martedì 26 novembre 2013

Lettera aperta a chi mi amministra ed ai miei concittadini

Inseguo un sogno targato “Lavori in Corso” da circa otto anni. Finalmente da un anno abbiamo il primo “Governo Cittadino” targato LiC . Non è un segreto che io abbia condiviso molte scelte e criticato altre, a volte anche in modo aspro, ma sono pienamente convinto che questa Amministrazione canturina sia la migliore degli ultimi trent’anni. Saranno anche punti di vista personali, ma per me è così.

In questo anno un Sindaco ed un numero ridotto di Assessori si sono spesi seriamente nel tentativo di ridurre al massimo le spese, di ascoltare al massimo i concittadini, di governare al meglio delle proprie capacità il nostro territorio. Considero i due fiori all’occhiello di questa Amministrazione il tanto sospirato varo del PGT e l’istituzione degli Organo di Democrazia Diretta e Partecipata.
A costo praticamente zero, in un anno, grazie al lavoro fatto dagli Uffici Comunali (alias dipendenti pubblici validi e valorizzati) è stato varato un PGT oltretutto innovativo negli obbiettivi. A costo zero e grazie anche a dei gruppi di lavoro formati da volontari sono state varate le modifiche allo Statuto Comunale ed i regolamenti del caso grazie ai quali oggi abbiamo a disposizione Prosindaci, Assemblee di Quartiere e, prossimamente, Referendum rinnovati ed innovativi.

In questi mesi si è discusso in città di molte scelte varate da questa Amministrazione, alcune sono piaciute, altre no, ai nostri concittadini. Avrebbe voluto “Lavori in Corso” (a mio vedere, sia chiaro) fare molto di più, ma non ha potuto, per vari motivi, forse per uno solo.
Cantù è, a mio vedere, una città stupenda. Non certo per il proprio aspetto esteriore, la bellezza è dovuta a quello che Cantù ha concretizzato negli anni, quello che  i cittadini canturini hanno promosso, in termini di lavoro, di civicità, di accoglienza. Prima che questa crisi globale colpisse l’economia e lo sviluppo in genere Cantù si è resa famosa in tutto il mondo anche e soprattutto per il mobile, settore che tra annessi e connessi coinvolgeva praticamente ogni nucleo familiare, tanto da crearsi in città una morfologia architettonica speculare, fine a se stessa, fatta da edifici misto abitativo/produttivo di cui ancora oggi vediamo le tracce. Una città dove si era sviluppato anche un discreto commercio di vicinato, una città che ha assorbito, secondo me, dando buona risposta, nei decenni, due ondate di immigrazione, la prima interna, la seconda esterna traendone sicuramente giovamento non solo in campo economico. Una città dove l’associazionismo si è sviluppato bene, una città che non ha mai negato un aiuto a chi ne necessitava … ritengo questo essere un grande punto di partenza per un futuro incerto.

Esprimo questi pensieri perché oggi siamo davanti ad un quadro diametralmente opposto, gli artigiani ed i piccoli commercianti sono posizioni sostanzialmente estinte, le industrie ed il grosso commercio che li hanno di fatto cancellati stanno implodendo su loro stessi, l’indigenza moltiplica le proprie percentuali di presenza a dismisura, non ci sono più soldi, non c’è più lavoro (e non solo per i giovani) ed a chi amministra tocca dare una risposta anche a questi problemi, una risposta che deve essere innanzitutto, per quanto ci sia possibile fare, immediata, ma anche lungimirante: quanti stanno amministrando la città, ma anche ogni singolo cittadino, dovranno avere la lungimiranza di guardare senza rassegnazione alla nuova Cantù che sta arrivando, una città probabilmente sarà sempre più povera economicamente e privata di un suo simbolo, il lavoro.
Governare in questi tempi bui ha portato anche a scelte impopolari, non condivisibili a prima vista dalla maggioranza dei cittadini.

Parto da qui: dovremo, se vogliamo vivere dignitosamente, proteggere la nostra città dagli attacchi di chi penserà solo a salvaguardare i propri privilegi e di chi ha acquisito potere su di noi attraverso il Trattato di Lisbona e quanto gli è seguito.
Imposte comunali e quanto ne consegue sono uno dei temi principali di queste ore. Governare schiavi dell’impossibilità di spendere e del Patto di Stabilità è il nostro presente, sarà il nostro futuro, probabilmente la nostra “morte”  quindi se la prima necessità è certamente governare bene col poco a disposizione, dobbiamo avere anche la lungimiranza di tentare di sovvertire questo status.

Scrivo da anni (per pochi e probabilmente folli lettori) di buone pratiche locali ed “Autogoverno”. Bene, le buone pratiche locali le stiamo applicando, ma senza l’Autogoverno continuano a lasciarci i buchi sulle strade e le casse comunali vuote.

