di classe, di quando il denaro assume un ruolo sempre più crescente, di quando la finanza impera, di quando si instaura un processo che riduce tutto ciò che è umano a merce, a cosa, a materia.

Secondo alcune formule di pensiero filosofico, dalle contraddizioni dei sistemi dovrebbero emergere le forze nuove che li surclassano, creando la formazione di un nuovo assetto più avanzato. Uno schema, questo, che funzionò, almeno apparentemente e/o comunque per periodi nel passaggio fra il feudalesimo e il capitalismo; poi arrivarono la rivoluzione industriale e la rivoluzione francese,  l’origine del moderno capitalismo.
 

Malgrado io, nel mio piccolo, provi a lottare per un nuovo Risorgimento in questi frangenti occorre essere degli idealisti privi di contatto con la realtà per vedere emergere dai processi di deterioramento del sistema forze che in positivo prefigurino la società futura.
 

Ritengo più probabile un passaggio simile a quello della scomparsa dell’Impero Romano fondato sull’inciviltà dilagante, i disastri relazionionali ed ambientali, su una rovina economica che abbiamo costruito noi e che pagheranno le generazioni a seguire.
 

Ma l'uomo e la natura spesso agiscono in forma improvvisa e chissà che non siano il crollo ecologico o una grande guerra a modificare il corso degli eventi.

Giorgio Bargna

mercoledì 17 giugno 2015

Masse migratorie


Che da quando esiste il mondo esiste l'immigrazione non è certo una novità. La, le novità stanno nei numeri, nelle modalità, in un certo senso anche nelle motivazioni.

Occorre sovvertire questo sistema socio/economico basato su quel capitale e quel consumo indiscriminato che stanno ormai nemmeno più lentamente consumando l'ecosistema, l'ambiente ed i suoi abitanti.

Occorre sconfiggere, abbattere il sistema, se non affrontiamo il problema afferrandolo dalla radice non sbroglieremo mai la matassa, i migranti continueranno ad affluire con ogni mezzo che non sono solo i barconi.

Molti oggi osservano irrequiti i flussi migratori, ma se con il tuo stile di vita hai determinato queste condizioni ad una fascia molto ampia di persone, non puoi lamentarti oggi di quanto accade oggi attorno a te.

Riguardo quanto accade nel Mediterraneo è innegabile che ci sia un responsabile principe, responsabile che va individuato nella linea politica dell’UE e nell'azione della NATO che ha foraggiato e praticato tutte le guerre nel Mediterraneo Orientale, Medio Oriente e Nord Africa.

Il sistema capitalista in se stesso, piaccia o non piaccia saperlo, genera povertà, sfruttamento di classe, oppressione dei lavoratori e dei popoli, guerre.

Si, le guerre, perchè uno Stato indipendente che non segue questa dottrina deve essere attaccato, sconfitto, relegato nella lista nera degli stati pericolosi, sovversivi; se poi in questi paesi sono disseminate risorse importanti quali gas, petrolio, acqua “non si bada a spese”.

Quanto descritto ha fatto si che da paesi del Medio Oriente e Africa partano persone, partano in masse che sono disposte a rischiare le loro vite per spostarsi in altre aree, che sono disposte, a volte decise a trasformarsi in un nuovo reggimento, in un esercito industriale di seconda fascia.

L'imporsi del sistema sui paesi attaccati paga doppio visto che, oltre a consentire l'accapparramento delle risorse, produce flotte di disperati che con ogni sistema si spostano in Europa irrobustendo da un lato le politiche populiste e riducendo se non annientando dall’altro i diritti dei lavoratori.

Questo esercito di schiavi salariati a buon mercato che garantisce l’immigrazione, col riflesso dell’omologazione culturale al nostro stile di vita, vuoto di valori che non siano materiali, è un bisogno ed un disegno connaturato al nostro modello di sviluppo. Gli sforzi di petto di chi si dipinge la faccia di pratiche umanitarie non sono che l'altra faccia
mediatica di quel razzismo da quattro centesimi che spopola non solo sui social network.

E' chiaro, normale, che si viva, si incarni, la paura della cosiddetta invasione” soprattutto oggi quando i barconi impressionano mediaticamente. Eppure non occorre un grande sforzo per capire che il fenomeno parte da molto più lontano, attraverso spostamenti di
massa meno eclatanti, è decisamente più alto il numero di immigrati, clandestini o no, che sono entrati sul suolo nazionale con visto turistico.

