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sabato 25 aprile 2026

FiIGLI DI UN BENESSERE CHE NON SA PIU' CREARE


 

Affidiamoci ancora una volta ai dati pubblicati dal quotidiano locale "La Provincia di Como" per poi sviluppare un tema.

Parliamo degli artigiani, e non solo di Cantù, stiamo parlando di una città che era strutturata sull'artigianato ed il piccolo commercio, una di quelle che più paga dazio, ma il discorso secondo me fila anche altrove. 

Nel 2025  le imprese artigiane canturine sono scese da 1.299 a 1.231 unità, 68 in meno.

Il quotidiano ci racconta che ogni settimana sparisce un attività, ma anche che nell'arco dell'ultimo decennio vi è stato un calo del 14,57%.

Chi rappresenta la categoria a livello di associazioni ovviamente guarda la parte piena del bicchiere, ma davanti a questi dati non si può nascondere la testa sotto terra.

E' chiaro anche a me che i tempi in cui sotto ogni appartamento a Cantù vi era una bottega artigiana. ma mi è chiaro, che, malgrado i cambiamenti di mercato, un patrimonio culturale ed economico non possa essere buttato tra le ortiche.

Ma dicevo non solo artigiano, leggendo l'articolo scopriamo anche che a Cantù, nel 2025, chiudeva anche  un negozio ogni settimana.

Oggi è vero che esistono le tensioni internazionali (ma c'erano e anche più marcate negli anni addietro), che viviamo una supposta incertezza economica, che sopportiamo l’aumento dei costi e veniamo affossati da un assurda burocrazia, ma queste, se in parte sono dinamiche, in altra visione sono scusanti.

Oggi chi come me è nato negli anni 60 va in pensione portandosi dietro la sua dote di capacità e voglia di produrre con il cuore.

Dietro di noi c'è il nulla purtroppo.

In parte la colpa è nostra che "abbiamo sognato la laurea dei nostri figli", in parte i nostri figli non hanno conosciuto la "fame", non tanto quella del cibo, ma quella di faticare per imparare un lavoro, sicuramente duro, ma gratificante come quello dell'artigiano o del commerciante.

Si dice spesso che oggi non incoraggiamo i giovani, visti certi contratti capestro, ma dimentichiamo che chi ha la mia età a messo a disposizione il sacrificio, lavorando spesso al limite del gratis per anni, per imparare un lavoro, un arte, una produzione fatta col cuore.

Oggi manca proprio questo, il cuore.

Manca alle imprese, che , posso capire davanti al mercato, hanno abbandonato (salvo rare eccezioni) la qualità ed il sacrificio.

Manca a noi genitori che non siamo stati capaci di trasmettere la cultura del lavoro.

Manca a questi ragazzi che non hanno stimoli, nati troppo ricchi per aver bisogno di maturare e competere.

Manca ad una società che si è votata all'usa e getta.

Oggi se cerchiamo su internet le soluzioni ci suggeriscono una serie di interventi di strategia, utili ed efficaci sicuramente, ma che non comprendono che, malgrado questo, tra dieci anni non avremo nessuno in grado di sostituire nemmeno la molla di una tapparella.

Qui occorre intervenire sul territorio.

Ripristinare il senso di appartenenza, a Cantù come a Recanati, ad una categoria ed ad una storia.

Occorre far rinascere una comunità.

Bisogna capire tutti insieme che anche in un mondo che punta ad altro non si può vivere senza un falegname, un idraulico o un ferramenta esperto.

Torniamo a puntare sul sacrificio, sulla scuola professionale ed  all'insegnamento, altrimenti vivremo solamente di un caro e ricattante usa e getta.

Giorgio Bargna

 

venerdì 24 aprile 2026

Mani, Cuore e Cultura: L’arte di produrre emozioni, non solo oggetti


Predo spunto da un post pubblicato sulla pagina Facebook di GiGi Rana che parla di bar, per amplificare il messaggio.


Lui scrive che chi lavora dietro il bancone non serve solo bevande: serve momenti.

Amplifico dicendo che chiunque produce un servizio o un oggetto lavorando con passione produce profumo ed emozioni.


Lui scrive che un buongiorno detto bene, un bicchiere d’acqua portato con rispetto, un caffè che profuma davvero di caffè e non di bruciato.

Io amplifico dicendo che un mobile o un auto prodotti con amore e rispetto del cliente profumano di qualità.


Lui scrive che questa è la differenza tra un bar che resiste e uno che chiude.

Io amplifico dicendo che questo concetto vale per ogni attività, anche per quelle no profit,

E concordo ancora di più, se possibile, quando ci dice che il problema non è economico, è culturale, che abbiamo confuso la quantità con la qualità, che abbiamo scambiato la velocità per efficienza, il profitto immediato per professionalità.


Lui nel post riporta questi pensieri:

"E così il bar, quel luogo che per decenni è stato il cuore pulsante dei paesi e dei quartieri, oggi rischia di diventare un punto vendita come un altro.

Ma il bar vero non è un franchising.

È una bottega, un rito, una forma di identità italiana.

