Quando ho aperto il foglio intendevo scrivere di immigrazione, sulla scia di quanto avvenuto a Parigi poi, pensando da sempre che certi fenomeni non siamo per nulla svincolati da altri, ho deciso di dare più ampio respiro alle riflessioni allargando il tutto anche verso alti temi che possiamo collegare al primo.
Basta “guardarsi in torno” per scolpire chiaro nelle nostre cortecce cerebrali il convincimento che l’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme. Ad ognuno di noi è capitato almeno una volta di “assaporarsi” un immagine che immortalava prestigiosi uomini politici mescolati con palazzinari, mafiosi d'alto bordo, giornalisti mezzani, direttori nominati di reti televisive, puttane e parassiti di ogni fronda. Osservare un parlamentare all’interno di questo insieme può semplicemente portare ad una sola conclusione: gli strali lanciati contro la mafia ed il malaffare, le polemiche debordanti, gli scontri dialetticamente cruenti che ogni giorno ci vengono propinati altro non sono che il “teatrino della politica”, l’esecuzione artistica della parodia della politica…ma la via è concretezza e questo cancro sta divorando il Paese attraverso delle metastasi devastanti che possiamo identificare tranquillamente nel clientelismo, nella burocrazia, nel parassitismo e nella corruzione, nella mentalità mafiosa diffusa e capillare che ritroviamo ormai presenti in ogni scenario delle nostre vite.
Ho tradotto in mie considerazioni quanto scritto da Massimo Fini, ho disegnate nella mia mente queste immagini da quando ero un bambino, ho visto passare sotto i miei occhi “Tangentopoli”, ora assisto ancor più esterrefatto agli eventi di “Roma Capitale” e gli sviluppi successivi.
Scriveva recentemente Massimo Fini sugli ultimi eventi:
“Da allora e dalla successiva Tangentopoli nulla è cambiato. Se non in peggio. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a comandare, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è intrecciata. Siamo governati dalla banda della Magliana. E non poteva che finire così. Perché una classe dirigente interamente corrotta, se in questo termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il parassitismo, la mentalità mafiosa di cui parlavo in quel lontano articolo del 1979, non poteva combattere il sistema del malaffare senza scavarsi la fossa sotto i piedi”.
Io sono convinto che la malavita, quella seria, non quella dei ladri di polli, abbia sempre compartecipato alla direzione della danza, magari sotto mentite spoglie, che essa non sia una conseguenza, ma una delle concause.
L’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme poiché il massimo boato dell’italiano onesto è stato un approccio timido ai voti verso movimenti alternativi (a seconda delle fasi Lega e M5S) ed ora l’astensionismo che seppure è un messaggio importante non ha gli effetti di una ribellione. Ma in fondo, senza una rivoluzione di tipo culturale antecedente, è meglio che non vi sia una rivoluzione pratica.
Che si arrivasse a questo stato di fatto poteva essere logico? Elaboro il concetto prendendo sempre spunto da Fini e lo dettaglio con la mia visuale.
La democrazia trova il proprio punto debole nella sua massima espressione: la scelta da parte dei cittadini dei propri rappresentanti. Nelle idee dell’integralismo democratico si contemplava che si dovessero scegliere semplicemente dei singoli individui in rappresentanza, ma la presenza pressoché immediata dei partiti ha annullato di fatto questa prerogativa; i singoli individui quindi sono stati soverchiati dalle oligarchie. Va tenuta in considerazione un’ altra variabile della situazione: la competizione elettorale obbliga il partito a prendere delle scelte non sempre dello stampo migliore; sostanzialmente, almeno per quanto riguarda il consenso, in parte la politica si lascia guidare dagli umori degli elettori.
Avendo necessità di finanziamento i partiti sono diventati ben presto preda della corruzione e come dettaglia Fini:
“Paesi di frontiera fra Est e Ovest, i suoi partiti sono stati finanziati per decenni da potenze straniere, Dc e Psdi dagli americani, il Pci dall'Urss. Restavano fuori i socialisti che non a caso saranno i più assatanati durante l'epopea di Tangentopoli. In seguito, illanguidendosi quei finanziamenti esteri, lo scenario cambia”.
Descrive Fini, a suo avviso, l’ultima parte della corruzione in Italia: “Nemmeno l'avvertimento di Mani Pulite è servito ai partiti per emendarsi. Al contrario, ci hanno messo pochi anni a trasformare i ladri in vittime e la Magistratura nel bersaglio preferito. Del resto una classe partitica interamente corrotta, al 100% se nel termine facciamo rientrare anche il clientelismo, il familismo, la mentalità intimamente mafiosa, non poteva combattere seriamente la corruzione senza scavarsi la fossa sotto i piedi. E così arriviamo alla quarta fase, all'oggi. Ma con una differenza di non poco conto che è stata sottolineata da tutti. Se prima era la politica corrotta e corruttibile a dirigere le danze, adesso deve ubbidire alla criminalità cui si è strettamente intrecciata. Non solo a Roma ma in tutte le regioni del Paese e quindi nell'Italia intera, noi siamo governati non da coloro che formalmente rappresentano le Istituzioni, ma da una qualche 'banda della Magliana' ”.
Scrivevo all’inizio che l’Italia probabilmente non vedrà mai la rivoluzione e neppure delle serie riforme; possiamo darci una speranza? Solo se lo vogliamo con tutte le nostre forze e le nostre capacità, la nostra onestà individuale.