I numeri oggi sono impressionanti e credo che neppure i padroni del vapore siano così certi di riuscire a gestire la situazione, ma un immigrato è business dal momento in cui parte a quello che approda a quello in cui entra nel mondo del lavoro ed è difficile non cedere al guadagno per chi specula e si arricchisce sulle loro e sulle nostre spalle.

Noi fin qui ci siamo concentrati solo su un aspetto, ma la questione non si limita solo a questo. Abbiamo accennato all'inizio della riflessione all'ecosistema, all'ambiente. Chi studia questi fenomeni ambientali è già certo che agli spostamenti dovuti alla desertificazione ne seguiranno altri, decisamente dalle dimensioni maggiori, dovuti
all’innalzamento del mare causato dal cambiamento climatico già in atto.

Nel prossimo futuro sarà anche e forse soprattutto l’emergenza ambientale che spingerà sempre più persone a muoversi in massa in cerca di vita ed è chiaro, lampante, che le società che perseguono la crescita economica come unica possibilità di salvezza e benessere hanno grosse responsabilità in tal senso.

Oltre ai fatti nostrani ne conosceremo altri nuovi e grazie ad un po' di semplice informazione già dovremmo conoscerne altri, in essere da molto, come ad esempio, quelli di Honduras, Guatemala, Nicaragua ed El Salvador, nazioni che sono punti di partenza verso il Messico, la porta d'ingresso verso gli Stati Uniti.

Quando si parla di immigrazione spesso si abusa del termine emergenza, se
ne abusa visto che questi fenomeni avvengono da parecchio con una certa regolarità, ma non distraiamoci dal problema ambietale e dalle sue conseguenze che quelle si procureranno delle emergenze di vasta scala. Gli esperti di settore hanno calcolato che entro il 2050 avremo un aumento di 2.4 miliardi di persone e che questi andranno a nascere in zone dove l'acqua è un miraggio, nel vero senso della parola.

Oltre ai profughi delle guerre (che comunque non cesseranno), conosceremo i profughi dell’acqua, che per necessità si sposteranno altrove in ricerca dell'acqua, pubblica o privata che sia. Brasile e Messico vedranno bruciare prossimamente una sessantina di milioni di ettari di terra a testa.

Avremo da affrontare fenomeni sempre più complessi e contemporanei frutto amaro della crescita intesa come unica via di benessere. Avere escluso l’ambiente, la sua tutela, dalla partita economica è stata, è, e sarà la scelta più sciagurata attuabile.

Sta colando a picco tutto, questo è innegabile, è visibile a tutti coloro
che la testa non la insabbiano, che si guardano attorno, che cercano almeno una piccola riflessione.

Sta colando a picco la nave, anzi il barcone. Ma non è il barcone solo degli immigrati, è quello dell'Europa e del mondo interi, è quello delle istituzioni, internazionali e nazionali, è quello dei parlamenti, dei fondi monetari, delle banche centrali e persino mondiali.

Sta colando a picco il naviglio delle grandezze archittettoniche e quello delle eccellenze alimentari, fenomeno che si è sviluppato nell'ultima epoca, proprio mentre due terzi del pianeta muore di fame.

Affondano capitalismo e multinazionali, li segue, lasciando una scia di sangue, quella guerra che ormai non conosce più nemmeno un barlume di umanità.

Affondano le religioni e la carità, affondano le icone e l'utopia, affondiamo tutti e non ci accorgiamo che stiamo colando a picco con tutto il transatlantico.

Alla fine di questa riflessione, lo chiarisco, non voglio dare ricette o sottrarmi alle mie colpe, anche io ho vissuto in questo sistema e lo ho avallato in alcuni momenti, non somministro ricette, chiedo solo a tutti una riflessione, lo sforzo per arrivare ad un mondo migliore, lo sforzo di lasciare un futuro sostenibile ai nostri figli ed, una volta tanto, anche a quelli degli altri.

Giorgio Bargna

sabato 13 giugno 2015

La strada elvetica

Di certo non sono un economista, anzi fatico anche a far quadrare i bilanci della mia famiglia, ma certe situazioni le noti, le capisci, anche se non sei un genio; quando non le noti è perchè hai le stesse tendenze dello struzzo.

Qualche anno fa il castello economico/sociale su cui ci basiamo arrivò allo stadio finale: la creazione di un Europa economica, unica, despota, uxoricida, in sostanza il “quarto reich”.

Quando venne introdotto l'Euro non avevamo nemmeno un requisito per entrarci, ma ne venemmo comunque assorbiti, assorbiti come una discarica, come uno dei primi paesi sacrificali.

