mercoledì 6 agosto 2008

Formule di Democrazia Partecipata: Town Meeting

Continuianamo la disquisizione sui metodi della Democrazia Partecipata, parlando oggi dei Town Meeting, una particolare forma di Governo Locale, praticata in scioltezza e regolarità, nel nord est degli USA; nella regione chiamata New England (Vermont, Connecticut, Maine, Rhode Island e Massachussets), la prima zona degli USA colonizzata dagli inglesi. I Town Meeting hanno una storia che ha più di 300 anni, attualmente trovano attuazione nelle città più piccole di 6000 abitanti, questo non preclude però alle città più grandi, in ogni momento, di passare a una forma rappresentativa di Town Meeting. Queste assemblee cittadine si tengono, in genere, una volta all'anno, tradizionalmente il primo martedì di marzo, tendenzialmente, iniziano al mattino e terminano nel primo pomeriggio . Ogni città regolarizza queste Assemblee Partecipative a propria discrezione, di conseguenza, nei procedimenti dei Town Meeting, si sono evolute varie forme diverse. La forma di Town Meeting più diffusa, quella aperta alla partecipazione e al voto dei cittadini, è l'Open Town Meeting, che sembra sia attivo in almeno 1000 cittadine; in questa formula partecipativa, possono partecipare tutti i cittadini aventi diritto di voto, le decisioni prese hanno valore vincolante per gli amministratori. Vengono discussi tutti i temi che riguardano l'amministrazione della città, partendo dall'acquisto di suppelletili, all'intero bilancio cittadino; decidendo quanto assegnare all'istruzione, alle strade, alla sanità. Un Town Meeting è preceduto da un avviso, esposto, nei luoghi pubblici, almeno 1 mese prima e che indica il luogo e l'orario dell' incontro con elencati tutti i temi che verranno dibattuti. L'affluenza varia molto, a seconda della grandezza della città, la media è del 20,5 % ( la partecipazione alle votazioni locali, nel resto degli USA, quando vengono svolte da sole, non accompagnate alle votazioni presidenziali o statali, a volte arrivano a percentuali anche sotto al 10% ), ma in quelle più piccole si arriva a partecipazioni dell'80%. Si sceglie all'inizio dell' incontro il moderatore dell' assemblea , ma generalmente, anche se non è regola, è quello dell' anno precedente. Durante il Town Meeting vengono anche eletti i selectmen, ossia gli amministratori che dovranno attuare le scelte prese nella giornata. L' assemblea si svolge in maniera ordinata, seguendo regole prestabilite e codici di condotta decisi assieme, si susseguono interventi dei cittadini che durano mediamente un minuto, anche se non c'è nessun limite temporale previsto; la durata viene regolata semplicemente dall'abitudine e dalla consuetudine ad essere concisi. Il moderatore legge i punti all' ordine del giorno e le, conseguenti, proposte suggerite dagli amministratori in carica. Poi chiede il parere dei presenti, se nessuno alza la mano, il punto è considerato approvato. Chi interviene, di solito, lo fa per chiedere delucidazioni o per proporre un emendamento; in questo caso chi fa l'emendamento deve essere sostenuto dall'appoggio di altri cittadini (il numero varia da città a città). Se l'emendamento viene sostenuto, il moderatore fa iniziare una discussione a cui tutti possono partecipare. Il voto avviene, spesso, tramite voce, il moderatore chiede a chi è d' accordo di dire sì, a che non è d' accordo di dire no. Ad esito chiaro e senza dubbi, si procede con il successivo punto, altrimenti si vota per alzata per mano, senza una vera conta. Se la situazione ancora non è chiara, si passa al ballottaggio, con voto segreto scritto su un foglietto, e consegnato in una scatola sul tavolo del moderatore, il quale, subito dopo effettua il conteggio. I town meeting hanno una storia notevole, questo ha consentito lo sviluppo di procedure che li hanno resi veloci e produttivi.
continua