Troppi tra noi hanno presunzione di onestà intellettuale ritenendosi, di fatto, vittime del sistema ed addossando in toto le colpe ai politici, ai fannulloni ed in genere al proprio prossimo; troppi non avvertono la necessità, il dovere, di essere attori nell’attuazione di cambiamenti personali di grande entità, troppi non avvertono alcun senso di colpa dinanzi allo scempio a cui assistiamo.
Di questo passo, con queste convinzioni, non si uscirà mai da questo obbrobrio, la colpa è anche e forse soprattutto di milioni di persone ignare di averlo determinato con le proprie azioni viziose. Tra questi soggetti ci sono stato (in parte ci sono ancora) io e ci sei, molto probabilmente, anche tu che in questo frangente stai leggendo. Ho parlato anche di me, non sono immune, ma oggi se vogliamo cambiare insieme mi sento autorizzato ad inquadrare soprattutto te affinché tu non ti senta autorizzato a stare alla finestra a guardare.
Avendo noi, di fatto, consentito lo sviluppo di questa situazione critica sta a noi, a me e a te, costruire la soluzione! Non sono richieste grandi cose, solo di fare ciascuno una piccola parte. Non occorre poi chissà cosa, volendo si può partire anche semplicemente da quanto indico qui per poi andare, volendo, oltre tramite un vero impegno socio-culturale.
Direi che già mi sono dilungato parecchio, scriveremo e leggeremo prossimamente magari di istruzione, di immigrazione e di lavoro e delle paure che conseguono a questi due ultimi temi citati che spesso viaggiano collegati.
(continua)
sabato 10 gennaio 2015
(Effetto) Domino
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mercoledì 31 dicembre 2014
Futuribilità
Si sta concludendo in queste ore un anno, il più terribile
di una serie recente che hanno minato la mia vita. Soprattutto quest’ultimo ha
colpito duro, alcuni accadimenti sono prettamente privati e solo il mio cuore
ed il mio istinto potevano avere campo di scelta, vedremo dai frutti se la semina
è stata la migliore; altre circostanze, altri problemi sfuggono al mio potere decisionale,
sono conseguenze di una macchina molto più grande che milioni di persone
faticano a controllare.
Ho dovuto raggiungere la boa della mezza età per riuscire a
ritrovarmi senza un lavoro garantito, a volte proprio senza; sono dovuto
arrivare a questa età a studiarmi come eseguire i salti mortali per riuscire a
pagare tasse e bollette, li ho fatti quando ancora un lavoro lo avevo “certo” e
(credevo) sicuro, domani sinceramente mi preoccupa come riuscire a bissare questo
traguardo, questa impresa.
Sono anni che lavoro, sono anni che faccio politica (una
politica alternativa), devo oggi arrendermi all’evidenza che davanti a questo
muro di gomma che è il “sistema itaglia” poco si può fare se non proclamare
principi ed aspettare che qualcosa avvenga.
Sebbene stia impegnando qualche ora della mia vita ad
aiutare la mia amministrazione in alcuni settori, sebbene stia spendendo
qualche ora nel progetto che vorrebbe vedere nascere una nuova Regione a
Statuto Speciale ormai sto seduto in riva al fiume ed aspetto che passi quel
famoso cadavere.
E’ difficile stabilire la densità del tempo, la sua brevità,
la sua infinità; è difficile stabilire per me quando, ma sono certo che, a
tempi non lunghissimi, il “sistema itaglia” scorrerà sotto la riva dove fingo
di pescare fumando quintali di sigarette.
Ci scorrerà perché questo sistema si sostiene, si sosteneva
sulle nostre tasse, sui nostri sprechi, su un consumismo che non possiamo più sostenere.
Come il cane che si morde la coda ci ha tolto (succede in un regime che si
autoalimenta) la possibilità di sostenerlo.
Il “sistema itaglia” prima di vivere la propria Brindisi
ci spremerà fino all’osso, poi quando non sarà più in grado di pagare lo
stipendio ai propri lacchè scapperà dal linciaggio, quel linciaggio che vorranno
fortemente quanti di esso sono stati i servi, essi lo vorranno più di quanti ne
sono stati gli schiavi moderni.
Parlavo di un anno che finisce, descrivo una situazione che sono
convinto stia per accadere, ma non credo ai limiti temporali che ci diamo per
le scadenze, succederà tutto per conseguenze, quando dovrà; a preoccuparmi però
non sarà quando succederà (spero anche domani), ma quanto accadrà.
Questa è una nazione ad alta mentalità mafiosa, piena di schiavi
silenti e di passeggeri saliti al volo sul carro del vincitore. Una nazione
dove pochi fanno qualcosa senza pensare di avere un rientro personale.
Questo futuro mi fa quasi più paura del presente; mentre
sarò seduto in riva al fiume in attesa oltre che fumare e fingere di pescare
parlerò ad ogni viandante cercando di convincerlo che solo nel “bene comune”
risiede il futuro.
Giorgio Bargna
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martedì 23 dicembre 2014
Dire, fare, baciare, lettera ...
Gli accadimenti e i comportamenti si susseguono nel tempo
seguendo la teoria del caos?
Verrà un giorno in cui chiederai chi sono, chi sono stato,
cosa potrei essere; mille e più persone potranno risponderti.
Qualcuno ti dirà che ho affrontato gente di malaffare semplicemente
chiudendo i pugni, altri che non ho mai avuto gli attributi.
Qualcuno dirà che rubavo, altri diranno che non c’è mai
stata persona più onesta di me.
Qualcuno dirà che sono stato un fascista, altri che sono
stato anarchico, qualcuno comunista, altri diranno che sono stato un ribelle.
