venerdì 22 maggio 2026

La Repubblica delle Comunità: perché il Comune è il vero Ente Centrale

 



Era il lontano 2013 quando, nel pieno del mio "anarchismo di destra", scrivevo queste riflessioni:
«Per decenni siamo vissuti divisi tra due regimi opposti, quello capitalista e quello comunista. In sostanza, due facce della stessa medaglia: entrambi necessitano di masse di schiavi salariati da sfruttare, rendendo indifferente se a comandare sia il padrone o il Partito. Nel nostro Paese, tra i partiti tradizionali, non ricordo voci capaci di orientarsi fuori dalle logiche capitaliste; tutti negano la natura strutturale della crisi e la necessità di cambiare profondamente modello economico.

Dobbiamo puntare — e lo dico soprattutto ai giovani — a un nuovo stile di vita. Singoli cittadini, famiglie e amministrazioni hanno un futuro solo se intraprendono la strada virtuosa dell'autosufficienza energetica, etica e alimentare. Occorrono comunità capaci di produrre energia rinnovabile, cibo per il proprio sostentamento e non per il "mercato", realizzando un’autonomia idrica sostenuta, magari, da una moneta locale.

Immaginate cosa significherebbe oggi una crisi energetica per una metropoli: in poche ore si esaurirebbero le scorte alimentari, dando spazio a mercato nero e criminalità di sopravvivenza. Un esempio è il blackout di New York del 1977: saccheggi e violenze polverizzarono democrazia e onestà, riportandoci all'età della pietra. Abbiamo dimenticato che la maggior parte delle merci necessarie può essere prodotta localmente, in dimensioni umane. Questa è l'unica via per contrastare i monopoli e i grossi interessi economici. Una società basata sulla piccola produzione, sull'agricoltura biologica e sul rispetto dell'ecosistema è l'unica che non avrà paura delle crisi.

I corsi e ricorsi storici parlano chiaro: la Roma "globalizzatrice" dell’Impero contava due milioni di abitanti e merci da tutto il mondo, ma quando fallì, la città si svuotò. Alla popolazione non rimase che disperdersi nelle campagne e tornare alla terra».

Il valore della città e del localismo
Sostenevo allora che una città può essere interpretata solo attraverso ciò che ha prodotto nel passato. Mi torna in mente Robert Park: “La città è più di una congerie di uomini e di servizi; è uno stato d'animo, un corpo di costumi, tradizioni e sentimenti trasmessi nel tempo”.

Sono convinto che le piccole realtà siano le più grandi depositarie di legami sociali robusti. Chiunque lavori per consolidarle opera per la ricostruzione politica del Paese. Scrivevo infatti:

«Perché ostinarsi a parlare di Federalismo Municipale e Democrazia Diretta? Semplice: solo il territorio può dare risposte. Solo le comunità locali possono gestire l'economia a livello umano, sottraendola alle multinazionali. Sentirsi partecipi è l'unico modo per riavvicinare il cittadino al concetto di bene comune».

Dal "Comune burocratico" alla Comunità viva
Oggi non si tratta più solo di pensieri anarchici di destra o sinistra. Il quesito è: in un mondo globalizzato che ha polverizzato le identità, è possibile un governo dal basso? La risposta risiede nel senso di appartenenza.

Se oggi percepiamo il Comune come un freddo ufficio burocratico, storicamente l'esperienza italiana lo vedeva come il cuore pulsante del vivere insieme. Era un sistema di autogestione: i cittadini collaboravano per mantenere le infrastrutture, regolare il commercio e sostenere gli indigenti. Era la "dimora collettiva". Il termine Municipio (dal latino munus capere, assumersi un incarico) esprime un ideale etico: l'impegno di ogni abitante a farsi carico del bene comune.

Una nuova visione: l'Ente Centrale
Il Comune non è l’ultima ruota del carro, ma il motore della società. Dobbiamo smettere di definirlo "ente locale" e iniziare a considerarlo "Ente Centrale", poiché è l’istituzione più vicina alla vita reale. Per funzionare, ha bisogno di piena libertà: autonomia fiscale, amministrativa e zero burocrazia inutile.