martedì 5 agosto 2008

Formule di Democrazia Partecipata: I metodi

La formula partecipiva più nota, la quale ha dato spunto per nuove esperienze, sicuramente è la trasformazione politica sperimentata a Porto Alegre (Orçamento Partecipativo, in italiano “bilancio partecipativo”), la quale porta in sé germi potenzialmente rivoluzionari: la rinuncia della classe politica a vaste fette dei privilegi insiti nel suo potere decisionale, l'attenzione ai più deboli e alle minoranze economiche, etniche, sessuali e culturali, lo stimolo a far sviluppare ai cittadini una forte coscienza critica verso l'operato dei propri eletti.
Vediamo però un poco il contesto europeo.
Sul piano europeo il più grande esperimento di democrazia partecipata è sicuramente la CNDP francese (Commision Cationale du Débat Public). La CNDP è un organismo indipendente a base nazionale che “anima” i dibattiti pubblici su temi riguardanti soprattutto grandi questioni d’amministrazione o di opere pubbliche. La CNDP è costituita da una serie di CPDP (Commision Particulières du Débat Public) che vengono create appositamente per ogni dossier aperto. La CNDP deve decidere entro due mesi dal termine delle varie istanze partecipative che possono differire tra loro a seconda dei casi.
La CNDP ha a propria disposizione varie opzioni: Può organizzare di propria iniziativa un dibattito pubblico affidando l’organizzazione a una CPDP creata all' uopo, affidare l’organizzazione del dibattito pubblico al diretto interessato oppure indirizzare il diretto interessato sule modalità di discussione all’interno del dibattito pubblico.
Nei primi due casi chi ha gestito il dibattito pubblico ha due mesi di tempo per stabilire le
questioni del dibattito e le modalità organizzative. Il dibattito si sviluppa in quattro mesi,
che possono essere portati a sei dalla CNDP in casi eccezionali, alla fine del dibattito gli
organizzatori redigono un report che viene usato come linea guida per una decisione
finale. In Europa troviamo anche significative le esperienze delle cosidette “giurie di cittadini”, su queste però tratteremo più avanti.
Diamo anche uno sguardo al contesto italiano
Il primo comune italiano a dotarsi di uno statuto che vincola la giunta all’approvazione di
un bilancio partecipativo è stato il municipio Pieve Emmanuele, situato in provincia di
Milano, con 17.000 abitanti. La struttura che è stata data alla redazione del bilancio si
articola in tre fasi, la stessa struttura che a grandi linee è stata adottata in molti altri
bilanci partecipati, Novellara, Modena, Piacenza, Pescara, San Benedetto del Tronto, Udine
ecc. Troviamo una prima fase di ascolto della cittadinanza, attraverso raccolta delle proposte dei cittadini o l’emersione dei bisogni, questo a seconda delle varie realtà viene effetuato con modalità differenti: si passa dalle assemblee propositive alla compilazione di apposite schede. Una seconda fase consiste nel vaglio delle proposte, attraverso tavoli di attuabilità con la cittadinanza o direttamente dagli uffici comunali interessati La terza fase genera il voto diretto dei cittadini sulle singole proposte, le proposte che ottengono più voti vengono attuate e inserite nel bilancio cittadino. Purtroppo ad oggi, anche per limiti di legge, non tutti i fondi presenti nel bilancio vengono discussi attraverso forme partecipative, la maggior parte di questi soldi viene destinata alla realizzazione di spazi pubblici come parchi, giardini e campi sportivi.
Non plus ultra, a mio giudizio, è invece l’esperienza del comune di Grottammare (AP) dove la partecipazione dei cittadini alle scelte della pubblica amministrazione è in atto da quasi
vent’anni, dove parlare di partecipazione in un ottica di puro bilancio economico è quanto
meno riduttivo. Grottammare sviluppa la partecipazione grazie a due organi appositamente creati le assemblee e i comitati di quartiere. Le prime vengono riunite periodicamente prima della redazione del Bilancio e hanno lo scopo di arrivare ad una approvazione condivisa di
questo documento contabile cosi importante per la comunità. Le assemblee hanno il
vantaggio di legare al processo partecipativo la dimensione di collettività e di dibattito
pubblico, questo è fondamentale in quanto solo in tali occasioni l’interesse privato viene
scavalcato dalla dimensione comunitaria e un problema individuale diventa battaglia
comune. I comitati di quartiere invece rappresentano la dimensione permanente della
partecipazione dei cittadini, essi hanno il compito di seguire lo stato di attuazione delle
scelte collettive ed eventualmente presentare nuove richieste. I comitati hanno anche il
compito di preparare il dibattito assembleare di cui concordano anche le date assieme alla
pubblica amministrazione e non ultimo svolgono anche un importantissimo ruolo di
informazione per la collettività. Di quanto nato in Toscana, la prima legge regionale sulla partecipazione, abbiamo già parlato, ma una cosa va aggiunta a quanto già detto: la legge sulla partecipazione toscana si è costruita attraverso forme di partecipazione (a marina di Carrara, esempio, si è tenuto un town meeting proprio su questo argomento) a cui i cittadini hanno risposto attivamente, redando, ad esempio, il documento preliminare della legge che, dopo un primo passaggio in Consiglio Regionale, è stato, ulteriormente, discusso dagli stessi partecipanti al town meeting.
(continua)