Qualcuno dirà che bestemmiavo Dio, facendo sforzi di petto,
altri diranno di non aver mai sentito una parola di troppo da me.
Qualcuno dirà che sapevo amare sopra le righe, rispondendo a
chi è convinto sia arido di cuore.
Di fronte a chi mi ha sempre visto come un lazzarone ci sarà
chi loderà il mio lavoro.
Ti diranno che sono stato grugnoso, in contraltare a chi ha
riso con me mille e più volte.
Tutte queste cose sono vere, anche se può sembrare strano;
non sempre le persone si comportano allo stesso modo, non sempre le situazioni
lo consentono.
Se tu lo chiedessi a me ora ti risponderei che ogni azione è
la logica conseguenza di una situazione e non sempre ti comporterai in egual
modo nel corso della tua vita.
Sono sempre stato convinto che si debbano sentire i consigli
di chi ha più esperienza per poi sbagliare da soli, quindi ti lascio il mio
consiglio.
Nella vita fatti guidare dal cuore e dall’istinto, la
ragione è un marchingegno costruito dagli altri che mal ti si adatterà.
Buena
vida a
mi hijo.
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martedì 16 dicembre 2014
La nuova forma di autodeterminazione
Per chi segue quanto scrivo è noto che è iniziato un
processo teso alla nascita di una nuova Regione a Statuto Speciale il quale
racchiude le aree geografiche del Lario, della Brianza e della Valtellina. Chi
mi legge sa anche che ho scritto recentemente di Insubria ed Insubri. Affermavo
al termine di quel pensiero che oggi è ora di rendere consapevoli gli Insubri
di esserlo, qualcuno glielo ha fatto dimenticare, noi abbiamo il dovere di
farli rinascere.
Specificavo nell’estensione del pensiero che, a mio avvisio,
la nostra Regione (l’Insubria è per me il passo successivo e logico a Lario,
Brianza e Valtellina) in causa deve essere sostenuta da un concetto geo-culturale
ma anche da un fattore legato agli interessi economici. Le aree territoriali che
descrissi hanno in comune sicuramente un tessuto produttivo comune, ma in collegiale,
inserite nel contesto lombardo, hanno pure una tassazione decisamente iniqua e
che non produce servizi e beni sociali.
Mi è sempre risultato antipatico porre questi termini, ma
oggi viviamo schiavi di una tecnocrazia costosa e parassitaria ed ognuno deve
trovare la propria via di salvezza; snocciolo qualche dato.
L’ultimo saldo, lo prendo da questa
fonte, è da quasi 48 miliardi di euro, pari a circa cinque mila euro pro
capite, differenza tra quanto versato (in tributi) dalla Lombardia al governo
centrale e quanto ricevuto indietro (in termini di servizi erogati). Nel
triennio 2009-2011, la regione dal maggior «residuo fiscale» è la Lombardia
(47,773 miliardi), seguita da Emilia Romagna (13,5 miliardi) e Veneto (11,5
miliardi). Chiudono la classifica Campania (-14,5), Calabria (-10,8) e Puglia
(-10,6) che ricevono di più di quanto versano.
Dal web apprendo anche (scoperta dell’acqua calda) che uno
studio della Cgia di Mestre ha effettuato un confronto su scala regionale sul
gettito fiscale derivate dalle tasse versate dall’intera platea dei
contribuenti, siano essi imprese, pensionati, lavoratori dipendenti o
lavoratori autonomi. Analizzando le 20 Regioni italiane, e prendendo a riferimento
i ultimi dati relativi all’anno 2007, l’Associazione degli artigiani mestrina
ha rilevato come i contribuenti lombardi versino ogni anno in media sia allo
Stato centrale, sia ai governi locali, un ammontare complessivo di tasse pari a
ben 12.456 euro, corrispondenti ad una media di 1038 euro al mese.
Se il territorio, le tradizioni, la cultura e la lingua
forse, e solo forse, fungono da collante tra coloro che possono essere
considerati autoctoni, quando si parla di denaro, di servizi, di tasse e
gabelli proprio tutti, anche il
cittadino arrivato ieri, rimangono coinvolti.
In questo periodo dove si lotta per la sopravvivenza tra una
casta auto referenziata e il cittadino che ogni giorno deve studiarsi come
sopravvivere, la battaglia sull’autodeterminazione di un territorio, sul
proprio autogoverno va giocata su questo settore, un settore che non divide,
nella difficoltà, nessuno. Chi vuole continuare a mantenerli faccia pure, ma a proprie spese.
Giorgio Bargna
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sabato 6 dicembre 2014
Lario, Brianza e Valtellina, l'esempio da seguire
Quando gli uomini sono scontenti di se stessi e di ciò che li circonda, secondo un principio di scuola anarchica, si accende una rivolta, una ribellione; può manifestarsi sotto diverse forme, pacifiche o cruente, non è una levata di scudi, ma un sollevamento di individui, una ribellione che, generalmente, non si preoccupa assolutamente delle istituzioni che potrà produrre, una lotta contro ciò che esiste. Una volta riuscita, ciò che esiste crolla da solo.
Pur nutrendomi di molti principi anarchici non sono attratto solo da questi ideali, la mia filosofia ribelle al sistema si nutre parecchio anche di principi legati all’autonomia, alla responsabilità ed alla partecipazione, nonché al localismo ed alla sostenibilità, ambientale ed economica.
Quindi mi preoccupo anche dell’istituzione che i miei moti potrebbero produrre, mi preoccupo di come scardinare il sistema.
