sabato 9 maggio 2026

Migrazioni a confronto: Anni '60 e oggi, tra integrazione e disagio



Proviamo oggi a fare un raffronto sociologico tra le situazioni di disagio e violenza dell'immigrazione interna degli anni 50/60 e di quella odierna, legata a flussi migratori stranieri.

Vi tolgo subito la possibilità di indicarmi quale razzista visto che nel mio sangue corre sangue pugliese.

Per prima cosa vorrei spendere qualche riga, anche se non è esattamente il centro del problema, per un confronto tra il "soggiorno obbligato" e  l' "immigrazione clandestina indotta".

A mio avviso il primo fu un intelligente pretesto per spostare un certo tipo di delinquenza all'interno del territorio nazionale. la seconda, è lampante, serve a "deportare" gente disperata da mettere a disposizione della delinquenza sia come manovalanza che come soggetti da ricattare e sfruttare.

Le analogie tra i due fenomeni riguardano il controllo dello spostamento e della residenza di soggetti considerati "indesiderati" o "pericolosi" all'interno del territorio nazionale. Entrambi sono strettamente collegati alle mafie. Il soggiorno obbligato veniva utilizzato per "spostare" i mafiosi, mentre l'immigrazione clandestina è oggi una fonte di profitto per la criminalità organizzata transnazionale. Sia il soggiorno obbligato che la condizione di clandestinità impongono alla persona un luogo di vita preciso e limitante (il comune di soggiorno per il mafioso, il luogo di lavoro in nero o l'alloggio di fortuna per il migrante).

Questo però è un tema da approfondire in un altro testo, torniamo invece al tema iniziale.

Va ricordato che  la migrazione interna (dal Sud al Nord Italia) ha generato dinamiche di integrazione e conflitto sociale spesso risolte con l'inclusione, l'immigrazione straniera di oggi affronta sfide legate alla clandestinità, alla diversità culturale e a una maggiore sovra-rappresentazione nelle statistiche di microcriminalità. Pur subendo discriminazioni (episodi di razzismo interno), erano cittadini italiani, condividevano lingua, religione e diritti civili, facilitando l'inserimento nel mercato del lavoro industriale; di conseguenza l'onesto difficilmente si votava alla delinquenza.

Negli anni citati, ed altri a seguire, milioni di persone si spostarono dal Mezzogiorno verso il triangolo industriale (Torino, Milano, Genova).

I dati dell'epoca mostrano che gli immigrati interni non avevano tassi di criminalità superiori agli autoctoni, spesso persino inferiori, nonostante vivessero in condizioni disagiate ed eventuali reati erano legati alla marginalità sociale e urbana, ma non a una "criminalità etnica".

Però negli anni addietro il lavoro c'era, ed in forma elettrizzante, chi si spostava all'interno del nostro territorio se predisposto un lavoro lo trovava, oggi non è più così certo.

Di conseguenza la criminalità è fortemente correlata all'impossibilità di lavorare legalmente, alla disperazione e allo sfruttamento da parte della criminalità organizzata, gli stranieri con permesso di soggiorno regolare e lavoro hanno tassi di criminalità quasi identici a quelli degli italiani. Situazione immutata se facciamo un confronto con qualche riga sopra.

Detto questo però passiamo ad trattare di un fenomeno attuale che riguarda tanto l'Italia che altri paesi con forte tasso di immigrazione: le seconde generazioni.

Tanto la sociologia che la criminologia evidenziano forti analogie tra i fenomeni di devianza dei figli degli immigrati dal Sud Italia (anni '50-'60) e quelli delle attuali seconde generazioni straniere. 

Le similitudini non dipendono dall'origine etnica, ma da meccanismi di marginalità sociale e conflitto identitario comuni a chi vive il passaggio tra due mondi culturali diversi.

Entrambi i gruppi hanno vissuto in quartieri periferici degradati ("coree" negli anni '60, periferie odierne), dove la mancanza di servizi e lo stigma sociale favoriscono l'adesione a "culture oppositive" o gruppi devianti come forma di riscatto.