domenica 3 agosto 2008

Formule di Democrazia Partecipata: Concetti di base

Prima di giungere ad illustrare alcune tra le più diffuse formule partecipative, riorganizziamo un discorso di illustrazione, magari già intrappreso in queste pagine, ma sempre utile a chiarire alcuni concetti di base.

Il funzionamento delle democrazie moderne.
Nel nostro sistema i cittadini, aventi diritto al voto, delegano, a scadenze regolari, alcuni tra di essi, che avranno il compito di rappresentarli al governo del paese. In questo modo essi rinunciano alla propria autonomia politica, in cambio della libertà nella sfera privata. La democrazia di stampo rappresentativo ha visto una notevole diffusione nel XX secolo; infatti se nel 1926 erano ventinove i paesi che potevano vantare credenziali democratiche, nonostante scesero drammaticamente a dodici nel 1942 , dopo la sconfitta di Hitler e il crollo del blocco comunista, una settantina dei centoventisette paesi aderenti all’ONU, possono oggi essere considerati, in linea di massima, democrazie rappresentative.
Nonostante lo sviluppo indubbiamente positivo che si ebbe grazie a questa diffusione va comunque osservato che lo spazio concesso in teoria e in pratica al cittadino è minimo. Il governo e le decisioni sono esercizio esclusivo del governo, il compito del cittadino è semplicemente quello di recarsi alle urne periodicamente per eleggerli. Viene dunque a mancare in molti casi la natura prima di questa forma di governo, la sovranità popolare, non tanto per volontà degli eletti quanto per l’impossibilità di attuazione dovuta alla disastrosa scarsità di organi e strumenti predisposti all’ascolto dei cittadini. Nella società moderna e nelle sue istituzioni governative manca il collante necessario a trasmettere il sentire diffuso di comunità su cui si basa l’idea stessa di nazione e d’appartenenza ad un' unica collettività: un inevitabile effetto della dilagante mancanza di collegamenti e conseguente sfiducia reciproca che definisce il dialogo istituzione-cittadino.
Il percorso fin qui descritto porta alla ricerca di una nuova idea democrazia, quasi un ibrido delle due forme fin ora esistenti – democrazia rappresentativa e diretta – quella nuova istituzione che prende il nome di democrazia partecipata.

Vie alternative attraverso la partecipazione
Abbiamo già scritto che se in italiano, deliberare significa decidere o approvare, l’inglese “to deliberate” significa discutere e decide di comune accordo; l’aggettivo deliberativa, riferito alla democrazia, nasce proprio da questo significato. Le forme di democrazia
partecipativa o deliberativa hanno come fine ultimo il mediare tra cittadini e istituzioni, mettendo in luce agli occhi delle ultime i bisogni e le richieste dei primi. Non si vogliono spogliare le istituzioni delle loro funzioni, ma fornire uno strumento supplementare per un miglior governo. Nascono cosi in tutto il mondo leggi che mirano a regolare gli strumenti della partecipazione. Strumenti, metodi e regole che aiutano il processo di partecipazione nella vita pubblica e hanno come obbiettivo quello di fornire ai cittadini organi riconosciuti e accreditati attraverso i quali far sentire la loro voce e partecipare alle scelte del governo,
soprattutto, ma non necessariamente (dico io), locale.

Continua

Formule di Democrazia Partecipata

Riordiniamo di nuovo le idee, e partiamo per un nuovo percorso di illustazione della democrazia partecipata, e delle sue formule. Ormai abbiamo acquisito che si tratta di nuova forma di vivere i processi democratici, che si sta diffondendo a macchia d’olio in tutto il globo ed assume in ogni realtà aspetti e percorsi sempre originai e diversi.
La democrazia partecipata si pone come obbiettivo primario quello di coinvolgere direttamente i cittadini in alcune delle scelte di governo, ed in particolare quelle che lo riguardano direttamente più da vicino.
La democrazia partecipata o deliberativa cerca di ritrovare una via di mezzo tra l’ormai debole forma di democrazia rappresentativa e l’inattuabile forma della democrazia diretta senza cadere in soluzioni illusorie e populistiche.
Io vedo nella Democrazia Partecipata una possibile spinta di rinnovamento per ricostruire e riconquistare una coesione sociale persa e un legame istituzione-cittadino di cui non resta che la memoria sfuocata.