Da qualche anno, con Claudio Bizzozero ed altri amici, coltivo il sogno dell’autonomia decisionale ed economica del Territorio che vivo, di un federalismo a base municipale, della compartecipazione del Cittadino alle scelte politico/amministrative.
Si trattava di trovare una leva, un grimaldello in grado di scardinare il sistema costituitosi un questo Paese: riteniamo che il passaggio ad Autonomie Regionali strutturate sull’esempio della Regione Autonoma Altoatesina sia la chiave giusta.
In queste settimane è partita la procedura che intende costituire la nuova Regione a Statuto Speciale che potremmo definire (prendendo spunto dai nomi dei territori che la compongono) Lario, Brianza e Valtellina; tradotto nel geograficamente scolastico: Lecco, Como, Sondrio.
Io auspico che nel proprio diritto ogni Territorio di questo Paese si voti ad azioni simili.
La procedura è certamente lunga e difficile ma pare non spaventare molto i Consigli Comunali di questa costituenda Regione; in poche settimane hanno discusso e votato la delibera i Comuni di Cantù, Lanzo Intelvi, San Fedele Intelvi, Luisago, Laglio, Crandola Valsassina e Cedrasco.
I passaggi che seguono le discussioni e l’approvazione da parte dei Consigli Comunali che insieme rappresentino almeno 1/3 della popolazione interessata sono:
- Referendum Popolare di approvazione da parte della Popolazione delle tre provincie
- Parere della Regione
- Legge Costituzionale conforme alla volontà espressa dai Consigli Comunali e dalla Popolazione
Il mio invito, caldo e sincero, è rivolto innanzitutto ai Consigli Comunali di Lario, Brianza e Valtellina affinché deliberino a favore della costituzione della nuova Regione, poi anche ad ogni amministratore locale di questo Paese; se dilagano iniziative di questa natura Popolazione ed Istituzioni non potranno che convincersi della bontà di questa iniziativa, di questa voglia di ripulire il Paese da un Sistema che ormai non può più autoalimentarsi e che è destinato a fallire.
W la libertà, Giorgio Bargna
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mercoledì 3 dicembre 2014
Processo partecipativo e comunicazione (2)
Proseguiamo in quel viaggio
che tocca quei due temi che mi stanno parecchio a cuore: la Partecipazione, la
Comunicazione.
I confini della manovra
Quando un amministrazione si propone verso un
processo partecipato occorre che essa preliminarmente definisca dei margini di
manovra, quanto ciò che è possibile progettare e quanto che non potrà essere
discusso. Si pone, in sostanza, con questo passaggio, la definizione del confine
tra i vincoli che limitano il processo partecipato e la libertà inscritta
nell’idea stessa di processo partecipato
I vincoli
possono essere di carattere etico, economico, riguardanti gli obiettivi del
progetto, le sue possibili funzioni sociali, gli aspetti di carattere politico,
le possibili opportunità riguardanti i privati, il ruolo degli attori
coinvolti.
Accade
storicamente che si metta in gioco anche quel rapporto tra la memoria del luogo
e la sua possibile ridefinizione, questo soprattutto quando (ed accade spesso)
si va a deliberare una scelta riguardante un quartiere, un edificio, un parco o
un intervento urbanistico; si può però mantenere una memoria così come lasciare
aperte le possibilità e lo spazio per una re-invenzione del luogo fuori da un possibile
rapporto con la sua storia pregressa.
In queste ore è a
Cantù attualità la riqualificazione
dell’Area dell’ex Tribunale, attraverso questo progetto constatiamo che le nuove
tecnologie non solo consentono di bypassare il classico si/no, allargando il
numero delle variabili sia pure all’interno di uno schema, ma favorisco un processo
attraverso il quale la soluzione è concretizzata attraverso il processo di consultazione
che cambia sostanzialmente natura poichè approda a un risultato non
prefigurabile in precedenza.
Pur rimanendo nei
margini di manovra che legislazione, buonsenso e situazione economica consentano la libertà ha la necessità di essere effettiva: non paga, anzi diviene controproducente la realizzazione di un
processo partecipativo se la decisione è già stata presa: è basilare che venga
riconosciuto un margine di libertà durante tutto il progetto deliberativo. A
questo fine la prima analisi dei confini e del contesto deve servire anche a
capire se veramente esista lo spazio per una decisione condivisa.
Durante
lo sviluppo del processo deliberativo non tutti i punti di vista necessitano di
essere accolti ma tutti i punti di vista possono essere avanzati, negoziati e motivatamente respinti.
Chi sono gli interlocutori interni del
processo partecipato
Facendola breve potremmo conclamare che nell’applicazione
di un processo partecipato vi sono tre tipologie di attori, che possono però
essere slegati tra loro, ma anche uno e trino: lo sponsor politico, il gruppo di
lavoro, il comitato promotore.
L’avvio del processo,
ideologicamente nasce da una scelta politica che può nascere da un esigenza
amministrativa o da una scelta politica che può arrivare anche dalle forze politiche
che appoggiano l’Amministrazione, nello sviluppo viene adottato dal Sindaco o
dall’Assessore alla Partita, la gestione del processo partecipato è invece in
capo a un gruppo di lavoro, che però si confronta con chi precedentemente
citato e anche col Segretario Comunale, non plus ultra dei Regolamenti e delle
Legislazioni.
Il gruppo di lavoro è quello che, fin dal
suo inizio, segue il processo partecipato e la relativa comunicazione,
lavorando anche alla definizione, di volta in volta, delle azioni precise da
realizzare nelle diverse fasi. E' importante che oltre alla fase dedicata allo sviluppo della
partecipazione fine a se stessa sia ben sviluppata anche una fase comunicativa.