La sociologia ha dimostrato come i figli dei migranti si sentano spesso "stranieri" sia nel paese dei genitori che in quello di nascita. Questa crisi di identità, vissuta dai figli dei meridionali a Torino o Milano cinquant'anni fa, è identica a quella vissuta oggi dai giovani con background migratorio.

La propensione alla devianza è spesso legata a un alto livello di conflitto tra genitori (legati a valori tradizionali) e figli (che desiderano gli agi del modello societario locale).

Quanto descritto ci porta ad affrontare un confronto tra le baby gang moderne (prevalentemente composte da seconde generazioni di origine straniera) e le bande di quartiere del dopoguerra (figli di immigrati interni dal Sud) che rivela una continuità sorprendente nelle dinamiche di gruppo, pur in contesti tecnologici diversi.

Negli anni del boom economico le bande nascevano intorno a luoghi fisici precisi, quali potevano essere ad esempio, i grandi palazzoni delle periferie di Milano e Torino o dei quartieri abusivi.

In quegli anni la banda serviva a proteggere il territorio dai "locali" che discriminavano i "terroni", creando un senso di appartenenza laddove la società li escludeva.

Oggi tanto la musica trap che i social media ci insegnano che il territorio non è più solo un "luogo fisico", ma diventa un "brand" da difendere anche online per ottenere prestigio.

Oggi come allora, la banda compensa l'assenza di figure adulte di riferimento, si trasforma in una sorta di "Famiglia Sostitutiva". Tanto allora che oggi, i genitori erano e sono, alle prese con il lavoro e/o  una "distanza culturale" che ha impedito ed impedisce loro di guidare i figli nel contesto di residenza.

Tanto oggi che allora la maggior parte di questi gruppi non è legata alla criminalità organizzata (mafia o cartelli), ma è composta da aggregazioni spontanee di giovani tra i 14 e i 24 anni che compiono reati di opportunità (furti, rapine, atti di vandalismo).

Una sostanziale differenza sta nel fatto che le bande storiche erano più isolate, più settoriali, mentre le baby gang attuali sono spesso multietniche, non prive di italiani "autoctoni" e mostrano una maggiore fluidità, spostandosi tra quartieri diversi grazie ai trasporti pubblici, ma anche verso località turistiche durante i weekend.

Un'altra invece riguarda il genere di cruenza, se ieri la violenza era funzionale allo scontro fisico tra bande rivali o alla piccola sopravvivenza oggi è spesso esibita e spettacolarizzata. I video delle aggressioni vengono caricati su Tik Tok o Instagram per "fare hype", trasformando l'atto deviante in una performance per guadagnare follower e status.

Il raffronto tra l'immigrazione interna degli anni '50/'60 e quella straniera odierna evidenzia una profonda differenza di contesto, nonostante le analogie nel disagio sociale e nello sfruttamento criminale. Se ieri il conflitto era di natura socio-economica e culturale tra italiani (risolto col tempo attraverso la condivisione della cittadinanza e la "nazione"), oggi ci troviamo di fronte a una sfida più complessa, esacerbata dalla clandestinità indotta, che trasforma i migranti in soggetti ricattabili e manovalanza per la criminalità organizzata.

La conclusione è che, mentre l'immigrazione interna trovava una naturale strada verso l'inclusione, quella attuale è strutturalmente ostacolata da barriere normative e culturali, che rendono la sovra-rappresentazione nella microcriminalità non un dato etnico, ma una conseguenza diretta della mancanza di percorsi legali e dignitosi di inserimento.

Alla luce di questa analisi, emerge chiara una necessità: il territorio non si difende con la retorica, ma con il governo dei virtuosismi. 

Se le periferie di ieri, pur tra mille difficoltà, sono state ricucite grazie al lavoro e all'inclusione, quelle di oggi rischiano di diventare zone franche in mano alla criminalità, che sfrutta la disperazione dell'immigrazione clandestina per i propri sporchi affari.