Una breve analisi del concetto proposta da chi ha più cognizione in causa di me...paticolare attenzione alle ultime righe
tratto da “La democrazia che non c'è” di Paul Ginsborg, Einaudi

“L'aggettivo inglese deliberative (deliberativo), riferito alla democrazia, racchiude in sé il doppio significato di discutere e decidere. Nell' arena deliberativa i cittadini sono chiamati non solo a dibattere tra loro o con i politici, ma a giocare un ruolo significativo nel processo decisionale. È centrale a questo proposito l'idea di arrivare alle decisioni coinvolgendo tutte le parti in causa o i loro rappresentanti. Il metodo utilizzato è il dibattito inserito in un contesto strutturato di collaborazione, basato su un'informazione adeguata e una pluralità d’opinioni, con precisi limiti di tempo entro i quali pervenire a decisioni. Idealmente le arene deliberative contribuiscono a far sentire i cittadini informati e partecipi, non isolati, ignoranti e impotenti. Aiutano politici e amministratori a governare meglio e a colmare il divario che troppo spesso li separa dalla società civile. La democrazia deliberativa vanta un certo numero di prerogative. Luigi Bobbio ne evidenzia tre, particolarmente importanti. Innanzi tutto essa è potenzialmente, pur se non necessariamente, in grado di generare decisioni migliori, poiché nel corso del dibattito si procede ad una ridefinizione dei problemi e si propongono nuove mediazioni e soluzioni.
In secondo luogo le decisioni acquistano maggiore legittimità se derivate dal processo di deliberazione, in quanto non prodotte separatamente da un piccolo gruppo ma da una pluralità di persone, alcune delle quali possono anche non condividere la decisione finale, ma tutte riconoscono la legittimità della procedura attuata. Terzo in ordine di citazione, ma non d’importanza per i nostri obiettivi, la deliberazione promuove le virtù civiche insegnando alle persone ad ascoltare, a essere più tolleranti e spesso a costruire rapporti di fiducia reciproca.”
Giorgio Bargna

Parlare di Democrazia Partecipata: l'avvallo


Vediamo quali articoli, costituzionali e internazionali, avvallano la nostra voglia di partecipazione. Una voglia che pretende che partecipazione e democrazia partecipativa vengano riconosciute dello status di valore fondamentale e vengano introdotte concretamente nella pratica normativa e amministrativa. Del resto l’orientamento esplicitato nell’art. I-46 del Trattato che adotta una Costituzione per l’Europa, dichiara che, accanto e complementarmente alle istituzioni di democrazia rappresentativa ed agli istituti di democrazia diretta, non solo la partecipazione in genere ma anche le forme più incisive della democrazia partecipativa abbiano un preciso collegamento con le realtà di base degli ordinamenti democratici. Riferimenti li troviamo anche nella nostra Costituzione Repubblicana, sono presenti, ad esempio, nell’art. 3.2, quando individua nel promovimento della partecipazione in campo politico, economico e sociale un fine generale dell’ordinamento della Repubblica e di tutta la sua azione, precisando che la “partecipazione” vi è prevista come un fine generale dell’azione della Repubblica, in stretta unione allo “sviluppo della persona umana”. Questo ragionamento non sta in piedi da solo, infatti viene sostenuto con l’art. 2, che esprime la centralità dei diritti della persona e il
loro complemento nelle formazioni sociali, e con l’art. 1 e l’appartenenza al popolo
della sovranità e del suo esercizio; inoltre, con tutti i diritti e i doveri
fondamentali degli individui e delle formazioni sociali codificati nella prima parte
della Costituzione. Pertanto la partecipazione diventa, sulla base dell’art. 3 e di queste altre norme, principio fondamentale delle regole e delle istituzioni repubblicane.Conseguentemente potremmo vedere Partecipazione Popolare e Democrazia Diretta e Partecipata come i contenuti di un vero e proprio “diritto soggettivo”, nella forma di un diritto individuale fondamentale: il che potrebbe ricondursi alla concezione tradizionale che concepisce l’ attività politica del cittadino come la vera e propria espressione di un diritto fondamentale (diritto politico).
Giorgio.