Capita spesso, erroneamente, che la
comunicazione venga coinvolta solamente quando si produce materiale mentre
sarebbe utile il suo coinvolgimento fin dall’inizio del processo per definire
una strategia comune. Il lavoro in parallelo della partecipazione e della
comunicazione, potrebbe anche facilitare una maggiore sensibilizzazione verso
l’interno dell’ente. Il gruppo deve necessariamente aver studiato i temi dei
processi partecipati, conoscere le metodologi ed i risultati raggiunti da altre
esperienze. Gli esempi positivi, infatti, fanno capire il potenziale di certi
strumenti e possono motivare le persone a provare esperienze analoghe nella
propria realtà.
Chi
sono gli interlocutori esterni del processo partecipato
I soggetti a cui ci si rivolge,
soprattutto quando si mira ad un progetto ben delimitato ad un area o ad un tema
specifici, nell’ambito dei processi partecipati devono preesistere ed è opportuno
(fattibilmente) che essi vengano coinvolti nel processo partecipato: non è
possibile inventarsi di sana pianta interlocutori interessati al tema oggetto
del processo partecipato, di conseguenza occorre concentrarsi in modo da non dimenticare, escludere, nessuno dei
possibili interessati. Un processo partecipato come può essere sottoposto a tutta la cittadinanza può anche
svilupparsi come un’azione mirata, rivolta a particolari categorie di interlocutori,
gli stakeholders.
Nello sviluppo di un progetto partecipato
occorre anche non dimenticarsi di alcune fasce emarginate come magari gli abitanti
di quartieri “poveri” o le generazioni future, interessi che sono faticosamente
organizzabili e che spesso non hanno la possibilità di far sentire la propria
voce e che andrebbero considerate in qualsiasi progetto che abbia implicazioni
di carattere ambientale, la stragrande maggioranza dei casi.
Oltre
a quanto possono produrre nel concreto, i processi inclusivi sono in grado di
generare un secondo, importante, effetto: stimolare la nascita di nuove
relazioni tra i partecipanti o rafforzare quelle esistenti. Più queste
relazioni si solidificano più è probabile che nascano in futuro iniziative
cooperative per risolvere i problemi comuni.
(continua)
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mercoledì 26 novembre 2014
Insubria ed Insubri
Quando parlo di un Territorio, di un “nostro” Territorio, lo
penso quale tassello di un Europa che oggi è dei “sogni”, un Europa intesa come
un mosaico di culture, di Popoli; un Europa dei Popoli, dei Territori, dove i
Cittadini rivendicano un Potere vicino che lo Stato-nazione non è in grado di
offrire, sia perché in crisi sia perché non ha convenienza nel farlo.
Sono convinto che poi si possa modificare ma che si debba
partire dallo status di Regione Autonoma come primo step, in nome
dell’Autonomia, della convinzione che avvicinare il Potere ai Cittadini sia un
Processo Democratico. Lo stato ha ormai ceduto potere verso l’alto e tanto esso
che la miseria di questa europa (la e minuscola è voluta) non vogliono cedere verso
il basso. L’indipendentismo e’ una radicalizzazione logica di fronte a questo rifiuto
a cedere parte del potere e sviluppare una politica piú vicina ai cittadini.
Non è auspicabile un Europa di altri, anche se piccoli, stati ma ad un’Europa
dei Popoli e delle Regioni. A mio avviso la nostra Regione in causa deve essere
sostenuta da un concetto geo-culturale ma anche da un fattore legato agli
interessi economici.
Noi, io e molti di voi che leggete, viviamo in un Territorio
identificabile facilmente come Insubria; in un secondo tempo opterei per una
soluzione ancora più ristretta, ma oggi dicevo partirei da questo, da una
Regione Autonoma a Statuto Speciale identificabile in questa cerniera
territoriale che potremmo racchiudere in quei confini montani e pedemontani
compresi più o meno tra l'Adda e il Sesia oppure in forma più ristretta
nell’Unione di quelle che oggi sono le province di Lecco, Sondrio, Varese,
Como, Verbano Cusio Ossola, buttando un ipotetico occhio verso il Canton
Ticino.
Una base geografica questa ben distinta, che si supporta
anche con un quadro economico-produttivo abbastanza comune nel dispiegamento
del Territorio, che si supporta solidamente su basi storiche e su un
particolare veramente importante, che va anche oltre le tradizioni e le culture
(in via generale) comuni su questa cerniera: la Lingua.
Non occorre molta fatica per informarsi sul dialetto
occidentale (o insubre) della lingua
lombarda, parlato in tutta la Regione Insubre come la abbiamo intesa in questo
pensiero allargandosi a quei Territori che dell’Insubria Storica hanno fatto parte nel Ducato di Milano,
quindi parliamo di Milano, di Monza, di Lodi, di Pavia, di Como, di Varese, di
Lecco, di Verbania, di Novara, nel Canton Ticino e in alcune valli del Canton
Grigioni e della Valsesia.
Non saranno certo queste mie righe a tracciare una linea che è già ben
contraddistinta, battuta e ribadita anche meglio nelle forme da molti altri
prima di me; a me però preme oggi spingere affinchè si convinca l’insubre di
esserlo, di essere componente di un Popolo vero, che lo stato centralista nega
ma che esiste e che ha tutto il DIRITTO DI AUTOGOVERNARSI!!!
Molti movimenti politici questo lo hanno ben chiaro, oggi è
ora di rendere consapevoli gli Insubri di esserlo, qualcuno glielo ha fatto
dimenticare, noi abbiamo il dovere di farli rinascere.