Come forza politica radicata nel territorio, non possiamo accettare né lo sfruttamento dei disperati, che crea insicurezza, né l'abbandono delle seconde generazioni a derive devianti. La nostra ricetta è chiara: legalità rigorosa contro chi sfrutta e criminalizza, ma anche percorsi certi di integrazione per chi lavora e rispetta le regole.

Dobbiamo tornare a presidiare il territorio con servizi, educazione e lavoro, sottraendo i giovani – di origine italiana o straniera – alle logiche delle "baby gang" e delle culture oppositive. La vera identità di una comunità si misura dalla capacità di non lasciare nessuno ai margini, trasformando le periferie da zone di conflitto a luoghi di opportunità. Solo così possiamo garantire la sicurezza dei nostri cittadini e la dignità di chi vive nel nostro territorio


Giorgio Bargna


 

giovedì 7 maggio 2026

Pedemontana: traffico, costi e l'incubo diossina che ritorna



Ci sono temi che non dovrebbero avere colore politico, ma semplicemente essere trattati con buonsenso.
Torniamo a parlare della tratta Lentate - Cesano Maderno che sarebbe la parte iniziale della Superstrada Milano Meda.
Su questa vicenda Patto per Il Nord si è speso molto, compreso un presidio ad Affori, altri movomenti politici di opposizione si sono mossi, comitati si sono formati, ma da parte  Regione Lombardia e organi competenti soltanto no, al limite vaghe risposte.
Aldilà del costo a cui andranno incontro i pendolari, che spenderanno un centinaio di euro al mese, a cui andranno incontro automobilisti di ogni genere, pensionati e disabili compresi, vi sono effetti collaterali che andranno a colpire anche chi la superstrada in questione non la utilizzano, rei di viverne ai bordi.
E' garantito infatti un intenso aumento di traffico e inquinamento, anche acustico, nei centri abitati della Brianza e del Comasco.
Eh si signori, non semplicemente  effetti pesanti non solo per cittadini e imprese, ma anche sulla viabilità locale, le strade secondarie diventeranno percorsi alternativi gratuiti, ergo, oltre l'aumento del traffico e dell'inquinamento potremmo includere rischi anche per chi il mattino va a scuola, tanto per fare il più banale degli esempi.
Ma dobbiamo aggiungere un tema che a molti sfugge ed ad altri conviene tacere.
I lavori di trasformazione della superstrada Milano-Meda (SP ex SS 35) nella Tratta B2 dell'Autostrada Pedemontana Lombarda coinvolgeranno aree di Seveso, Meda e Cesano Maderno, storicamente contaminate dalla diossina TCDD dopo il disastro ICMESA del 1976.L'introduzione del pedaggio è legata alla realizzazione di questa nuova opera, il cui progetto prevede la bonifica dei terreni prima della costruzione.
Per quanto siano in corso lavori di bonifica su una superficie di circa 100.000 metri quadrati nei comuni interessati, con l'obiettivo di mettere in sicurezza le aree, comitati ambientalisti, ma soprattutto analisi dell'ARPA hanno segnalato criticità, evidenziando che in alcune zone i livelli di diossina superano i limiti di legge, complicando le operazioni.
A Seveso e Meda c'è preoccupazione per il movimento terra e lo spostamento dei teli di copertura dei terreni già bonificati, a causa del rischio di inalazione o dispersione dei residui.
Insomma, tra pedaggi onerosi, traffico in tilt, strade secondarie paralizzate e l'incubo diossina che ritorna, la Pedemontana si conferma un progetto calato dall'alto, dannoso e anacronistico. Regione Lombardia fermi i lavori: il territorio di Seveso, Meda e Cesano Maderno ha già pagato abbastanza.
La battaglia contro la Pedemontana non è solo politica, è una battaglia di civiltà per il diritto alla salute e alla viabilità della Brianza e del Comasco.
Ci sono battaglie che superano le bandiere: la Tratta B2 della Pedemontana è una di queste. Trasformare la Milano-Meda in un’autostrada a pagamento non è progresso, è un attacco al nostro territorio.