Parlare di Democrazia Partecipata


Oggi, sulla spinta delle esperienze latinoamericane, ma ormai anche europee, nonchè italiane, nella nostra società (spingendo sulle istituzioni) vanno acquisendo sempre più forma tratti di Democrazia Partecipata. Questo percorso obbliga ormai le istituzioni ad adeguarsi, generando una regolamentazione formale che pone con forza l’esigenza di una fondazione giuridica della partecipazione e della strumentazione capace di darle corpo.
Scartabbellando nei testi del diritto, malgrado sia già non poco che si discute il tema, non si risontra un vero riconoscimento giurido alla Democrazia Partecipativa, io dico: “e chissa mai perchè?”. Magari qualcuno ritiene che la Partecipazione Popolare non detenga il diritto di essere giustificata nel sistema giuridico. Io ovviamente non la penso così; chiaro però che il diritto non può tutto e, particolarmente in questo campo, non può da solo generare pratiche adeguate, se non si mettono, si producono solidi impulsi sociali e politici e, anzi, tutta una “cultura” nuova. Vedremo quindi, nel futuro prossimo di elaborare ragionamenti che potrebbero essere utili anche a chi voglia procedere in maniera chiara e definita nelle tappe di elaborazione di normative (di differenti livelli, dal comunale al regionale fino eventualmente allo statale) sulla partecipazione e la democrazia partecipativa. Occorre senza dubbio chiarezza sul tema, in quanto si trova difficoltà nell' avvicinarsi a questo tema .
Allora vediamo cosa occorre fare. Innanzitutto occorre un’opera di pulizia concettuale, poi bisogna diffondere al massimo il pensiero partecipativo, visto che, attualmente, a livello comunale e provinciale, sempre più enti locali sembrano voler evolvere questo principio; anche se ancora in minoranza,mostrando di voler investire su un’idea sempre più accreditabile nazionalmente. Poi bisogna, razionalmente, chiedersi cosa vogliamo in realtà, i modelli adottati sinora sono assai vari, quindi non abbiamo a disposizione un modello standard di riferimento, ma solo alcuni principi orientativi,occore quindi un mix ossimoro, intelligente, di immaginazione e di realismo.

Aggiungo un pensiero di Umberto Allegretti:
La base teorica primaria che si può rintracciare a fondamento della
partecipazione e della democrazia partecipativa affonda le radici nel generale
rapporto tra società e istituzioni, che conforma le strutture genetiche degli
ordinamenti giuridici democratici. Basterà appoggiarsi sulle nozioni fondamentali
proposte dalla scienza italiana normale, che distingue tra stato-apparato e stato-
comunità, per delineare un diverso rapporto tra i due livelli in cui la società sia dominante. E converrà riferirsi altresì alla dottrina, che sta a base degli ordinamenti contemporanei, dell’appartenenza della sovranità al popolo. Entrambi questi ordini di idee portano infatti a ritenere che le forme della democrazia – considerate nel loro sviluppo storico concreto – tendono naturalmente ad arricchirsi, nel senso di ammettere come loro elemento, i più elevati gradi di partecipazione.

Dobbiamo porre attenzione nella proposta, che va elaborata, non da profani come me ma , da esperti nel settore, perché il tema partecipativo si intreccia con delle affinità quali il ruolo delle formazioni sociali, l’associazionismo, il volontariato, la concertazione, la
sussidiarietà sociale; come pure con la partecipazione al procedimento amministrativo e il diritto di accesso o ancora con altre situazioni quali l’autonomia locale, l’articolazione dei diversi livelli di governo, la sussidiarietà detta verticale, e gli istituti di democrazia diretta.