Giorgio Bargna
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venerdì 21 novembre 2014
Sulla via dell'Autogoverno
Piangiamo in queste ore morti e danni materiali. Li
piangiamo oggi, li piangevamo ieri ed anche l’altro ieri. Lo chiamano dissesto
idrogeologico.
Sappiamo bene che non si tratta di qualcosa di naturale,
sappiamo bene che si tratta delle conseguenze di scelte umane e non di eventi
naturali.
La pioggia incessante, la mutazione atmosferica sono le
conseguenze di un inquinamento ambientale creato dall’uomo.
Le case e le strade spazzate via o invase dall’acqua sono
conseguenze di scriteriate scelte amministrative.
Ogni anno, ogni mese, ogni giorno, ogni ora la macchina auto
referenziata che esiste, impera nel nostro paese ha bisogno di autoalimentarsi,
ha bisogno di denaro per alimentare la propria voracità.
A questo scopo il fulcro centrale sottrae denaro e
possibilità di scelte alle arterie, agli enti amministrativi di minore
importanza; da anni, non da oggi, le casse comunali devono far fronte a
necessità e bilanci con sempre meno liquido a disposizione, arrangiandosi come
possono a far cassa.
Se l’ultimo trand per la sopravvivenza è la tassazione
locale attuata al massimo regime, per anni le amministrazioni hanno scelto di
far cassa tramite gli oneri di urbanizzazione; da qui la scelta di far
costruire ovunque e comunque case e spazi commerciali. Il prezzo lo paga
economicamente il piccolo imprenditore, lo paga economicamente e con la vita
che abita o frequenta immobili piazzati a raffica dove non dovrebbero o abita
laddove si è costruito senza pensare che aumentando abitazioni ed abitanti
andavano adeguati anche i “servizi”.
Oggi ne paghiamo il prezzo amaro, amaro come il fiele, come
il fiele sgradevole, insopportabile.
Negli ultimi anni si sono affacciate sulla scena alcune
amministrazioni svincolate completamente da questa macchina auto referenziata,
amministrazioni che vorrebbero migliorare il bene comune, diffonderlo, ma non
riescono a centrare l’obbiettivo perché vessate da piani di stabilità e da
tagli economici attuate da parte dello Stato.
Ho descritto (chi mi conosce lo sa) tanti motivi e tante
cause che indicano perchè occorra votarsi verso un “Federalismo reale”, a mio
avviso di stampo municipale. Questo stato di fatto produce morti violente
dovute ai nubifragi e morti forse ancor più pesanti legate alla crisi economica
che questa situazione tecnocratica alimenta.
Occorre, per liberarsi dal pantano, la libertà economica; necessitano
spazio di movimento, scelte locali.
In questo senso si muove l’azione intrapresa partendo da
Cantù di istituire una Regione Autonoma a Statuto Speciale. Un obbiettivo
questo da replicare attraverso altre Province cercando di sfruttare quell’unico
metodo costituzionalmente concesso che porterebbe ad un Federalismo di nuova
generazione, quello che nasce ridisegnando i territori, quello che nasce dal
basso.
Nell’azione specifica canturina si punta alla nascita di una
Regione che comprende le province di Como, Lecco e Sondrio; io auspico nasca al
più presto un azione che cerchi di coinvolgere Varese e Novara che nell’insieme
completerebbero una fascia insubrica, fascia che nel tempo si potrebbe saldare.
Libertà economica, scelte locali dicevamo. Non basta.
Quantomeno lascia ancora spazio al pericolo che nascano mille Roma locali, all’azione
vanno associati anche strumenti di Democrazia Diretta di esempio svizzero che
consentano al cittadino di controllare, partecipare, deliberare.
Questa è l’unica via che può salvare vite umane sottraendo
vittime sacrificali ai drammi ambientali, economici e sociali che l’attuale
sistema continua ad imporci; seguiamo la via dell’Autogoverno, l’unica
possibile e sostenibile.
Giorgio Bargna
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Ubicazione:
Cantù CO, Italia
venerdì 14 novembre 2014
Processo partecipativo e comunicazione
Partiamo
quest’oggi per un viaggio che tocca sicuramente due temi che mi stanno a cuore:
la Partecipazione, la Comunicazione.
Sicuramente amministrare un territorio è diventato
sempre più difficile. Le varianti, i coefficienti, di difficoltà sono molte; possiamo
annoverare tra esse i cambiamento dei bisogni del cittadino, una composizione
sociale in continua fluidità, l’affanno dei tradizionali strumenti di rappresentanza
nel presentarsi credibili. Oggi il cittadino, sempre più attento e competente,
con una certa convinzione pretende di metterci del proprio nelle scelte
collettive.
Cantù, tramite Lavori in Corso, io siamo
da sempre convinti che necessiti coinvolgere i portatori di interesse salvo
rischiare di trovarsi di fronte a situazioni di conflitto, della scelta,
paralisi delle decisioni; partecipazione e inclusione portano le amministrazioni a definire
politiche pubbliche di qualità, si tratta di un percorso che gli enti sempre
più promuovono su vari fronti: riguardo a decisioni sull’organizzazione degli
spazi della città, decisioni sulle priorità che si traducono nei bilanci degli
enti, ma anche PGT partecipati o politiche sociali.
Come a Cantù, in altre situazioni si
sperimenta e si studia sul tema partecipativo e non solo riguardo a regole e
metodi ma anche rispetto all’evoluzione della Democrazia, più precisamente
riguardo il ruolo della democrazia rappresentativa, quello della democrazia
deliberativa e le loro reciproche relazioni.