Giorgio Bargna
Patto per il Nord
Como



 

domenica 3 maggio 2026

Difendere il territorio e trattenere i talenti, questa è la sfida per le terre di confine



Prendo spunto da un articolo pubblicato dal portale della Televisione Svizzera Italiana per trattare un tema scottante, la fuga dei giovani dall'Italia.

Sebbene il nostro Paese vanti un PIL da economia avanzata da parecchio tempo, offre ai giovani condizioni lavorative peggiori rispetto a molti Paesi meno sviluppati.
A trarne vantaggio ed ad attirare i giovani (in realtà non solo loro) sono soprattutto le nazioni europee più vicine , in primis la Svizzera, che offre salari fino a tre volte più alti e a un mercato del lavoro decisamente  dinamico.
Stiamo parlando di un fenomeno rilevante, mai visto prima, non legato direttamente alla povertà, come fu per l'emigrazione del dopoguerra, ma di una fuga di giovani che sfiduciati scelgono di andare a costruirsi un futuro altrove.
Secondo dei dati Eurispes, perdiamo attorno ai 35.000 giovani l’anno, non esiste altra Nazione che soffra di questo problema. 
Proviamo a fare un analisi.

Eurispes, su un analisi di 22 Paesi europei, indica un Europa a tre velocità. Le economie ad alto reddito come Francia, Germania e Svizzera si distinguono per la capacità di valorizzare il proprio capitale umano giovanile. Il PIL pro capite medio supera i 52’600 euro, la spesa in ricerca e sviluppo si attesta al 2,5% del PIL (quasi il doppio dell’Italia), i NEET (giovani che non studiano, non lavorano e non sono inseriti in percorsi di formazione) sono all’8,7% e la quota di neolaureati che trova lavoro entro tre anni sfiora l’86%. Sono anche i principali poli di attrazione demografica del continente, con un saldo migratorio netto di persone giovani dai 18 ai 39 anni di +13,6 per mille.

L’Italia, grazie ad un PIL pro capite di 30’594 euro, starebbe comodamente dentro a questa prima fascia indicata, ma (cito qui letteralmente l'articolo di riferimento) quando si passa agli indicatori che misurano le opportunità reali per le giovani generazioni, il quadro si capovolge: NEET al 22% (quasi il triplo di Paesi come la Svizzera), disoccupazione giovanile al 22,7% (più del doppio delle altre economie ricche e dell’est europeo), occupazione dei neolaureati al 58,9% (oltre venti punti sotto i Paesi dell’Est) e part-time involontario al 62,9%. Il reddito mediano reale delle famiglie italiane è sceso a 96,8 (base 2015=100): l’unico Paese, insieme a Francia e Cipro, in cui le famiglie sono più povere di dieci anni fa.
 
Due Paesi svettano in classifica nell'accoglienza di italiani all'estero, la Germania ne accoglie il 13,3%, la Svizzera il 10,3% .
L'articolo ci pone davanti a questo dato significativo, nel 2024, la retribuzione media al primo impiego per un neolaureato italiano si è attestata a 30’500 euro lordi annui. In Svizzera, lo stesso profilo percepisce in media 86’722 euro, ovvero quasi tre volte tanto. Questo abisso salariale, unito a un cuneo fiscale italiano al 47,1%, rende la scelta di varcare il confine quasi obbligata. 
Sarebbe semplice affermare che ovviamente alcuni paesi avendo un economia forte portano salari più alti, ma il punto non è racchiudibile qui.

Il problema italiano sta anche nell’incapacità di attrarre talenti dall’estero o di favorire i rientri. 
L'articolo in questione ci racconta che nel decennio 2013-2023, a fronte dell’espatrio di circa 132’000 giovani laureati, i rimpatri si sono fermati a 45’000, generando una perdita netta di 87’000 professionisti qualificati. Chi ha costruito una carriera all’estero, in contesti come quello svizzero o tedesco, trova difficile accettare le condizioni del mercato del lavoro italiano, caratterizzato da salari inferiori, progressioni di carriera lente e scarsa meritocrazia.
 