Approfondiamo un attimo la questione. L’autogoverno poggia sul principio di sussidiarietà, sulla sovranità democratica degli elettori, sulla libertà di associazione tra cittadini e sulla libertà di unione tra istituzioni territoriali, in genere viene esercitato nell’ambito degli Stati decentrati o federali, in applicazione del principio di sussidiarietà. Le leggi costituzionali di uno Stato prevedono spesso l’estensione o la riduzione orizzontale delle competenze di un centro di decisione, oppure il trasferimento verticale delle competenze tra autorità politiche di vario. Dunque, l’autogoverno è un concetto politico che si regge sui principi di sussidiarietà, solidarietà, cooperazione e coordinamento che sono tipici del federalismo (io amo quello municipale), gli organi di vertice vengono formati attraverso la partecipazione della collettività, attribuendo a essa l’esercizio delle funzioni pubbliche in un determinato ambito territoriale, con l’esclusione di quelle relative ai rapporti con l’estero e la difesa il che consente la costruzione dell’unificazione politica dell’umanità, dalla comunità locale alla dimensione mondiale, nella pace e nell’osservanza della legge, attraverso l’esercizio del sovrano democratico del cittadino ai diversi livelli del potere organizzato, il tutto previsto dalla Carta delle autonomie locali del Consiglio d’Europa, che è stata ratificata come legge interna in quasi tutti gli Stati membri dell’OSCE (Organizzazione per la Sicurezza e per la Cooperazione in Europa), tra cui anche l’Italia.

Una via lunga e faticosa da percorrere, ma necessaria. Io presumo, ma spesso sbaglio, sia chiaro ad ogni mente libera ed elastica che ormai si tratta solo di sopravvivenza, che siamo davanti ad una classe politica arroccata, che tende semplicemente a difendere i propri interessi, quelli dei propri parenti, quelli degli amici e, se possibile, quegli interessi che possono creare un bacino di voti di scambio. Una classe politica che ci tartassa coi balzelli e che ci taglia ogni servizio impedendoci di avere a disposizione una sanità sicura, un’istruzione decente, un sostegno sostenibile a disabili e bisognosi, solo per fare alcuni esempi.
Dopo tante parole arriviamo ai punti cruciali di questa lettera aperta.

Cosa posso chiedere alla mia Amministrazione ed ai mie concittadini?
Alla mia Amministrazione chiedo due cose:

1) Ogni decisione che potrebbe risultare impopolare e difficile da capire va messa in discussione con i cittadini, essi debbono rendersi conto di quanto accade!

2) Occorre liberarsi dal giogo della classe dirigente centralista che ci ha sopraffatto. Occorre organizzarsi per creare rete sul territorio, un Comune isolato a se stesso, anche se governato al meglio, muore ucciso da un solo motivo: chi lo amministra alla fine diventa (suo malgrado) un burocrate che pensa al solo bilancio, non un bilancio sereno, un bilancio di sopravvivenza. Discutiamo di come liberaci dal giogo.

Ai miei concittadini chiedo invece questo:

Se l’Amministrazione vi chiederà parere dateglielo, se non ve lo richiederà imponetegli di farlo!
E’ ora anche per il cittadino di smetterla di sputare su ogni governo che ha eletto e di tirare fuori le palle!
Con un certo livore, anche perché mi rendo conto che nulla cambierà mai e sto perdendo la voglia di lottare, di sognare
Giorgio Bargna





Assefuazione

Pensiamo ad esempio ai particolari ignobili legati a quanto viene spacciato per unione europea. La sovranità economica è stata cancellata e gli stati sono debitori di una banca privata che impone scelte politico/economico/sociali; il pretendere il rispetto di queste norme viene affidate ad una forza militare internazionale.
Negli anni addietro tutto ciò era impensabile, oggi se le proteste sociali (legate attualmente  alla fame e non alle idee) non venissero soffocate “in casa” interverrebbe, anche senza bisogno di richiesta ufficiale, una forza militare sovranazionale. Nel giro di pochi decenni (direi quasi anni) si è imposto che pochi producono tutto, pochi decidono della distribuzione delle risorse, del disporre del laddove vadano concentrati redditi, del lavoro gratificante e di quello schiavizzante, dei diritti civili, le loro parvenze, la loro assenza totale.
Questa gente non è che agisca propriamente sola, li accompagna una classe politica adeguatamente rimpinguata nelle proprie casse, che ha acconsentito che governi, parlamenti e partiti diventassero i semplici esecutori di decisioni prese più a monte da agenti inappellabili.
Ormai i parlamenti (parlo di assoggettamento a Lisbona e successivi) ratificano semplicemente normative (diciamo così) europee. Ormai chi dovrebbe tutelare il nostro bene comune ed il nostro futuro punta orgoglioso solo sulla crescita e su un ipotetico bilancio di cassa virtuosa creando, quale effetto collaterale ed inevitabile, un enorme debito pubblico ed una recessione implacabile ed autoalimentante che regala nuovi poveri al pianeta ogni ora.
In funzione di un pensiero politico/economico sono state cancellate conquiste e benessere, inventate gabelle impensabili a chi lo sosteneva bonariamente ed impostata una schiavitù economico/culturale.
Organizzazioni, ufficiali e non, per nulla elette dai cittadini e per nulla obbligate a rispondere delle proprie scelte possono violentare i diritti sociali, sottoporre a diktat i paesi aderenti, rendere povera la cittadinanza.
 Si è vissuta un involuzione inedita nei rapporti tra il popolo ed il potere costituito (non si sa bene da chi), poiché il potere non è più lo stato, ma un entità superiore ed evanescente. Diritto, democrazia, responsabilità sono stati cancellati a colpi di spugna; nessuno, a certi livelli è tracciabile e punibile. In un modo nettamente più silenzioso stanno nascendo totalitarismi digeriti col tempo che scorre lento.
Pochi di noi malgrado le molte esperienze precedenti di totalitarismo pare accorgersi. Ancora si sprecano energie a discutere di un Berlusconi ed un Renzi, delle adozioni ai gay si o no e altri temi depistatori senza accorgersi della trappola mortale tesaci in nome dell’Europa.
A questo punto abbiamo due orizzonti, o un brusco risveglio o una totale abnegazione verso il totalitarismo…io direi svegliamoci.