È la mano che ti riconosce al volo e ti prepara “il solito” senza chiedere nulla.

È un sapere che si trasmette, non un bottone che si preme.

Finché non torneremo a capire questo, 

continueremo a confondere l’espresso con il caffè.

E a svuotare, un sorso alla volta, la nostra stessa cultura".


"La verità è che oggi chiunque può aprire un bar.

Basta un comodato d’uso, un fornitore di macchine, un corso lampo su “come montare la schiuma perfetta”.

Il resto sembra secondario: la cultura, la competenza, la sensibilità del gesto.

Il bar è diventato un pacchetto chiavi in mano, un sogno standardizzato.

Ma il caffè non è routine.

Il caffè è conoscenza, esperienza, artigianalità".


Io lo ringrazio per queste riflessioni che valgono al di fuori del bar, che valgono su ogni tipologia di mercato.

Laddove lavorano le mani e il cuore, laddove c'è l'esperienza tramandata e la cultura del lavoro, laddove il profitto è in seconda battuta in confronto al cliente, li nasce il prodotto che ha reso unico il nostro Paese, da nord a sud, perché la passione per il lavoro, la cultura del lavoro, l'unicità dei risultati sono uno dei pochi collanti del nostro paese.

Grazie GiGi Rana per lo spunto, ma anche per il valore di questo pensiero.

 

mercoledì 22 aprile 2026

Mussolini e il pane quotidiano



È più importante discutere di una cittadinanza onoraria di 100 anni fa o delle liste d'attesa in sanità? Nel comasco si torna a parlare di Mussolini, ma il sospetto è che sia l'ennesimo polverone distrattivo per non affrontare i problemi reali di operai e pensionati. Ecco la mia riflessione.





Leggiamo nelle cronache locali di questi giorni che in alcuni Comuni della Provincia di Como, Olgiate Comasco e Cantù, viene richiesta, discussa, la revoca della cittadinanza onoraria a Benito Mussolini.
Si parla di una deliberazione messa in pratica 102 anni fa da moltissimi comuni di tutta Italia, un atto di propaganda fascista in linea con i dettami di quel tempo.
Fatto salvo che se non fosse stato indicato il tema dal "Comitato comasco per la morte di Giacomo Matteotti", nessun comasco si sarebbe mai svegliato la mattina con questa problematica, chiamiamola così, da risolvere.
Anzi diciamola tutta, il comasco nemmeno sapeva che queste cittadinanze fossero state assegnate.
Diciamocela tutta, chi scrive è persona sicuramente di destra, ma mai stata fascista, anzi tra le mie pagine il fascismo viene aberrato, ma ogni volta che viene riproposta una posizione ideologica arcaica, obsoleta, belligerante su fatti di storia seppelliti decenni fa, qualche dubbio mi assale.
Mi chiedo, siamo semplicemente davanti a persone che non riescono ad uscire da uno stereotipo?
Mi chiedo, non essendo in grado di proporre concretezza, alcune persone si attaccano al passato?
Mi chiedo, soprattutto quando si tratta di amministratori, ma nella vostra città non ci sono problemi concreti da risolvere?
Mi chiedo, anzi vi chiedo, per il cittadino, per il pensionato, per l'operaio pensate che sia più importante un Consiglio Comunale che tratti di questa tematica oppure uno dove si discute di un problema quotidiano?
Parliamoci chiaro, il fascismo andava e va condannato, ai ragazzi va insegnato che è male.
Parliamoci chiaro, l'antisemitismo, le discriminazioni, il razzismo, forme ancora presenti, vanno combattuti, ma basandosi sugli accadimenti moderni, ragionando e proponendo in base alla realtà attuale, non continuando ad attaccarsi ad episodi di un secolo fa, perpetrati tra l'altro in una situazione sociopolitica oggi inconcepibile e neppure immaginabile, vista la diversità dei tempi e delle culture a confronto. 
L'ho già scritto decine di volte, la divisione anacronistica tra destra e sinistra è ormai superata da anni, oggi la "battaglia" si combatte, si deve combattere, tra chi deve salvare il proprio salario, il proprio potere d'acquisto e chi ogni giorno glielo erode voracemente pur di mantenere in piedi un apparato politico consolidato.
Nel momento in cui non devi far sapere al cittadino, al contribuente, che lo stai sodomizzando, tanto a chi sta a destra, quanto a chi sta a sinistra, viene comodo alzare polveroni distrattivi.
Perché il popolo non deve pensare alla mafia, non deve pensare alle lunghe liste d'attesa in sanità, non deve pensare all'aumento delle bollette.
Il popolo deve seguire i processi in TV, i talk show di cui abbiamo scritto qui, i grandi fratelli ed i piccoli artisti allo sbaraglio, richiamando si, in questo modo, la disinformazione tipica dei regimi.
Quindi da sinceri antifascisti, questo si lo dobbiamo essere, non facciamoci gabbare da inutili discussioni, ma pretendiamo risposte sui nostri problemi e sulle nostre necessità quotidiane.
Giorgio Bargna