Già la classe politica nostrana, che qualcuno descrive inetta e che invece sa benissimo il fatto proprio, ci aveva messi con la schiena piegata, li ci ha posti in ginocchio e con le mutande sfilate.

Stiamo mantenendo una casta autoreferenziata che ci sta sfilando ogni riserva da portafogli e conti correnti lasciandoci senza dei servizi decenti, ci stanno sfilando di mano il lavoro imponendo dei contratti schiavisti che ci hanno tolto la dignità, ci stanno sfilando di mano il lavoro assegnandolo ad una manodopera che negli anni hanno fatto entrare nel paese con l'intesa di mettere poveri contro poveri.

Quando c'è povertà subentrano due fattori: la rabbia e la paura.

Con la paura si gestice la rabbia. Aumentando il caos aumenta la paura ed il bisogno di sicurezza. ed allora è facile dirigere la rabbia nei luoghi desiderati. Ed ecco che l'italiano ha paura del rom, dell'immigrato, di chi gli ruba il posto di lavoro e si distrae da quello che è il suo principale nemico.

Quel nemico si chiama tecnocrazia, parte da Bruxelles, passa attraverso Roma e si dirama nelle regioni, nelle province e negli altri enti, nei partiti, nelle istituzioni in genere.

Da quel nemico ci dobbiamo guardare, di quel nemico dobbiamo guardarci le spalle per primo, a quel nemico dobbiamo sottrarre il potere.

Occorre lavorare sulle menti offuscate, lavorare su quelle teste nascoste sotto terra che illustravo all'inizio, occorre portare il potere e la decisione vicine al popolo sovrano.

Non ci sono strade alternative a quella elvetica: una repubblica basata sui municipi che si raggruppano in aree territoriali omogenee e sostenuta da una fortissima e sviluppatissima democrazia diretta.

Non sottovalutate quest'ultimo aspetto, noi cittadini, elettori italiani in realtà non abbiamo mai deciso “una beata minchia”; è ora di cambiare!!!

Giorgio Bargna






























giovedì 11 giugno 2015

Salvaguardia comune


Spesso dai cassettini della memoria mi riaffiora il ricordo di “Tribuna Politica”, trasmissione nata negli anni sessanta e condotta, tra gli altri, da Jader Jacobelli ed Ugo Zatterin. Ero molto piccolo allora, non toccavo ancora i dieci anni probabilmente, ma ricordo come seguivo affascinato la trasmissione. La discussione era sostanzialmente pacata e si trovavano dei contenuti completi di validità. E' vero che la situazione sclerotizzata della politica odierna è sicuramente frutto di alcuni “vezzi” nati allora, ma certamente a quei tempi mentre si metteva fieno in cascina, nella propria cascina, si cercava anche di perseguire il bene comune.

Nei vari anni molto si è modificato passando anche tra i vari “scandali Lockheed” e le varie “Tangentopoli” fino a giungere oggi a “Mafia Capitale”. Non si è modificato solo il “modo di intendere la politica”, si è modificato anche e soprattutto il modello concettuale degli elettori.

Non è certo un mistero che parecchi elettori votino persone e politicanti da cui sperano di ricevere qualcosa in cambio, se non addirittura anche candidati chiaramente mafiosi o chiaramente collusi.
Significa che essi li eleggono come propri rappresentanti, il tutto aldilà che abbiano la fedina penale sporca o che siano impresentabili.

Questa è la nostra società odierna, una società dove chi ha le mani linde spesso le tiene in tasca e non agisce per difendere la propria società, la società che in un futuro prossimo sarà dei loro figli.