Proseguiremo il tema, Giorgio.

sabato 26 luglio 2008

Come e perchè partecipare


E' fuori da ogni discussione che il tentativo di cementificare pratiche di Partecipazione Popolare sia il sintomo di una voglia di cambiamento, di una sorta di cambiamento epocale della concezione della Democrazia. Questa voglia la notiamo, soprattutto noi internauti, nel web, viene invece un po' nascosta da altri media e questa diviene una limitazione alla fantasia politica che le forme di Democrazia Partecipata generano; siamo una società
in cui un’autolimitazione del progresso delle tecniche e della conoscenza, viene posta non solo per motivi religiosi o di altra concretezza, ma credo anche per mere questioni di prudenza, intese proprio nel significato del termine. Io però rivolterei il calzino! Proprio la prudenza sostiene lo sforzo d' immaginazione di chi promuove la Partecipazione, quella volontà prudente atta a mantenere e ad attuare le condizioni della Democrazia, difatti spesso e volentieri la partecipazione è stimolata proprio da dibattiti relativi alla concezione del “progresso” e da questioni ecologiche. Molti obbiettano la lentezza a volte presente nelle pratiche partecipative e le difficolta ad essa collegate, ma possiamo controbattere, concretamente, che secondo la nostra filosofia la democrazia va inventata ora per ora. Questa sorta di opposizione alle istituzioni, ma in realtà non è questo, diventa salutare per la democrazia poiché per sussistere la Democrazia esige l’Opposizione! Di contro è stato di
conflitto di poteri, di fatto è lotta alla demagogia. Il problema della demagogia, la sua definizione e il suo protagonista, cioè l’uomo politico demagogico in democrazia ( colui che vuole governare da solo) , sono problemi noti già alla tradizione classica, nonché a quella moderna, e, nella storia “recente”, cominciano a trovare le prima dita puntate nel finire del XVIII secolo. La Democrazia, al contrario della demagogia, richiede la comune elaborazione civile del conflitto. Immaginare e promuovere pratiche di partecipazione, mostrare che un altro modo del “fare” democrazia è possibile, dovrebbe contribuire a destare nei cittadini gli anticorpi e l’insofferenza nei confronti del politico demagogico, e più in generale nei confronti dello stile demagogico, che può esprimersi tanto nell’esercizio del potere, quanto nella relativa comunicazione propagandistica.
Oggi partiti e relativi leader fanno sempre più ricorso a marketing e Tv, traviando il dibattito che non verte più sulle questioni ma sulle persone e la loro immagine; cosa stiamo facendo, dunque, parlando di partecipazione? Molto! Per sostenere le pratiche, per immaginarle, ci occorre però anche una svolta nella consistenza scentifica, non è solo questione di teoria o speculazione; le pratiche di partecipazione sono relazioni di comunicazione e pratiche di circolazione della conoscenza, la loro impostazione dipende sempre dalla capacità intelletiva e pratica di chi le sostiene. Sia chiaro che molte difficoltà possono nascere dai soggetti, in ognuno di essi possono esserci alterità difficilmente tollerabili, il problema è quanta ambiguità e quanta conflittualità siamo in grado di tollerare, di “sopportare”; c’è bisogno di immaginare pratiche avvincenti, di investire in formazione in modo intelligente, di curare l’epistemologia che sostiene le pratiche; c’è bisogno di pensare e di diffondere le pratiche di partecipazione come pratiche di elaborazione civile dei conflitti.
Giorgio Bargna