Giorgio Bargna

Né Marxismo né Capitalismo, sosteniamo il Localismo

Ne scrivo spesso, ma vale la pena di ritornarci sopra anche mille volte.
Quali sono i frutti negativi della modernità?

Essa ci ha portato sicuramente qualche beneficio sia chiaro, ma non morire più per un mal di denti od avere il bagno in casa, essere dotati di un cellulare e di un auto comodissima presenta un conto veramente salatissimo.

Viviamo in questi decenni una sovrappopolazione che rischia di divenire insostenibile (se la terra è nata per ospitare un tot numero di persone mica possiamo decuplicarle).
Viviamo le conseguenze imposte dalla natura ai nostri comportamenti partendo dal riscaldamento globale arrivando alle alluvioni ed alle frane sempre più frequenti.
Viviamo sicuramente una diminuzione delle risorse alimentari naturali e siamo schiavi della crisi energetica.

Viviamo la schiavitù di una globalizzazione finanziaria che cede enormi poteri alle banche.
Sono sintomi questi di una malattia gravissima, fattori di una crisi di sostenibilità sempre più aggressiva irrisolvibili tramite quei metodi “tradizionali” che ci vengono propinati.

Ci sono persone che governano il paese, non aspettiamoci da loro ricette alternative, “fanno politica” nel senso brutto; il senso per il quale le logiche del profitto prevalgono sempre, per cui l’economia ha sempre dettato legge, e la politica senza poter guidare l’economia non conta nulla.

Abbiamo vissuto negli ultimi decenni divisi, pro o contro, sui due regimi in voga quello capitalista e quello comunista. In sostanza due facce della stessa medaglia, due regimi che hanno bisogno di grandi masse di schiavi salariati da sfruttare, dove è indifferente se chi comanda è il padrone o il partito.
Nel nostro paese, tra i partiti “tradizionali”, non ricordo voci veramente tuonanti che orientino verso termini diversi dalle logiche capitaliste, tutti negano la strutturalità della crisi e la necessità di cambiare profondamente il modello economico.                                 
Dobbiamo optare (lo facciano almeno i giovani, noi oltre una certa età faticheremmo, scrivo soprattutto per loro) ad un “nuovo” stile di vita. Singoli cittadini, famiglie, amministrazioni (locali e non) piccole (o meno) cooperative, hanno un futuro avanti a se solo se intraprendono la strada virtuosa della autosufficienza energetica etica ed alimentare. Ho espresso spesso concetti di comunità; ecco occorrono comunità capaci di produrre energia rinnovabile sufficiente ai propri bisogni, produrre cibo per se stessi e non per il “mercato”, di realizzare autonomia idrica e magari di sostenersi su una moneta locale.
Immaginatevi oggi cosa potrebbe significare per una metropoli (ma non solo per essa) una crisi energetica dovuta alla mancanza di petrolio, nel giro di poche ore si esaurirebbero le scorte alimentari e nel breve fiorirebbero il mercato nero e la delinquenza della rapina per sopravvivenza.  Un esempio non lontanissimo, il black out di non ricordo quale city americana, grazie al quale assistemmo a  saccheggi e uccisioni, la democrazia e l’onestà vennero polverizzate da comportamenti da età della pietra.
Ci siamo scordati tutti che la maggior parte delle merci necessarie può essere prodotta in casa o tramite aziende locali dalle dimensioni umane, azione che contrasterebbe e limiterebbe ferocemente la creazione di grossi interessi economici, di monopoli, origine di molti mali. La società della piccola produzione, dell’indipendenza energetica autoprodotta, dell’agricoltura biologica, del rispetto dell’aria e dell’acqua è l’unica società che non avrà paura di nessuna crisi e che avrà un futuro.                                                                                       
I corsi ed i ricorsi storici hanno una valenza, la Roma “globalizzatrice” del S.R.I. ebbe sino a due milioni di abitanti e merci provenienti da tutto il mondo, ma fallì, la città si svuotò scemando a 35mila abitanti ed alle persone non rimase che di spandersi per le campagne a fare i contadini.