Per allontanarci da quello che alcuni potrebbero definire ovvio l'articolo cita l'esempio della Repubblica Ceca la quale gode di un PIL pro capite di circa 21’000 euro , eppure garantisce ai propri neolaureati  un tasso di occupazione dell’86,6% e registra un saldo migratorio ampiamente positivo (+14,4 per mille). La spiegazione risiede nella dinamica dei salari reali, che rappresentano il potere di acquisto reale di chi lavora: mentre nei Paesi emergenti dell’Est il reddito mediano reale è cresciuto del 32% rispetto al 2015, in Italia si è contratto del 3,2%. 

Ma non si tratta semplicemente di un fattore economico, i giovani italiani vengono calpestati da un malessere strutturale più profondo che riguarda la qualità delle istituzioni, le prospettive di carriera e la percezione di meritocrazia.  
Nel nostro Paese, l'abbiamo già sottolineato più volte, secondo i dati dell'OCSE solo il 62% degli abitanti si dichiara soddisfatto del sistema sanitario (contro una media europea del 68%), il 60% del sistema educativo (contro il 67%) e appena il 36% del sistema giudiziario (contro il 56%).
Se poi si vanno a paragonare i metodi di studio italiani con quelli di altri paesi il cerchio si chiude. 
 
Trovare le contromisure sicuramente non è semplice, ma necessario per salvare un Paese che già paga per denasalizzazione.
Abbiamo già scritto più volte della necessità di un mercato degli affitti sostenibile e della necessità che una volta adulti si abbiano dei servizi, quali ad esempio gli asili, funzionanti ed accessibili economicamente.
Abbiamo già detto che la meritocrazia e la stabilità sono punti fondamentali per rendere appetibile un posto di lavoro.
Abbiamo già detto anche su tanti temi che occorre adottare politiche territoriali mirate.
Nel mio caso ovviamente mi concentrerei su soluzioni adatte a zone di confine, ma non va dimenticato che anche il Mezzogiorno soffre di uno spopolamento giovanile che mina il futuro.
Andrà rivista anche la politica scolastica se si vuole attrarre talenti qualificati dall’estero, ma sinceramente già sarei felice di arginare l'emorragia giovanile italiana.

Arginare questa emorragia non è più solo una necessità economica, ma un dovere morale per salvare un Paese minacciato dalla desertificazione demografica. Non servono palliativi, ma una rivoluzione strutturale: un mercato degli affitti sostenibile, servizi per l'infanzia accessibili e una politica scolastica moderna che sappia attrarre, e non solo respingere, talenti qualificati. 
Dobbiamo avere il coraggio di dire che la stabilità e la meritocrazia sono gli unici pilastri su cui costruire un lavoro dignitoso. 
Per chi vive e opera nelle zone di confine, come il comasco, questa sfida è quotidiana: dobbiamo offrire soluzioni territoriali mirate che rendano restare più vantaggioso che partire. Ma il problema è nazionale: senza un'inversione di rotta, anche il Mezzogiorno continuerà a svuotarsi, minando le basi del nostro domani. 
Patto per il Nord nasce per questo. Puntiamo a smantellare una partitocrazia paralizzata da spese incomprensibili per rimettere la meritocrazia al centro di ogni settore. Vogliamo che i nostri figli possano costruire il proprio futuro a casa propria, senza essere costretti a dipendere dall'immigrazione per coprire i vuoti lasciati dalla nostra inerzia.
Non restate a guardare mentre il nostro capitale umano attraversa il confine. Unitevi a noi per costruire una nuova classe politica e, finalmente, un futuro sostenibile per il nostro territorio.
Giorgio Bargna
Patto per il Nord 
Como