Il nostro paese ha due sport nazionali da bar: fare il commissario tecnico della nazionale e fare il critico politico. In questo secondo sport l'italiano medio, dopo le imprecazioni e le critiche da bar e/o social network, dopo le dichiarazioni di amore o di odio verso questa o quella parte politica o verso l'assetto della politica, si aspetta sempre che sia un altro ad intervenire, che qualcun altro scenda in campo, ci metta la faccia, gli attributi.
Siamo in un momento storico nel quale criticare e non partecipare personalmente al cambiamento culturale serve sempre e solo alla casta. Il generale, diffuso disinteresse aiuta a lievitare questa corruzione sistematica. Di questo passo, con questo atteggiamento, non cambierà mai nulla e non ci potrà essere un futuro sostenibile per i nostri anni di vecchiaia e per l'intero arco di vita dei nostri figli.
Non possiamo limitarci all'attesa del pm di turno che scoperchia i segreti di pulcinella, prassi che tutti conosciamo ma che non si possono, non si vogliono, nominare. Non possiamo girarci dall’altra parte e fingere che non stia succedendo nulla, o peggio ancora votare questo o quello per cercare fortuna e vie più veloci per i nostri interessi.
Questo è il male principe dell’Italia, di un Paese dove siamo bravi a criticare dal di fuori o dietro un pc per poi nella vita quotidiana aver paura anche di denunciare il più semplice sopruso, di intervenire personalmente perchè non avvenga più in futuro. Questa “formula politica”, questa casta che ci dirige come un pastore guidaun gregge, di certo non ha tra le proprie priorità il “cambiamento”; solo la coscienza collettiva e partecipata potrà partorire il “cambiamento” ed obbligare le istituzioni ad un cambio di rotta.
Basta leggere o ascoltare le cronache, quotidianamente affiorano scandali nei quali rimangono coinvolti tutti a vari livelli.
Mafia Capitale è una minima percentuale di quanto si consuma quotidianamente tanto nei piccoli comuni quanto all’interno delle varie istituzioni. Volessimo applicare alla lettera la legge probabilmente non dovrebbe essere chiuso solo il Parlamento, ma per Mafia l’intero paese.
Non siamo mai stati un popolo di rivoluzionari e probabilmente non lo saremo mai, ma senza una vera rivoluzione culturale, senza provarci, così siamo e così resteremo.
Non ha importanza la nostra provenienza politica e cosa sognamo da un paese rifondato. Oggi che destra e sinistra pari sono nell'impegno di denudarci, dobbiamo radanarci inizialmente solo sotto il vessillo del cambiamento e del bene comune; solo in seguito a Paese risanato possiamo orientarci verso questo o quel credo...ma fino a quel giorno tutti dobbiamo impegnarci nello sforzo di un cambiamento culturale, che significa anche vigilare sulla politica in prima persona, entrandoci personalmente.
Non abbiamo poi così molto tempo prima che ci lascino anche senza mutande, diamoci una smossa.
Giorgio Bargna

lunedì 27 aprile 2015

Il tramonto e l'alba

Ogni santo e benedetto giorno sfogliando le pagine di cellulosa ed il WEB leggiamo di morti e violenza. Leggiamo di suicidi ed omicidi determinati dal mondo del lavoro e nel mondo del lavoro, sempre più messo in difficoltà, e leggiamo di violenza nell’ambito famigliare,  all’interno del focolare, di quel luogo che dovrebbe stare a significare serenità e sicurezza.

Leggere di imprenditori ed operai suicidi, di madri che uccidono i figli, di mariti che annientano la famiglia duole immensamente. Il cuore si dilania davanti al mostro che sta trucidando la nostra società, davanti alle violenze fisiche e verbali, davanti agli stalking ed alle prepotenze, davanti a vittime che si trasformano in carnefici, davanti a disperati che sbagliano l’obbiettivo della rabbia, della ribellione.

Mancano oggi, non c’è dubbio, la serenità e la fiducia, si va esaurendo l’amore.

Davanti ai nuovi poveri che ti praticano una concorrenza con cui fatichi a confrontarti, davanti al ladro che ti sottrae quel poco che possiedi, davanti al burocrate che oltre al danno ti somministra pure la beffa, davanti al lavoro che latita, al fisco rapace, al parlamento famelico e cialtrone non può che montare, crescente, la rabbia; una rabbia che sostituisce gradualmente, sistematicamente lo sconforto.

Quanto di negativo si assimila durante la giornata esplode spesso in casa, tramutandosi sia in liti ed incomprensioni che anche in gesti estremi, violenti, altre volte succede sul lavoro, altre per le strade o negli stadi,  anche in quelli di piccole dimensioni.

E’ errato però che la negatività di una società illogica esploda in questi ambienti. La rabbia potrebbe, lo è, essere giustificata,  sono gli obbiettivi ad essere sbagliati; un errore questo presumibilmente generato da una forma di vigliaccheria. Questa carica di rabbia collettiva dovrebbe sfogarsi altrimenti; innanzitutto in un impegno civile volto al bene comune; in seconda istanza, per chi sente di dovere essere obbligatoriamente violento (ed io ad oggi lo sconfesso)  nelle strade, nelle, piazze per travolgere istituzioni caratterizzate da ignavia e parassitismo.