Giorgio Bargna

Svincolarsi

Mi permetto ancora una volta di prendere spunto dai pensieri di colui che considero un mio “guru” in senso politico, Alain de Benoist.
Oggi è noto a tutti coloro che sono “svegli di comprendonio” che imperi la società della crescita, in sostanza un’antisocietà, una via senza ritorno, un omicidio perpetrato ai danni di molti da parte di pochi.
Ogni politico, ogni governante, da qualsiasi estrazione politica “tradizionale” provenga, non vede altre soluzione ai suoi  problemi che quella di un “ritorno alla crescita”… nel frattempo però ci stanno massacrando di rigore e austerità, togliendoci, di conseguenza, potere di acquisto, ma soprattutto di sopravvivenza, come un cane che si morde la coda … sebbene un continente intero stia pagando in termini di recessione, impavidi, i “nostri” inseguono imperterriti la crescita,  malgrado che si viva su un pianeta che, di logica conseguenza, ha uno spazio finito, dove le riserve naturali si fanno sempre più rare … certo recedere non si può in un botto solo, ma da un qualche latidutine bisognerà  pur certo cominciare.
Del resto la difficoltà di una rivoluzione operante dipende da ciò che de Benoist descrive così:
«Proibendo alle proprie banche centrali di farsi prestare capitali ad un tasso d’interesse nullo, come accadeva di norma in passato, gli Stati si sono posti  nell’obbligo di chiedere prestiti alle banche ed ai mercati finanziari a dei tassi variabili, arbitrariamente fissati da questi ultimi. Questo si è tradotto in un innalzamento del  debito pubblico che oggi è divenuto insopportabile. Non arrivando a riassorbire i loro deficit strutturali, gli Stati non possono affrontare il problema del debito, se non indebitandosi sempre più. Di fatto, in tal modo si è creata una situazione simile a quella dell’usura».
Aggiungendo un argomento scottante al dominio della finanza sulla politica e sulla buona amministrazione non posso che condividere il pensiero del filosofo francese, anche perché è quanto affermo, sui miei spazi, da anni: tanto la destra quanto la sinistra approfittano e sponsorizzano l’immigrazione incontrollata. Leggiamo la chiara disamina di de Benoist:
«Fin dalle sue origini, il capitalismo ha rivelato una profonda affinità col nomadismo internazionale. Già Adam Smith  diceva che la vera patria del commerciante è quella dove può realizzare il massimo profitto. Prendere posizione a favore del principio del “lasciar fare, lasciar passare”, cioè della libera circolazione di uomini e merci, così come ha sempre fatto il capitalismo liberale, significa mantenere le frontiere per gli inesistenti. Dal punto di vista della Forma-Capitale, la Terra non è che un immenso mercato che la logica del profitto ha la vocazione di scoprire integralmente, impegnandosi in una perpetua fuga in avanti. Il capitalismo, come aveva ben visto Marx, riguarda tutto ciò che ostacola questa fuga in avanti in quanto ostacolo da far sparire. In questa prospettiva, il ricorso all’immigrazione appare come un mezzo per mantenere bassi i salari e le conquiste sociali dei lavoratori autoctoni. È in questo senso che l’immigrazione costituisce “un’armata di riserva del capitale” bella e buona. Il paradosso è che molti avversari del capitalismo vorrebbero vedere continuare l’immigrazione, perché s’immaginano di trovare nella massa degli immigrati una sorta di “proletariato di ricambio”. E’ una delle varie incongruenze»
Per il momento, nessuno sa veramente come arrivarci, ma questo sistema affonderà, non abbattuto dai suoi avversari, quanto piuttosto sotto l’effetto delle proprie contraddizioni interne.
Oggi, del resto, le sovranità popolari si trovano soverchiate e il potere decisionale è passato nelle mani dei tecnocrati e dei banchieri.
Per un vero cambiamento oggi bisogna, però, operare anche su una rivoluzione interiore dell’essere umano perché capitalismo e consumismo sfrenato non sono solo prerogative della finanza, ma anche dell’uomo, si tratta infatti di rompere non solo col produttivismo, ma anche con l’utilitarismo, lo spirito calcolatore, con l’idea che tutti i valori possono e devono essere ridotti al solo valore di scambio. In altre parole, si tratta di uscire da un mondo dove niente ha più valore, ma dove tutto ha un prezzo.
Sostengo da anni anche ciò che Alain de Benoist descrive chiaramente in questo pensiero:
“L’azione locale, che sia di ordine politico (gioco della democrazia diretta, per rimediare alla mancanza di legame sociale) o economico (rilocalizzazione della produzione e del consumo) può aiutare le comunità viventi a riconquistare la loro autonomia, cioè a dotarsi dei mezzi che permettano loro, conformemente al principio di sussidiarierà (o di competenze sufficienti) di rispondere da sole ai problemi che le riguardano”.

Giorgio Bargna

Riconversione localista

Chi amministra un ente locale spesso si ritrova in difficoltà quando cercando di adempiere ad un proprio compito cerca soluzioni di rilancio economico e produttivo. La cosa vista con  superficialità appare spesso arida di soluzioni, ma esistono visioni più profonde e coraggiose.
Possiamo pesare la ricchezza della comunita', se la vogliamo intendere veramente per tale, anche tramite la capacità di autoprodurre quanto poi viene acquistato ed usufruito sul territorio, sia come servizi, che come consumo generico.
Possiamo su questo tema aiutare sia chi produce che chi consuma; ad esempio l’acquisto consociativo di cibo e beni essenziali si traduce in risparmio.
La  creazione di una rete di produzione locale efficiente e che porti realmente ad un servizio valido, ad un abbattimento dei costi ed una certa sostenibilità consente di proporre di investimenti localmente.
Cittadini ed imprese spesso e volentieri investono i propri risparmi o gli utili in titoli di stato o in svariati fondi di investimento; occorre invece dirottarli verso un investimento locale, economicamente anche più sicuro e controllabile.

