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mercoledì 24 giugno 2026

Patto per il Nord: La competenza come metodo, il territorio come visione (4)


Quarta pubblicazione dedicata al "Documento Programmatico" di Patto per il Nord, il quale non è solo un atto costitutivo, ma una bussola politica. Attraverso una serie di pubblicazioni tematiche, intendo esporre le fondamenta, l’identità e le intenzioni del nostro Movimento. Non si tratta di una riflessione estemporanea, ma di un manifesto di intenti.

Ci dedichiamo oggi ad energie ed infrastrutture.

Energia: una priorità strategica per la competitività e l'autonomia del Paese
La questione energetica rappresenta la priorità trasversale per eccellenza: il suo impatto abbraccia la competitività delle imprese, il benessere delle famiglie e l’autonomia strategica dell’Italia. Se la transizione energetica è una necessità imprescindibile, essa deve essere governata con pragmatismo, evitando approcci ideologici che rischierebbero di compromettere il nostro sistema produttivo.

Neutralità tecnologica: una scelta di responsabilità
Per un Paese a forte vocazione manifatturiera come l’Italia, l’esclusione di tecnologie basata su pregiudizi ideologici è un lusso che non possiamo permetterci. Sosteniamo con convinzione il principio di neutralità tecnologica: ogni fonte — rinnovabili, gas naturale come vettore di transizione, nucleare di nuova generazione, idrogeno (dove economicamente sostenibile), geotermia e biomasse — deve essere valorizzata. Il criterio di selezione è semplice e rigoroso: ogni soluzione che garantisca sicurezza, affidabilità ed efficienza economica deve trovare spazio nel nostro mix energetico.

L’energia come motore, non come balzello
L’energia deve tornare a essere una leva di competitività e non un mero strumento di politica fiscale o punitiva. Le attuali accise sull’energia si traducono, di fatto, in una tassa sulla produzione. È essenziale che la bolletta energetica delle imprese — in particolare in un motore economico come il Nord Italia — converga rapidamente verso la media europea, invertendo l'attuale tendenza.

Autonomia come obiettivo geopolitico
La dipendenza da fornitori instabili è un rischio geopolitico oltre che un insostenibile onere economico. L’Italia deve puntare all’autonomia energetica. In questo scenario, il Nord, forte della sua dotazione infrastrutturale e tecnologica, è chiamato a ricoprire il ruolo di piattaforma strategica per la diversificazione delle forniture nazionali.

Realismo nei tempi e nei modi
La transizione deve essere graduale e realistica. I tempi di attuazione non possono essere dettati da calendari politici arbitrari, ma devono essere subordinati alla maturità tecnologica e alla sostenibilità economica. Forzare la transizione oltre le reali capacità di adattamento del sistema industriale significa distruggere valore e occupazione, senza produrre benefici ambientali tangibili.


L’infrastruttura come motore: superare il freno strutturale del Nord
Il ritardo infrastrutturale del Nord non è un problema di settore, ma un freno strutturale allo sviluppo. L’area più produttiva del Paese è oggi paralizzata da infrastrutture che non riescono più a sostenere il ritmo dell’economia.

Il divario con i competitor europei è evidente e misurabile in termini di velocità di collegamento, capacità logistica, connettività digitale e intermodalità. Per colmare questa distanza, le priorità d’azione devono essere radicali:

1. Corridoi europei: connettere, non isolare
Il completamento dei grandi assi di connessione (Brennero, Terzo Valico, Alta Velocità verso Est) richiede tempi certi, governance snella e un dialogo reale con i territori. Il Nord deve tornare a essere il fulcro strategico dell’Europa, non un’area isolata dalla burocrazia.

2. Logistica integrata: il sistema prima dei compartimenti
Porti, interporti, ferrovie merci e ultimo miglio devono agire come un unico ecosistema. La logistica è un pilastro della competitività, al pari di energia e fiscalità: la frammentazione gestionale è un costo occulto che le imprese non possono più sostenere.

3. Governance territoriale: decidere con il territorio
Le scelte infrastrutturali devono essere condivise, non imposte da commissariamenti centralizzati. L’esperienza ha dimostrato il fallimento del modello "calato dall'alto": tempi dilatati, costi fuori controllo e scollamento totale dalle esigenze del tessuto produttivo. Serve un nuovo patto che valorizzi la capacità decisionale locale.

4. Infrastrutture digitali: connettività universale
La banda ultra-larga e il 5G non sono "servizi aggiuntivi", ma infrastrutture primarie. In un'economia che corre verso la digitalizzazione, la connettività non può essere a macchia di leopardo. Ogni comune, distretto industriale e area agricola deve avere pari dignità digitale.

5. Manutenzione: la cura dell’esistente
Oltre alle grandi opere, serve un piano ambizioso per la cura dell'esistente. Strade provinciali, ponti, reti idriche ed edilizia pubblica (scuole e ospedali) richiedono manutenzione costante. È tempo di invertire la rotta: l'Italia deve imparare a spendere bene nella cura del proprio patrimonio tanto quanto nella pianificazione del nuovo.