L’inclusività decisionale, la decisione
partecipata, è insita di rischi e problematiche. Un rischio è certamente legato
al numero degli attori coinvolti, spesso rischiano di essere troppi oppure
pochi, collegato vi è il rischio di una scarsa informazione
atta ad affrontare consapevolmente la decisione che può tradursi in scelte
improvvisate, casuali e poco sagge.
Vi è, e non in
secondo piano, anche il
rischio che il processo partecipato rimanga confinato all’interno dell’ufficio
che lo promuove, senza essere poi così recepito nella location che lo riguarda
rischiando di non incidere in alcun modo sul contesto in cui si dovrebbe calare.
Qui Partecipazione e Comunicazione
dimostrano la loro necessità di essere coppia, sinergia. La comunicazione
incide, determina, organizzativamente parlando, tanto la gestione delle
relazioni interne quanto quelle dirette verso l’esterno. Necessita una buona,
saggia Comunicazione per far conoscere, per coinvolgere, per favorire il
confronto, per informare, per alimentare i dibattiti pubblici.
Non sono ne laureato ne dues ex
machina, per formulare le giuste
procedure, però cercherò di formulare alcune riflessioni su punti importanti del processo e sulla
relazione fra questi e le attività di comunicazione.
1) PRIMA DEL PROCESSO
In questo capitolo proviamo ad analizzare
qualche fattore “pre processo di partecipazione”, azioni che possiamo
considerare rilevanti per la progettazione strategica delle attività di
comunicazione, alcune caratteristiche dei processi partecipativi che possono
essere rilevanti nelle scelte relative alle attività di comunicazione.
Contesti di Partecipazione
Vi
sono, essenzialmente, due diversi approcci alla partecipazione:
1) approccio “top down”: è l’amministrazione a decidere che
utilizzerà questa modalità per essere più vicina ai cittadini e ai loro
bisogni. Qui il politico attiva il processo inclusivo e ne trae delle
conclusioni da mettere al voto, per scelta essenzialmente politica che non
necessariamente risponde a delle esigenze del territorio.
2)
approccio “bottom up”: è quello che parte da un’azione già organizzata sul
territorio o da una conflittualità a cui l’amministrazione debba far fronte; anche
in questo caso necessita comunque la volontà politica dell’ascolto, dell’incusività
della deliberazione condivisa.
Cantù,
ad esempio, ha fornito varie possibilità partecipative regolamentandole in modo
tale che tanto l’Amministrazione che ogni Attore Sociale possano attivarle.
E’
ovvio che i processi partecipativi siano il segnale utilizzato dagli
amministratori per dare il senso del cambiamento e per segnare in modo evidente
la volontà di ascoltare e coinvolgere il cittadino. Si tratta dunque di una
linea di demarcazione netta rispetto alle modalità tradizionali ed un segnale
concreto di dialogo e relazione verso il cittadino.
In
alcuni casi a concorrere alla decisione politica di attivare una modalità
partecipativa è il contesto sociale, il suo lascito, il suo tessuto composto di
associazionismo, pratiche di collaborazione pubblico/privato particolarmente
diffusi e tradizionalmente distintivi di quella comunità e di quel territorio. Quindi si scelta politica, ma figlia, oltre
che del credo, anche delle caratteristiche del proprio contesto territoriale di
riferimento.
Affrontando la parte comunicativa quanto
introdotto (la scelta verso la partecipazione, l’inclusione, l’ascolto di voci
esterne all’amministrazione) andrebbe trasmesso costituendo una precisa scelta
anche per le strategie di comunicazione. Infatti se la decisione del processo
partecipato è una scelta politica allora può diventare un elemento e un
connotato distintivo in termini di identità e quindi di promozione di quella
identità. Una buona comunicazione è atta anche a non alimentare eccessive
speranze ed a recuperare in caso di eventuali flop.
Democrazia deliberativa e democrazia
rappresentativa
Alcuni dei fattori scatenanti nel
conflitto fra democrazia rappresentativa e democrazia deliberativa è il
pensiero, la nicchia più o meno reddituale, di alcuni politici convinti che la
partecipazione di altri attori non istituzionali alle scelte dell’amministrazione
“eroda potere” e leda le loro funzioni di unici “mediatori degli interessi”
ritenendo in aggiunta che “i cittadini difficilmente possano portare contributi
qualificati”. Di fatto la partecipazione, se ben strutturata, non toglie alcun
che alla democrazia rappresentativa, anzi si dimostra di essere una modalità
per acquisire maggiore consapevolezza della complessità che deve essere
governata (diversificazione dei bisogni; realtà sociali che cambiano; questioni
ambientali sempre più rilevanti ecc.). La partecipazione è uno strumento
importante per il politico, per il tecnico ed anche per il Cittadino che viene
responsabilizzato nel proprio ruolo sociale.
Comunicativamente quando la scelta
dell’amministrazione è per il processo partecipato come strumento per giungere
a decisioni migliori, occorre promuovere l’idea della democrazia deliberativa,
contribuendo a definire gli ambiti, i ruoli, le responsabilità e le reciproche
differenze in termini di potenzialità e non di sottrazione.
In
secondo luogo la partecipazione è, per i cittadini, anche un momento di
assunzione di responsabilità: in questo senso, uno dei messaggi di promozione
della partecipazione riguarda la partecipazione come
"responsabilità", di contro all’esercizio della "protesta",
ovvero la promozione e l’educazione a una "cultura di governo”
contrapposta ad una cultura dell'opposizione. Sembra dunque interessante fare
proprio questo concetto in termini di valore dell'esperienza partecipativa e
quindi veicolarla in termini di messaggi e azioni di comunicazione.