Aldilà dell’investimento su un edilizia cooperativa e solidale i nostri amministratori possono puntare anche verso lo sviluppo di una rete di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili che renda autosufficiente il territorio.
Potrebbero (in parte, in realtà, in alcuni casi, si fa già) investire e far investire aziende e consumatori indicando la via di un perfezionamento energetico degli edifici tramite azioni quali l’ isolamento dei tetti, tripli vetri, muri
coibentati.

Non va sottovalutato neppure l’aspetto monetario locale. Se ben intesa e sviluppata la moneta locale crea un meccanismo di doppio prezzo, spendendo denaro locale (che viene così reinserito in circolo) hai uno sconto sulle merci. Se ben intesa la moneta locale significa anche ciò che molti definiscono  “banche del tempo” (per me si tratta essenzialmente di baratto). Questo meccanismo crea economia e moneta virtuale, col tuo lavoro prestato acquisti un servizio, un interscambio di servizi ben veicolato consente di maturare il servizio acquisito  tramite una terza persona, che poi si rivolgerà ad una quarta e via proseguendo … in tempi di vacche magre non è male, e forse un tempo funzionava così automaticamente.

In questi momenti di crisi economica il nostro amministratore deve avere la lungimiranza di intervenire su quello che gli è concesso. Se magari non può permettersi di modificare un economia globale in toto, cerca di viverne ai margini e creare contromosse.

Giorgio Bargna

Mai più vittime del sistema

Molto spesso mi capita di sentire parlare amici, conoscenti o perfetti sconosciuti di politica, economia o altri argomenti riguardanti la vita comune o sociale che dir si voglia.
Per la maggiore vanno frasi del tipo:“il sistema decide le nostre sorti e noi non possiamo farci niente”,  “siamo vittime del sistema”, “tanto fanno sempre quello che vogliono”.
Ad ascoltare queste voci sembra quasi che il famoso “sistema” sia qualcosa di inalterabile dall’intervento dei più, un “oggetto misterioso” impalpabile, non tangibile e irraggiungibile ad un “comune mortale”.
Sfugge evidentemente un piccolo particolare, il “sistema” vive di noi, noi gli forniamo ciò che gli serve per sopravvivere, anzi, quel senso di rassegnazione, che per qualche motivo vive in noi, fa si che evitiamo accuratamente che esso collassi.
Il “sistema” è un po’ come la natura, composto da migliaia di elementi, ognuno recita il proprio ruolo, ognuno agisce e la conseguenza delle azioni muta o lascia stabile il corso della natura. La vita quotidiana, le azioni, le scelte di cibo, indumenti, media, mezzi di trasporto, già ci consentono di essere parte integrante e propellente dell’ingranaggio; non siamo succubi del “sistema”, siamo il sistema, noi, consapevolmente o inconsapevolmente che sia, lo veicoliamo.
Ma non dobbiamo pensare che possiamo incidere sull’andamento del “sistema” solo come ingranaggi del motore, noi siamo anche in grado di stabilire, concordare, consigliare la rotta.
Noi non dobbiamo pensare che pochi eletti, che gestiscono la comunicazione e veicolano i pensieri, che producono e distribuiscono il denaro, che spingono ad omologarci e a rinchiuderci nella nostra casa, unico luogo che ci fanno credere sicuro, siano gli unici a poter veicolare il “mezzo”.
Oggi più che mai con l’avvento delle tecnologie, della rete siamo tutti ancor più competenti che in passato, in grado di fornire le nostre esperienze ad altri, vicini a noi o che vivono a centinaia di Km, e viceversa, uno sciame non uniforme che conosce sempre meglio il problema, che diffonde la propria conoscenza e riesce a studiare le soluzioni. L’avere padronanza in varie competenze, la conoscenza di mille e mille cose, ci concede la possibilità di muoverci da esseri autonomi, di conseguenza, liberi, in grado di ponderare delle scelte sapendone le possibili conseguenze.
Forti del nostro essere non dobbiamo avere paura di scendere in campo anche nella pubblica amministrazione e nella politica, possiamo scegliere tra partire “dal basso” tramite liste civiche o colonizzare le sezioni di partiti…non ha importanza questo, l’importante è proporsi e partecipare, proporre e decidere, perché, da uomini liberi ed autonomi, del sistema noi siamo la guida ed il motore, non le vittime.
Giorgio Bargna




giovedì 12 settembre 2013

Proctologia terapeutica

Non dico novità sul mio fronte di pensiero, siamo caduti dalla padella alla brace, per quello che riguarda l’attualità (ma conferma la storia) Letta è la continuazione di Monti, i soci che li accompagnano cambiano faccia, ma hanno le stesse prerogative, le quali non hanno certo a cuore il nostro bene.

L’ultimo usa una vaselina più dolce e delicata ma le finalità ed i principi guida non sono mutati: l’Italia ha da essere solo una traccia su delle cartine geografiche, priva di peso internazionale e di forza decisionale, a disposizione delle potenze occidentali e dei loro disegni mondiali.