Il ruolo di Stato e Regioni? Intervenire solo quando il Comune non può farcela. Questa è la vera sussidiarietà: il potere che torna nelle mani del territorio.

Siamo nel pieno di una transizione democratica. Mentre i vecchi modelli tramontano, i territori diventano i nuovi laboratori della partecipazione. L'obiettivo è creare un’unione di realtà locali dinamiche, capaci di costruire una Repubblica basata sulle comunità che sappia:

-Potenziare il coinvolgimento diretto dei cittadini.
-Legalizzare la gestione condivisa dei beni comuni.
-Ristrutturare il fisco locale secondo logiche di mutuo soccorso.
-Valorizzare i corpi intermedi e le reti di vicinato.
-Rilanciare le periferie e le zone rurali.

I movimenti politici del futuro dovranno essere espressione diretta del territorio, nati da legami autentici e tradizioni ancora vive.


domenica 17 maggio 2026

Oltre l'ultima campanella


Mi è capitato, praticamente in contemporanea, di leggere un articolo, ascoltare un dibattito in radio e parlare con un genitore del tema scuola ed estate.
Dall'articolo in questione si apprende che il Ministro dell’Istruzione ha firmato il decreto che dà il via al Piano Estate 2026., stanziando per questo progetto 300 milioni di euro.
Un "dramma" delle famiglie italiane, in particolar modo quelle con  entrambi i genitori lavoratori, che, spesso e volentieri, devono attuare, in estate, piani strategico/organizzativi da far invidia agli esperti di strategia bellica o finanziaria.
Tra le dichiarazioni del Ministro troviamo anche questa: "Il Piano offre opportunità preziose soprattutto agli studenti che hanno meno occasioni di crescita extra-scolastica, garantendo loro spazi sicuri, stimolanti e inclusivi".
Nella visione del Ministro, non potrebbe comunque essere molto diversa la sostanza, le risorse saranno destinate ad attività ed azioni che escono dalla didattica intesa in senso stretto. 
Attraverso sportive e laboratori artistici si punta a migliorare tanto il benessere fisico che la creatività, attraverso ripetizioni, corsi e laboratori si intende  potenziare le competenze dei ragazzi.
Il decreto ha il suo valore sicuramente e segue passaggi già testati ma ha i suoi limiti.
Innanzitutto è rivolto alle scuole che volgarmente chiamiamo elementari, medie e superiori, gli i nidi e le materne rimangono ancora una volta un mondo a parte.
Un secondo limite, inevitabile, è l'adesione volontaria tanto delle scuole, che decidono autonomamente se partecipare e quali progetti presentare, tanto per l’adesione del personale docente e ATA .
Fin qui il decreto, ma vediamo un pò di allargare il tema.
Ora, è chiaro a tutti coloro che utilizzano il dono dell'intelligenza, che tanto il personale docente che quello ATA , durante l'estate non si trasforma in un esercito di mangiapane a tradimento.
Escluse le giornate di meritate ferie i docenti svolgono esami di Stato, scrutini e attività di recupero, dedicandosi poi all'aggiornamento, mentre il personale ATA rimane in servizio per gestire le pratiche, i progetti estivi e le pulizie straordinarie.
Questo però non toglie il problema ai genitori, perché, se quando la strutturalità della scuola è nata per come la conosciamo esisteva una forma patriarcale e allargata della famiglia, oggi siamo davanti a realtà ben diverse e diversificate.
Oggi entrambi i genitori lavorano e condividono equamente i compiti di accudimento e le faccende domestiche, quando ci sono due genitori, poi ci sono genitori soli e genitori che hanno da preoccuparsi dei figli generati in più famiglie.
Come un tempo ci sono le soluzioni classiche legate agli oratori, che in parte aiutano, ma l'universo legato alla religione si sta sempre più assottigliando e diventa anche per loro difficile organizzarsi e mantenere economicamente sostenibile l'azione, anche a causa della burocrazia.