(continua)
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martedì 11 novembre 2014
Cantù chiama, a voi rispondere
Non tutti, anzi credo in pochi, sanno che nel pomeriggio dell’8 Novembre 2014 è partito, da Cantù, tramite l’azione della “Coalizione Civica Lavori in Corso” (che già la aveva fatto con altri risultati, allora da minoranza, nel 2008), un processo diretto all’istituzione di una nuova Regione Autonoma a Statuto Speciale. Faremo un po’ di cronaca, elencheremo di critiche e diffidenze, elencheremo i perché, rinnoveremo alcuni inviti.
Nel pomeriggio di sabato il Consiglio Comunale di Cantù ha approvato la nostra proposta di delibera di avvio del procedimento costituzionale per la creazione della nuova regione a statuto speciale composta dalle nostre provincie di Como, Lecco e Sondrio.
Il viaggio è certamente lungo, ma non per questo non va affrontato. I passaggi successivi saranno i seguenti:
1 - approvazione da parte di altri consigli comunali (che insieme rappresentino almeno 1/3 della popolazione interessata);
2 - referendum popolare di approvazione da parte della popolazione delle tre provincie;
3 - parere della Regione;
4 - legge costituzionale conforme alla volontà espressa dai consigli comunali e dalla popolazione.
Sabato Cantù ha fatto la propria parte, dando l'input iniziale. Ora di fatto toccherà agli altri Consigli Comunali (ai quali verrà inviata la nostra bozza di delibera), alla Regione ed al Parlamento. Il referendum potrà essere indetto solo a seguito dell'approvazione della delibera da parte dei numero previsto di Consigli Comunali.
L'esito del referendum è scontato.
Le incognite sono altre:
1) Cosa faranno gli altri Comuni?
2) Cosa dirà la Regione?
3) Cosa farà il Parlamento e cosa faranno i singoli parlamentari?
Ogni livello di potere sarà coinvolto e dovrà esprimersi pro o contro.
Ogni elettore potrà così osservare e giudicare il proprio Sindaco, il proprio Consiglio Comunale, i consiglieri regionali, i parlamentari, insomma tutti sotto esame popolare. Questo è il trionfo della democrazia attraverso una procedura costituzionale di cui nessun altro nel nostro territorio e nella nostra regione ha mai pensato di ricorrere prima d'ora.
Per una volta, in un paese in cui tutto viene fatto "de sfruss", tutto sarà molto chiaro e trasparente. Tutti vedranno chi c'è e chi no. E giudicheranno di conseguenza.
Al voto è risultato contrario il Partito Democratico, ma il Consigliere Spinelli nel 2008 votò a favore, sarebbe interessante capire cosa ha fatto cambiare idea al membro di un partito che ha sempre avuto nel DNA il Federalismo. A favore il mio amico Giorgio Masocco, di Indipendenza Lombarda, che nel 2008 da militante Lega votò contro; onore al merito di aver capito (a mio avviso) le differenze su chi l’autonomia la vuole davvero e chi no. La Lega non ha neppure preso parte alla votazione.
Il deputato leghista (nonché Consigliere Comunale e candidato Sindaco) Nicola Molteni ha dichiarato: “Un percorso lungo e arduo, secolare” ed ha invitato a ritirare la delibera in questione per lavorare insieme verso il processo atto a far diventare la Lombardia Regione a Statuto Speciale. Esso dice, rivolto al Sindaco di Cantù: “Dimentichi che è guidata da Maroni, Sindaco e metta sul tavolo il peso che la nostra città può avere, io sarò al suo fianco”.
Nel 2008 la Lega comunicò più o meno questo concetto: “Con Bossi Ministro delle Riforme non ci servono queste iniziative”. Siamo ancora qui ad aspettare concrete azioni che già ce ne propinano altre.
Quando si tratta della creazione di nuove Regioni il primo passo, precisa la Costituzione, spetta ai Consigli Comunali. Non al Presidente della Repubblica o al Presidente del Consiglio o al Presidente della Regione: ai Consigli Comunali, ossia agli organi istituzionali rappresentativi delle comunità locali.
La Costituzione richiede dunque che il primo passo lo facciano i Comuni, ossia le comunità locali.
Si tratta di un esempio di “Democrazia dal Basso”. Si tratta di un Federalismo che si fonda sul localismo, sull’autonomia, sulla responsabilità e sulla partecipazione popolare; un Federalismo che si fonda sul Municipio e che vuole arrivare lontano. Si tratta di portare avanti dei valori; valori fondati sull’Autonomia, la Responsabilità, sulla Partecipazione, sul Localismo, sulla Sostenibilità. Si tratta di dare a quei movimenti politici che vogliono il “Bene Comune” le risorse economiche necessarie a farlo; senza denaro non esiste la possibilità di governare bene. Non si tratta di mero egoismo, tutt’altro, si tratta di sopravvivenza di fronte ad uno stato che ci vuole prosciugare fino all’ultimo centesimo senza contropartita sociale, economica e democratica.
Dicevamo che Cantù ha fatto la propria parte, ora occorre la facciano altri. Con Claudio Bizzozero proseguiremo l'opera di costruzione di una rete di Comuni che vogliono andare in questa direzione. L’invito è anche a far si che anche in altre Città, in altre Province, in altre Regioni partano iniziative simili: il chiaro messaggio che il cambiamento si vuole.
Giorgio Bargna
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