I partiti che lo sostengono sono gli stessi, ogni giorno più allo sbando, privi di idee, ma certi di voler sopravvivere tanto da decretare la nascita e la sopravvivenza degli ultimi due (ma anche più) esecutivi, beffandosi della fantomatica democrazia, del voto degli elettori e della tanto declamata sacralità costituzionale.

Dopo il vuoto di anni spesi a sostenere l’ipotesi pro e contro Berlusconi i nostri stanno cercando il collante in un fantomatico equilibrio centrista, sbattendosene altamente gli attributi di aver portato il Paese oltre l’orlo dell’abisso.

Abbiamo vissuto due decenni di pseudo politica colmi di moralismo, oltranzismo etico, servilismo alla ragione europea e atlantica, spettacolarizzazione televisiva, assenza totale di contenuti programmatici e di visione globale; tutte nefandezze che solo i ciechi volontari possono non vedere.

Non è certo da oggi che sostengo che destra e sinistra sono due sfaccettature della stessa presa per il culo, che danno una sola certezza: il culo è il nostro!!!

Proseguono nei loro intenti senza celarsi nemmeno poi tanto, rinnovando compagini comunitarie al servizio del Paese, che si impegnano a completare il servizio ai nostri danni.

Le azioni proctologiche si basano sulla svendita delle proprietà pubbliche che passano, necessariamente, da un’ulteriore debilitazione della sovranità nazionale e dalla dismissione della sua dignità deliberativa.

Citando Gianni Petrosillo “Diluendo le decisioni, smontando pezzo per pezzo le strutture industriali della nazione, delegando all’esterno i propri doveri e abusando dei loro diritti, annunciando salassi economici per legittimare più modeste ma ripetute ferite allo Stato sociale, in maniera da garantirsi un dissanguamento lento e costante, sperano di guadagnare tempo per la propria sopravvivenza e ugualmente raggiungere quei risultati devastanti che sono stati imposti dai loro padroni internazionali. Per dimostrarvi che questa tattica di terrorismo psicologico sulla popolazione è sempre in atto riporto una notizia fresca fresca. Vogliono ancora impoverirci mettendo mano alle pensioni. Quest’ennesimo annuncio sconvolgente, dopo aver concretizzato una delle riforme più severe d’Europa sulla previdenza sociale, serve a spaventare il volgo, a dissimulare una fucilata al petto per rendere più accettabile un’altra gambizzazione. Naturalmente, stanno cercando di giustificare l’operazione ricorrendo ai sempiterni stratagemmi che fanno andare in brodo di giuggiole gli azionisti dell’equità sociale e i missionari del livellamento censuale. In pratica, propongono di alzare le pensioni minime a 750 euro creando un fondo comune per l’equità previdenziale alimentato da chi percepisce pensioni elevate MA ANCHE DAI CONTRIBUTI VERSATI DAI LAVORATORI. E’ palesemente una trappola per succhiarci altra linfa. Se ne sta occupando il pluripensionato aureo Giuliano Amato, un impunito della Prima Repubblica che dopo averci regalato l’euro vorrebbe costringerci alla neuro”.

Ci raccontano spesso che si vede la luce in fondo al tunnel, loro non hanno alternative o recitano la commedia fino in fondo oppure rischiano di finire davanti ai plotoni di esecuzione, il popolo bue continua ad ascoltarli, castrandosi volontariamente.  

Cito ancora Petrosillo, perché non trovo parole migliori delle sue “Non ci sarà però sempre uno spread a salvarli e man mano che la situazione si farà più grave la loro fantasia apparirà per quel che realmente è: un raggiro ai danni della comunità. Al pari, se sperano di coprire quattro lustri di malgoverno, equamente suddivisi tra cdx e csx (almeno nelle volte che si sono avvicendati al potere), riproponendo un intruglio di moderatismo, solidarismo interclassista e interraziale, senso di responsabilità, dottorismo bocconiano, supremazia diritto civilistica ed altre amenità del genere, a fronte di una disperazione e depauperazione collettiva inarrestabile, il palcoscenico sotto i loro piedi finirà per incendiarsi svelando gli sporchi giochetti dietro le quinte. Speriamo che accada presto ma non dobbiamo illuderci. Senza una scintilla sapientemente alimentata proseguiranno le docce fredde. O ci armiamo di volontà politica critica e implacabile contro i traditori antinazionali o ci attrezziamo per il peggio che non potremo comunque evitare. Il disastro incombe ed il tempo stringe”.

Sveglia ragazzi rincoglioniti o assuefatti, il tempo non solo stringe, soffoca!!

Giorgio Bargna

giovedì 5 settembre 2013

Rimetto il futuro nelle vostre mani

Sono anni che predico, ma ho limiti di un uomo della “seconda età”, quella dove ancora ci provi, ma non hai più la forza, l’entusiasmo, la voglia che ti consentono il “miracolo”.

Per fortuna dietro di me ci sono milioni di giovani, loro hanno ancora tutti i requisiti per farcela.

Non voglio insegnare nulla a loro, i giovani devono ascoltare i vecchi, capire dove sbagliano e non imitarli in quello, semmai innovare quel poco (o tanto) di giusto che gli trasmettono in tradizioni e pensieri comuni che datano secoli.