 

lunedì 22 giugno 2026

Tra l'ostentazione dei media e il peso della realtà: una riflessione necessaria



Riprendo oggi una riflessione condivisa da una mia follower. È un punto di vista che accolgo con interesse e che, pur non sposando integralmente nelle sue premesse, trovo estremamente significativo per la carica di umanità che porta con sé. Pur provenendo da chi non si occupa di politica per professione, queste parole nascono da un vissuto autentico e colgono le diseguaglianze del nostro tempo con una lucidità che spesso sfugge a chi guarda la società solo attraverso i numeri.

Il cuore della riflessione nasce da un contrasto stridente: da una parte le vacanze da sogno delle celebrità, costantemente esibite sui rotocalchi e sui social, dall'altra la dignità silenziosa di chi vive una realtà profondamente diversa. L'autrice interroga la giustizia di un mondo in cui, mentre una parte di società vive nell'agiatezza più sfrenata, molti altri — anziani che faticano a permettersi anche solo un caffè, lavoratori che hanno smarrito il contatto con il mare da anni o famiglie schiacciate dal peso di mutui e cure — sono costretti a fare i conti con una privazione costante.

Riporto qui alcune delle sue parole, che credo parlino da sole:

"Persone che hanno fatto lavori usuranti e hanno una pensione da poveri. Gente che ha cura di malati in casa, spesso abbandonata a se stessa, che avrebbe bisogno di una pausa, ma non può permetterselo. Mamme lavoratrici che tornano a casa per un 'secondo turno' domestico, con mutui da pagare e l'impossibilità di staccare la spina."

Analizzando questo sfogo, è inevitabile fare una distinzione. Pur distanziandomi dal confronto diretto con le vite di star e calciatori — le cui remunerazioni rispondono a logiche di mercato del tutto peculiari e distinte dal sistema di welfare sociale — trovo che la sua critica colpisca nel segno laddove evidenzia un vuoto sistemico: la mancata gratificazione di chi, pur costituendo la spina dorsale del Paese, non vede riconosciuto il valore del proprio impegno quotidiano.

Rispetto al ruolo istituzionale che ricopro, leggo in queste parole un monito. La politica non può limitarsi a gestire la macroeconomia; ha il dovere di guardare a queste "invisibili" fatiche quotidiane. Se la società non è in grado di garantire il diritto a un benessere minimo e a un sollievo dignitoso per chi ha speso una vita nel lavoro o nel sacrificio, il rischio è quello di una frattura che nessuna crescita del PIL potrà mai sanare.

Dalla riflessione all'azione: il realismo del fare

Sia chiaro: i miracoli appartengono alla sfera della fede, non a quella del governo. Se vogliamo affrontare il disagio reale, dobbiamo passare dall'etica alla concretezza, chiedendo da un lato un impegno solido alle istituzioni e, dall'altro, la consapevolezza che il cambiamento è un processo graduale che richiede a tutti noi un esercizio di sobrietà.

Ecco alcune proposte che credo possano incidere sulla qualità della nostra vita quotidiana:

Welfare del Tempo: Propongo di incentivare, attraverso il credito d'imposta, le piccole e medie imprese locali che scelgono di integrare il salario con voucher per il "tempo libero": attività culturali, sportive o percorsi di sollievo che permettano di staccare realmente la spina, andando oltre il semplice bonus economico.

Sostegno al Caregiver: Chi si prende cura di un familiare malato è spesso invisibile. Dobbiamo rafforzare i Servizi di Sollievo a domicilio tramite il Comune e l'ente provinciale: poche ore a settimana di supporto professionale possono restituire una boccata d'ossigeno vitale a chi vive una condizione di isolamento.

Fiscalità ed Equità: Serve una rimodulazione dell'IRPEF o detrazioni specifiche per le famiglie che sostengono costi certificati di assistenza (anziani o disabili) sopra una certa soglia. Dobbiamo trasformare il carico fiscale in un "investimento sociale" riconosciuto. Parallelamente, è doveroso introdurre una defiscalizzazione per i lavori usuranti: chi ha speso la salute in una vita di fatica merita un riconoscimento concreto che renda accessibile un periodo di riposo dignitoso.

Turismo di Prossimità: Perché non creare convenzioni tra enti pubblici e operatori locali per pacchetti a prezzo calmierato? Promuovere il turismo nei nostri borghi e nelle località meno battute significa offrire esperienze rigeneranti a costi sostenibili. È una strategia "win-win": rigeneriamo il cittadino e valorizziamo il territorio, disinnescando al contempo quell'invidia sociale verso mete patinate che nulla hanno a che fare con la nostra realtà.

Oltre il PIL: la misura di una comunità
Infine, una riflessione politica che mi sta a cuore: la dignità di una società si misura superando la logica esclusiva del PIL. Iniziamo a guardare al "Tempo Libero di Qualità" pro-capite come a un indicatore di benessere imprescindibile.

Chi governa ha una responsabilità ulteriore: quando l'ostentazione del successo diventa lo stile della comunicazione istituzionale, si scava un solco profondo tra le istituzioni e il cittadino. Chiedere sobrietà e rispetto per la sofferenza reale non è solo un esercizio di stile, è il primo, fondamentale atto politico per ricucire il tessuto della nostra comunità.

Giorgio Bargna