Per un futuro migliore


Ho letto e riletto più volte questo post, la paura di non esprimere correttamente il mio pensiero, unita al fatto che, in alcuni passaggi, mi sembra di sputare nel piatto in cui mangio, mi bloccavano dal pubblicarlo..... poi ho deciso......
Cosa potremmo oggi definire l'occidente? Potremmo tutto sommato definirlo un'entità non più solo geografica, ma ideologica,espressione di una razza; l 'universalità del messaggio cristiano e l'individualismo sono stati fondamentali nella costituzione di questo pensiero . Messaggio etico (quasi etnico) occidentale è la missione di liberazione degli uomini dall'oppressione e dalla miseria.
Contesta Serge Latouche:« La riduzione dell'Occidente alla pura ideologia dell' universalismo umanitario è troppo mistificatrice. È difficile dissociare il versante emancipatore, quello dei Diritti dell'uomo, dal versante spoliatore, quello della lotta per il profitto. »
Caratteristiche salienti dell'Occidente sono lo stretto legame con capitalismo, globalizzazione e industrializzazione, ed una serie di spostamenti di baricentro; di quel centro che un tempo stava in un luogo,poi in un altro dell' Europa, che nell'ultimo secolo si è spostato in America, seguendo una dinamica tale che fa si che non potremo mai prevedere dove potrebbe trovarsi domani. Principio fondamentale dell'Occidentalizzazione è stata, ad esempio, l'invenzione del "terzo mondo" sempre descritto in stato di abbandono. Sicuramente questa definizione non è del tutto opinabile, ma certamente è stata aggravata da una terapia d'urto tutta occidentale: le politiche di "sviluppo". Introdurre in altre culture valori magari sconosciuti ad esse, quali scienza, tecnica, economia ha minato sicuramente la loro stabilità etnica; l' Occidente non ha certo, nelle colonizzazioni esportato un dono, ma ha violentato etnie, razze e culture laddove si è presentato, tra le vittime più ecclatanti gli Indiani d'America.
Industrializzazione,urbanizzazione e nazionalitarismo (organizzazione nazionale sempre più importante e burocratizzazione) sono le caratteristiche di ogni "modernizzazione"; ma non sempre questi tre cardini portano al benessere che sembrano promettere, alle volte sono invece portatori della distruzione di ciò che poi si vorrebbe ricostruire diversamente. Il fenomeno non è del tutto involontario, che una parte delle persone si considerino "povere" è in un certo senso fisiologico per l'esistenza della macchina capitalistica, perché a livello simbolico la povertà è il segno dell'inferiorità, nell'immaginario occidentale, ed è in esso necessario che ci sia sempre qualcuno "sotto".
Così facendo però, vittima è diventato, per fortuna, anche l'ordine dello stato-nazione moderno, messo in discussione da questi processi globali. Il capitale, dopo essere stato fulcro in questa istituzione, porta alla crisi dello stato-nazione, che vede il proprio potere espropriato della finanza transnazionale. Questa deterritorializzazione della società non porta ad un nuovo ordine mondiale, ma ad un disordine, una crisi di civiltà.
Oggi tocca a noi curare questa piaga, certo i punti cardine dell' occidentalismo non possono essere smantellati in toto, ma il ritorno a principi e valori che risalgono alla nostra storia, neppure troppo remota, il “dissacrare” il profitto a vantaggio della sostenibilità e l'esaltazione della Comunità Locale, uniti ad una gestione territoriale delle risorse potrebbe rimettere in sesto quella civiltà che abbiamo svenduto al denaro. Fare un passo indietro nella modernizzazione e nel capitalismo sfrenato ( non in quello moderato, non consideratemi un bolscevico) costa parecchio a livello di benessere personale, ma potrebbe riportare a galla il valore dell' uomo a discapito di quello del profitto senza regole.

Discorso difficile da affrontare, ma grazie al quale i nostri figli, un giorno, ci potrebbero ringraziare, Giorgio Bargna.

sabato 26 aprile 2008

Un altro 25 Aprile

Alcuni di voi (forse) si saranno chiesti come mai non ho postato nulla sul 25 aprile; la risposta, anzi le risposte, sono due. Due risposte di carattere completamente diverso tra loro.

La prima motivazione è semplice (e futile, forse, allo stesso tempo), lo avete fatto in molti, una voce in più non sarebbe di certo servita a molto; poi credo sia già chiaro a tutti che mi riconosco pienamente nella democrazia, che aborro fortemente ogni traccia di forma dittatorale. La seconda è un pochino più profonda, più critica, come nello stile che sempre mi ha contraddistinto nella vita (non solo politica), facendo spesso piazza pulita intorno a me.

Rinuncio a gridare “evviva” a questa nostra democrazia, non perchè la disconosca, ma per alcune sue latitanze, anche estreme se vogliamo. Non dico certo che in Italia ci siano restrizioni strette e limitative della libertà personale…anzi… ma lo stato ci toglie molto. Questa casta costretta ogni giorno ad autofinanziarsi per sopravvivere ci lede dei diritti, che in genere non vengono classificati primari nei proclami, ma che nella vita di ognuno sono essenziali.

Ecco, io, ad esempio, non posso gridare “w l’Italia” quando la sera devo accompagnare mia moglie a fare del volontariato a scuola, accompagnarla perchè il semplice attraversare un paese di periferia, tra l’altro non estrema, è diventato insidioso, se non pericolosamente estremo.

Non posso gridare “evviva”, quando entro con mio figlio in un ospedale e non ho la certezza che ne uscirà guarito, vista la mancanza dei mezzi a disposizione delle strutture…io di strutture, poi, conosco quelle lombarde, a detta di molti tra le migliori…non oso immaginare l’affanno di un padre calabrese quando porta il figlio in ospedale.