Il futuro (ma anche il presente) si dirige, in un certo senso, si domina, padroneggia. Non si subisce il futuro, si scrive.

A volte i ragazzi escono con certe affermazioni che mi spaventano; partecipare, costruire, sono le basi di una partenza non risibile, riappropriarsi del futuro come atto primario di volontà concede la possibilità di liberarsi delle stanchezze, le frustrazioni, i tabù che pesano sui giovani d’oggi.

Partecipare  (ma questo vale anche per i “vecchietti” come me) significa sentirsi parte di un destino; cito Arthur Moeller van den Bruck : “La democrazia va vista quale partecipazione di un popolo al proprio destino”.

Cito anche Simone Weil, la quale affermava che radicamento e partecipazione potranno andare di pari passo, espressione di una domanda complessa ed insieme naturale, in quanto“imposta dal luogo, dalla nascita, dalla professione, dall’ambiente”.

Riusciamo ad “isolare” il nemico?

Dobbiamo, vogliamo, costruire, ma cosa?

Davanti alla crisi epocale che viviamo le vecchie ricette non solo sono stantie, non hanno assolutamente più fondamento.

Dando per scontato che non possiamo concedere al capitalismo globalizzato e alla finanza senza patria lo spazio del “libero mercato” senza regole, né controlli, dobbiamo coniugare concretamente globale e locale.

Le difficoltà, gli impegni stanno nel come costruire concretamente la partecipazione, nel capire se c’è lo spazio concreto per farlo, se il comunitarismo ha veramente un fondamento concreto, nell’individuare gli strumenti partecipativi più idonei, cercando tra i media più moderni ed i sistemi di comunicazione ed interscambio più arcaici.

Che funzione dobbiamo consegnare all’associazionismo, alla sussidiarietà, ai partiti  nella costruzione di un nuovo sistema?

Chi sarà in grado di dare queste risposte e “mobilitare” il mondo si dimostrerà la classe politica (e consentitemi, civica) all’altezza delle sfide odierne e sicuramente sarà formata da giovani.

Sono certo, un giorno, di abbracciare un gruppo di giovani, ringraziandoli.

Giorgio Bargna

sabato 13 aprile 2013

Patto di stabilità spiegato ad un bambino


Nelle scorse ore durante una discussione via facebook  un interlocutrice mi chiede  una spiegazione su cosa sia il “Patto di Stabiltà. Non sono certo un tecnico, ma più o meno  ne sento parlare spesso nelle riunioni della mia lista civica e ne ho una certa proporzione in mente, però i veri dettagli tecnici non li conoscevo proprio tutti, quindi ho chiesto a quella che considero una cara amica di spiegarmelo come lo spiegherebbe ad un bambino di quattro anni, citazione presa dal film “Philadelphia” di cui consiglio la visione a tutti.
Ecco qua il tutto, spero serva a chi non segue la politica e a chi non la segue con leziosità nel capire perché a volte gli amministratori dei comuni sembrano avere braccine corte o incapacita’. Spero serva a capire che l’amministrazione di un ente locale, anche da parte di chi non si riconosce in una tessera nazionale, a volte proprio non può.


Il patto di stabilità spiegato ai bambini

In soldoni gli enti locali devono provvedere unitamente allo stato a sanare il deficit pubblico al fine di rispettare gli accordi europei di Maastricht .

Lo stato annualmente fissa degli obiettivi agli enti locali.
Gli enti locali nella gestione di entrate e uscite devono ottenere un risultato positivo (“utile”): A – B = + X.

Tale calcolo tiene conto solo di alcuni voci del bilancio dell’ente:

A corrisponde ad alcune entrate dell’ente (accertamenti titolo primo, secondo e terzo dell’entrata – tributi, contributi stato/regione/ecc, proventi da servizi [mensa, asili, ecc] + riscossione del titolo IV dell’entrata – oneri di urbanizzazione, monetizzazioni, cessioni di aree…)

B corrisponde ad alcune spese dell’ente (impegnato titolo primo della spesa – spese correnti [stipendi, interessi passivi, utenze, neve, servizi come ad es asili, assistenza anziani, manutenzione scuole, ecc] + pagato del titolo secondo della spesa [opere pubbliche – asfalti, acquisto beni durevoli, ecc ]

Il saldo tra queste due voci deve dare il + X stabilito dalla norma

Nel caso di Cantù per il 2012 era il famoso 3 milioni di €

Se il saldo dà un risultato negativo rispetto a + X (esempio: risultato da ottenere + 100, risultato ottenuto + 99 ) il patto NON è rispettato ed il comune deve fare fronte alle sanzioni previste dalla norma.

Sanzioni principali:
restituzione della differenza non realizzata rispetto all’obiettivo fissato ( 1 se l’obiettivo era 100 e si è raggiunto 99);
limitazione della spesa corrente;
riduzione indennità di carica degli amministratori;
impossibilità di contrarre alcun tipo di finanziamento;
blocco delle assunzioni di personale a qualsiasi titolo.

giovedì 13 dicembre 2012

Nuovi semi

Sono decenni che ci viene raccontata la favoletta della crescita economica, oggi, se abbiamo gli occhi ben funzionanti, tutti ne possiamo ammirare la polverizzazione. La politica, ops, i partiti (che dicono di volerla rappresentare) sono i galoppini di grande commercio, finanza ed industrie di ogni settore, dall’autotrasporto alle armi, ognuna col proprio tornaconto sia economico che di potere.