Negli ultimi anni, per le famiglie più abbienti è sorta la possibilità dei centri estivi diurni e dei summer camp che offrono ai ragazzi un'ampia scelta di attività, tra sport, lingue e natura, ma ci troviamo di fronte a costi che partono ad una media di 140 € a settimana per i primi per arrivare a cifre davvero importanti per gli altri.
Ma vista la struttura attuale delle famiglie occorre andare oltre.
La soluzione principale per superare i limiti, non tanto dei vari del "Piani Estate", ma di tutta la problematica in generale, risiede nella trasformazione della scuola in un centro civico aperto tutto l'anno, basato su alleanze strutturali tra Ministero, Comuni e Terzo Settore.
E' necessaria una transizione da "misura emergenziale e volontaria" a un "sistema integrato nazionale". 
Invece di contare solo su docenti e ATA, la scuola dovrebbe aprirsi stabilmente a educatori professionali, associazioni sportive e culturali.
La scuola mette gli spazi, il Comune e il Terzo Settore mettono il personale e la programmazione.
Sostanzialmente una sorta di riconversione degli Istituti in Hub Polifunzionali, mantenere gli edifici aperti non solo per i laboratori, ma trasformandoli in vere e proprie "scuole aperte" e centri civici per l'intera estate. 
Gli edifici scolastici non dovrebbero mai chiudere. Se non c'è didattica, deve esserci presidio sociale, sport e creatività, garantendo "spazi sicuri", come citato dal Ministro, ma in modo automatico e non facoltativo.
Questo richiede una gestione continuativa degli spazi scolastici e un'alleanza territoriale solida, superando l'approccio episodico.
Perché comunque, come già detto, il punto non è "far lavorare i docenti in estate", ma smettere di considerare l'estate come un tempo "morto" per l'istituzione scolastica, oltre a venire incontro alle esigenze delle famiglie.
Il tutto senza dimenticarci di includere il segmento 0-6,i servizi per l'infanzia, che sono i più critici per i genitori lavoratori, evitiamo che nidi e materne rimangano "un mondo a parte".
Si potrebbe proporre anche un approccio di Service Learning, ovvero far sì che le attività estive degli studenti più grandi (superiori) si traducano in tutoraggio per i più piccoli, volontariato civico o progetti di tutela del territorio, unendo socialità e apprendimento pratico. Molti di questi ragazzi si prodigano in estenuanti attività in località turistiche, perché  non fornire loro la possibilità di esprimersi sul proprio territorio?
In conclusione, la vera falla, e il fondo del problema che le famiglie si trovano a sbattere contro il muro ogni giugno, è l'assenza strutturale di un welfare che supporti la genitorialità. 
La scuola non può e non deve essere trasformata in un "parcheggio" estivo per tamponare i buchi di un mercato del lavoro che concede ferie limitate e di un sistema di centri estivi privati i cui costi, spesso proibitivi, creano ulteriori disuguaglianze sociali.
Se davvero si vogliono offrire spazi sicuri e inclusivi agli studenti e sollevare i genitori dall'ansia organizzativa, non basta stanziare 300 milioni per progetti su base volontaria. Servirebbe un cambio di paradigma radicale, che permetta alle istituzioni scolastiche di rimanere aperte come presidi territoriali tutto l'anno, integrandosi con le politiche sociali dei Comuni e offrendo servizi continuativi e gratuiti (o calmierati), ma soprattutto garantendo tutele reali e una conciliazione vita-lavoro che non gravi sempre e solo sulle spalle delle famiglie.
La scuola d'estate non va considerata come un deserto, ma destinata ad essere un cantiere aperto. Eppure, nonostante i fondi e i buoni propositi, la sensazione è quella di un eterno "vorrei ma non posso". Finché il Piano Estate sarà affidato alla buona volontà dei singoli istituti e alla disponibilità extra dei docenti, non sarà una soluzione al welfare familiare, ma solo un esperimento di buona volontà. 
E le famiglie italiane? 
Per ora, farebbero bene a non smobilitare l'ufficio di "strategia bellica" allestito in cucina.

Giorgio Bargna