Non posso gridare evviva quando vedo anziani che hanno faticato una vita, vivere tra la fame e gli stenti….e mi fermo qui con la lista, che potrebbe essere molto più lunga.

Un giorno a forza di provarci apriremo la strada ad una nuova repubblica, basata sui Liberi Comuni e sulla Democrazia Diretta, libera dalla casta e vicina al cittadino.

Un giorno forse questo avverrà…quel giorno sarà un nuovo 25 aprile.


Giorgio Bargna.

venerdì 4 aprile 2008

LA TRIADE


“Il portafogli è la tua gloria”, è una frase concisa e inibitrice di ogni resistenza, che sembra essere lo spot di un modo di essere, di quel modo di essere dominante in questo nostro tempo. Ormai oggi, molti, troppi direi, italiani (e non solo, credo) sono votati essenzialmente a tre obbiettivi: il denaro, il potere, la gloria. Io sono tra quelli che non si riconoscono in questa triade, se per arrivarci bisogna abbandonare per la strada valori, tradizioni ed onestà (intellettuale o materiale che essa sia). Questa triade svuotata da queste virtù è il nulla, è valore zero; è un vuoto contenitore di soddisfazioni scolorite che obbliga i propri adepti a svilire il proprio ego, a vivere solo dell' “apparire”, con l'ansia e l'angoscia tipiche di chi venderebbe l'anima al diavolo, per ottenere in un giorno, quanto un' onesta dimensione umana tradurrebbe in anni di onesto lavoro.
Su cosa si basa la strategia pianificatrice di questi uomini? Sul nulla, perchè denaro, potere e gloria, conquistati senza freni inibitori, non sono quotati in borsa, non hanno futuro preventivabile, basterebbe un collega, un concorrente, un amico di poco superiore in capacità e sfrontatezza e quanto conquistato...puff...sparisce, così come arrivato.... velocemente. Succede perchè in questo gioco perverso, non è l'uomo (superiore o sottoposto che sia) a decidere il futuro, ma la triade, essa detta le “regole” (chiamiamole così, ma tra virgolette), che stima il potere e che ti impone il futuro, e se non accetti di rivenderti ad un nuovo gioco al rialzo della viltà, esci dal gioco.
Ma perchè si è arrivati a questa povertà intelletuale dell' essere umano? La globalizzazione, l' omologazione e la uniformizzazione hanno cancellato dei contesti sociali storici, togliendo dalla morale dell'essere umano tratti di storia, tradizione e valori; spogliato da queste vesti morali l' uomo si è ritrovato schiavo e seguace (per obbligo e convenienza) della triade. Tutto questo perchè l' uomo cerca il potere, la gloria ed il denaro facili, ma oggi, in un contesto in cui il denaro latita a tutte le altitudini, la triade non può più offrire un posto garantito a tutti; la classe politica che ci ha fin qui condotti e la casta (stracolma di adepti alla triade) che li ha appoggiati sin qui ci lasciano in eredità sfascio e povertà. A questo punto tiro in ballo delle parole, che ho scaricato mesi or sono, alle quali non so dare paternità, che parlano delle carestie che colpirono l’Europa nel XVIII secolo: “ In periodi così dolorosi si è sentito ripetere mille volte che ciò che mancava non era il grano né gli alimenti, ma il denaro. Difatti vasti granai restavano spesso pieni fino al raccolto successivo; le scorte, se ripartite proporzionalmente fra tutti gli individui, sarebbero quasi sempre bastate a nutrire la popolazione. Ma i poveri, non avendo denaro da dare in cambio, non erano in grado di acquistarlo. Essi non potevano ricevere denaro in cambio del loro lavoro o non potevano ricevere abbastanza per vivere. Mancava il denaro mentre la ricchezza naturale sovrabbondava”.
Il genere umano ormai si è venduto alla triade, rinunciando ai valori e alla morale, per una rapida carriera ed il dominio sull' altro, ma la triade, come il diavolo, quando muore chi ha stretto un patto con lui, ha presentato il conto, e i poteri economici e mediatici, che l' hanno indottrinato negli ultimi decenni, oggi lo lasciano nudo e povero sulla strada, privo in più di quei fondamenti, che erano la base della Civiltà Umana, che lo avrebbero potuto aiutare a risorgere.
Uomo, omologato ed assoggettato alla triade svegliati ora, prima che il nulla; sponsorizzato dal “Grande Fratello” ti anestetizzi del tutto.
Giorgio Bargna.