Il “sistema” ormai è imploso su se stesso e va sostituito, non aspettiamoci le risoluzioni dai sopraccitati, uno per logica, due perché chi ha causato un male così grosso non potrà mai essere chi ne possa trovare la cura, va estirpato il male partendo dalla radice e nuovi semi vanno impiantati.

Del pollice verde occorrente per questo innesto ne  potrà godere solamente una “fratellanza sociale” composta da movimenti non lottizzati, da cittadini partecipi, associazioni territoriali e da piccoli imprenditori già attivi o prossimi alla nascita.

La ricetta? Sostenibilità e quanto Maurizio Pallante definisce “decrescita selettiva” della produzione.

Ne ho scritto più (e più) volte, produzione, commercio, consumo ed occupazione debbono essere di natura prettamente locale, territoriale, possibilmente partecipativa.

Già da anni con lo scoppio della bolla immobiliare praticamente ogni articolo non alimentare si è ritrovato in crisi.

Se vogliamo risollevarci un ruolo fondamentale l’edilizia dovrà ancora averlo, si tratterà però più di urbanizzazione selvaggia ma di una riconversione energetica. La ristrutturazione dell’esistente, portato ad una classificazione energetica di massimo livello, esprime un’economia virtuosa che salvaguarda il lavoro (qualificandolo, peraltro) ed i fatturati, aggiungendovi anche svariati vantaggi ecologici, già il solo abbattimento delle spese di riscaldamento ripagherebbe, intelligentemente, la spesa affrontata. interamente finanziati dal risparmio stesso”.

All’inizio accennavo all’industria dei mezzi stradali, ormai tutti ne possediamo uno  e ci stiamo soffocando coi gas di scarico, meglio riconvertire parte di questa industria verso nuove forme di approvvigionamento elettrico e spostare il meno  possibile cose e persone. Bisogna boicottare tramite i piccoli gesti della nostra vita la grande distribuzione, che è costosissima, e puntare su prodotti più o meno di natura biologica, ma locali …. meno traffico ed inquinamento e maggiore tutela del territorio.

Oggi, ormai, il cane a forza di mordersi la coda è arrivato al sedere. La concorrenza ha spinto le aziende a produrre sempre più velocemente, le tecnologie moderne dalle grandi performance hanno ridotto di molto la forza lavoro umana, la delocalizzazione della produzione ha creato disoccupazione … la conseguenza: meno redditi, meno domanda, consumi in crisi ed un debito che di logica dilaga, oltretutto senza una sovranità monetaria nazionale con tutte le conseguenze che stiamo pagando.

Scrive Matteo Pucciarelli  su Micromega: “C’è stato un anno, il 2012, che ci ha spiegato diverse cose. E ci ha detto che (…)c’è stato un governo sostenuto da centrosinistra e centrodestra che in un perfetto clima civile e sobrio ha fatto fuori l’articolo 18, ha varato l’ennesima riforma delle pensioni lasciando senza lavoro e senza pensione decine di migliaia di persone, ha tolto solo a chi ha sempre pagato, non ha fatto nulla per i giovani, non ha toccato i grandi patrimoni e i privilegi della Chiesa, ha tagliato il pubblico e non ha tagliato le spese militari. Un governo col bon ton, ma neo-liberista e classista, che ha inserito l’obbligo del pareggio di bilancio in Costituzione. Tradotto, altri tagli indiscriminati. E dove, se non nel pubblico?”

Nel frattempo il debito pubblico si è ampliato, la disoccupazione si è ingrandita, il Pil si è inabissato, l’inflazione è aumentata, i salari sono scesi, i contratti di lavoro sono capestri. In questa logica non si deve più scegliere tra rosso o nero, entrambi sono vessatori,  al servizio dei poteri forti: fingono di dividersi su come ridistribuire la ricchezza, ma in realtà, come scrive Maurizio Pallante:  “è ormai sostanziale la convergenza, da destra a sinistra, sulla scelta di scaricare sulle classi popolari e sul ceto medio i costi del rientro dal debito pubblico e di rilanciare la crescita attraverso la mercificazione dei beni comuni e un programma di grandi opere”.

Come scrivevo qualche riga più su  occorre la nascita di una “fratellanza sociale”composta da movimenti non lottizzati, da cittadini partecipi, associazioni territoriali e da piccoli imprenditori … le piccole aziende e gli artigiani rappresentano la grande massa della forza produttiva italiana, un valore già grande di per se, ma inquinato dalle logiche della iperproduzione e del consumo premeditato, che può divenire valore inestimabile se si crea una rete territoriale di scambi commerciali ravvicinati, a contatto diretto con gli acquirenti.

Occorre convincersi che i partiti e le altre associazioni “castizzate” sono fenomeni da cancellare ed attivarsi, dal basso, ad assalire una crisi che come scrive Pallante “non è solo economica e ambientale, ma una vera e propria crisi di civiltà”.

Giorgio Bargna