Grazie alla storia sappiamo che i cambiamenti epocali sono frutto di rivoluzioni (non per forza assoluta violente), quindi è del tutto inutile suicidarsi per la vergogna di un fallimento oppure sbraitare con la moglie o trucidare i figli, occorre unirsi nella battaglia che porta ad un cambiamento, ma subito,  prima che sia troppo tardi e non ci sia più nessun culo da salvare.

Giorgio Bargna

lunedì 6 aprile 2015

...nemmeno lentamente muore...

Prendo in prestito le parole di Martha Medeiros (o se preferite di Pablo Neruda) e dico che “nemmeno troppo lentamente muore, muore questo mondo negli occhi dei bambini”.

Muore nell’orrore che vedono tra i cadaveri delle guerre, siano esse nascoste dai credo o dai danari.

Muore nello schifo di chi picchia e stupra i bambini, picchia e stupra le loro madri, sfrutta e maltratta i loro padri per un tozzo di pane.

Muore nei loro occhi quando non capiscono perché qualcuno muore di fame e non siamo in grado di spiegargli il perché.

Muore nei loro occhi quando si fidano di qualcuno che li tradisce, li usa, li sfrutta ne fa arma di ricatto in faccende domestiche.

Muore nei loro occhi quando nessuno è più in grado di regalare loro un sorriso, una carezza, un gesto d’amore.

Muore negli occhi di tutti quando ci guardiamo attorno e ci accorgiamo che vicino a noi c’è Giuda e non un solo amico.

Questo mondo, nemmeno lentamente, muore perché si sta dimostrando degradato, perverso, meschino, orribile, senza più valori e dignità.

Nel mio piccolo, senza pretendere di essere perfetto, anzi errando spesso, cerco di non farlo morire questo mondo, ma non è facile. Ci sono ancora persone che ci credono e lo vogliono un mondo che vive; non ho ancora capito bene se sono poche o se io sono miope.

Non posso considerarmi certamente un praticante di valore, ma vi lascio in calce quanto riportato nella II lettera di San Paolo a Timoteo:

"...negli ultimi giorni ci saranno tempi difficili.  Poiché gli uomini saranno amanti di se stessi, amanti del denaro, millantatori, superbi, bestemmiatori, disubbidienti ai genitori, ingrati, sleali,  senza affezione naturale, non disposti a nessun accordo, calunniatori, senza padronanza di sé, fieri, senza amore per la bontà,  traditori, testardi, gonfi [d’orgoglio]"


Facciamo non muoia davvero, Giorgio Bargna

domenica 29 marzo 2015

Il valore del lavoro

E’ sulla bocca di molti canturini, quale avvenimento di questi giorni, il tema del dipendente comunale pescato a fare il “furbetto”.

Sostanzialmente, per stare alla cronaca, il Sindaco di Cantù passando davanti ad un ufficio postale ha notato un veicolo comunale in divieto di sosta. Nell’indagare, entrando nell’ufficio postale, sul perché di questo parcheggio illegale, il Sindaco sorprende il dipendente comunale (a quell’ora in servizio) intento a pagare qualcosa di personale.

La cronaca politica di questi anni vede invece Claudio Bizzozero in prima linea contro i “lazzaroni” presenti, a suo dire, negli edifici comunali canturini. Il braccio di ferro con i sindacati e con i lavoratori ha toccato anche momenti molto caldi e delicati.

Io, come il Sindaco canturino, sono pienamente convinto che tra i suoi, i nostri, dipendenti, come in ogni azienda, vi sia il buono ed il gramo. 
Il buono va premiato, sia pur senza esagerare, sta facendo il proprio dovere. 
Il gramo va isolato e possibilmente, se recidivo, severamente punito.

In questa situazione le aggravanti, a mio avviso, sono due.
La prima è che stiamo parlando di un dipendente pubblico, come tale è pagato dai contribuenti ed ognuno di noi sa quali sono le difficoltà economiche dei contribuenti oggigiorno.
La seconda è che oggi il lavoro è un dono prezioso (lo scrive chi sopravvive tra contratti a termine da mesi), non averne rispetto merita severità di giudizio.


Non credo che questo dipendente verrà licenziato e probabilmente è giusto che sia così, ma credo che la massima punizione possibile, sottostante al licenziamento, sia giusta, non tanto per la gravità del fatto (esiste di peggio) ma quanto per l’oltraggio al valore del lavoro, per lo sfregio al rispetto di chi un lavoro non lo ha e lo sogna ogni ora della settimana.

Giorgio Bargna